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	<title>ansia Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
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		<title>Viagra e conigli &#8211; I disturbi sessuali ed il loro trattamento psicologico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Oct 2014 14:12:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[eiaculazione precoce]]></category>
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		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>
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		<category><![CDATA[terapia di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[vaginismo]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/disturbi-sessuali-trattamento-psicologico/">Viagra e conigli &#8211; I disturbi sessuali ed il loro trattamento psicologico</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si dice che i conigli siano grandi copulatori. Personalmente non lo so, mi fido.</p>
<p>Non ho mai avuto conigli e, sebbene una vecchia barzelletta dica che la differenza tra loro e noi umani sia legata al fatto che i conigli non possiedono una tv, ho ragione di credere che i reali motivi della differenza siano altri.</p>
<p>Una cosa è certa: per entrambi il sesso è un mezzo di riproduzione.</p>
<p>Un&#8217;altra cosa è altrettanto certa:<strong> per noi uomini è anche qualcosa di più.</strong></p>
<p>Sebbene molti condividano senza troppe obiezioni queste affermazioni tanto ovvie da sembrare scontate, nella realtà dei fatti la maggior parte delle persone sembrano dimenticare questo assunto fondamentale nel momento in cui iniziano a confrontarsi con i problemi della sessualità.</p>
<p>Facciamo un passo indietro.</p>
<p>I “problemi a letto” ci sono sempre stati e da sempre hanno rappresentato una <strong>ragione di sofferenza, vergogna e imbarazzo per il singolo, e trasformandosi purtroppo talvolta anche in violenza nella coppia</strong>: dall&#8217;eiaculazione precoce all&#8217;impotenza, dalla frigidità al vaginismo, il ventaglio delle problematiche connesse con la sfera sessuale è sempre stato <strong>coperto da pudore e vergogna</strong>, alimentando talvolta spirali negative.</p>
<p>Con il cambiamento culturale e dei costumi avvenuto nel ‘900 (certamente anche con il concorso delle idee sviluppate in alveo psicologico), il sesso è divenuto un argomento sempre più comune, accettato ed accessibile, passando dal tabù all&#8217;inflazione: posto al centro di argomenti, discussioni, articoli, corsi, ecc. è andato assumendo una rilevanza ed una centralità mai avuta in passato.</p>
<p><strong>Lo sdoganamento di una certa disinibizione ha senza dubbio giovato alle persone</strong>: la possibilità di conoscere in modo più articolato il mondo della sessualità ha ridotto la censura sociale nel parlare di quello che è poi un aspetto essenziale della vita di tutti. <strong>Al contempo la rilevanza assunta dalle questioni sessuali </strong>nella quotidianità di ciascuno, ha fatto sì che queste venissero investite di una portata ed un peso tale da <strong>arrivare a</strong> <strong>evidenziare e far percepire come critiche anche piccole defaillance, problematiche transitorie o situazionali</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parafrasando Gaber, potremmo dire che <strong>il mito della “sessualità obbligatoria” ha accresciuto il rischio di trasformare il piacere in performance</strong>, il rapporto sessuale in atto sessuale, il momento dell&#8217;amore in un banco di prova del proprio funzionamento, <strong>aprendo la strada alla paura della “sessualità difettosa”</strong>: è proprio per il bisogno di “curare il sesso rotto” che, come dicono le statistiche pubblicate dalle stesse case farmaceutiche, sempre più uomini under 40 e under 25 fanno ricorso all&#8217;acquisto di farmaci stimolanti, ansiolitici, ecc.</p>
<p>Se è vero che, differentemente dai conigli, per gli umani la relazione sessuale è un condensato di vissuti, sensazioni ed emozioni complesse, risulta essere perfettamente normale e comprensibile l’idea che incertezze, fatiche e ambivalenze possano esprimersi e tradursi in difficoltà sessuali (calo di desiderio, ansia da prestazione, ecc.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Non so se essere sollevato o preoccupato: pensavo di avere un problema fisico, e invece il medico mi ha detto che là sotto è tutto a posto&#8230; dovrei funzionare, e invece no… quindi eccomi qua” è una frase con cui frequentemente si aprono i colloqui con chi chiede aiuto per un problema sessuale, come se l&#8217;idea della causa fisica (quindi, è bene ricordarlo, spesso solo arginabile con farmaci dai vari effetti collaterali o necessitante interventi chirurgici) fosse più tranquillizzante di quella psicologica o relazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un primo passo che mi sembra importante fare, quando ricevo una persona che sperimenta un problema di questo tipo è prima di tutto <strong>andare oltre le definizioni cliniche</strong> con cui è stato etichettato il suo problema, <strong>ragionando insieme sugli aspetti peculiari e specifici della sua situazione</strong>: da quando succede, con chi, quando capita e quando no, come questo problema ha cambiato le cose, quali idee si è fatto, ecc.</p>
<p>Da qui comincia il <strong>lavoro di comprensione e superamento del problema</strong>, scoprendo magari che quello che si credeva essere il problema di uno solo riguarda invece questioni condivise dalla coppie, o che paure molto grandi possono essere scaturite da piccole cose, ed alimentate da fraintendimenti o malintesi.</p>
<p><strong>Accompagnando la coppia (o il soggetto) oltre il sintomo, dentro le loro relazioni</strong>.</p>
<p>Là dove osano gli umani.</p>
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		<title>I mal di testa di Giorgio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2014 12:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[a cosa serve la psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[aforismi psicologici]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[cos'è la psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[somatizzazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giorgio soffriva di mal di testa terribili. Non sapeva dire con certezza quando fossero cominciati, né quale fosse la causa, ricordava soltanto che, dall&#8217;adolescenza in poi<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Giorgio soffriva di mal di testa terribili. Non sapeva dire con certezza quando fossero cominciati, né quale fosse la causa, ricordava soltanto che, dall&#8217;adolescenza in poi aveva iniziato a soffrire di fitte strazianti che gli impedivano di studiare, giocare, fare sport&#8230; insomma, gli impedivano di fare una vita normale, come tutti.</p>
<p align="JUSTIFY">Un giorno Giorgio decise di affrontare il problema e risolverlo una volta per tutte, per cui si recò dal medico che gli prescrisse tutti gli esami più sofisticati e specifici. Il verdetto fu terribile: l&#8217;unica soluzione poteva essere la castrazione!</p>
<p align="JUSTIFY">Pareva, infatti, che l&#8217;origine del problema consistesse in un&#8217;anomala pressione che i testicoli esercitavano alla base della colonna vertebrale, avviando una catena nevralgica che aveva come risultato ultimo e definitivo, appunto, i terribili mal di testa sofferti da Giorgio.</p>
<p align="JUSTIFY">Non pago ad arrendersi Giorgio si rivolse ad altri medici più specializzati, a centri più all&#8217;avanguardia, cliniche universitarie. Il responso era sempre il medesimo: le cefalee erano dovute alla pressione dei testicoli alla base della schiena, per cui l&#8217;unica soluzione possibile risultava essere la rimozione di tale pressione.</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio non si arrese ancora, decise stoicamente di sopportare il dolore, nella speranza che le cose si risolvessero, ma il dolore non passava anzi, col trascorrere del tempo sembrava crescere sempre più, finché la scelta divenne inevitabile, e Giorgio decise di operarsi.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;intervento dette immediati benefici. Non appena risvegliatosi dall&#8217;anestesia Giorgio si sentì liberato dal dolore alla testa finalmente libero di pensare, ragionare, correre, vivere senza quelle martellanti fitte. Certo la rinuncia era stata gravosa, e fu per questo che Giorgio, appena uscito dalla clinica decise di provare a risollevarsi il morale, regalandosi un costoso abito nuovo.</p>
