Manuale minimo di sopravvivenza all’anno scolastico per genitori
settembre 12, 2018

adhdAlcuni giorni fa, grazie ad una “soffiata” di una paziente, ho scoperto “Hai preso le pillole?” un documentario presente sul catalogo di Netflix che tratta di un problema da noi ancora poco conosciuto o sottostimato:

L’uso (e l’abuso) di farmaci “stimolanti” da parte di studenti, professionisti, ecc. allo scopo di aumentare la prestazione, potenziarsi.

I cosiddetti “stimolanti” sono farmaci, come il Ritalin e l’Adderal, frequentemente utilizzati nel trattamento di problemi attentivi e “comportamentali”, il più noto dei quali è la sindrome da Deficit dell’Attenzione e Iperattività, nota al grande pubblico come ADHD.

Ormai anche i non addetti ai lavori conoscono questa etichetta diagnostica che, in modo più o meno consapevole, si presenta ormai con frequenza tale che qualcuno ha iniziato a parlare di epidemia.

Premesso che il documentario, molto fruibile e ben fatto, offre un ampio ventaglio di sollecitazioni e interrogativi su questo problema dilagante, personalmente sono stato colpito da due suggestioni che condivido: la prima di naura clinica, la seconda più “sociale”.

ADHD… e se ci stessimo sbagliando di grosso?

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Molti autori più autorevoli di me hanno già sollevato più di un dubbio su questa sindrome, sia per quanto riguarda il trattamento generalmente effettuato, che per quanto riguarda la sua stessa esistenza. E se consideriamo che tra i critici di questa definizione, va annoverato anche Leon Eisenberg, il “padre” della ADHD, non possiamo certo considerare questa posizione come faziosa.

Le fortissime pressioni esercitate dalle case farmaceutiche produttrici di questi farmaci sugli organi di controllo hanno abbassato i criteri per la diagnosi, finendo per includere un numero enorme di bambini tra i “soggetti patologici”. Sarebbe legittimo chiedersi se davvero tutti questi bambini sono “malati” o più semplicemente sono bambini che manifestano con la loro irrequietezza, vivacità, dinamicità il loro essere bambini, appunto. O forse se, con la loro agitazione esprimono un disagio che rimanda ad altro (tensioni familiari, preoccupazioni, ecc.).

Curioso poi che si parli tanto di “deficit dell’attenzione e iperattività” in un momento storico in cui si valorizza tanto il multitasking, l’iperproduttività, la versatilità ai limiti del trasformismo.

Non è che “i bambini ADHD”, ben lungi dall’essere dis-adattati, siano in realtà iper-adattati a questa società?

Con il loro essere incapaci di fermarsi su un compito solo, non incarnano perfettamente un tentativo di realizzare proprio ciò che la società sembra chiedere?

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Il massimo sta diventando il minimo?

Un aspetto interessante (quanto inquietante) del documentario riguarda il fatto che la maggior parte di coloro che ha iniziato a usare i farmaci lo ha fatto non per curarsi, ma per “doparsi”. Sebbene questo uso sia quindi a tutti gli effetti improprio, molti di coloro che ne hanno abusato pur ammettendo di esserne diventati dipendenti, ritengono che l’aiuto avuto, il potenziamento ottenuto sia valso la pena: cioè che sia accettabile diventare dipendenti da un farmaco, se questo aiuta ad avere risultati più alti della concorrenza, andando oltre i propri limiti fisiologici.

Questo fa venire in mente un altro dato simile: la maggior parte dei fruitori di farmaci sessualmente stimolanti (Viagra e Cialis) non sono soggetti con problemi erettili, che li usano per contrastare i problemi, ma soggetti normali, che li usano per avere performance da “porno star”.

L’immagine che emerge da questi dati sembra essere quella di un contesto nel quale essere normali non è più abbastanza, occorre essere “più” per essere al livello base.

Ciò significa che andare oltre i propri limiti, essere super, sta diventando un prerequisito necessario per essere al passo con la società e le sue richieste? Essere normali sta significando essere “meno”?

Il quadro che emerge sembra il ritratto surreale tratteggiato da Lewis Carroll nel suo Alice nel Paese delle Meraviglie: “qui devi correre più che puoi per restare nello stesso posto. Per andare da qualche parte devi correre almeno il doppio!”

Per chi fosse interessato a vedere il documentario, purtroppo non disponibile online, condivido il trailer…

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