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	<title>figli adolescenti Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
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		<title>Musica per la mente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2015 08:14:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quali sono i benefici della musica sulla nostra mente? Come suonare uno strumento può potenziare le nostre capacità mentali? Ascoltare musica fa bene, è una cosa<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>
Quali sono i benefici della musica sulla nostra mente?</h2>
<h3>Come suonare uno strumento può potenziare le nostre capacità mentali?</h3>
<p>Ascoltare musica fa bene, è una cosa risaputa.</p>
<p>Dalla musica classica in gravidanza, all&#8217;heavy metal per distendere i nervi, sono moltissimi gli esempi dei benefici dell&#8217;effetto della musica sulla mente e perfino sul sistema nervoso, come ha magnificamente illustrato il recentemente scomparso <strong>Oliver Sacks nel suo libro “Musicofilia”</strong>, edito da Adelphi.</p>
<p>Meno noti sono invece i benefici della musica suonata, cioè dal fatto di impegnarsi attivamente a suonare uno strumento o nel canto.</p>
<p>Sono numerose le ricerche che hanno rilevato gli<strong> effetti benefici che si otterrebbero dal fare musica in tutte le fasi di vita</strong>, tanto che sono sempre maggiori gli ambiti in cui la musicoterapia viene inserita nei programmi terapeutici riconosciuti.</p>
<p>Sulla scia di queste osservazioni, riconoscendo il <strong>valore preventivo e di potenziamento che la musica può avere per la persona sin dalle prime fasi di vita</strong>, da alcuni anni si stanno trovando modi per favorire l&#8217;approccio alla musica sin dall&#8217;età prescolare, trovando modalità che permettano anche a bambini piccoli di muovere i primi passi tra note e ritmo.</p>
<p>Musicisti, evidentemente, non ci si improvvisa e come per tutte le cose un approccio precoce è di grande aiuto per prendere confidenza con ritmi e sonorità e porre le basi per poter apprendere più facilmente un linguaggio profondamente radicato nell&#8217;essere umano stesso, e poter sfruttare i benefici di questa attività soprattutto a scopo preventivo e di potenziamento della mente e del carattere personale.</p>
<p><strong>Ma quali sarebbero le aree su cui si riscontrano tali effetti positivi?</strong></p>
<p>Volendo sintetizzare potremmo identificarne sostanzialmente tre: area cognitiva, emotiva e sociale.</p>
<p><strong>Dal punto di vista delle capacità mentali</strong> fare musica rappresenta sicuramente <strong>una delle forme di “ginnastica” più complessa per la mente, perché richiede di attivare e coordinare diverse funzioni molto importanti: lettura, coordinazione oculo-motoria, capacità di ascolto, capacità ritmica, capacità di modulazione ecc.</strong></p>
<p>I riflessi dell&#8217;allenamento di queste competenza sono molteplici anche in aree molto diverse da quella artistica: tanto per fare un esempio, si è notato che il potenziamento della capacità di ascolto, oltre che essere molto utile a migliorare la capacità attentiva, faciliterebbe anche il riconoscimento acustico,<strong> favorendo ad esempio l&#8217;apprendimento delle lingue straniere</strong>.</p>
<p>Chi suona, inoltre, si trova subito a confrontarsi con la scansione ritmica, il tempo, la partizione di un brano in parti o la ripetizione di strofe e ritornelli, tutti concetti idealmente vicini al mondo matematico.</p>
<p>Cosa dire poi della parte motoria della musica e della<strong> necessità di coordinamento fine e finissimo</strong> (provare a suonare una batteria seriamente per credere&#8230;), <strong>dell&#8217;affinamento della sensibilità motoria</strong>&#8230;? Il tutto allenato tramite un&#8217;attività decisamente più piacevole di altri compiti più sedentari e “scolastici”.</p>
<p>Le ricadute di tali benefici si rileverebbero sul versante scolastico, nel quale si è osservata una <strong>correlazione positiva tra pratica musicale e rendimento</strong> anche in bambini a cui erano stati diagnosticati disturbi specifici dell&#8217;apprendimento o problematiche di attenzione e concentrazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sul versante emotivo</strong> i benefici del far musica potrebbero<br />
essere talmente evidenti da non richiedere approfondimenti: da sempre è noto il valore catartico, liberatorio che ha l&#8217;espressione artistica in senso lato e la musica in particolare. La <strong>capacità di attivazione emotiva della musica</strong> è nota a tutti e già sfruttata in termini di fruizione dal cinema come dalla pubblicità, ecc.. Lo stesso discorso vale, con un valore ovviamente ancora maggiore, per quanto riguarda la realizzazione di musica da parte della persona che può canalizzare nell&#8217;espressione musicale (anche naif) emozioni e sentimenti anche complessi, ottenendo un effetto immediato.</p>
<p><strong>Suonare o cantare per scaricare stress, tensione, rabbia ma anche per esprimere gioia e felicità è una prassi nota e diffusa in tutto il mondo.</strong></p>
<p>Notevoli i <strong>benefici anche in termini di autostima ed immagine personale</strong>, per l&#8217;effetto benefico nel vedersi competenti ed efficaci in un&#8217;attività valorizzata e bella, appagante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal punto di vista sociale, oltre agli effetti indiretti dei benefici sopra descritti, diventa particolarmente importante la musica per il suo <strong>valore aggrgativo e di mediatore sociale</strong>, nonché di occasione di creazione di gruppo affiatato attraverso l&#8217;obiettivo comune del produrre musica. Più eloquente di mille parole  a confessione che il celebre bassista <strong>Saturnino Celani</strong> rivela in apertura nella sua autobiografia<strong> &#8220;Testa di basso&#8221;</strong> (Salani Editore): <strong>&#8220;ho iniziato a suonare rock con l&#8217;idea di rimorchiare. Infatti si cuccava tantissimo&#8221;.</strong></p>
<p>Il gruppo musicale, o il coro, diventano degli importanti <strong>mediatori di socializzazione, offrendo protezione a persone con difficoltà come ansia sociale o insicurezza personale</strong>. L&#8217;inserimento in gruppi di questo tipo <strong>permette di affrontare la propria paura in un contesto sicuro, esporsi senza sentirsi soli, e cimentarsi con un pubblico senza per questo sentirsi vulnerabili o persi</strong>.</p>
<p><strong>Sintonizzarsi e sincronizzarsi con gli altri costringe le persone ad allenare la propria intelligenza sociale</strong>, cioè quell&#8217;insieme di competenze che favoriscono l&#8217;inserirsi della persona in un contesto di altre persone. Questo, chiaramente, non avrà molto a che fare con il talento musicale o con la creatività artistica, quanto con la<strong> capacità di “andare insieme”, inserirsi in un gruppo e diventarne parte attiva</strong>, tutte competenze molto importanti nei contesti interpersonali e che incidono notevolmente sulla propria capacità di lavorare in gruppo in modo efficace.</p>
<p>Pensare a quanti benefici possa dare un&#8217;attività tanto bella ed essenziale come la musica rende ancora più consapevoli di come essa rappresenti una componente stessa dell&#8217;essere umano, una dimensione intrinseca della nostra mente e del nostro pensiero.</p>
<p>Perché l&#8217;arte, si sa, è molto più che espressione.</p>
<p>È pensiero, gesto, azione, vita.</p>
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		<title>Obesità: oltre il peso, c&#8217;è di più&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2015 19:43:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 10 ottobre si è celebrata la giornata mondiale per l&#8217;obesità, una manifestazione indetta per promuovere una riflessione ed una sensibilizzazione su uno dei problemi in<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 10 ottobre si è celebrata la <strong>giornata mondiale per l&#8217;obesità</strong>, una manifestazione indetta per promuovere una riflessione ed una sensibilizzazione su uno dei problemi in maggiore espansione in tutto il cosiddetto “primo mondo”.</p>
<p>Quello dei disturbi alimentari è un campo di osservazione ormai da decenni al centro di una particolare attenzione non solo clinica, ma anche sociale, data la <strong>stretta interrelazione riscontrata tra cultura occidentale e diffusione dei disturbi alimentari</strong>, siano questi di forma anoressica, bulimica, o altro. Molti paesi che non hanno mai avuto alcun precedente clinico per questo tipo di problemi psicologici, hanno cominciato ad incontrarli nel momento in cui è iniziato un processo di occidentalizzazione della cultura e dello stile di vita.</p>
<p>Per quanto riguarda il nostro paese l&#8217;allarme che con sempre maggiore attenzione viene sollevato riguarda in particolare il <strong>problema dell&#8217;obesità, soprattutto quella infantile</strong>, non solo per l&#8217;aspetto di problematica immediata che questo comporta, ma anche per le significative ricadute a lungo termine del problema, sia dal punto di vista fisico che psicologico.</p>