<p align="JUSTIFY">Entrò in un negozio dove fu subito accolto da un commesso molto gentile.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; Voglio un abito! &#8211; Esclamò Giorgio.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; Certamente! Le porto subito una 48 – rispose il commesso.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è esatto! – si stupì Giorgio – ma, scusi, come fa a sapere che porto la 48?</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è il mio lavoro – spiegò il commesso – sono pagato per capire al volo queste cose. E già che ci sono le porto anche una camicia taglia media&#8230; anche se il collo mi sembra un po&#8217; abbondante: direi 42 cm di collo, mentre torace e manica mi sembrano regolari: 110 e 65 cm&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio rimase a bocca aperta: &#8211; non è possibile, è tutto esatto, come fa a saperlo?</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è il mio lavoro – rispose il commesso &#8211; sono pagato per capire al volo queste cose.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli abiti calzavano a pennello.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; adesso direi di pensare a delle scarpe da abbinare – aggiunse il commesso – le porto un paio 42 e mezzo?</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio era sempre più strabiliato: &#8211; incredibile! anche questo è giusto, ma come fa?</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è il mio lavoro – rispose con un sorriso modesto il commesso – sono pagato per intuire al volo queste cose.</p>
<p align="JUSTIFY">Vestito di tutto punto Giorgio si rimirava davanti allo specchio.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; dato che ha acquistato abito, camicia e scarpe, il nostro negozio è lieto di regalarle un capo di biancheria &#8211; aggiunse il commesso dirigendosi con Giorgio verso le casse – le metterei nella borsa quindi anche questi boxer taglia L.</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio scoppiò a ridere: &#8211; Stavolta si sbaglia, amico mio! Mi spiace ma non porto la L, ma la M!</p>
<p align="JUSTIFY">Il commesso si fermò stupito a fissare Giorgio con occhio chirurgico.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; Non è possibile: lei porta la L, senza dubbio &#8211; sentenziò il commesso &#8211; Se portasse la M i suoi testicoli premerebbero con forza alla base della sua colonna vertebrale e lei soffrirebbe di terribili mal di testa.</p>
<p align="JUSTIFY">La morale di questa storia è che non è detto che quando cerchiamo spiegazioni e soluzioni ai nostri problemi, le risposte offerte dalla medicina (pur fondate dal punto di vista clinico ed efficaci a risolvere il disagio) siano necessariamente le migliori, in termini di costi, benefici, e prospettive future.</p>
<p align="JUSTIFY">Il modo in cui guardi al tuo problema influenzerà come cercherai le soluzioni, determinando, quindi, quali strategie finirai per adottare.</p>
<p align="JUSTIFY">La psicologia può aiutarti a trovare prospettive nuove e nuove strade da percorrere.</p>
<p>Basta darsi la possibilità di pensarci.</p>
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		<title>Mal di Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 13:25:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[capire ansia]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[gestire le crisi]]></category>
		<category><![CDATA[malinconia]]></category>
		<category><![CDATA[Natale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;approssimarsi delle feste è certamente uno dei momenti più “sentiti” dell&#8217;anno, se non altro perché è impossibile ignorarne l&#8217;esistenza, a meno di non vivere sigillati in<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">L&#8217;approssimarsi delle feste è certamente uno dei momenti più “sentiti” dell&#8217;anno, se non altro perché è impossibile ignorarne l&#8217;esistenza, a meno di non vivere sigillati in casa propria, con televisori, computer, radio e smatphone spenti&#8230; Babbi Natale che si arrampicano (o precipitano) da svariati balconi, luci e strenne natalizie, chilometri quadrati di muschio o cotone a ricoprire i vari presepi nelle vetrine (a seconda dell&#8217;ambientazione palestinese o&#8230; svizzera), pubblicità, messaggi, offerte e promozioni sotto l&#8217;albero e, naturalmente, l&#8217;immancabile lista dei regali.</p>
<p align="JUSTIFY">Non è certo una notizia il fatto che il Natale sia ormai di fatto un evento sociale che travalica la tradizione religiosa per diventare una festività condivisa anche da persone tiepide o indifferenti alla fede cristiana che comunque, in linea di massima, ne riconoscono il valore ed il senso di “festa della pace”: emblematico il caso della nota canzone “Happy Christmas (War is over)”, composta da un John Lennon dal percorso religioso complesso e certamente fuori dall&#8217;ortodossia cristiana, eppure estremamente “natalizia” anche nel suo invito all&#8217;amore ed alla fratellanza universale.</p>
<p align="JUSTIFY">Tuttavia il sentimento che si accompagna a questo momento così particolare è molto più controverso di quanto i vari Babbi Natale sorridenti lascino intendere, rendendolo addirittura uno dei momento di sofferenza (o insofferenza) più intensi dell&#8217;anno. Alcune ricerche nordeuropee risalenti a non molti anni fa lo indicavano, addirittura, come il periodo con il maggiore tasso di suicidi o tentati suicidi dell&#8217;anno ed è altrettanto interessante l&#8217;intensa filmografia che ha cercato di cogliere “il lato oscuro del Natale”: Il Grinch, Babbo Bastardo, Nightmare Before Christmas solo per citarne alcuni.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/7V3hwKhnYi0?rel=0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY">A cosa è dovuta questa così diffusa “allergia Natalizia”?</p>
<p align="JUSTIFY">Come mai la stessa cosa non accade anche in altri momenti “di festa comandata”, come ad esempio il primo maggio, ferragosto, o anche di altre festività religiose, come la Pasqua?</p>
<p align="JUSTIFY">È davvero solo una questione della “mercificazione dei sentimenti e valori ad uso consumistico”?</p>
<p align="JUSTIFY">E, se così fosse, come mai non accade anche per altre ricorrenze nella stessa situazione, quali San Valentino o la Festa della Donna?</p>
<p align="JUSTIFY">La psicologia ci può venire in aiuto con una risposta diversa, ma che spiegherebbe molto bene non solo questo sentimento così intenso, ma anche le tinte drammatiche assunte dal fenomeno in alcuni casi.</p>
<p align="JUSTIFY">Partiamo da un concetto proprio della psicologia sociale: quello di “rito”, ovvero, secondo il dizionario Garzanti “l&#8217;atto o insieme di atti che devono essere eseguiti secondo norme codificate”, ma anche “usanza, costume”. Un rito consiste in sostanza in un insieme di comportamenti prescritti o comunque attesi da parte delle persone appartenenti ad un determinato gruppo (a volte senza che siano necessariamente scritti da qualche parte, ma semplicemente come prassi condivisa).</p>
<p align="JUSTIFY">Nel caso in cui il gruppo aderente a questa prassi coincida con l&#8217;intera società (o la maggior parte di essa), si parla di rito sociale. È importante tenere presente che una volta stabilito il rito diventa significativo per qualunque membro che si riconosca in quella società, anche per chi non lo condivide, che scegliere di porsi in contrapposizione con esso.</p>
<p align="JUSTIFY">Generalmente i riti sociali hanno a che fare con il “sé sociale” dell&#8217;individuo, cioè con quella parte dell&#8217;identità che collega il soggetto al macro-gruppo di appartenenza (cittadinanza e nazionalità, religione, credo politico, ecc.).</p>
<div class="mceTemp">
