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	<title>come relazionarsi con figli adolescenti Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Aug 2024 08:07:55 +0000</lastBuildDate>
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		<title>5 strategie utili contro bullismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Feb 2015 14:56:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[educazione efficace]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[problemi dell'adolescenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bullismo: i genitori come possono aiutare i figli? In passato ho già scritto di bullismo sulle pagine di questo blog, tuttavia le sempre maggiori richieste di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/5-strategie-utili-per-aiutare-il-proprio-figlio-a-non-diventare-vittima-di-bullismo/">5 strategie utili contro bullismo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: justify;">Bullismo: i genitori come possono aiutare i figli?</h2>
<p style="text-align: justify;">In passato <a title="Il giorno della gazzella – una storia di bullismo" href="http://www.psicologogallarate.com/il-giorno-della-gazzella-una-storia-di-bullismo/">ho già scritto di bullismo sulle pagine di questo blog</a>, tuttavia le sempre maggiori richieste di aiuto che ho ricevuto da parte di diverse famiglie mi ha spinto a proporre ancora una riflessione ed alcune linee guida utili per prevenire il problema. Sempre più spesso, infatti, nel lavoro di psicologo scolastico capita di ricevere richieste di intervento in situazioni segnate da prepotenza e prevaricazione, sia tra le mura di scuola che al di fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi interventi, nel confronto con le famiglie delle vittime, ritorna con frequenza la domanda su cosa possa fare la famiglia per aiutare il ragazzo a fronteggiare atti di bullismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur essendo la questione articolata e complessa, con alcuni elementi che travalicano le possibilità di intervento dei genitori, è pur vero che ricerca psicologica è riuscita a mettere in luce alcuni stili educativi che aiutano a prevenire il problema, riducendo il rischio di diventare vittima di bullismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) lasciare il ragazzo libero di confrontarsi con i pari: </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una delle osservazioni su cui le diverse ricerche sono concordi nel riconoscere un importante fattore di protezione da atti di prepotenza è la possibilità per il bambino di aver vissuto esperienze di confronto diretto, libero ed autonomo con altri pari.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, quello che la ricerca ha rilevato, è che chi ha avuto modo di &#8220;vaccinarsi&#8221; da eventuali prepotenze, imparando a vivere le relazioni con i pari cavandosela da solo, riesce più facilmente a contrastare atti di prepotenza. Quando, al contrario, un bambino viene iperprotetto (spesso proprio per paura che viva frustrazioni e prepotenze), diventa meno capace di difendersi, perdendo le innate capacità di autodifesa relazionale, finendo per realizzare proprio quelle paure che tanto la famiglia cercava di evitare, come nella più classica delle profezie che si autoavverano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) favorire l&#8217;individuazione autonoma di strategie</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un secondo aspetto molto importante per prevenire situazioni di prevaricazione è legato all&#8217;abitudine del bambino a trovare in autonomia soluzioni ai problemi che affronta. Naturalmente autonomia non significa solitudine, ma valorizzazione delle risposte che il bambino spontaneamente trova, anche quando, come adulti, ce ne vengono in mente altre che ci paiono migliori.</p>
