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dipendenza affettivaTutti quanti sognano sin da piccoli di trovare “la persona giusta”: i più fortunati la trovano, gli altri si accontentano. E poi ci sono quelli che sanno benissimo che la persona che hanno trovato non è quella giusta, ma non riescono a staccarsi da lei.

Alcuni chiamano questa condizione “dipendenza affettiva”, altri “masochismo erogeno”, altri ancora “amore malato”, ma la sostanza è sempre quella: ci si trova incastrati in una relazione che genera sofferenza e malessere, si comprende che non è la persona giusta, ma non si riesce ad uscirne.

Ho già avuto modo in passato di parlare delle cosiddette nuove dipendenze, una delle quali sarebbe appunto la dipendenza affettiva. Questo tipo specifico di problema rappresenterebbe tuttavia una specifica eccezione all’interno di questo gruppo, perché ciò di cui non si riuscirebbe a fare a meno non è una cosa o un comportamento, ma una persona.

Ma come si distingue una dipendenza affettiva?

dipendenza affettivaUn primo aspetto essenziale è legato alla qualità del rapporto: la relazione non è serena, non fa star bene, diventando anzi un ostacolo alla realizzazione del soggetto in altri ambiti (lavoro, studio, amicizie, …). Malgrado questa mancanza di benessere e serenità, però chi sperimenta una dipendenza affettiva sente di non poter fare a meno di questo specifico rapporto, che viene continuamente cercato, talvolta anche con comportamenti eccessivamente invasivi e persecutori.

Un’altra caratteristica rilevante è la mancanza di simmetria nel rapporto: il bisogno di vicinanza da parte di uno dei due non corrisponde al sentimento dell’altro. La combinazione di questi fattori genera frequentemente un’escalation simmetrica: uno diventa sempre più fuggitivo, l’altro sempre più “inseguente”.

Questo porta ad avvicinare dipendenza affettiva e stalking: esistono punti di contatto o sono problemi diversi?

dipendenza affettivaGeneralmente si pensa alla dipendenza affettiva come ad una problematica prevalentemente femminile (la donna che non riesce a lasciare l’uomo indifferente), mentre lo stalking come una problematica che riguarda soprattutto uomini (che non accettano la fine di una relazione con la compagna). La mia esperienza e la mia impressione è che i punti di contatto tra queste due condizioni siano molto maggiori delle differenze, che spesso possano essere ricondotte a fattori circostanziali (come la reazione del partner indipendente alle pressioni del richiedente) e, in secondo ordine, anche ad una certa influenza di fattori culturali legati alle modalità relazionali maschile e femminile.

Lo stalker è sempre qualcuno che non riesce ad accettare la chiusura di una relazione o la presa di distanza da parte di un’altra persona: in questo caso la frustrazione del proprio bisogno porta ad una ricerca spasmodica dell’altro (cosa che nella dipendenza affettiva pura è possibile ma non necessaria) attraverso modalità sempre più invasive e fastidiose, che possono arrivare ad assumere anche proporzioni violanti la privacy e la libertà dell’altro.

Ma che cosa fa in modo che una persona sviluppi una forma di dipendenza affettiva? Che cosa fa in modo da non riuscire a liberarsi di una relazione che, ripetiamo, non è mai connotata da serenità e felicità, ma da sofferenza, magari anche solo legata al reiterato rifiuto dell’altro di assecondare le nostre richieste?

dipendenza affettivaIn breve possiamo riconoscere tre forme di pensiero tipico che incastrano il dipendente affettivo:

  • senza l’altro, non ce la posso fare”: la presenza dell’altro e la sua vicinanza vengono visti come condizioni necessarie per la sopravvivenza stessa e la felicità personale;
  • se ho sopportato fin qui, non mollerò adesso”: le sofferenze e i tentativi compiuti finora giustificano quelli che saranno fatti in seguito. Ciò significa che più una persona ha fatto, e più farà, perché sente che mollare significherebbe perdere tutto l’investimento fatto.
  • lui/lei cambierà per amore mio/potrò cambiarla/o con il mio amore”: esiste un’aspettativa magica e irrealistica, che l’altro a un certo punto vedrà nella nostra insistenza il nostro amore e che quindi passerà dal rifiutare al corrispondere i nostri sentimenti.

Se questi sono, per sommi capi, gli elementi salienti di una forma di pensiero che costruisce ed alimenta la dipendenza affettiva, è chiaro che il percorso personale che porta a questo stato di cose appare meno facilmente definibile in termini generali, ma comprensibile solo in relazione al caso specifico.

Certamente la premessa fondamentale che pone le basi per un superamento del problema parte dal riconoscimento della dipendenza affettiva stessa: rendersi conto di essere in una condizione di incapacità di uscire da un rapporto e riconoscersi in quanto sopra descritto è il primo passo necessario per avviare il cambiamento.

Chi vive una condizione di dipendenza affettiva è il primo prigioniero di se stesso: se l’altro può sentirsi perseguitato ma al contempo ha spesso anche la possibilità di prendere comunque le distanze, questa mossa di indipendenza non è possibile a chi vive nell’ossessione di un’altra persona.