<p align="JUSTIFY">Per il Natale, al contrario, la codificazione sociale del rito (inteso, ovviamente, non come funzione religiosa, ma come evento che coinvolge chiunque) possiede al proprio interno anche una chiara connotazione emotiva, andando quindi ad interferire su un piano estremamente privato e soggettivo, diverso da quello dove abitualmente i riti sociali operano. È pur vero che questa imposizione è una questione strettamente legata con l&#8217;aspetto consumistico, ma fondamentalmente estranea al senso originario della festività (anche nel vissuto popolare tradizionale), nel quale gioia e tristezza, dolore si mescolavano fittamente (nel presepe napoletano, ad esempio, rientra anche una figure cruda, il macellaio, a rimandare alla sofferenza ed al sacrificio).</p>
<p align="JUSTIFY">Se quindi un lato il Natale rimanda alla nostra dimensione sociale, dall&#8217;altro contempla aspetti riguardanti una sfera estremamente intima, quella dei sentimenti, generando una condizione paradossale, legata al fatto che&#8230; i sentimenti non possono essere prescritti!</p>
<p align="JUSTIFY">Dirsi “devo essere felice!” oltre che essere una frase senza senso, perché la felicità o è spontanea o non è felicità, possiede anche un pericoloso effetto boomerang, perché la presenza di eventuali sentimenti diversi da quello “giusto” viene percepito come condizione dissonante perché incongruente con il rito. Inoltre anche l&#8217;eventuale presenza del sentimento corretto potrebbe essere vissuta come forzata, inautentica.</p>
<p align="JUSTIFY">In pratica, se ci si sente felici ci si potrebbe chiedere se lo si è veramente o se lo si è sulla scia dell&#8217;apparenza natalizia, se ci si sente tristi, arrabbiati, apatici o “strani” (per dirla alla Verdone) ci si sente fuori posto, inadeguati, accentuando il proprio vissuto di frustrazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Le possibilità a questo punto sono due: prendersela con se stessi (sono sbagliato io, quindi mi deprimo), o prendersela con il rito (è sbagliato il Natale, quindi lo odio).</p>
<p align="JUSTIFY">È evidente, inoltre, che il fatto stesso di percepire questa condizione di intrusione emotiva crea disappunto, antipatia in chi sente di essere messo di fronte ad una condizione sgradevole.</p>
<p align="JUSTIFY">Occorre tenere presente anche la variante di questo medesimo meccanismo scatenata dalla nostalgia: chi, ad esempio, viva ricordi di Natali passati con serenità nel passato si ritrova con un senso di tristezza presente che genera il circolo vizioso sopra delineato.</p>
<p align="JUSTIFY">Naturalmente questa via non è obbligatoria (altrimenti ci deprimeremmo tutti e tutti odierebbero Natale e dintorni), ma fortemente a rischio nel momento in cui la persona non dovesse trovare dentro di se motivi profondi ed autentici di sintonia con l&#8217;emozione “imposta” dal Natale.</p>
<p align="JUSTIFY">Come sopravvivere a tutto questo?</p>
<p align="JUSTIFY">Un&#8217;indicazione utile potrebbe essere&#8230; non pretendere un Natale felice “per principio”, ma approfittare del tempo che probabilmente le feste lasciano per regalarsi qualcosa che renda felici di viverlo: un regalo non necessariamente materiale, ma prezioso, utile, confortante.</p>
<p align="JUSTIFY">Quali “cose preziose” non trovano spazio nella nostra quotidianità, presa da impegni e doveri?</p>
<p align="JUSTIFY">Possiamo essere “sanamente egoisti” e prenderci questo Natale un po&#8217; per noi, facendo qualcosa che non abbiamo mai il tempo di fare e che ci appaga, che per noi è importante prenderci?</p>
<p align="JUSTIFY">La felicità non fiocca dal cielo, ma può essere presa e realizzata, approfittando dell&#8217;occasione di stacco dalla routine abituale (magari rompendo un po&#8217; il con “rito” della quotidianità).</p>
<p align="JUSTIFY">Altrettanto importante potrebbe essere tuttavia anche demistificare un po&#8217; l&#8217;immagine del “Natale da favola” (e in questo qualche film come quelli sopra citati può essere d&#8217;aiuto): accettare, senza per questo rassegnarsi, che ci possano essere alcuni aspetti che possono renderci tristi, arrabbiati, frustrati, anche nel Natale,o nel periodo natalizio, può aiutarci a viverlo con maggiore serenità, e far scivolare più facilmente anche le note più dolorose, inevitabilmente presenti in ogni melodia.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche in quelle Natalizie.</p>
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		<title>Indagine su un&#8217;epidemia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2015 09:20:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[psicofarmaci]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia clinica]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[trattamento psicologico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un libro inchiesta recentemente uscito in Italia svela i reali risultati delle ricerche condotte sugli psicofarmaci e sui loro effetti da parte delle principali case farmaceutiche,<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/indagine-effetti-psicofarmaci/">Indagine su un&#8217;epidemia</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Un libro inchiesta recentemente uscito in Italia svela i reali risultati delle ricerche condotte sugli psicofarmaci e sui loro effetti da parte delle principali case farmaceutiche, e di come la loro pubblicazione sia stata manipolata a scopi commerciali con conseguenze impressionanti.</h2>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"> Vi fidereste dei risultati di una ricerca sugli effetti del cibo da fastfood sull&#8217;organismo finanziata da Mc Donald e Burger King?</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">O seguireste mai delle linee guida sull&#8217;approccio al fumo proposte da Camel e Malboro?</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Molto probabilmente no.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Eppure da oltre trent&#8217;anni <strong>grava sulla psichiatria mondiale (almeno quella improntata alle direttive promosse dall&#8217;APA l&#8217;Associazione Psichiatrica Americana) un conflitto di interessi impressionante</strong>, con il quale le cause farmaceutiche sono riuscite a imporre la propria influenza su tutti i principali organi di controllo sugli effetti dei farmaci nella cura dei disturbi mentali.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Questo meccanismo è stato studiato, analizzato e descritto da un giornalista americano, <a href="http://www.madinamerica.com/">Robert Whitaker</a>, in un suo libro vincitore di premi internazionali per il giornalismo d&#8217;inchiesta e <a href="http://www.fioriti.it/libri/scheda.php?PHPSESSID=3D96=&amp;idSezione=1&amp;idLibro=184&amp;idUser=">recentemente uscito anche in Italia per Giovanni Fioriti</a>: <strong>“Indagine su un&#8217;epidemia”</strong>.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Eloquente il sottotitolo “Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell&#8217;epoca del boom degli psicofarmaci”.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Nel libro Whitaker, che tiene a precisare di essere stato condotto ad occuparsi di questo argomento non per ragioni di interesse personale, ma esclusivamente sulla scia di alcune scoperte “accidentali” capitategli nel corso della sua attività di giornalista, rivela come, a partire dagli anni &#8217;80 le principali case farmaceutiche abbiano avviato una campagna di persuasione dell&#8217;opinione pubblica, anche attraverso la corruzione di organi di controllo nazionali, per promuovere il mercato psicofarmacologico.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Il giornalista rivela le modalità di costruzione di consenso, anche con il discredito delle voci critiche operato tramite pressioni dirette ed indirette sul mondo accademico, politico e giornalistico, la manipolazione dei risultati, l&#8217;occultamento di risultati negativi e degli effetti dannosi emersi da molteplici ricerche svolte su tutti i principali psicofarmaci: ansiolitici, antidepressivi, stabilizzanti dell&#8217;umore, antipsicotici, ecc.