<p style="text-align: justify;">La possibilità, infatti, per il ragazzo di essere primo autore del proprio cambiamento diventa importante per una molteplicità di fattori: sentirsi competente e capace, abituarsi a pensare e a risolvere problemi, assumere un atteggiamento attivo e non dipendente di fronte ai problemi, permettergli di trovare soluzioni che sentirà come più in sintonia con se stesso, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Saper fare un passo indietro come adulti è inoltre molto importante anche per un importante fattore &#8220;ambientale&#8221;: non possiamo infatti trascurare che soluzioni buone ed efficaci nel mondo degli adulti, possono essere inadeguate o controproducenti in quello dei nostri figli, guidato da regole diverse. Ecco perché, pur animato dalle migliori intenzioni, il nostro intervento può risultare addirittura peggiorativo. Più che mai, invece, in questo ambito, vale il principio dello &#8220;sbaglia in fretta&#8221;: un errore fatto prima, ne eviterà uno fatto dopo, ma solo se avremo modo di confrontarci in prima persona con il fallimento e capire cosa lo abbia determinato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3) ascoltarlo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altra condizione molto importante che può aiutare i ragazzi a non divenire vittime di atti di bullismo è la presenza di un clima favorevole e disponibile, nel quale percepisce la possibilità di comunicare anche questioni spinose e difficili in tutta sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Frequentemente la principale difficoltà che gli adulti sperimentano nello svolgere il proprio compito di ascoltatori, è quella di riuscire a mantenersi in questo ruolo senza passare a quello interventista, anche solo dispensando suggerimenti, interpretazioni, incoraggiamenti o predicozzi. Tutti questi interventi, per quanto svolti a fin di bene e con le migliori intenzioni, sottraggono al ragazzo spazio di espressione e, quindi, di ragionamento ed intervento sul problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali interventi allora possono essere opportuni? Tutti quelli che invitano il ragazzo ad esprimere il proprio punto di vista, la propria esperienza, e le sue idee sul problema, aiutandolo a trovare le proprie soluzioni a partire proprio dai suoi vissuti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4) facilitare il riconoscimento delle proprie emozioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si è osservato come una delle condizioni più frequenti nelle vittime di atti di bullismo sia la cosiddetta &#8220;anestesia emotiva&#8221;: in pratica la persona risulta meno capace di sentire, riconoscere e comprendere le proprie emozioni. Sebbene una parte di tale meccanismo possa essere una conseguenza degli atti di prepotenza subiti, al contempo una maggiore competenza sul versante emotivo aiuta i ragazzi a reagire con maggiore tempestività, a comprendere con più efficacia i propri vissuti e trasmettere anche richieste di aiuto ed intervento a chi hanno attorno (adulti o compagni che siano).</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile aggiungere quindi i vantaggi che questa competenza offre a chi la possiede, ed il grande valore preventivo di situazioni di disagio. Ma come si può educare un ragazzo a questa &#8220;sensibilità emotiva&#8221;? Il metodo più immediato è aiutandolo a riflettere su come si senta, quali emozioni provi, magari non accontentandosi, alla domanda &#8220;come stai?&#8221; della risposta standard &#8220;normale&#8221;. Certamente quanto più saremo noi stessi abituati a parlare anche delle nostre emozioni e di come viviamo alcune situazioni, tanto più spianeremo la strada anche ai nostri figli in questo compito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5) fidarsi di lui</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Volontariamente ho tenuto in fondo quello che probabilmente è l&#8217;ingrediente più importante di uno stile educativo che aiuti il ragazzo a sviluppare la competenza personale necessaria ad affrontare atti di prepotenza: un atteggiamento di fiducia che faccia da collante e sottofondo alle precedenti condizioni di cui ho parlato.</p>
<p style="text-align: justify;">Credere nella sua possibilità di farcela da solo, di affrontare le situazioni in autonomia (che, ripeto, non significa solitudine, ma indipendenza, libertà anche di sbagliare) e superarle con efficacia anche senza il nostro intervento, è l&#8217;elemento fondamentale, quello che crea la premessa perché il ragazzo si senta capace, e si dia quindi la possibilità di affrontare la situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Permettere al ragazzo di crescere in un contesto con questi elementi non lo mette al riparo dalle prepotenze, è ovvio, ma gli offre la possibilità di sviluppare e consolidare quelle competenze relazionali innate che lo possono rendere capace di affrontare con efficacia il mondo che lo aspetta.</p>