<p>Il trattamento di questi disturbi è stato ormai da anni affidato ad un approccio integrato, che prevede la collaborazione di più figure ad un progetto terapeutico multiforme che passi regolarmente da un doppio canale medico e psicologico, al fine di occuparsi di entrambe le componenti implicate nel problema. Molto frequente è poi il ricorso all&#8217;intervento chirurgico (ovviamente in età post-adolescenziale), che amplia ulteriormente il campo di figure implicate nella cura.</p>
<p><strong>Da un punto di vista psichico l&#8217;obesità appare un problema particolarmente articolato per le molteplici sfaccettature che assume</strong>. Se certamente una componente fondamentale è quella che precede il problema, parlo delle problematiche che il soggetto affronta con il ricorso incontrollato al cibo, dall&#8217;altra l&#8217;<strong>essere obesi determina una tale incidenza sulla vita quotidiana e sull&#8217;immagine sociale della persona da diventare una condizione fondamentale del suo essere, una nota identitaria fortissima</strong>. Il modo in cui la persona vive il suo modo di essere nella società, di vivere i rapporti amicali, sentimentali, lavorativi, ecc. passa molto spesso dall&#8217;essere “l&#8217;obeso”.</p>
<p>Questa dimensione è talmente radicata nell&#8217;identità personale che non sono infrequenti i casi di persone che, dopo aver ottenuto l&#8217;agognato dimagrimento, magari tramite interventi chirurgici e dolorosi iter di cura, <strong>vivono dei veri e propri sconvolgimenti personali, faticando a riconoscere il se stesso attuale con quello precedente</strong>, rifiutando parti importanti della propria vita precedente.</p>
<p>Naturalmente non tutte le situazioni possono essere ascritte a questa casistica, ma con sempre maggiore insistenza emerge come <strong>il fulcro del problema obesità non stia in un fattore fisiologico ma psicologico</strong> e come nella lunga durata dei risultati ottenuti la presenza di un intervento psicologico abbia un impatto estremamente elevato.</p>
<p>Spesso tale percorso può prevedere interventi rivolti anche alla coppia o alla famiglia, non solo per il cambiamento richiesto dal nuovo stile di vita della persona all&#8217;interno di questi nuclei (un esempio classico riguarda le modalità con cui iene vissuta e gestita la dieta prescritta in famiglia), ma anche per la trasformazione dell&#8217;immagine e dei ruoli familiari rispetto al problema.</p>
<p>Sebbene da una parte <strong>i risultati raggiunti nell&#8217;efficacia del trattamento siano incoraggianti</strong>, dall&#8217;altra i numeri sempre in aumento di persone coinvolte nel problema segnalano la <strong>necessità di una promozione di una maggiore cultura e sensibilità sui problemi connessi con la sfera alimentare in ottica preventiva</strong>: una questione che ha a che fare non solo con ragioni psicologiche, ma anche ecologiche ed economico sociali.</p>
<p>Una sfida che riguarda tutti.</p>
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		<title>Essere padre oggi: La nuova frontiera dei papà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Feb 2016 14:02:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[coppia moderna]]></category>
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		<category><![CDATA[famiglia e lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[psicologia della famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra pochi giorni sarà la festa del papà, una figura sulla quale si sta portando sempre più attenzione all&#8217;interno del mondo psicologico, anche per l&#8217;importante rivoluzione<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Tra pochi giorni sarà la festa del papà, una figura sulla quale si sta portando sempre più attenzione all&#8217;interno del mondo psicologico, anche per l&#8217;importante rivoluzione culturale e familiare degli ultimi decenni.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Cosa significa essere padre oggi? Come viene vissuta la paternità in questi anni?</h3>
<p align="JUSTIFY">Se la figura della madre che lavora è già stata sdoganata da diversi anni, quella del <strong>padre che si occupa dei figli è una novità che solo da pochissimi anni ha iniziato a prendere piede</strong>, favorita inizialmente anche dalla crisi economica che ha rivoluzionato le abitudini di molte famiglie, rendendo necessaria una riorganizzazione dei compiti e ruoli, portando molti padri ad essere forzatamente a casa con i propri figli, e rendendo più comune e diffusa l&#8217;immagine del papà accudente.</p>
<p align="JUSTIFY">Se però fino a 4-5 anni fa il padre che si dedicava anche ai figli piccoli era spesso ricollegato solo alla situazione di perdita del lavoro, <strong>oggi si sta diffondendo con sempre maggiore convinzione e consapevolezza l&#8217;immagine del papà che segue passo passo la crescita dei propri bambini sin dalle prime fasi di vita</strong> (addirittura dalla sala parto, secondo la prassi sempre più comune di renderlo spettatore della nascita del bambino, del taglio del cordone, ecc.).</p>
<p align="JUSTIFY">Nei gruppi per padri che sempre più frequentemente sono chiamato a fare in tanti centri e scuole (fino al 2010 gruppi di questo tipo andavano deserti anche nei rarissimi casi in cui venivano organizzati, oggi si affollano di richieste di repliche) emerge come costante condivisa <strong>il desiderio consapevole di vicinanza ai propri figli, volendo spendere con loro più tempo possibile e godendosi la loro crescita</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Particolarmente esplicativi sono i casi (ovviamente non frequentissimi, ma presenti) di quei padri che hanno figli già adolescenti e che per varie ragioni si ritrovano oggi ad avere dopo molto tempo un bambino, riconfrontandosi con le prime fasi di vita a molti anni di distanza.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Quello che viene rimandato da questi uomini è che sentono che “oggi è più normale, più comune che un papà stia vicino ai figli, giocare con loro anche quando sono piccoli. Prima sarebbe stato strano, ma oggi non fa più tanto effetto”.</h4>
<p align="JUSTIFY">“I miei figli maggiori non mi riconoscono” raccontava divertito un papà con due figli adolescenti di un primo matrimonio e un bambino di due anni avuto dalla nuova compagna, “un po&#8217; mi prendono in giro, dicendomi che sembro rimbambito a giocare con il piccolo, ma secondo me sono solo gelosi che con loro non facevo così. Sembra strano dirlo, ma&#8230; ai loro tempi non si usava tanto come adesso”.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Essere padre oggi, secondo questo modello, non significa essere, come ha scritto qualcuno, un “mammo”, o un “papà peluche”, ma trovare un nuovo modo di essere padre per il proprio figlio.</h4>
<p align="JUSTIFY">In un momento storico in cui la discussione sociale e politica sulla genitorialità e cosa sia necessario perché una coppia possa essere o meno adatta ad allevare un figlio, diventa importantissimo chiarire in cosa consista questa rivoluzione già avvenuta.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Oggi più che mai i ruoli familiari sono stati riorganizzati, rivisti, stravolti e i copioni di ruolo hanno subito cambiamenti radicali, passando dall&#8217;essere definiti a priori, ad una continua riorganizzazione all&#8217;interno della conversazione familiare stessa. Ai coniugi di oggi viene richiesto un livello di dialogo e confronto, un gioco di squadra e un&#8217;alternanza di ruoli e funzioni più dinamica ed elastica che in passato.</h4>
<p align="JUSTIFY">Le funzioni possono essere scambiate ed integrate, rendendo accudimento ed emancipazione, sostegno ed autonomizzazione due facce di una stessa medaglia costruita insieme dai genitori.</p>
<p align="JUSTIFY">La vera scommessa della genitorialità, la possibilità che un ruolo paterno o materno sia credibile ed efficace, non si gioca quindi solo nel rapporto a due tra un genitore e il figlio, ma <strong>contempla sempre necessariamente entrambi i coniugi nel loro reciproco rapporto tra loro e con il figlio.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">È questo equilibrio perennemente dinamico che permette di trovare la strada giusta, che non è scritta in nessuna ricetta preconfezionata, ma costruita quotidianamente insieme.</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/JCQVnSOFqfM" width="420" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Tredici ragioni per vedere Tredici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 May 2017 22:29:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel mare magno delle serie televisive, da qualche settimana un titolo si sta facendo largo guadagnando sempre più attenzioni di pubblico e critica: si tratta di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/tredici-ragioni-per-vedere-tredici/">Tredici ragioni per vedere Tredici</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt;">Nel mare magno delle serie televisive, da qualche settimana un titolo si sta facendo largo guadagnando sempre più attenzioni di pubblico e critica: si tratta di<strong> “Tredici”</strong>, o se si preferisce il titolo per esteso “Tredici ragioni per” (Thirteen reasons why).</span></h4>