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Alternando analisi giornalistica e presentazione di alcuni casi individuali (che ovviamente non hanno alcuna valenza clinica, ma moltissimo valore umano) Whitaker mostra l&#8217;esito di un approccio al disturbo psichico ed al suo trattamento basato solo su un approccio organicista, sull&#8217;equazione problema psicologico = cervello rotto. L&#8217;inchiesta viene condotta ovviamente in riferimento al contesto americano, nel quale alcune modalità di applicazione risentono di specificità tipiche della cultura e della società statunitense, modelli tuttavia talvolta presi ad ispirazione anche nel nostro paese.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">In contrapposizione a questo approccio vengono proposti esempi di esperienze diverse, basate su un&#8217;idea di trattamento diversa da quella prettamente o prioritariamente farmacologica, nel quale l&#8217;accento viene posto sulla dimensione individuale, familiare e sociale del disturbo psicologico: anche in questo caso l&#8217;analisi giornalistica va a fondo delle proposte presentate, mettendone in evidenza problematiche e punti di forza, risultati a breve e lungo termine.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Il valore sostanziale di questo libro è la sua capacità di <strong>smontare il mito della “pallottola magica psichiatrica”</strong> (espressione molto yankee dell&#8217;autore), la pillola capace di risolvere i problemi dell&#8217;animo, e la necessità di tornare a dare risposte più complesse ed articolate a chi vive una sofferenza interna, per non creare epidemie fantasma, ma offrire un aiuto capace di cambiare le cose.</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/D_S7ZrFN_g8" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/indagine-effetti-psicofarmaci/">Indagine su un&#8217;epidemia</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Gli incompiuti. Adulti in crisi esistenziale.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Nov 2015 13:27:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi di coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Sono Luca, ho 30 anni, una laurea e non so cosa fare delle mia vita”. Comincia così una mail per una richiesta di aiuto da parte<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Sono Luca, ho 30 anni, una laurea e non so cosa fare delle mia vita”.</strong></p>
<p>Comincia così una mail per una richiesta di aiuto da parte di un giovane uomo che mi chiede un colloquio&#8230; non sa bene neanche lui per quale ragione o problema. Anzi, uno dei motivi che lo spingono a contattare uno psicologo è proprio il desiderio di sapere che problema ha, se è l&#8217;unico a vivere questa situazione e se la cosa che sente ha un nome più specifico che &#8220;crisi esistenziale&#8221;.</p>
<p>La situazione di Luca (nome ovviamente di fantasia) è quella di un numero sempre crescente di giovani uomini e donne, tantissimi con titoli di studio elevati e curriculum brillanti fino al termine del corso di studi, punto a partire da quale <strong>si sono ritrovati in un&#8217;immobilità o inerzia inspiegabile</strong>, visti i precedenti.</p>
<p><strong>Questo blocco non riguarda solamente l&#8217;ambito lavorativo, ma anche quello relazionale</strong>, o perché non trovano la persona giusta o perché si trovano incastrati in relazioni immobili, senza una prospettiva soddisfacente.</p>
<p>La ragione del loro malessere ruota proprio attorno a questa situazione paradossale: <strong>persone dotate di risorse brillanti, con trascorsi più o meno promettenti, si ritrovano incastrati in un vuoto progettuale, incapaci di prendere decisioni significative per dare una svolta ed una direzione netta alla propria vita, restando, appunto, degli incompiuti</strong>.</p>
<p>Proprio questo è il succo dell&#8217;affermazione “non so cosa fare della mia vita”: <strong>giunto il momento di prendere in mano le redini della propria vita, la persona sprofonda nel vuoto o tende ad arenarsi in una situazione non soddisfacente</strong> ma della quale non riesce a venire a capo, a trovare una soluzione.</p>
<p><strong>Questo stato inerziale può protrarsi per anni</strong>, complici diversi fattori che apparentemente (o parzialmente) giustificano la situazione: la crisi economica, ad esempio, rappresenta per molti un&#8217;ottima scusa per l&#8217;immobilità lavorativa. Non si vuole naturalmente dire in questa sede che tutti quelli che non trovano lavoro è perché ricadono in questa crisi esistenziale (ci mancherebbe!), ma che si osservano situazioni in cui la persona avrebbe anche delle chance interessanti, utili almeno a tenersi attivi e fare curriculum, che non vengono poi accettate perché insoddisfacenti per varie ragioni.</p>
<p>La stasi lavorativa diventa poi una giustificazione per quella affettiva, sulle note del ritornello “andremmo anche a convivere, ma finché non ho un lavoro stabile&#8230;”.</p>
<p>L&#8217;esito è una <strong>sensazione di vuoto, di insoddisfazione e frustrazione generale, spesso accentuata dai rimandi più o meno espliciti dei familiari</strong> che non si spiegano (o liquidano con svalutazioni grossolane) l&#8217;empasse di chi fino a poco tempo prima sembrava il cavallo vincente della scuderia familiare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Scanso equivoci, questa “crisi esistenziale dei trenta-quarantenni”, se vogliamo chiamarla così, non ha nulla a che vedere con la cosiddetta sindrome di Peter Pan</strong>, definizione con cui si descrive la condizione di eterni bambini o adolescenti di alcune persone, incapaci di crescere, ma che vivono con spensieratezza la loro condizione di leggerezza. In questo caso il diretto interessato è il primo a sentirsi frustrato ed insoddisfatto della situazione, sente che c&#8217;è qualcosa che non va, ma non sa cosa fare per rimediare.</p>
<p><strong>Pensare al proprio stato attuale porta vissuti di ansia, frustrazione e vuoto, mentre la vita viene descritta in modo apatico, come priva di particolari stimoli e soddisfazioni, con una nota di fondo di tipo depressivo</strong>.</p>
<p>Per certi versi questa situazione ha più aspetti in comune con i cosiddetti “Neet” (Not in Education, Enployment  or Trading), espressione con cui viene descritta quella fetta sempre più diffusa di giovani che non studiano né cercano lavoro e che in Italia sono guardati con sempre maggiore allerta sociale, per il costo umano ed economico rappresentato a lungo termine da queste persone. La differenza principale, in questo caso, riguarda la fascia d&#8217;età (i Neet vanno dai 15 ai 30 anni) ed il fatto che l&#8217;aspetto formativo in queste persone è stato realizzato: a mancare è la finalizzazione, la chiusura del cerchio con l&#8217;avvio nella vita adulta, intesa come dimensione esistenziale dotata di una progettualità stabile (almeno in alcune aree, o almeno a livello ideale).</p>
<p>Le condizioni che possono determinare un quadro di questo tipo possono essere diverse, come ad esempio la <strong>presenza di aspettative molto elevate da parte del contesto</strong>, o <strong>eccessivo timore di fare scelte sbagliate da parte del soggetto</strong>, oppure ancora <strong>legami particolarmente forti con la propria famiglia di origine che rendono difficile il processo di emancipazione&#8230;</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Oltre a tali variabili individuali, <strong>è possibile che un ruolo importante sia giocato anche da fattori di ordine sociale</strong>, come la trasformazione delle modalità di ingresso nel mondo del lavoro, o l&#8217;accentuazione sociale dei valori di indipendenza e libertà, con effetti disorientanti.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>L&#8217;aspetto subdolo con cui questa situazione tende a stabilizzarsi nella vita di tante persone rende difficile riconoscerla, prenderne consapevolezza, e quindi provare ad affrontarla</b>, a cambiare le cose. Un po&#8217; come quei rumori di sottofondo a cui ci si abitua, senza più neanche accorgersi che ci sono, salvo poi ritrovarsi la sera con la testa che scoppia senza sapere perché.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>La mancanza di sintomi evidenti, episodi conclamati fanno sì che spesso ci si adatti ad una situazione che di fondo non ci piace</b>, ma che non sappiamo come iniziare a cambiare e nella quale ci sembra di non avere alternative.</p>