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		<title>Figli che odiano i genitori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Apr 2016 12:25:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[alienazione genitoriale]]></category>
		<category><![CDATA[alienazione parentale]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[divorzio]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e fig]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
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		<category><![CDATA[separazione]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/alienazione-parentale/">Figli che odiano i genitori</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Si chiama “alienazione parentale” ed è una delle situazioni più drammatiche che possano verificarsi come “effetto collaterale” di una separazione: coma nasce? Come riconoscerla? Ma soprattutto: come si può intervenire?</h2>
<p>Vediamo una situazione prototipica:</p>
<p>Marco ha dodici anni ed ha sempre avuto un rapporto splendido con il padre. La cosa è cambiata drammaticamente da alcuni mesi, da quando cioè la crisi coniugale ha portato i genitori a separarsi.</p>
<p>Da quel momento il ragazzo ha iniziato a portare attacchi feroci al padre che fino a poco prima adorava, accusandolo perfino di cose che lui non ha mai fatto e finendo per desiderare di rompere del tutto i rapporti con lui fino a farsi togliere il cognome a favore di quello della madre.</p>
<p>Inutile chiedere ai due ex coniugi: da una parte il padre è fermo nel decretare la responsabilità materna nell&#8217;ostilità del ragazzo, cosa resa evidente dal fatto che “all&#8217;improvviso mio figlio ha iniziato a parlare esattamente come la mia ex moglie”, mentre dall&#8217;altra parte la madre ritiene che semplicemente oggi il figlio, uscito dalle illusioni infantili, abbia aperto gli occhi sul padre.</p>
<p>Il coro familiare intorno ripete la litania del proprio schieramento a favore dell&#8217;uno o dell&#8217;altro, aumentando ulteriormente l&#8217;asperità del conflitto, con ripercussioni evidenti sul processo di separazione e la possibilità di trovare una via consensuale alla risoluzione della questione.</p>
<p><strong>L&#8217;alienazione parentale consiste proprio in questo processo di rottura spesso insanabile del rapporto genitore-figlio a cui segue l&#8217;instaurazione di un clima ostile fino alla violenza verbale (più raramente anche fisica) da parte dei figli verso un genitore.</strong></p>
<p>La casistica sempre più frequente ha portato a una revisione di questo problema relazionale: inizialmente vista come una sindrome legata soltanto alla posizione del figlio rispetto al genitore, si è portati oggi a riconoscere l&#8217;aspetto più articolato e complesso del problema, nel quale l&#8217;antagonismo agito da parte del minore è solo la punta di un iceberg che coinvolge tutto il nucleo familiare: ex coniugi e famiglie estese comprese.</p>
<p>Il nuovo modo di vedere a questo problema, e quindi di intervenire su di esso, <strong>ha messo in luce proprio il ruolo giocato da tutti gli attori della scena familiare</strong>. Tanto il “genitore alleato” del minore, tanto quello “attaccato” (uso questa dicitura solo in senso indicativo, non assoluto), così come il clima familiare caratteristico del nucleo allargato, hanno un ruolo determinante nella costruzione del quadro complessivo che deve essere riconosciuto e preso in considerazione se si vuole comprendere e risolvere la situazione.</p>
<p>È bene dire che <strong>il fattore tempo gioca spesso un fattore determinante per la possibilità di risoluzione o miglioramento della situazione</strong>: tempestività e prevenzione rappresentano sicuramente un valore aggiunto per un problema che, al contrario, se trascurato, rischia di diventare irreversibile a causa delle molteplici implicazioni che determinano spesso un&#8217;escalation del conflitto ed una fossilizzazione delle posizioni.</p>
<p>La visione più articolata del processo fa anche sì che la sua risoluzione non possa più essere ascritta ad un soggetto solo, ma inserita in una cornice più ampia, che comprenda il nucleo familiare nel suo complesso.</p>
<p>Ovviamente l&#8217;indicazione più utile per chi ravvedesse una situazione di questo tipo all&#8217;interno del suo nucleo familiare è quella di <strong>contattare quanto prima uno specialista, rivolgendosi ad un consultorio o ad un terapeuta</strong> che possa aiutare a compiere una valutazione per procedere quanto prima ad un intervento che possa favorire la risoluzione del problema prima di un suo inasprimento.</p>