<p style="text-align: justify;">La serie, prodotta e trasmessa da Netflix, narra le vicende che hanno portato al suicidio della diciassettenne Hannah Baker, che racconta la propria storia attraverso delle audio cassette su cui ha inciso le proprie&#8230; tredici ragioni che l&#8217;hanno portata ad uccidersi.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La serie è finita al centro di un ciclone di commenti</strong>: alcuni entusiastici, altri critici, ciascuno con la propria schiera di motivazioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Data la mia passione per le serie Tv e l&#8217;argomento specifico, ho deciso di guardarla con un doppio interesse: da spettatore e da psicologo che da anni lavora proprio a contatto con questi temi. <span style="font-size: 14pt;">Ho deciso quindi di condividere con voi alcune motivazioni per cui penso che valga la pena di essere vista, e mi è sembrato giusto (e forse non particolarmente originale) individuarne&#8230; Tredici!</span></p>
<p align="JUSTIFY">Un&#8217;ultima premessa: essendo l&#8217;articolo nelle mie intenzioni un invito alla visione <strong>non contiene anticipazioni (o spoiler, se preferite)</strong> oltre a quelle già scritte sopra, quindi, leggete tranquillamente senza il timore di rovinarvi la sorpresa&#8230;</p>
<ol>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Le serie Tv non sono più solo intrattenimento.</b></h4>
<p align="JUSTIFY"><strong>Se siete tra coloro che pensano ancora che “le serie tv sono solo telefilm un po&#8217; più lunghi”, è ora di aprire gli occhi</strong>. Sempre più serie stanno raggiungendo livelli di raffinatezza e ricercatezza stilistica degne di produzioni cinematografiche di primo livello, e Tredici è certamente uno dei prodotti meglio riusciti.</p>
<p align="JUSTIFY">Se nello sterminato panorama di titoli che affollano schermi e canali certamente molte proposte hanno scarso valore di approfondimento, altre hanno saputo sfruttare al meglio la specificità offerta da questo prodotto narrativo: unendo la fruibilità del video all&#8217;approfondimento di un racconto non condensabile in due ore. Tredici da questo punto di vista rappresenta certamente una serie che nasce con lo specifico obiettivo di far discutere, provocare un dibattito (vedi anche il punto 13), e riesce a farlo molto bene, introducendo molti temi e spunti sui quali interrogarsi.</p>
</li>
</ol>
<ol start="2">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>è una bella serie.</b></h4>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Un altro aspetto non clinico ma “televisivo” che mi permetto di rilevare rispetto a Tredici è l&#8217;ottimo impatto che la serie ha sullo spettatore</span>, catturando rapidamente l&#8217;attenzione e spingendo a divorare le puntate una dietro l&#8217;altra (e in questo, il fatto che su Netflix la visione sia on demand e non vincolata ad un palinsesto, spinge francamente alla bulimia televisiva). Il racconto è accattivante, mischiando efficacemente suspense e sviluppo della storia, da una parte spingendo a proseguire nella visione, dall&#8217;altra lasciando tempi per la riflessione su quanto visto.<span style="font-size: 14pt;"><b> </b>Sebbene Tredici non possa essere considerato un Thriller, spesso il sentimento generato nello spettatore è di quel tipo</span>.</p>
</li>
</ol>
<ol start="3">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Non è troppo lunga.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Chi conosce il mondo delle serie TV sa che talvolta gli autori si fanno prendere la mano con racconti-fiume che finiscono per perdersi e diluire il racconto in modo non sempre efficace. <span style="font-size: 14pt;">In Tredici invece i tempi individuati rappresentano a mio giudizio una buona sintesi per dire molto, dare diversi spunti, senza trascinare lo spettatore in un viaggio infinito.<b> </b></span>Questo può essere opportuno anche per chi desideri proporre una visione di questo tipo ad un gruppo di ragazzi, una classe, ecc.</p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>è autoconclusiva.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Virtù rara nel mondo filmografico attuale, in cui perfino al cinema è difficile trovare un film che non si incastri in prequel, sequel e tri/quadri/pentalogie varie&#8230; <span style="font-size: 14pt;">in questa storia ciò che viene aperto viene anche chiuso</span>. Il fatto che si vociferi su una possibile seconda stagione (comunque ancora tutta da confermare e costruire) non toglie il fatto che, volendo, chi lo desiderasse potrebbe benissimo fermarsi al tredicesimo episodio.</p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>è rispettosa dei temi che tratta: non eccede né concede.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Cominciamo ad entrare più nel vivo della questione: i temi trattati. Certamente gli autori di Tredici hanno deciso di confrontarsi con argomenti scottanti, rispetto ai quali il rischio di spettacolarizzazione o al contrario di eccessiva edulcorazione è frequente. In questo caso si può dire che il punto di equilibrio trovato sembra essere efficace e riuscito. <span style="font-size: 14pt;">Realismo e rispetto sono dosati sapientemente senza cedere né al voyeurismo né alla banalizzazione del dolore dei soggetti raccontati.<b> </b>Non mancano scene forti, è vero, al contempo va detto che, rispetto a quello che è il panorama medio attuale queste non spiccano certo né per frequenza, né per morbosità, e risultano strettamente connesse ad uno sviluppo narrativo intenso.</span></p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>è realistica. </b></h4>
<p align="JUSTIFY"><b></b>Sebbene ogni rappresentazione preveda sempre di una certa quota di semplificazione, il racconto fatto in Tredici sembra cogliere in modo abbastanza riuscito la complessità degli eventi e dei protagonisti, così come le sfaccettature diverse di ogni personaggio.</p>
<p align="JUSTIFY">Tredici non è Twin Peaks, sebbene alcuni abbiano accostato le due serie, accomunate dall&#8217;idea del male che si può nascondere dietro l&#8217;apparente normalità. In questa serie tuttavia l&#8217;intento degli autori non è intricare un mistero, ma dipanarlo, spiegarlo, entrare in un dramma per comprenderlo e mostrare le ragioni dall&#8217;interno.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Le tinte del racconto sono forti, drammatiche, ma nulla è frutto di fantasia o lasciato vago</strong>: anche gli episodi più drammatici, come la pianificazione del suicidio o gli eventi più dolorosi, non rappresentano un artificio narrativo forzoso, ma una realtà assolutamente possibile, come purtroppo racconta la cronaca recente e passata. <span style="font-size: 14pt;">Proprio il realismo di alcune scene, soprattutto quelle relative al suicidio mostrato esplicitamente nell&#8217;ultima puntata, hanno fruttato aspre critiche ai produttori (sebbene, a ben vedere, la stessa critica dovrebbe essere rivolta a molte altre serie che esibiscono violenza in modo molto più insensato e gratuito di questa&#8230;). Certamente alcune immagini sono forti, incisive: <strong>il mio consiglio è di non proporre la visione di questa serie a ragazzi di età inferiore ai 15-16 anni, e anche in questo caso, accompagnarla alla presenza di un adulto ed alla possibilità di un confronto aperto su ciò che viene mostrato</strong>.</span></p>
</li>
</ol>
<ol start="7">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di giovani e social network. </b></h4>
<p align="JUSTIFY">Dire che il mondo giovanile di oggi è totalmente diverso da come poteva essere 10 anni fa è talmente banale da risultare lapalissiano. La diffusione dei social network e smartphone nella popolazione sono un dato che ha inciso in modo determinante nella vita delle famiglie, dei rapporti tra le persone e tra le generazioni. Questo cambiamento non ha riguardato solo gli adolescenti, ovviamente, che però incarnano certamente una situazione assolutamente peculiare per il modo in cui questi strumenti sono entrati nella loro quotidianità.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Il rischio maggiore, per chi adolescente non è, è quello di vedere questo rapporto in modo improprio, non comprendendo il senso ed il ruolo che questa “realtà parallela” rappresenta nel mondo di un “nativo digitale”</strong>. Chiunque abbia pensato “invece che starsene sul cellulare, che esca con gli amici”, o “avrà finito di buttare via il tempo in quel maledetto telefono”, può aver modo di fare un piccolo viaggio nel mondo di un nativo digitale per scoprire una realtà del tutto estranea a chi è estraneo a questo mondo.</span></p>
</li>
</ol>
<ol start="8">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di adolescenti&#8230; e di adulti</b>.</h4>
<p align="JUSTIFY">Sebbene la serie sia stata definita un “teen drama”, l&#8217;adolescenza è soltanto una delle componenti in gioco nella storia. <span style="font-size: 14pt;">A differenza di altri film che fotografano solo questa fascia di età, con gli adulti che giocano il ruolo di conviventi indifferenti,<strong> in questa storia gli adulti sono protagonisti tanto quanto i ragazzi.</strong></span> Genitori, insegnanti e psicologo (sì, ce n&#8217;è anche per noi&#8230;) partecipano a quanto accade e vengono messi al centro della questione: osservare la loro evoluzione (o la loro immobilità) rappresenta a mio giudizio uno spunto interessante per chi volesse vedere la serie da questo punto di vista. <strong>Come adulti, in quale posizione di porremmo? In che modo affronteremmo una situazione simile?</strong></p>