<p align="JUSTIFY">Come sempre, il primo passo è il desiderio di provare a cambiare, iniziando magari proprio dal punto di vista che abbiamo sulla situazione: <b>le risorse che ci hanno accompagnato fino a prima che iniziasse la crisi non possono essere sparite nel nulla, forse ora hanno solo bisogno di trovare un nuovo modo per essere espresse</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Scoprirlo può essere l&#8217;obiettivo di un percorso di terapia.</p>
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		<title>Affari Affetti Affanni: crisi personale e famiglia azienda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Dec 2015 10:17:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quali sono le implicazioni psicologiche di nascere e vivere in una famiglia azienda? Cosa succede quando si sperimenta un problema psicologico dentro un nucleo che lega<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><b>Quali sono le implicazioni psicologiche di nascere e vivere in una famiglia azienda?</b></h2>
<h3><b>Cosa succede quando si sperimenta un problema psicologico dentro un nucleo che lega il proprio nome ed il proprio benessere ad un negozio o ad un&#8217;impresa “di famiglia”?</b></h3>
<p>Ogni medaglia, si sa, ha due facce, e la stessa cosa vale ovviamente anche per la cosiddetta “famiglia-azienda”, cioè per quella famiglia che lega il proprio nome, o almeno la propria sussistenza ad un&#8217;attività commerciale o ad un&#8217;impresa nella quale genitori e figli, fratelli e cugini si trovano a condividere non solo lo spazio dell&#8217;intimità familiare, ma anche quello “pubblico” della sfera lavorativa.</p>
<p><b>Vista da fuori questa condizione rappresenta per molti una vera fortuna</b>, specie quando l&#8217;attività è florida: un posto di lavoro assicurato e l&#8217;inevitabile confidenza con il cuore dell&#8217;azienda vengono visti come privilegi preziosi da chi è esterno a situazioni di questo tipo.</p>
<p><b>Vista dall&#8217;interno, al contrario, la situazione non è sempre così rosea</b>, soprattutto a causa dei <b>labili confini tra sfera personale, familiare e pubblica</b> che si vive in queste famiglie, abituate a sovrapporre o identificare rapporti di parentela e di colleganza.</p>
<p><b>Difendere il proprio spazio personale diventa spesso più difficile</b>, sia per una difficoltà fisica a trovare spazi immuni dalla presenza e dall&#8217;influenza familiare sia per il <b>maggiore peso attribuito al giudizio ed alla critica</b>. L&#8217;appartenenza al gruppo viene infatti doppiamente cementata dal legame di sangue e da quello lavorativo, rendendo più incisivo e significativo il confronto con l&#8217;altro.</p>
<p><b>Per terapeuti e pazienti è essenziale tenere presenti gli aspetti peculiari di questi sistemi familiari quando viene portato un problema in terapia, pena l&#8217;incontrare resistenze e blocchi difficilmente arginabili.</b> Essere parte da sempre di un sistema funzionante secondo determinate regole può rendere difficile rendersi conto della loro influenza sulle scelte più quotidiane come su quelle esistenziali, interferendo con la possibilità di comprendere le ragioni del problema e, quindi,</p>
<p>Porre in evidenza questo legame è il primo passo essenziale, a partire dal quale può essere costruito delle possibili soluzioni.</p>
<p>La ricerca psicologica ha più volte evidenziato come per le persone appartenenti a famiglie di questo tipo sia più difficile affrontare le situazioni in cui i bisogni legati alla sfera affettiva andavano a scontrarsi con quelli della sfera lavorativa: <b>quando i tempi intimi vanno fuori sincronia con quelli aziendali</b> (cambiamenti di vita in momenti in cui l&#8217;azienda chiede continuità o trasformazioni lavorative ostacolate dalle esigenze familiari) <b>la tensione generata dal contrasto di bisogni può tradursi in una crisi personale o nei classici sintomi psicologici: ansia, depressione, somatizzazioni, ecc.</b></p>
<p>Porre in evidenza questo legame è il primo passo essenziale, a partire dal quale può essere costruito <span style="line-height: 1.5;">un percorso terapeutico che aiuti a costruire un nuovo equilibrio capace di considerare e, possibilmente, conciliare i due mondi della persona: storicamente intrecciati e interdipendenti.</span></p>
<p>Solo tenendo presente questa dimensione il problema può essere realmente compreso ed interpretato e la tensione risolta, arrivando a trovare un nuovo equilibrio ed un nuovo benessere.</p>
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		<title>Paura da esame, esame da paura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2016 10:17:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia da prestazione]]></category>
		<category><![CDATA[capire ansia]]></category>
		<category><![CDATA[esami]]></category>
		<category><![CDATA[panico]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
		<category><![CDATA[superare ansia]]></category>
		<category><![CDATA[tecniche di rilassamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giugno, si sa, è mese di esami, e per molti questo significa attraversare un periodo carico di un&#8217;ansia che rischia di compromettere gli sforzi fatti per<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/paura-da-esame/">Paura da esame, esame da paura</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Giugno, si sa, è mese di esami, e per molti questo significa attraversare un periodo carico di un&#8217;ansia che rischia di compromettere gli sforzi fatti per raggiungere i risultati sperati.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo tipo di ansia, generalmente chiamata ansia da prestazione, finisce infatti per creare un senso di blocco, un&#8217;incapacità a pensare che impediscono a chi la prova di dimostrare la propria competenza e le proprie conoscenze, anche quando la preparazione è stata svolta molto bene.</p>
<p align="JUSTIFY">Anzi, molto spesso, più un esame è importante e quindi la preparazione accurata, tanto più aumenta l&#8217;ansia e quindi il blocco.</p>
<p align="JUSTIFY">Come se non bastasse, in molti casi il semplice timore che l&#8217;ansia possa presentarsi diventa in automatico motivo di preoccupazione e quindi causa scatenante l&#8217;ansia temuta.</p>
<p align="JUSTIFY">Cosa fare? <b>È possibile trovare il modo per aggirare questo problema e riuscire a disinnescare questo circolo vizioso?</b></p>
<p align="JUSTIFY">Un primo aspetto che è importante tenere presente riguarda la natura stessa dell&#8217;ansia.</p>
<p align="JUSTIFY">A questo termine vorrei quindi per un attimo sostituire quello di <b>“tensione”</b>, spesso usato come semplice sinonimo, ma nettamente meno connotato in termini patologici.</p>
<p align="JUSTIFY">Parlare di tensione significa infatti parlare prima di tutto di una spinta interna, una propensione, appunto, che la nostra mente percepisce. Il termine tensione evoca immagini fisiche, meccaniche: un arco che si tende, un cavo che si tira, un muscolo che si mette al lavoro&#8230; queste immagini ricalcano efficacemente quello che succede (e che è bene che succeda) alla nostra mente prima di affrontare un esame: il pensiero ha bisogno di diventare più veloce, capace di muoversi con rapidità tra le diverse informazioni presenti, di stabilire nessi e rievocare informazioni nel minor tempo possibile: tutte prestazioni migliorate dal nostro stato&#8230; di tensione, appunto.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Entro un certo limite la nostra ansia è la nostra migliore arma per affrontare al meglio la prestazione che ci accingiamo ad affrontare.</b> Immaginiamo un atleta che si prepari a disputare una finale “molle”, senza energia. Per quanto possano apparire disinvolti e a proprio agio, i grandi campioni dello sport prima di una gara importante sono sempre estremamente concentrati e carichi, tesi, come confermano poi sempre nelle loro dichiarazioni e interviste: <b>nessuno, nemmeno i più bravi, possono dare il meglio se non provano quello stato di attivazione interna</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo significa che <b>nel momento in cui si inizia a percepire uno stato di tensione emotiva, invece che essere preoccupati per questo, si dovrebbe sentire semplicemente che la nostra mente si prepara a disputare l&#8217;incontro</b>, che scalda i motori, si dispone a permetterci di rendere al meglio. Ciò significa che <b>invece che contrastare questo stato o cercare di reprimerlo, si dovrebbe assecondarlo e riconoscerlo come utile</b>, tanto per cominciare.</p>