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		<title>Aiuto dottore, mio figlio non mi parla più!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2017 09:12:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[4 - Altro]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti familiari]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[problemi familiari]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia delle relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[rapporti in famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[terapia della famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi parliamo del rapporto tra genitori e figli, in particolare di quando un figlio sembra sottrarsi ad un genitore con cui fino a poco prima c&#8217;era<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/mio-figlio-non-mi-parla/">Aiuto dottore, mio figlio non mi parla più!</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Oggi parliamo del <strong>rapporto tra genitori e figli</strong>, in particolare di<strong> quando un figlio sembra sottrarsi ad un genitore con cui fino a poco prima c&#8217;era confidenza, e sembra non volerci più parlare</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mi riferisco a situazioni di litigio tra loro, o a <a href="http://www.psicologogallarate.com/alienazione-parentale/">crisi seguenti a separazioni o simili</a>, ma proprio a quei casi in cui, senza una ragione apparente, un figlio non parla più in casa con uno o entrambi i genitori.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono rari i casi di madri e padri che chiedono aiuto per i “silenzi a tavola”, gli sguardi sfuggenti, la sensazione che stia succedendo qualcosa per cui il figlio (o la figlia) sembra sfuggirgli.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione diventa spesso fonte di grande angoscia e turbamento per due tipi di pensieri che iniziano ad aleggiare in testa <strong>“avrà qualcosa da nascondere”</strong> e <strong>“sarò arrabbiato per qualcosa che ho fatto&#8230; ma dove ho sbagliato?”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessun genitore, ovviamente, può accettare l&#8217;idea di non essere un buon genitore, qualsiasi cosa ciò significhi nella sua testa.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Esiste un&#8217;idea molto diffusa per cui “il buon genitore è il primo confidente del figlio”, che in questi casi diventa allarmante, ma&#8230; è davvero così?</h3>
<p style="text-align: justify;">Decisamente no! E per capire il perché può essere sufficiente rovesciare le parti, ricordando quando “noi genitori” calzavamo la parte dei figli: avremmo visto di buon grado il fatto di parlare sempre di una cosa prima con i nostri genitori? Erano sempre loro i migliori interlocutori che avremmo desiderato?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, qualcuno può aver avuto il desiderio di una maggiore vicinanza con un padre o una madre sfuggente, ma certamente per moltissime questioni il confronto con dei pari o l&#8217;autonomia decisionale diventava l&#8217;opzione preferita.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Il binomio autonomia-dipendenza non è necessariamente un bisogno relegato alla sola adolescenza, sebbene questa tematica diventi certamente più fondamentale con la crescita di un figlio.</h3>
<p style="text-align: justify;">In termini assoluti si può anzi dire che <strong>la progressiva costruzione di una distanza tra familiari di generazioni diverse sia una necessità</strong>: prima o poi il giovane dovrà fare a meno del più vecchio e, per quanto questo passaggio possa essere desiderato più lontano possibile, la sua preparazione progressiva è certamente il modo migliore per affrontarlo.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Ma come posso regolarmi se mio figlio non mi parla? Cosa è bene che faccia?