</li>
</ol>
<ol start="9">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di famiglie. </b></h4>
<p align="JUSTIFY">Uno degli aspetti più interessanti trattati da Tredici a mio giudizio è offerto l&#8217;approfondimento dei rapporti familiari. Bisogna ammettere che, volendo analizzare con cura questo tema, verrebbe da fare un&#8217;inquietante riflessione: tra i casi presentati, il rapporto familiare più riuscito sembra essere quello della famiglia della ragazza suicida, forse l&#8217;unica ad avere una relazione aperta e schietta con i genitori. Forse questo rappresenta effettivamente una pecca della sceneggiatura: è davvero possibile che una ragazza con rapporti familiari così positivi commetta un atto del genere, programmandolo, senza cercare aiuto dai genitori?</p>
<p align="JUSTIFY">Questa considerazione non inficia comunque l&#8217;apprezzamento per un&#8217;analisi non banale dei rapporti familiari nelle molteplici forme che questi possono prendere, soprattutto di fronte alla difficile sfida del passaggio dei figli all&#8217;età adulta. <span style="font-size: 14pt;">La sfida che queste famiglie incarnano è ovviamente quella legata alla comparsa di esigenze nuove, da relazioni che diventano necessariamente più complesse e quindi a maggior rischio di conflittualità, e dalla necessità di ridefinire i legami nella nuova fase di vita.</span></p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di autolesionismo e suicidio.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">I temi certamente più scottanti della serie, che è stata anche attaccata da alcuni critici per il modo in cui questo verrebbe trattato e proposto come forma di vendetta, con timori di emulazione annessi. La critica può essere tutt&#8217;altro che infondata, se è vero che un effetto simile venne creato dall&#8217;uscita del libro “I dolori del giovane Werther”, in conseguenza del quale si registrò un aumento dei suicidi giovanili su base emulativa. Il fenomeno ebbe una rilevanza tale che da allora viene chiamato “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_Werther">Effetto Werther</a>” proprio l&#8217;influsso che film e libri possono avere sui comportamenti sociali.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Il tema tuttavia merita certamente di essere approfondito e dibattuto: l&#8217;autolesionismo (che non significa necessariamente tentato suicidio, ma che spesso vi è correlato almeno come fattore di rischio) è un comportamento attuato in modo sempre più frequente anche tra i giovanissimi.<strong> Credo che mettere in guardia genitori e adulti sulle forme di manifestazione del disagio sia un compito importante</strong>. Nel lavoro con scuole e famiglie ho incontrato la tendenza a nascondere o banalizzare forme di autolesionismo anche solo minacciato ma non realizzato come “modo per attirare l&#8217;attenzione”. Il rischio è concreto.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Se è vero che l&#8217;<strong>autolesionismo risulta oggi una forma di espressione del disagio molto più culturalmente accessibile che in passato, al contempo non sempre sono chiari</strong> (anche a chi lo pratica) <strong>i pericoli connessi con questi comportamenti</strong>, non solo perché “un graffio può andare male e finire in tragedia”, ma perché provoca una progressiva disinibizione verso condotte a rischio. Si rendono alcuni comportamenti sempre più possibili. Rendere gli adulti consapevoli di questo appare come un fattore di protezione importante.</p>
</li>
</ol>
<ol start="11">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di identità di genere. </b></h4>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">A molti potrà sembrare strano, ma <strong>esiste la possibilità di parlare di una sessualità diversa senza tratteggiarla automaticamente come un problema</strong>.</span> Nel nostro paese parlare di modelli familiari e orientamenti sessuali diversi da quelli tradizionali significa ancora andare a toccare un tema scottante per molti, ma la realtà attuale prevede forme di legame sempre più variegate e differenti, la maggior parte delle quali funzionali.</p>
<p align="JUSTIFY">In questo, rispetto al panorama italiano, una serie come Tredici (ma non è l&#8217;unica a proporre il tema con questo taglio) rappresenta certamente un&#8217;avanguardia. L&#8217;aspetto interessante è che questo argomento viene tematizzato senza essere posto al centro della questione: ciò offre la possibilità di discuterne (anche evidenziando oggettive difficoltà che può incontrare chi vive forme di relazione non tradizionali) senza per questo stigmatizzare il discorso e offrendo un&#8217;occasione di riflessione.</p>
</li>
</ol>
<ol start="12">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di violenza e responsabilità.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Uno dei problemi quando si parla di temi come il bullismo o la violenza sociale, è che i casi a cui ci si riferisce sono sempre inevitabilmente estremi: aggressioni, omicidi, pestaggi, ecc. Un aspetto importante, invece, messo in luce dalla serie è quello che, citando forse in modo un po&#8217; azzardato, ma non improprio, Annah Arendt, potremmo definire <strong>“la banalità del male”</strong>: cioè quel male, <strong>quella violenza che viene messa in atto senza rendersene conto, minimizzandola, rendendola ordinaria, aggirando le proprie responsabilità.</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Nello svolgimento delle puntate, soprattutto nelle prime puntate, sono poche le azioni esplicitamente violente che incontriamo, <strong>mentre la maggior parte dei casi rientrano in una serie di “piccole cattiverie sottovalutate” nelle quali in fondo è facile riconoscersi</strong>, che non sembrano così straordinarie, le cui ripercussioni possono tuttavia essere enormi.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Ciò che la serie mette in luce, e bene, è che, come recita il vecchio motto: “se non sei parte della soluzione, sei parte del problema”, e il problema è proprio sentirsi responsabili di ciò che facciamo o verso ciò a cui assistiamo. Come già scritto, la serie è stata accusata di incitare al suicidio: un&#8217;accusa che trovo francamente ingiusta.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Lo spettatore non viene spinto a riflettere sull&#8217;opportunità del suicidio, ma sulla necessità di prendere una posizione attiva di fronte al male a cui si assiste</strong>: tredici persone avrebbero potuto fare la differenza, sarebbe bastato che uno solo di loro agisse diversamente per dare un finale diverso alla storia. Questa a me pare una sollecitazione importantissima, soprattutto in un&#8217;epoca in cui la quota di odio espressa contro gli altri raggiunge vette preoccupanti. Recuperare il senso di opporsi a questo atteggiamento per restituire un senso di vicinanza e solidarietà umana diventa una lezione necessaria per giovani e adulti.</span></p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Tredici. Oltre i perché&#8230;</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Un particolare che a molti è sfuggito, ma che ho trovato molto interessante è che, contemporaneamente alla serie “Tredici”, <strong>sia stato pubblicato un documentario dedicato ai temi sollevati</strong> realizzato dai produttori della serie, con considerazioni degli autori, registi, interpreti e psicologi e chiamato “Tredici – Oltre i perché”. Il fatto stesso che sia stato ritenuto opportuno un accompagnamento alla visione, o un approfondimento specifico per la serie, dimostra come l&#8217;idea stessa dei produttori fosse quella di offrire qualcosa che di più di un semplice intrattenimento, proponendo anche stimoli e riflessioni per approfondire in modo critico e non banale quanto messo in scena.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Personalmente ritengo che il commento realizzato dai registi e gli interpreti offra un&#8217;importante e specialissima occasione per riprendere i temi più forti e scioccanti della serie esorcizzando in parte l&#8217;impatto delle scene più crude e sentendosi coinvolti nella riflessione attraverso le voci e i volti che ci hanno accompagnato nel corso della storia, facilitando il confronto anche per chi teme magari di non trovare le parole per affrontare domande o dubbi nati dalla visione.</span></p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">Come si sarà inteso, ritengo che Tredici rappresenti sia una serie che meriti di essere vista e ragionata, per mostrare la possibilità di cambiare le cose a partire dalle scelte di ogni giorno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/tredici-ragioni-per-vedere-tredici/">Tredici ragioni per vedere Tredici</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Blue Whale: la balena che fa paura a tutti</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/blue-whale-la-balena-che-fa-paura-a-tutti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 May 2017 12:08:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[autolesionismo]]></category>