<p align="JUSTIFY">È vero tuttavia che questo stato emotivo risulta utile solo se contenuto entro un certo limite, quel limite entro cui la velocità del pensiero non diventa tale da risultare confusiva e causa di disorientamento. <b>Il problema non sarebbe quindi la presenza dell&#8217;ansia, ma il suo eccesso</b>: ciò che serve è dunque un impianto frenante, o un meccanismo di scarica della tensione “di troppo”.</p>
<p align="JUSTIFY">A questo proposito è bene tenere presente che la tensione non si smaltisce solo nel momento critico, ma è bene <b>addestrarsi a scaricarla in modo progressivo</b> o trovando momenti di rilassamento strutturati, o (soprattutto per chi conduce una vita sedentaria e poco attiva) aiutando la mente a scaricarsi compensando con esercizio fisico una tensione che altrimenti rimane solo mentale.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Mente e corpo infatti non possono essere separati in nessun caso, tanto meno quando si parla di tensione</b>: aiutare la mente a scaricarsi passando attraverso il corpo può essere un meccanismo molto utile, come sanno tutti coloro che sono soliti praticare sport “per scaricarsi”.</p>
<p align="JUSTIFY">Il solo esercizio fisico però spesso non è sufficiente: per questo motivo delle <b>tecniche specifiche di rilassamento possono essere di aiuto</b>, almeno nei momenti più impegnativi e stressanti. Yoga, training autogeno, meditazione, ecc. sono attività che, se praticate con costanza, possono dare un aiuto importante per gestire il carico emotivo e mentale.</p>
<p align="JUSTIFY">Proprio queste ultime attività, inoltre, possono essere di supporto <b>anche nel momento della prova</b>: sebbene naturalmente non ci si possa sdraiare su un tappetino nel corso di un esame, <b>l&#8217;allenamento a raggiungere uno stato mentale di distensione, o a praticare esercizi di respirazione distensiva può aiutare a sentire un senso di controllo e padronanza in qualunque momento</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">La psicologia dello sport in questo senso ha saputo sviluppare moltissime tecniche per “sostare nella tensione”, mantenendo la parte positiva, necessaria di attivazione psicofisica, senza combatterla, ma sfruttandola al meglio. Le stesse tecniche possono essere applicate con profitto anche nei momenti di prova mentale, come appunto un esame, una verifica, un&#8217;interrogazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Sottolineo nuovamente però che la cosa non è banalizzabile con un “respira e concentrati, vedrai che ti passa”: <b>anche per raggiungere questa capacità occorre preparazione ed allenamento</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Essere consapevoli di sé significa sapere che si è portati a vivere con particolare apprensione momenti in cui ci si sente giudicati e che le proprie paure possono compromettere la nostra efficienza.</p>
<p align="JUSTIFY">Prepararsi a questo significa avere il coraggio di guardare in faccia la nostra paura e permetterci di affrontarla.</p>
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		<title>Depressione: riconoscerla, capirla, affrontarla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 13:10:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[attacchi di panico]]></category>
		<category><![CDATA[cause depressione]]></category>
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		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
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		<category><![CDATA[sostegno psicologico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La depressione è stata definita il male del terzo millennio. Stime ufficiali del Ministero della Salute riferiscono che nel corso della vita ne soffre più di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/depressione-sintomi/">Depressione: riconoscerla, capirla, affrontarla</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">La depressione è stata definita il male del terzo millennio.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=164&amp;area=Disturbi_psichici">Stime ufficiali del Ministero della Salute</a> riferiscono che <b>nel corso della vita ne soffre più di una persona su 10</b> e che <b>già nell&#8217;infanzia e adolescenza circa il 3% della popolazione inizia a manifestare periodi più o meno lunghi di depressione</b>. Le stime italiane non si discostano molto da quelle di altri paesi occidentali e certamente non sono le più pessimiste tra quelle a nostra disposizione.</p>
<h2 align="JUSTIFY">Ma cos&#8217;è la depressione?</h2>
<p align="JUSTIFY">Come riconoscerla? E come distinguerla dall&#8217;inevitabile tristezza che può sorgere a chiunque nella vita a fronte di un momento difficile?</p>
<p align="JUSTIFY">Dentro la categoria “depressione” vengono oggi raccolte diverse forme di disturbo dell&#8217;umore caratterizzate da <b>momenti di tristezza, scoraggiamento, mancanza di vitalità, pianto frequente</b>, sintomi che possono avere riflessi anche sul piano fisico con <b>stanchezza, mancanza di energia, problemi a mangiare e dormire, senso di malessere generale</b>, talvolta anche con sintomi fisici veri e propri (cefalee, dolori, ecc.). I desideri di morte sono frequenti e purtroppo i tentati suicidi sono un&#8217;ipotesi che non può essere esclusa nelle forme più gravi, anche nei periodi di remissione.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo stato emotivo e fisico dura per diverso tempo, settimane o anche mesi, e <b>può rendere la persona incapace di portare avanti anche i normali compiti di accudimento di sé o delle persone care, nonché di svolgere le mansioni abituali</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Spesso la persona depressa finisce per chiudersi in casa: non per paura di uscire (come in alcune forme ansiose), ma proprio per il senso di tristezza e fatica, mancanza di interessi e forze per affrontare il mondo: ogni sforzo appare insostenibile.</p>
<p align="JUSTIFY">Una delle caratteristiche più peculiari e specifiche della depressione è però l&#8217;<b>impatto della depressione sulle relazioni intime e familiari</b>: mentre per altri problemi, come i disturbi alimentari o forme ansiose, la famiglia appare poco coinvolta quando non addirittura all&#8217;oscuro del problema (tranne quando questo diventa particolarmente grave), <b>le famiglia con una persona depressa sono quasi sempre coinvolte e toccate in qualche modo dal disturbo</b>. Talvolta infastiditi e insofferenti, altre volte vicini e comprensivi, spesso ambivalenti tra le due posizioni, i familiari di una persona depressa non possono evitare di prendere atto del problema, anche a causa delle ricadute pratiche sul menage familiare.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Per lungo tempo, tuttavia, la depressione non è stata considerata “roba da psicologi”, ma un problema medico-psichiatrico da trattarsi con farmaci</b> da assumere per periodi più o meno lunghi, a volte per tutta la vita (il parallelismo più frequente, chissà perché, veniva fatto con il diabete). Ancora oggi, sebbene sempre più pubblicazioni sconfessino l&#8217;interpretazione strettamente psichiatrica della depressione, questo tipo di disturbi vengono trattati con un approccio medico e farmacologico, anche a causa di una serie di fattori che favoriscono questo tipo di lettura: sintomi fisici, ciclicità o stagionalità delle crisi&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">In realtà <b>le evidenze cliniche dimostrerebbero che l&#8217;approccio farmacologico avrebbe trasformato la depressione più che risolverla</b>: se in passato le crisi depressive si caratterizzavano per essere episodi transitori che una volta conclusi non si ripresentavano più, <b>oggi sono più frequenti i quadri cronici, quelli cioè in cui ciclicamente si sperimentano periodi di depressione, talvolta alternati ad altri con umore diametralmente opposto, caratterizzato da euforia ed eccessiva energia ed entusiasmo, chiamate “fasi maniacali”</b> (i cosiddetti disturbi bipolari).</p>