Riuscire a rompere questa catena non significa quindi tanto o solo imparare a lasciare, ma prima di tutto imparare a essere liberi.

8 Comments

  1. Sandra ha detto:

    Non sono felice con il mio compagno…ma non riesco a lasciarlo.non mi fido più. Continua a dire bugie..ma qualche cosa mi frena a troncare definitivamente.

    • cboracchi ha detto:

      Cara Sandra, comprendo la difficoltà che esprime, perché è la stessa che frena molte altre persone come lei. Spesso un meccanismo che incastra è quello del “ho sopportato così tante volte che se ora mollassi la presa avrei sprecato tutti gli altri sacrifici fatti finora”. Purtroppo l’esito di questo meccanismo è che ci si infila in una spirale che non finisce mai, perché la prossima volta avremo un sacrificio in più da mettere nel conto di quelli fatti e così via, potenzialmente all’infinito.
      Capire che cosa ci incastra, perché ci sabotiamo di fatto con le nostre mani e come fare a rompere questo meccanismo può certamente essere un punto di partenza importante per una psicoterapia.
      Per qualsiasi altra informazione, sono a sua disposizione

    • Giada ha detto:

      Io uguale.

      • cboracchi ha detto:

        Cara Giada, spero che abbia trovato l’articolo utile a capire la sua situazione. Se dovesse sentire il bisogno di approfondire la cosa, non esiti a contattarmi

        • Enza ha detto:

          Mi dispero: consapevole di una relazione ( se tale si puo chiamare ci si vede raramente ma ci si sente ogni giorno) disfunzionale non so come uscirne. È una relazione che mi fa solo soffrire tanto( lui credo sia narcisista, mi ha corteggiato per ben 7 anni , non mi interessava, ma alla fine ci son caduta e trattata successivamente msle) . Non ho possibilità di andare da uno psicologo. Ho provato con il consultorio ma , anche se brava, la dottoressa non era adatta al mio problema.vorrei un aiuto anche se so che devo aiutarmi io. Ma non so come. Grazie

          • cboracchi ha detto:

            Cara Enza, capisco la sua situazione e che in tanti casi i costi di una terapia possono rappresentare un ostacolo importante.
            Ovviamente non so nello specifico quali siano state le difficoltà che ha riscontrato con la terapeuta che ha incontrato in consultorio, però forse affrontare direttamente con lei le perplessità e le difficoltà che ha percepito può essere un modo per affrontarle e risolverle.
            Un’altra opzione può anche essere quella di provare a rivolgersi ad un altro servizio, sempre per rimanere nelle opzioni a costo zero.
            Dal momento che però mi dice che di fatto anche allo stato attuale questa relazione è caratterizzata praticamente da contatti solo telefonici, è possibile provare ad allentare e rompere anche questo filo? Evitare social, chat e simili che continuano a riportarci dentro la relazione con la testa e con il cuore, e allentare un po’ “le sirene” che ci spingono a tornare nel gorgo torbido di un rapporto che ci risucchia?
            Forse questo piccolo auto-aiuto può essere un primo modo per rompere il meccanismo che la riporta sempre dentro le stesse spire…

  2. Cry ha detto:

    Io non riesco a lasciarlo perché so che soffrirebbe enormemente, affronta ogni guaio, piccolo o grande in modo smisuratamente emotivo…
    Ho paura della sua reazione, non verso di me, ma verso se stesso.
    Come devo fare)

    • cboracchi ha detto:

      Comprendo molto bene il dilemma che sta vivendo, Cristina, perché purtroppo questo è il “tranello” in cui cadono tante relazioni: quello in cui una persona rimane incastrata per il timore di ciò che l’altro possa fare a se stesso.
      Questa è una vera e propria trappola per entrambi: per chi vorrebbe rompere il rapporto perché teme di sentirsi in colpa se dovesse accadere qualcosa all’altro, ma in fondo anche per chi, attraverso la propria minaccia autolesiva, pensa di riuscire a trattenere il partner. In questo modo infatti anche lui finisce nel paradosso per cui “per essere felice devo essere infelice”, perché sente che l’altro rimane solo fintanto che lui è debole, a rischio di farsi del male, per cui se diventasse forte, sicuro, l’altro se ne andrebbe.
      Non è facile rompere un meccanismo come questo, soprattutto se non è disposti ad accettare la verità per cui una relazione non può essere un sequestro di persona e che ciascuno è sostanzialmente l’unico responsabile delle proprie scelte e decisioni, anche quella se farsi del male o meno. Non voglio che tu ti faccia del male, vorrei che trovassi un altro modo per affrontare il dolore, ma non posso impedirti di farlo.
      Come accompagnare l’altro a questo passaggio?
      Arrivare ad una rottura per passi graduali ma chiari e fermi può essere un modo, così come cercare l’aiuto di un terapeuta per sé (per lavorare sul proprio senso di responsabilità) ed invitare anche l’altro a farlo.

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