		<category><![CDATA[blue whale]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia clinica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non so voi, ma personalmente fino a pochi giorni fa io ignoravo cosa fosse il Blue Whale. Precisamente fino a quando su internet circolò la notizia<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/blue-whale-la-balena-che-fa-paura-a-tutti/">Blue Whale: la balena che fa paura a tutti</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Non so voi, ma personalmente fino a pochi giorni fa io ignoravo cosa fosse il Blue Whale.</h2>
<p align="JUSTIFY">Precisamente fino a quando su internet circolò la notizia dell&#8217;arresto in Russia dell&#8217;inventore del “gioco online che istiga gli adolescenti al suicidio”. Inutile dire che la notizia ha tutte le carte in regola per far saltare sulla sedia chiunque abbia un figlio adolescente (e non solo), motivo per cui si è registrata in questi ultimi giorni un&#8217;impennata mediatica rispetto a questi temi e questo “gioco” in particolare.</p>
<p align="JUSTIFY">(scusate le virgolette ripetute ma, ritenendo il gioco un&#8217;attività essenziale allo sviluppo ed importante per la vita, la ritengo sostanzialmente inconciliabile con l&#8217;idea stessa del suicidio)</p>
<p align="JUSTIFY">Dopo che alcuni genitori mi hanno chiesto ragguagli in merito (costringendomi per la verità a documentarmi in prima persona sulla questione), ho pensato che potesse essere utile cercare di portare chiarezza su un argomento serio e delicato, ma che proprio per questo merita di essere trattato con rispetto e non con toni scandalistici.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Quali sono le notizie reali?</h3>
<p align="JUSTIFY">Partiamo dai dati di fatto.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">L&#8217;autolesionismo in adolescenza è un problema che da diversi anni a questa parte ha visto aumentare non solo la sua frequenza, ma anche la precocità nell&#8217;esordio.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Purtroppo i dati che abbiamo rilevano come sia <strong>sempre più diffuso il ricorso a varie modalità autolesive (soprattutto graffi e tagli) anche tra pre-adolescenti</strong> (i primi episodi possono comparire anche attorno ai 10 anni). Da sempre questo tipo di condotta avviene prevalentemente tra le ragazze, sebbene alcuni osservatori rilevino un aumento anche tra i ragazzi.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Altro dato importante è la correlazione tra autolesionismo e social network:</strong> è sempre più diffusa la prassi di condividere immagini di graffi e tagli via chat con amici o contatti, con l&#8217;obiettivo di muovere una richiesta di aiuto, o suscitare una reazione nell&#8217;altro.</p>
<p align="JUSTIFY">Se frequentemente tali immagini possono essere anche solo riprese da internet e non relative a se stessi, rappresentano comunque un segnale molto significativo e da prendere in seria considerazione, anche per l&#8217;effetto imitativo che possono generare. Personalmente ritengo sempre importante non banalizzare segnali di questo tipo ed affrontare direttamente il discorso con il ragazzo o ragazza che li manda.</p>
<p align="JUSTIFY">Liquidare un messaggio con contenuto autolesivo come “ragazzata” o “esibizione per attirare l&#8217;attenzione” rischia di far perdere un&#8217;importante occasione per rivelare un disagio o una crisi personale.</p>
<h3>Esiste un autolesionismo “per gioco”?</h3>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">La risposta richiede un approfondimento: in adolescenza esistono (sono sempre esistite) delle prove da superare, delle prove di coraggio, delle sfide “ai limiti” che possono anche portare a sfidare una paura, correre un rischio grosso. L&#8217;assunzione di sostanze, la guida imprudente, giochi e sfide adrenaliniche non sono certo una scoperta odierna: dai riti di iniziazione dei giovani nelle tribù, fino alle gare automobilistiche di “Gioventù Bruciata” sono migliaia gli esempi di tali prove e del valore che queste possono aver assunto nel tempo e nella società.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>L&#8217;aspetto chiave di queste prove, tuttavia, è il “riuscire a farcela”</strong>, dimostrare di essere più forti della sfida, del dolore, della paura. Non restare vittima, sopravvivere.</p>
<p align="JUSTIFY">Ora, può capitare a volte purtroppo che “il gioco vada male”, che qualcosa non vada nel verso giusto e la situazione volga al peggio, ma è importante comprendere che la spinta che muove ad affrontare queste sfide non è il desiderio di morire, ma al contrario il “riuscire a vivere”.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">L&#8217;autolesionismo “vero” non è mai per gioco: è sempre e solo un segnale di sofferenza, a volte un tentativo di lenire l&#8217;angoscia.</span></p>
<h3 align="JUSTIFY">Come riconoscere l&#8217;autolesionismo “vero” da una “prova di coraggio”?</h3>
<p align="JUSTIFY">Il singolo episodio non è sempre facilmente distinguibile, se non cercado di riconoscere alcuni fattori contestuali importanti.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>La solitudine è una delle principali differenze tra questi due tipi di comportamento</strong>: nessuno ostenta il proprio dolore, al massimo può condividerlo con una strettissima cerchia di persone dalle quali spera di ricevere aiuto, o che spera che possano dimostrargli la loro vicinanza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>L&#8217;altro aspetto importante è la ricorsività, la frequenza</strong>.</span> Purtroppo una sofferenza che porti ad un gesto come un taglio, o una condotta a rischio non sparisce facilmente e prima o poi il ragazzo o la ragazza lo rifarà. <span style="font-size: 14pt;">Occorre avere uno sguardo attento e “duraturo”, capace di cogliere anche quello che non viene detto immediatamente.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Se capita di vedere ripetutamente graffi, tagli, bruciature o simili su braccia, gambe o pancia, o se ripetutamente si presentano situazioni in cui un ragazzo o una ragazza si mettono in evidente condizione di rischio, occorre non sottovalutare il problema, e pensare di affrontare il discorso magari chiedendo un aiuto.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Ma allora cos&#8217;è questo Blue Whale? Dobbiamo preoccuparci?</h3>
<p align="JUSTIFY">Chi conosce meglio questo Blue Whale, lo descrive come una specie di sfida circolante online, piuttosto diffusa in alcuni paesi ma quasi sconosciuta in altri, che prevede anche alcune “prove di coraggio” autolesionistiche. Purtroppo in questo caso, come in molti altri, aver dato visibilità mediatica a questo messaggio ha contribuito solo a renderlo un fenomeno, e quindi a diffonderlo.</p>
<p align="JUSTIFY">Tuttavia dobbiamo essere chiari: <span style="font-size: 14pt;"><strong>nessun “gioco” può fare il lavaggio del cervello ad un ragazzo</strong>, spingendolo a fare qualcosa che altrimenti non farebbe.</span></p>
<p align="JUSTIFY">E fortunatamente nella stragrande maggioranza dei casi la risposta a provocazioni come questa è un rifiuto auto-tutelante. Ciò non significa che invece, chi già viva sentimenti di tristezza e scoraggiamento, isolamento e solitudine, possa essere spinto dalla propria sofferenza dentro scelte pericolose, tra le quali possiamo certamente considerare anche un “gioco” come Blue Whale.</p>
<p align="JUSTIFY">Se spesso l&#8217;influenza dei pari viene vista come un fattore di rischio, al contrario penso che <span style="font-size: 14pt;"><strong>la presenza di amici che possano segnalare condizioni di rischio</strong> e mettere in allarme gli adulti rappresenta un <strong>importante fattore protettivo</strong></span>. Chi prova sentimenti depressivi più facilmente cerca l&#8217;aiuto di un coetaneo, dal quale è più facile che si senta capito, e che può quindi raccogliere per primo i segnali di allarme ed aiutarci a vedere ciò che ci è nascosto.</p>
<p align="JUSTIFY">Far venire a galla la balena.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/blue-whale-la-balena-che-fa-paura-a-tutti/">Blue Whale: la balena che fa paura a tutti</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Mangia o sparo! &#8211; I capricci a tavola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Sep 2017 12:01:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[4 - Altro]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[anoressia]]></category>
		<category><![CDATA[bulimia]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi alimentari]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia dell'alimentazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Generalmente non scrivo, né mi occupo particolarmente di tematiche a sfondo pedagogico, ritenendole territorio proprio di altri professionisti (i pedagogisti, appunto), più interessati e competenti di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/mangia-o-sparo-i-capricci-a-tavola/">Mangia o sparo! &#8211; I capricci a tavola</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium" src="https://blog.benessereviaggi.it/wp-content/uploads/2013/06/alimentazione-2.jpg" alt="capricci a tavola" width="500" height="282" />Generalmente non scrivo, né mi occupo particolarmente di tematiche a sfondo pedagogico, ritenendole territorio proprio di altri professionisti (i pedagogisti, appunto), più interessati e competenti di me sull&#8217;argomento.</p>