</h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che è importante mantenere è la “certezza di presenza ma impossibilità di sostituzione”</strong>: cioè che l&#8217;altro sappia che noi, in caso di necessità, ci siamo ma che la nostra presenza non sostituirà mai il ruolo che lui è bene che abbia nella sua vita e nelle sue scelte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo naturalmente, quando si parla di figli minorenni, può e deve accompagnarsi anche ad un controllo più diretto</strong> (es. controllare i contatti del figlio e i suoi social network, monitorare le spese effettuate, verificare le presenze a scuola, ecc.), modalità che nelle età successive diventa accettabile solo in caso di sospetto pericolo per l&#8217;incolumità dell&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">La definizione di questo spazio privato del figlio può essere negoziata, e diventare occasione di confronto: esplicitare cosa vogliamo/dobbiamo sapere e in che modo concordiamo di comunicarci le cose rappresenta un&#8217;ottima occasione di evoluzione della relazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo dimenticare che <strong>riconoscere all&#8217;altro degli spazi “lontani dai nostri occhi” esprime una grande attestazione di fiducia e stima nell&#8217;altro e nel rapporto costruito</strong>: solo un secondino (o un custode&#8230;) ha bisogno di assicurarsi sempre che il prigioniero (o il custodito) non tenti di scappare.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutti gli altri casi il rapporto non può funzionare così, ma basandosi su una reciproca fiducia: discorso valido tra genitori e figli, tra partner, colleghi o qualsiasi tipo di rapporto autentico della nostra vita.</p>
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		<title>Sai cosa pensa tuo figlio di te?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2017 11:05:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[genitori single]]></category>
		<category><![CDATA[problemi dell'adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[rapporti in famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vi piacerebbe entrare nella testa di vostro figlio e sapere cosa pensa di voi? Siete sicuri di sapere come vi vede? Sono sicuri che per molti<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 align="JUSTIFY">Vi piacerebbe entrare nella testa di vostro figlio e sapere cosa pensa di voi?</h3>
<h3 align="JUSTIFY">Siete sicuri di sapere come vi vede?</h3>
<p align="JUSTIFY">Sono sicuri che per molti questo interrogativo rappresenta una curiosità pungente, o almeno stuzzicante: generalmente siamo abbastanza convinti di trasmettere un&#8217;immagine chiara di noi, grossomodo coincidente con quella che noi stessi abbiamo.</p>
<p align="JUSTIFY">Le cose però non sono sempre esattamente così. Per la verità non lo sono quasi mai.</p>
<p align="JUSTIFY">Un facile esempio può aiutarci a capire meglio: <strong>provate a ricordare come vedevate voi i vostri genitori quando avevate 15 anni.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Ve lo ricordate?</p>
<p align="JUSTIFY">Vi ricordate quali erano le cose che, ai vostri occhi, erano più importanti per loro?</p>
<p align="JUSTIFY">Bene. Da genitori, oggi, quanto vi sentite aderenti a quella idea che avevate e quanto ne siete diversi?</p>
<h3 align="JUSTIFY">Vi sorprenderebbe sapere che, di fatto, i vostri figli hanno verso di voi la stessa distorsione che avevate voi con i vostri genitori?</h3>
<p align="JUSTIFY">Un sondaggio di cui ho trovato i risultati in rete offrono uno spaccato interessante rispetto a questa curiosa “distorsione intergenerazionale reciproca”, se vogliamo usare un parolone.</p>
<p align="JUSTIFY">Purtroppo non sono riuscito a trovare la fonte dei dati (se qualcuno riesce a segnalarmela, gliene sarei grato), ma i risultati sono decisamente interessanti e chiari.</p>
<p align="JUSTIFY">In pratica è stato chiesto a degli adolescenti quali siano le cose più importanti per i loro genitori e per più loro stessi e, specularmente, ai genitori è stato chiesto quali siano le cose a cui pensano di più i loro figli, e quelle a cui loro stessi sentono invece di dare maggiore importanza.</p>
<p align="JUSTIFY">I risultati hanno dato un responso interessante, perché mette molto bene in evidenza la totale differenza nel modo in cui ci si percepisce e si è percepiti dall&#8217;altro.</p>