<p align="JUSTIFY">Questa duplice trasformazione (cronicità e bipolarismo) sembrerebbe strettamente correlata proprio dal ricorso ad un approccio terapeutico farmacologico, dato che anche in altri paesi (come ad esempio i paesi in via di sviluppo) tale evoluzione sarebbe stata osservata parallelamente al cambiamento dal paradigma di cura da un approccio di supporto e sostegno psicologico ad uno farmacologico (<a href="http://www.psicologogallarate.com/indagine-effetti-psicofarmaci/">Whitaker</a>, 2013; Gotzsche, 2015).</p>
<p align="JUSTIFY">Certamente un ruolo determinante in questo passaggio va riconosciuto anche ad un presupposto culturale sempre più frequente: quello per cui <b>tutto ciò che può essere definito malessere debba essere necessariamente rimosso al più presto, anche quando questo sia qualcosa di assolutamente naturale e fisiologico</b>, come una reazione di tristezza e scoraggiamento a un evento doloroso, o u normale periodo di fatica.</p>
<p align="JUSTIFY">Come può aver apprezzato che ha visto il <a href="http://www.psicologogallarate.com/inside-out/">bellissimo film “Inside Out”</a>, <b>uno degli effetti più importanti della tristezza è proprio quello di attivare le persone intorno a noi a darci aiuto e sostegno</b> (proprio come abbiamo sopra descritto essere tipico della depressione): per certi versi la tristezza è la più relazionale delle emozioni, perché attiva vicinanza e maternage.</p>
<p align="JUSTIFY">Naturalmente questo in un contesto culturale che predilige l&#8217;autonomia e l&#8217;individualismo può essere percepito come fastidioso e patologico: questo porta a trattare la tristezza come un problema da risolvere al più presto&#8230; salvo poi determinare una cronicizzazione del problema!</p>
<p align="JUSTIFY">Fortunatamente da un po&#8217; di tempo a questa parte si sta assistendo ad un ritorno ad un approccio almeno integrato al trattamento delle forme depressive che, accanto ad un aiuto farmacologico, preveda un sostegno ed un trattamento psicologico: una scelta che però non può essere operata solo dai curanti, ma decisa in prima persona da chi vive il problema.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Il fatto che esiste una tristezza normale, non significa infatti che anche la depressione sia una condizione alla quale arrendersi o da prendere come inevitabile condizione dell&#8217;esistenza</b>: riuscire a capire cosa ci incastra e cosa ci rende impossibile superare il problema è un compito possibile e necessario per potersi lasciare alle spalle la crisi e tornare a star bene. Anche in questo caso ovviamente un intervento precoce può essere determinante per la riuscita del lavoro terapeutico, così come il coinvolgimento di persone vicine a chi soffre di depressione che possono diventare una parte attiva e una preziosa risorsa per l&#8217;uscita da questo tunnel.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/depressione-sintomi/">Depressione: riconoscerla, capirla, affrontarla</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>&#8220;Oddio che paura!&#8221;: viaggio nelle fobie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Oct 2016 13:13:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono quelli che hanno paura del sangue, e quelli che odiano ragni e insetti. Chi è terrorizzato dagli oggetti appuntiti e chi dagli uomini barbuti&#8230;<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono quelli che hanno paura del sangue, e quelli che odiano ragni e insetti.</p>
<p align="JUSTIFY">Chi è terrorizzato dagli oggetti appuntiti e chi dagli uomini barbuti&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">Il grande mondo delle cosiddette <strong>“fobie specifiche”</strong> è tanto vasto e, talvolta, originale, da sembrare davvero sterminato e inesauribile.</p>
<p align="JUSTIFY">Recentemente ho avuto modo di scoprire un divertentissimo cartone animato, Le avventure di Figaro Pho, che raccoglie 25 cortometraggi su altrettante fobie: una per ogni lettera dell&#8217;alfabeto.</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/Pk3pIQ1Xq5Y?list=PLC6qIbU1olyUixkcZP08mPk7WYdW-dAFH" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h3 align="JUSTIFY">Cosa sono queste fobie specifiche?</h3>
<p align="JUSTIFY">Vengono definite così <strong>tutte quelle forme di paura attivate da un particolare “oggetto”</strong> (termine con cui intendo cose, animali, persone, parti di persone o animali, categorie, ecc.), <strong>non per una reale pericolosità di tale oggetto, ma per un senso di orrore irrazionalmente attivato nella persona.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Proprio per questo motivo non possono essere generalmente considerate di questo gruppo in senso stretto la paura dei cani (quando di grossa taglia), di animali di grossa taglia come tori o cinghiali e del traffico, perché potenzialmente capaci di nuocere fisicamente alla persona. Quando tuttavia questa paura assume un carattere comunque irrazionale (Es. temere anche le raffigurazioni o non uscire di casa per paura di incontrarli) allora il discorso può essere ripreso in considerazione.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Non rientrano invece in questo gruppo l&#8217;agorafobia e la claustrofobia</strong>, con tutte le loro varie declinazioni: paura di entrare nei centri commerciali o in ascensore, paura di guidare in autostrada, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY">Il carattere irrazionale della paura <strong>può essere talvolta contrastato da spiegazioni razionalizzanti</strong>: una delle più tipiche è la paura “del ragno che fa le uova sotto la pelle” (leggenda metropolitana priva di qualsiasi fondamento).</p>
<p align="JUSTIFY">Proprio questa mancanza di una spiegazione logica per queste reazioni così diffuse rappresenta certamente una delle curiosità più diffuse.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Come mai alcune cose tendono a fare paura senza che possano essere realmente considerate pericolose?</h3>
<p align="JUSTIFY"><strong>Il comune denominatore di queste paure è il sentore che l&#8217;oggetto temuto possa in qualche modo contagiarci per iniezione, puntura o anche solo per contatto</strong>. Se per insetti e rettili la cosa può essere immediatamente evidente, la cosa può esserlo meno per forme di fobie come la gerontofobia (la paura delle persone anziane), o la pogonofobia (paura di persone con la barba), entrambe in qualche modo viste come portatrici di germi e batteri.</p>
<p align="JUSTIFY">La scelta di un determinato oggetto su cui concentrare la propria paura può dipendere da esperienze passate o dalla connotazione di qualcosa come sporco, impuro all&#8217;interno di una certa conversazione familiare. <strong>Il senso di minaccia in questi casi sarebbe particolarmente forte perché non controllabile né verificabile se non quando il contagio è già avvenuto</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo darebbe una sensazione di mancanza di controllo sulla situazione che accentua il senso di pericolo.</p>
<h3 align="JUSTIFY">La presenza di queste paure richiede sempre un trattamento psicologico?</h3>
<p align="JUSTIFY">Ovviamente no.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Questo tipo di intervento può essere opportuno solo quando la paura in questione per qualche motivo arriva a incidere significativamente sulla qualità di vita di una persona.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Bisogna aggiungere poi che non tutti i trattamenti sono effettivamente ugualmente efficaci nel cambiamento di questi problemi, che comunque in pochi casi possono sparire del tutto.</p>
<p align="JUSTIFY">Più frequenti sono gli interventi che permettono un miglioramento significativo della situazione ed una riduzione delle reazioni più forti e accese.</p>