<p align="JUSTIFY">Un recente episodio mi ha portato però a condurre una riflessione che mi pare pertinente e, spero, interessante anche per questo blog.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo è l&#8217;antefatto.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcuni giorni fa, mentre mi trovavo a pranzare in un ristorante, assisto alla scena di un bambino di circa 5 anni alle prese con un piatto di pasta che, evidentemente, non aveva nessuna intenzione di terminare. Delle due signore al tavolo con lui, una (la madre) cercava di imporsi perché il bambino finisse tutto quello che aveva nel piatto, l&#8217;altra (una zia, mi è parso di capire) giustificava il bambino, dicendo che evidentemente ciò che aveva mangiato prima era sufficiente, e che “non bisogna insistere a far mangiare i bambini, perché poi diventano anoressici” (testuali parole), con la mamma che chiude la questione sbuffando .</p>
<p align="JUSTIFY">Ecco.</p>
<p align="JUSTIFY">Rispetto ad una situazione così (che forse può apparire sufficientemente comune da poter somigliare ad altri episodi capitati anche ad altri), ho pensato che fosse opportuno condividere qualche riflessione.</p>
<p align="JUSTIFY">Iniziamo da una premessa: non conosco nulla della storia di questo nucleo che ho osservato, non so nemmeno se la “zia” in questione fosse una zia reale, un&#8217;amica, una conoscente occasionale o altro, non so se la scena abbia avuto un seguito o se si sia chiusa lì, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY"><img decoding="async" class="alignright " src="http://www.picard.it/wp-content/uploads/2016/01/shutterstock_277915646-870x450.jpg" alt="capricci a tavola" width="462" height="239" />Ciò che posso dire è che certamente <strong>un tipo di intervento fatto in questo modo rappresenta quanto di più deleterio possa essere fatto sia per la mamma che per il bambino in questione.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Siamo forse all&#8217;“ABC” della pedagogia ma, <span style="font-size: 18pt;">anche quando si ha un messaggio intelligente da dare</span>,<span style="font-size: 18pt;"> è bene ricordare che nessuno può intromettersi tra un figlio ed un genitore che sta intervenendo con lui</span>.</p>
<p align="JUSTIFY">Se proprio ci appare opportuno mandare un messaggio di un qualche tipo, è sempre meglio farlo in separata sede, evitando di mettere sotto scacco l&#8217;autorità del genitore davanti al figlio, o lasciando aperta la porta ad una coalizione contro il genitore. Questo discorso vale ovviamente anche per nonni e zii: i genitori sono due, e sono insostituibili. Se la madre dell&#8217;episodio sopra riportato avesse mandato al diavolo la “zia”, avrebbe dato forse la risposta più corretta.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Ma andiamo oltre: insistere a dare il cibo fa venire l&#8217;anoressia?</h3>
<p align="JUSTIFY">No. Questa è una frottola bella e buona. Se le cose stessero così, probabilmente l&#8217;80% delle persone soffrirebbe di anoressia.</p>
<p align="JUSTIFY">E&#8217; vero che la modalità scelta dalla madre aveva più svantaggi che benefici perché a lungo andare, se applicata in modo sistematico, rischia di trasformare il cibo in un terreno di scontro, cosa che si ritrova in alcuni disturbi alimentari, ma occorre fare chiarezza.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Analizziamo meglio la situazione:</h3>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium" src="https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSI2NpSbfGuz4XQ1FgjtTZIXxfL9zjvIYG9wDnSDN0h4gXLycYC" alt="capricci a tavola" width="280" height="180" />Il primo e più evidente effetto ottenuto da un&#8217;imposizione è quello di trasformare il comportamento imposto in un atto di sottomissione o opposizione</strong></span>: per il bambino in questione non si tratta più di assaporare il cibo, scoprire un gusto nuovo, o capire l&#8217;importanza di un&#8217;alimentazione integrata, ma solo un problema di obbedire o disobbedire.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Il cibo, cioè, diventa il terreno di scontro</strong> per l&#8217;affermazione personale: vediamo chi dei due è più forte. <span style="font-size: 14pt;">Alla lunga il bambino potrebbe vivere il rapporto con il cibo come una prova di forza, trasformando un&#8217;attività naturale in una questione di principio</span>.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Passiamo alla zia.</h3>
<p align="JUSTIFY">Il suo messaggio poteva essere corretto nelle intenzioni e nel messaggio di fondo, ma maldestro nella messa in pratica ed infondato nei contenuti, oltre che sbagliato nella forma, perché squalifica la mamma, facendo più danno che beneficio.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Come andare incontro quindi ad un problema di questo tipo?</h3>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Una prima soluzione, potrebbe essere quella di <strong>scegliere con chiarezza se adottare un regime alimentare “a spuntini” piuttosto che “a pasti completi”</strong>, tenendo presente che le esigenze alimentari di un bambino sono molto minori di quelle di un adulto.</span> Non è detto che uno sia migliore dell&#8217;altro, basta sceglierne uno, per evitare di rimpinzare il bambino prima, durante e dopo i pasti.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Mai come oggi si dice che i bambini siano capricciosi a tavola, ed al contempo sta crescendo in modo impressionante il problema dell&#8217;obesità infantile</strong>&#8230; solo una sfortunata coincidenza?</p>
<p align="JUSTIFY">Eliminare i cosiddetti &#8220;cibi spazzatura&#8221; (merendine e snack per primi) permette di migliorare l&#8217;alimentazione sia nella qualità che nella regolarità.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Un altro aspetto utile da tenere presente è che&#8230; <strong>l&#8217;appetito vien stancandosi:</strong> fare movimento, attività fisica soprattutto all&#8217;aperto, stimola la fame</span>, e un bambino non si metterà certo a digiunare per farci un dispetto, a meno che non siamo stati noi a&#8230; servirgli l&#8217;idea su un piatto d&#8217;argento.</p>
<p align="JUSTIFY">Il discorso con un adolescente potrebbe essere diverso, ma non possiamo trascurare il fatto che per un bambino il momento dell&#8217;alimentazione non ha tutto l&#8217;investimento simbolico che può essergli dato successivamente. Se un bambino non mangia è perché non ha fame. Magari non sta bene, è stanco, o non conosce il cibo.</p>
<p align="JUSTIFY">Accontentarsi di un assaggio e poi lasciare che non vada avanti, è il modo migliore perché poi il bambino faccia la sua scelta in serenità.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright " src="http://th.bebeblog.it/uVy_tp_iLyhruKyuu3c2pBQuCcI=/fit-in/655xorig/http%3A%2F%2Fmedia.bebeblog.it%2Fd%2Fd88%2Fbambini-mangiano-a-tavola.jpg" alt="capricci a tavola" width="432" height="288" />Un altro aspetto da tenere presente è che <strong>a volte i bambini vanno anche per imitazione</strong></span>: se esiste la possibilità di far mangiare ogni tanto il bambino con altri amici che hanno abitudini alimentari diverse dalla sua, si può fare in modo che sia spinto “per compagnia” a provare cose nuove, o mangiare cose che con noi non ha mai provato.</p>
<p align="JUSTIFY">Vederlo sperimentare cose nuove non deve diventare occasione di rancore personale (“ecco, allora vedi? Con me non mangi per dispetto”) ma il riconoscimento che sta imparando a provare cose nuove.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Proprio a partire da questa idea per altro si può aiutare i bambini a familiarizzare con il cibo <strong>coinvolgendoli (da soli a casa, o in gruppo a scuola) in attività di preparazione del cibo</strong>: manipolare, creare è un passaggio essenziale, che aiuta a familiarizzare anche con cibi nuovi, sconosciuti, avvicinandosi in modo diverso</span>.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium" src="http://www.viviconsapevole.it/data/img_articoli/a-tavola-senza-capricci_9587_G.png" alt="capricci a tavola" width="300" height="181" />L&#8217;obiettivo diventa quindi <strong>evitare il confronto impositivo</strong>, ma un avvicinamento spontaneo, progressivo. Se in passato i bambini mangiavano perché avevano fame, il benessere diffuso, l&#8217;abbondanza di cibo ed il martellamento pubblicitario per cibi confezionati di qualità scadente rappresentano un problema con cui bisogna imparare a confrontarsi nel percorso educativo contemporaneo.</p>
<p align="JUSTIFY">A chi pensa che queste faccende siano “elucubrazioni mentali da psicologi” faccio presente che il problema della cattiva alimentazione nell&#8217;infanzia rappresenta uno dei problemi più sottolineati dalle associazioni di pediatri.</p>