<p align="JUSTIFY">Iniziamo intanto dai risultati su “il cervello degli adulti” (le percentuali superano il 100% perché, evidentemente, era possibile dare più di una risposta):</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2017/09/cervello-adulti.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-647 alignright" src="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2017/09/cervello-adulti-300x230.jpg" alt="adolescenti" width="515" height="395" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Come forse molti convengono, il pensiero che maggiormente occupa le preoccupazioni dei genitori è dato (almeno secondo il sondaggio) dai figli. Molto distaccati e a parimerito, arrivano lavoro e famiglia, e ancora più giù si trovano hobby, amici e un irrisorio 5% di persone che pensa al riposo.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo sguardo dei figli tuttavia non percepisce questa visione. <span style="font-size: 14pt;">Al primo posto, secondo l&#8217;adolescente medio, gli adulti mettono il lavoro, seguito a pari merito dalle preoccupazioni per la salute e dalle lamentele varie, a cui seguono le preoccupazioni familiari, quelle economiche ed un bisogno di controllo.</span></p>
<h3 align="JUSTIFY">Troppo spietati?</h3>
<h3 align="JUSTIFY">Aspettate di passare dall&#8217;altra parte di questo strano “esperimento”&#8230;</h3>
<p align="JUSTIFY">i risultati relativi allo sguardo sugli adolescenti non sono infatti meno interessanti.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2017/09/cervello-adolescenti.jpg"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-648" src="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2017/09/cervello-adolescenti-300x224.jpg" alt="adolescenti" width="457" height="341" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Secondo gli adulti, infatti, più della metà dei pensieri dei figli sono relativi a videogiochi, un terzo ai social, e fette più piccole sono per le regole familiari e le amicizie virtuali. Briciole vanno ai genitori e allo studio.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Se gli adolescenti stessi non mettono al primo posto la scuola, è pur vero che sul resto la visione è profondamente diversa: videogiochi e tecnologia rappresentano infatti una fetta più ridotta di quella percepita dagli adulti, e sostanzialmente uguale a quella attribuita alle amicizie e la musica. Completa il quadro un più generico “problemi”.</p>
<p align="JUSTIFY">Come ho detto, non conosco la fonte dei dati, né il modo in cui sono stati effettivamente raccolti, o il campione di riferimento, ma la cosa non perde, a mio giudizio, il suo fascino e il suo valore.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Al di là del fatto che i dati sopra riportati siano validi o meno, aggiornati o meno, ciò che mi pare importante è l&#8217;occasione che offrono per riflettere su come l&#8217;immagine che noi abbiamo in mente di noi stessi, e quella che trasmettiamo a chi ci è vicino possono essere molto diverse tra loro.</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY">Tali differenze possono poi tradursi in <strong>difficoltà di comprensione reciproca</strong> in un momento di confronto più impegnativo, perché creano cornici diverse per lo stesso messaggio: io lo dico in un senso, tu lo intendi in un altro.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcune utili domande potrebbero quindi essere:</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Cosa faccio io per far capire quello che è importante per me?</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Cosa faccio io per rimandare l&#8217;idea che l&#8217;altro erroneamente si è fatto?</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Cosa posso fare per cambiare l&#8217;idea sbagliata che l&#8217;altro si è fatto?</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY">Tre semplici quesiti che possono aiutare a cambiare i punti di vista.</p>
<p align="JUSTIFY">Il nostro e quello delle persone a cui vogliamo bene.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/cosa-pensa-figlio/">Sai cosa pensa tuo figlio di te?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Responsabili di responsabilizzare: quali adulti stiamo crescendo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Mar 2018 09:16:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[rapporti in famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recentemente è comparsa sui giornali la notizia (vera) che due genitori sono stati accusati di abbandono di minore per aver lasciato da solo (in casa e<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/responsabili-di-responsabilizzare-quali-adulti-stiamo-crescendo/">Responsabili di responsabilizzare: quali adulti stiamo crescendo?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Recentemente è comparsa sui giornali la notizia (vera) che <a href="http://torino.repubblica.it/cronaca/2018/03/23/news/a_11_anni_resta_in_casa_da_solo_per_20_minuti_i_genitori_a_processo_per_abbandono_di_minore-192008036/">due genitori sono stati accusati di abbandono di minore</a> per aver lasciato da solo (in casa e munito di telefono cellulare) per 20 minuti un ragazzino di 11 anni.</h3>