<p align="JUSTIFY">Parlare di intervento precoce in questi casi diventa difficile perché spesso questi problemi sorgono in forma subdola sin dall&#8217;infanzia, diventando poi significativi solo in un secondo tempo, dato che le paure infantili sono spesso ritenute (a ragione) un problema transitorio che sparirà poi con il tempo.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo fa sì che l&#8217;intervento venga effettuato solo molto tempo dopo l&#8217;esordio, scelta che ovviamente spesso ha ripercussioni sull&#8217;esito finale dell&#8217;intervento.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche in questi casi, tuttavia, vale la pena di provare a darsi una possibilità di risoluzione.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Non c&#8217;è peggior paura, infatti, di quella che non vuole essere affrontata.</strong></p>
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		<title>Esistono casi incurabili?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Mar 2017 13:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
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		<category><![CDATA[problemi emotivi]]></category>
		<category><![CDATA[problemi familiari]]></category>
		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[scatti di rabbia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Esistono casi incurabili? È possibile che il mio problema non abbia soluzione?” Oggi prendo spunto da una domanda che moltissime volte mi è stata fatta da<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/esistono-casi-incurabili/">Esistono casi incurabili?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium" src="http://www.jungitalia.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/09/Risolvere-problemi-superare-370x246.jpg" alt="esistono casi incurabili" width="370" height="246" />“Esistono casi incurabili? È possibile che il mio problema non abbia soluzione?”</h3>
<p align="JUSTIFY">Oggi prendo spunto da una domanda che moltissime volte mi è stata fatta da pazienti nuovi e vecchi, spaventati dalla difficoltà di superare un problema che li attanaglia, o dalla ricomparsa di difficoltà che pensavano superate.</p>
<p align="JUSTIFY">Il quesito è tanto centrale quanto legittimo per chiunque, sia che affronti una psicoterapia, sia che cerchi di risolvere la questione in autonomia. Credo tuttavia che la risposta, altrettanto importante e legittima, non possa essere liquidata con una banalizzazione o semplificazione dei termini.</p>
<p align="JUSTIFY">Penso che il rischio maggiore in un caso come questo sia legato all&#8217;idea di “soluzione” o “cura” del problema: due termini che, profondamente diversi, vengono tuttavia spesso confusi o erroneamente presi come sinonimi.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La risposta alla domanda iniziale è molto diversa in base a ciò che intendiamo quando chiediamo una risoluzione del nostro problema emotivo, relazionale o affettivo.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Vediamo alcune declinazioni di questa idea:</p>
<h3 align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" src="http://portalemisteri.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2013/03/time_travel.jpg" alt="esistono casi incurabili" width="305" height="305" />1) “vorrei tornare come stavo prima che il problema si manifestasse”</h3>
<p align="JUSTIFY">Questa richiesta, se perseguita in senso letterale, è chiaramente impossibile, perché si basa su un principio non irrealistico: <strong>l&#8217;idea che si possa tornare indietro nel tempo senza che ciò che è accaduto lasci una traccia</strong>. Questo pensiero si ritrova più frequentemente di quanto si pensi anche in ambiti diversi dalla psicologia clinica in senso stretto, come la politica, l&#8217;economia o la medicina.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcuni anni fa un chirurgo plastico venne condannato a risarcire una paziente che si era sottoposta ad un intervento estetico con la promessa che “dopo l&#8217;intervento avrebbe avuto il seno di vent&#8217;anni prima”. Promessa chiaramente irrealizzabile, e quindi giustamente bollata come truffa.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cancellare la storia ovviamente non è possibile, oltre che dannoso perché ci impedisce di farne tesoro</strong>: ciò significa che la risposta alla domanda “esistono casi incurabili?” in questo caso dovrebbe essere “tutti i casi sono incurabili, per fortuna, perché non è possibile cancellare ciò che è stato”.</p>
<h3 align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" src="http://www.semprefesta.org/wp-content/uploads/2016/08/MAGIA2.jpg" alt="esistono casi incurabili" width="367" height="187" />2) “vorrei che il sintomo sparisse”</h3>
<p align="JUSTIFY">Poter chiedere che un sintomo specifico sparisca è una richiesta legittima e sensata che ha bisogno di essere declinata però all&#8217;interno del caso specifico.</p>
<p align="JUSTIFY">Nessun problema è uguale all&#8217;altro, questo è già stato detto molte volte, e ogni problema ha una sua storia. <strong>Quando un problema è presente da molto tempo nella vita di una persona e ne investe diversi ambiti, è difficile che questo sparisca del tutto</strong>. È più facile che si possa avere una riduzione nella frequenza o intensità dei sintomi, un miglioramento della qualità di vita.</p>
<p align="JUSTIFY">Se quindi intendiamo la questione in questi termini è possibile dire che certamente esistono situazioni in cui il problema non può essere debellato, <strong>ma ciò non significa che non possa invece essere portato entro un livello soddisfacente.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">A volte poi la risposta a questa domanda merita un&#8217;ulteriore specifica temporale: a volte un sintomo non può sparire<strong> in questo specifico momento</strong>, in questa fase della vita. Riuscire a portare la situazione ad un livello accettabile e aspettare che alcune condizioni esterne cambino può essere un&#8217;ottima soluzione.</p>
<h3 align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" title="" src="http://www.ilparacadutevicenza.it/wp-content/uploads/2014/06/filo.jpg" alt="" width="270" height="150" />3) “vorrei che qualcuno si curasse di me e del mio problema”</h3>
<p align="JUSTIFY">Quando ciò che viene chiesto è la possibilità di un ascolto e comprensione, chiaramente, <strong>non esistono situazioni che delle quali non è possibile prendersi cura</strong>, e sulle quali si possa in qualche modo arrivare a dare il proprio sostegno. Al contempo è pur vero che generalmente chiunque viva una situazione di crisi, difficilmente chiede solo ascolto, aspettandosi in qualche modo un miglioramento della situazione, attesa che ci riporta in qualche modo alla situazione precedente&#8230;</p>
<h3 align="JUSTIFY">Ma qual è allora la risposta alla domanda da cui siamo partiti?</h3>
<h3 align="JUSTIFY">Esistono casi incurabili, problemi irrisolvibili?</h3>
<p align="JUSTIFY">Credo che la risposta più onesta sia che <strong>ogni problema, così come ogni esperienza, una volta che appare nella nostra vita, entra in qualche modo a farne parte</strong>. Come e quanto questo accada può essere però oggetto di lavoro.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium" 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alt="esistono casi incurabili" width="259" height="194" />Ho sempre trovato estremamente affascinante l&#8217;inspiegabile fenomeno della “memoria dei violini”: la purezza della nota emessa da un violino non dipende solo dal musicista che lo suona in quel momento, ma anche da chi lo ha suonato in precedenza. Le vibrazioni impresse alle corde rimangono come una memoria appresa dalla materia, che tende a riprodurle spontaneamente (questo è il motivo per cui nessun concertista farebbe suonare un pregiato Stradivari ad un dilettante&#8230;).</p>
<p align="JUSTIFY">Lo stesso accade per noi umani: <strong>ogni nota suonata rimane impressa dentro di noi, con la possibilità non escludibile a priori che questa possa riemergere</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Riuscire a comporre una nuova melodia tra armonie e dissonanze è la sfida da affrontare.</p>
<p align="JUSTIFY">La risposta alla nostra domanda.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/esistono-casi-incurabili/">Esistono casi incurabili?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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