<p align="JUSTIFY">In buona sostanza: fare la guerra a tavola avvelena ogni portata, mentre con un po&#8217; di zucchero ogni pillola va giù.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/mangia-o-sparo-i-capricci-a-tavola/">Mangia o sparo! &#8211; I capricci a tavola</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Aiuto dottore, mio figlio non mi parla più!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2017 09:12:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[4 - Altro]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti familiari]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[problemi familiari]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia delle relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[rapporti in famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[terapia della famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi parliamo del rapporto tra genitori e figli, in particolare di quando un figlio sembra sottrarsi ad un genitore con cui fino a poco prima c&#8217;era<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/mio-figlio-non-mi-parla/">Aiuto dottore, mio figlio non mi parla più!</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Oggi parliamo del <strong>rapporto tra genitori e figli</strong>, in particolare di<strong> quando un figlio sembra sottrarsi ad un genitore con cui fino a poco prima c&#8217;era confidenza, e sembra non volerci più parlare</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mi riferisco a situazioni di litigio tra loro, o a <a href="http://www.psicologogallarate.com/alienazione-parentale/">crisi seguenti a separazioni o simili</a>, ma proprio a quei casi in cui, senza una ragione apparente, un figlio non parla più in casa con uno o entrambi i genitori.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono rari i casi di madri e padri che chiedono aiuto per i “silenzi a tavola”, gli sguardi sfuggenti, la sensazione che stia succedendo qualcosa per cui il figlio (o la figlia) sembra sfuggirgli.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione diventa spesso fonte di grande angoscia e turbamento per due tipi di pensieri che iniziano ad aleggiare in testa <strong>“avrà qualcosa da nascondere”</strong> e <strong>“sarò arrabbiato per qualcosa che ho fatto&#8230; ma dove ho sbagliato?”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessun genitore, ovviamente, può accettare l&#8217;idea di non essere un buon genitore, qualsiasi cosa ciò significhi nella sua testa.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Esiste un&#8217;idea molto diffusa per cui “il buon genitore è il primo confidente del figlio”, che in questi casi diventa allarmante, ma&#8230; è davvero così?</h3>
<p style="text-align: justify;">Decisamente no! E per capire il perché può essere sufficiente rovesciare le parti, ricordando quando “noi genitori” calzavamo la parte dei figli: avremmo visto di buon grado il fatto di parlare sempre di una cosa prima con i nostri genitori? Erano sempre loro i migliori interlocutori che avremmo desiderato?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, qualcuno può aver avuto il desiderio di una maggiore vicinanza con un padre o una madre sfuggente, ma certamente per moltissime questioni il confronto con dei pari o l&#8217;autonomia decisionale diventava l&#8217;opzione preferita.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Il binomio autonomia-dipendenza non è necessariamente un bisogno relegato alla sola adolescenza, sebbene questa tematica diventi certamente più fondamentale con la crescita di un figlio.</h3>
<p style="text-align: justify;">In termini assoluti si può anzi dire che <strong>la progressiva costruzione di una distanza tra familiari di generazioni diverse sia una necessità</strong>: prima o poi il giovane dovrà fare a meno del più vecchio e, per quanto questo passaggio possa essere desiderato più lontano possibile, la sua preparazione progressiva è certamente il modo migliore per affrontarlo.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Ma come posso regolarmi se mio figlio non mi parla? Cosa è bene che faccia?</h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che è importante mantenere è la “certezza di presenza ma impossibilità di sostituzione”</strong>: cioè che l&#8217;altro sappia che noi, in caso di necessità, ci siamo ma che la nostra presenza non sostituirà mai il ruolo che lui è bene che abbia nella sua vita e nelle sue scelte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo naturalmente, quando si parla di figli minorenni, può e deve accompagnarsi anche ad un controllo più diretto</strong> (es. controllare i contatti del figlio e i suoi social network, monitorare le spese effettuate, verificare le presenze a scuola, ecc.), modalità che nelle età successive diventa accettabile solo in caso di sospetto pericolo per l&#8217;incolumità dell&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">La definizione di questo spazio privato del figlio può essere negoziata, e diventare occasione di confronto: esplicitare cosa vogliamo/dobbiamo sapere e in che modo concordiamo di comunicarci le cose rappresenta un&#8217;ottima occasione di evoluzione della relazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo dimenticare che <strong>riconoscere all&#8217;altro degli spazi “lontani dai nostri occhi” esprime una grande attestazione di fiducia e stima nell&#8217;altro e nel rapporto costruito</strong>: solo un secondino (o un custode&#8230;) ha bisogno di assicurarsi sempre che il prigioniero (o il custodito) non tenti di scappare.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutti gli altri casi il rapporto non può funzionare così, ma basandosi su una reciproca fiducia: discorso valido tra genitori e figli, tra partner, colleghi o qualsiasi tipo di rapporto autentico della nostra vita.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/mio-figlio-non-mi-parla/">Aiuto dottore, mio figlio non mi parla più!</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Sai cosa pensa tuo figlio di te?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2017 11:05:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
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		<category><![CDATA[problemi dell'adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[rapporti in famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vi piacerebbe entrare nella testa di vostro figlio e sapere cosa pensa di voi? Siete sicuri di sapere come vi vede? Sono sicuri che per molti<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/cosa-pensa-figlio/">Sai cosa pensa tuo figlio di te?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 align="JUSTIFY">Vi piacerebbe entrare nella testa di vostro figlio e sapere cosa pensa di voi?</h3>
<h3 align="JUSTIFY">Siete sicuri di sapere come vi vede?</h3>
<p align="JUSTIFY">Sono sicuri che per molti questo interrogativo rappresenta una curiosità pungente, o almeno stuzzicante: generalmente siamo abbastanza convinti di trasmettere un&#8217;immagine chiara di noi, grossomodo coincidente con quella che noi stessi abbiamo.</p>
<p align="JUSTIFY">Le cose però non sono sempre esattamente così. Per la verità non lo sono quasi mai.</p>
<p align="JUSTIFY">Un facile esempio può aiutarci a capire meglio: <strong>provate a ricordare come vedevate voi i vostri genitori quando avevate 15 anni.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Ve lo ricordate?</p>
<p align="JUSTIFY">Vi ricordate quali erano le cose che, ai vostri occhi, erano più importanti per loro?</p>
<p align="JUSTIFY">Bene. Da genitori, oggi, quanto vi sentite aderenti a quella idea che avevate e quanto ne siete diversi?</p>
<h3 align="JUSTIFY">Vi sorprenderebbe sapere che, di fatto, i vostri figli hanno verso di voi la stessa distorsione che avevate voi con i vostri genitori?</h3>
<p align="JUSTIFY">Un sondaggio di cui ho trovato i risultati in rete offrono uno spaccato interessante rispetto a questa curiosa “distorsione intergenerazionale reciproca”, se vogliamo usare un parolone.</p>
<p align="JUSTIFY">Purtroppo non sono riuscito a trovare la fonte dei dati (se qualcuno riesce a segnalarmela, gliene sarei grato), ma i risultati sono decisamente interessanti e chiari.</p>
<p align="JUSTIFY">In pratica è stato chiesto a degli adolescenti quali siano le cose più importanti per i loro genitori e per più loro stessi e, specularmente, ai genitori è stato chiesto quali siano le cose a cui pensano di più i loro figli, e quelle a cui loro stessi sentono invece di dare maggiore importanza.</p>
<p align="JUSTIFY">I risultati hanno dato un responso interessante, perché mette molto bene in evidenza la totale differenza nel modo in cui ci si percepisce e si è percepiti dall&#8217;altro.</p>
<p align="JUSTIFY">Iniziamo intanto dai risultati su “il cervello degli adulti” (le percentuali superano il 100% perché, evidentemente, era possibile dare più di una risposta):</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2017/09/cervello-adulti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-647 alignright" src="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2017/09/cervello-adulti-300x230.jpg" alt="adolescenti" width="515" height="395" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Come forse molti convengono, il pensiero che maggiormente occupa le preoccupazioni dei genitori è dato (almeno secondo il sondaggio) dai figli. Molto distaccati e a parimerito, arrivano lavoro e famiglia, e ancora più giù si trovano hobby, amici e un irrisorio 5% di persone che pensa al riposo.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo sguardo dei figli tuttavia non percepisce questa visione. <span style="font-size: 14pt;">Al primo posto, secondo l&#8217;adolescente medio, gli adulti mettono il lavoro, seguito a pari merito dalle preoccupazioni per la salute e dalle lamentele varie, a cui seguono le preoccupazioni familiari, quelle economiche ed un bisogno di controllo.</span></p>