<p>Poco tempo fa aveva fatto molto clamore <a href="http://genova.repubblica.it/cronaca/2017/10/12/news/obbligo_di_ritirare_i_figli_a_scuola_e_caos_alle_medie-178099810/">un fatto simile</a>, quando una scuola era stata condannata per non aver lasciato uscire da solo un ragazzo di 14 anni dopo la fine delle lezioni, evento che aveva costretto tutte le scuole medie italiane a diramare una circolare per comunicare che, da quel giorno, qualunque ragazzo avrebbe dovuto essere ritirato a scuola da un familiare.</p>
<p>Interventi di questo tipo sollevano una seria domanda: che tipo di ragazzi stiamo crescendo? Che idea abbiamo dei tanti dibattuti “adolescenti” di oggi?</p>
<h3>Detto in altre parole: noi adulti come ci assumiamo la responsabilità di responsabilizzare i ragazzi?</h3>
<p>La questione è di vitale importanza non solo per il nostro futuro, ma anche per il nostro presente.</p>
<p>Non occorre andare a ricordare che in altri luoghi o in altre epoche, diverse dal mondo “occidentale” attuale ragazzi e ragazze di 11 anni (o perfino prima) lavorano, viaggiano, conducono una casa, si occupano dei fratelli&#8230;</p>
<p><strong>Certamente il diritto all&#8217;infanzia va considerato un concetto prezioso e da difendere</strong>, per evitare abusi e orrori su bambini, ai quali è doveroso permettere di essere tali, <strong>tuttavia l&#8217;essere adultizzato non è l&#8217;unico pericolo che un individuo può correre.</strong></p>
<h3><strong>L&#8217;infantilizzazione è un rischio altrettanto grave, se non peggiore, perché impedisce ad una persona di attrezzarsi degli strumenti necessari per affrontare la vita con autonomia</strong>.</h3>
<p>Se un bambino adultizzato potrà rimpiangere l&#8217;infanzia perduta, ma potrà comunque (se adeguatamente protetto e tutelato) sopravvivere con efficacia nel proprio mondo, e magari anche riprendersi un po&#8217; di ciò che ha perso, un ragazzo “bamboccio”, un individuo che non è mai stato costretto ad affrontare seriamente una propria responsabilità, correrà seriamente il rischio di rimanere in disabile sociale, una persona incapace di affrontare le sfide più importanti della vita.</p>
<h3>L&#8217;eccesso di protezione rende deboli. Più proteggiamo, più indeboliamo.</h3>
<p>Questo vale sia fisicamente (se faccio vivere in un ambiente sterile, non permetterò al corpo di sviluppare anticorpi) che psicologicamente e socialmente (se non permetto ad un ragazzo di affrontare frustrazioni e responsabilità, non potrà mai costruirsi una solidità e sicurezza personale).</p>
<p>Se, fortunatamente, gli episodi più macroscopici (come quelli citati in apertura) riguardano un numero di situazioni contenuto, la tendenza ad iperproteggere è un fatto acclarato e diffuso.</p>
<p>Mediamente quale riteniamo che sia “l&#8217;età giusta” perché un bambino/ragazzo possa restare a casa da solo?</p>
<p>E per tornare da solo da scuola?</p>
<p>E per badare ad un fratellino?</p>
<p>&#8230;e voi da quale età lo facevate?</p>
<p>Capisco che il discorso non possa essere semplificato o banalizzato (“sono cambiati i tempi”, si dice), ma una domanda va presa in considerazione.</p>
<p><strong>Riteniamo che queste “esperienze di responsabilità” siano state utili o dannose? Perché riproporle o toglierle ai nostri figli significa fornire o rimuovere qualcosa che può essere necessario per loro come lo è stato per noi.</strong></p>
<p>Questo blog non è certo la sede per discutere di scelte legislative o giuridiche, né la mia intenzione è quella di fare discorsi sociologici.</p>
<p>Da un punto di vista psicologico però questo tema tocca molto da vicino il contesto in cui opero, perché tocca adulti e ragazzi, famiglie e scuole, e interpella tutti: genitori e non.</p>
<p>Si dice (ed è vero) che un adolescente di oggi sia molto più esposto ad un mondo di notizie, informazioni e contenuti di quanto non accadesse nel passato, che in qualche modo siano chiamati ad essere “più adulti”, più maturo.</p>
<h3>Come possiamo permettergli di realizzare questa maturità, se li solleviamo dal peso della minima responsabilità?</h3>
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