<h3 align="JUSTIFY">Troppo spietati?</h3>
<h3 align="JUSTIFY">Aspettate di passare dall&#8217;altra parte di questo strano “esperimento”&#8230;</h3>
<p align="JUSTIFY">i risultati relativi allo sguardo sugli adolescenti non sono infatti meno interessanti.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2017/09/cervello-adolescenti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-648" src="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2017/09/cervello-adolescenti-300x224.jpg" alt="adolescenti" width="457" height="341" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Secondo gli adulti, infatti, più della metà dei pensieri dei figli sono relativi a videogiochi, un terzo ai social, e fette più piccole sono per le regole familiari e le amicizie virtuali. Briciole vanno ai genitori e allo studio.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Se gli adolescenti stessi non mettono al primo posto la scuola, è pur vero che sul resto la visione è profondamente diversa: videogiochi e tecnologia rappresentano infatti una fetta più ridotta di quella percepita dagli adulti, e sostanzialmente uguale a quella attribuita alle amicizie e la musica. Completa il quadro un più generico “problemi”.</p>
<p align="JUSTIFY">Come ho detto, non conosco la fonte dei dati, né il modo in cui sono stati effettivamente raccolti, o il campione di riferimento, ma la cosa non perde, a mio giudizio, il suo fascino e il suo valore.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Al di là del fatto che i dati sopra riportati siano validi o meno, aggiornati o meno, ciò che mi pare importante è l&#8217;occasione che offrono per riflettere su come l&#8217;immagine che noi abbiamo in mente di noi stessi, e quella che trasmettiamo a chi ci è vicino possono essere molto diverse tra loro.</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY">Tali differenze possono poi tradursi in <strong>difficoltà di comprensione reciproca</strong> in un momento di confronto più impegnativo, perché creano cornici diverse per lo stesso messaggio: io lo dico in un senso, tu lo intendi in un altro.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcune utili domande potrebbero quindi essere:</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Cosa faccio io per far capire quello che è importante per me?</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Cosa faccio io per rimandare l&#8217;idea che l&#8217;altro erroneamente si è fatto?</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Cosa posso fare per cambiare l&#8217;idea sbagliata che l&#8217;altro si è fatto?</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY">Tre semplici quesiti che possono aiutare a cambiare i punti di vista.</p>
<p align="JUSTIFY">Il nostro e quello delle persone a cui vogliamo bene.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/cosa-pensa-figlio/">Sai cosa pensa tuo figlio di te?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Coco: tre buone ragioni per vederlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jan 2018 14:41:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[cartoni animati]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[film psicologici]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia e arte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Certamente molti di voi avranno già visto al cinema Coco, l&#8217;ultimo cartone animato targato Disney-Pixar. La storia narra le avventure di Miguel, un ragazzino messicano, attraverso<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/coco-tre-buone-ragioni-per-vederlo/">Coco: tre buone ragioni per vederlo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 align="JUSTIFY">Certamente molti di voi avranno già visto al cinema Coco, l&#8217;ultimo cartone animato targato Disney-Pixar.</h3>
<h4 align="JUSTIFY">La storia narra le avventure di Miguel, un ragazzino messicano, attraverso la città dei morti alla ricerca di un antenato che gli offra la sua benedizione per tornare tra i vivi, dalla sua famiglia.</h4>
<p align="JUSTIFY">Personalmente ho trovato questo film ricco di spunti interessanti che provo a riassumere con voi.</p>
<p align="JUSTIFY">Siccome vorrei offrire una riflessione valida sia a chi ha già visto il cartone animato, che per chi invece non lo ha ancora fatto, eviterò qualsiasi tipo di anticipazione, per cui tranquilli: non dovete temere spoiler.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli spunti proposti dal film possono essere diversi, tuttavia, per non dilungarmi troppo, ho pensato di soffermarmi su tre temi: il valore dei legami familiari, ricordo e memoria e infine il delicato tema della morte.</p>
<p align="JUSTIFY">Per quanto riguarda il tema familiare, esso compare, seppur nascosto, fin dal titolo del film: Coco.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Chi è Coco?</h3>
<h4 align="JUSTIFY">Non il protagonista, che infatti si chiama Miguel.</h4>
<p align="JUSTIFY"><strong>Coco è la sua bisnonna</strong>: una vecchina decrepita, paralizzata su una sedia a rotelle, indementita e confusa in una vecchiaia che scivola verso un&#8217;inevitabile fine. L&#8217;ambiente è messicano, ma potrebbe essere una qualsiasi famiglia di qualunque parte del mondo (se non fosse che abitualmente una persona nel suo stato nel nostro paese si troverebbe molto probabilmente in un ricovero&#8230;).</p>
<p align="JUSTIFY">La famiglia di Miguel è una famiglia-azienda che, come sempre succede in questi casi, è totalmente organizzata attorno all&#8217;attività che la sostiene: una calzoleria fondata dalla trisavola di Miguel, Imelda, che la trasmise poi alla nipote (nonna di Miguel) e con essa il timone della famiglia.</p>
<p align="JUSTIFY">Il marito di Imelda, padre di mama Coco, era un musicista che abbandonò la famiglia per seguire la sua passione e sparendo per sempre, cosa che non venne mai perdonata da Imelda (e dal resto della famiglia poi) che bandì per sempre ogni suo ricordo dalla casa familiare e con esso, qualsiasi cosa che possa avere a che fare con la musica.</p>
<p align="JUSTIFY">Chiunque abbia un figlio adolescente sa che nulla rende più eccitante una cosa che il suo divieto, ragion per cui Miguel, ragazzino sveglio e intraprendente, sviluppa una passione smodata per la musica, che coltiva di nascosto da tutti. La vicenda prende le mosse proprio dal momento in cui la nonna scopre la passione proibita del ragazzo e ne distrugge la chitarra.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">La situazione narrata non ha nulla di iperbolico o irrealistico, ma descrive invece un quadro molto comune soprattutto in famiglie con un forte senso di appartenenza e legame.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Un tipo di rapporto come questo, se da una parte offre sostegno e protezione, al contempo diventa soffocante nel momento in cui ostacola la possibilità del soggetto di esprimere se stesso, precludendo la possibilità di individuarsi e trovare la propria strada perché magari questa si scontra con un tabù familiare.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Il rifugio si trasforma in una prigione, e l&#8217;“amore” diventa il peggior vincolo perché “fatto a fin di bene”: ciascuno si sente tradito dall&#8217;altro, incompreso e solo.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Il tema è sviluppato molto bene, soprattutto nel rapporto tra Miguel e la trisavola Imelda: che inizialmente chiede al nipote la rinuncia alla sua passione, in un secondo tempo limita la richiesta all&#8217;amore della famiglia, ed infine libera il pronipote da qualsiasi vincolo, avendo compreso che è solo questo il tipo di rapporto in cui un legame può essere autentico: quando esso non è prescritto, ma scelto.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Il secondo tema dominante nel film è quello della memoria.</h3>
<p align="JUSTIFY">Il film, ambientato in un contesto ed un momento storico diverso dal nostro, presenta una situazione in cui la memoria permea la quotidianità, creando quasi un parallelismo tra passato ricordato e presente vissuto, tanto che la famiglia continua a mantenere regole e prassi solo perché queste sono state tramandate così.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Oggi il rapporto con la memoria e il ricordo è molto diverso, sia per ragioni “tecniche”</strong> (siamo meno abituati a ricordare per il ricorso a supporti tecnologici) <strong>che per ragioni socio-culturali</strong> per cui si è più proiettati sul presente e sul futuro, che non sul passato, cosa che porta ad un impoverimento delle memorie familiari.</p>
<p align="JUSTIFY">Certo, le nuove organizzazioni familiari, con nuclei ricomposti in vario modo, rendono a volte difficile delineare con chiarezza anche solo cosa si intenda con “famiglia”, tuttavia la perdita di memoria comune non vale solo per le famiglie, ma anche per la memoria sociale: sempre meno persone ricordano i nomi dei sette re di Roma, o cosa si festeggi il 4 novembre.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Come affronta il tema il film?</h4>
<p align="JUSTIFY">Intanto la storia avviene nel “dia de muertos”, cioè nel giorno dei morti, il 2 novembre: una ricorrenza sociale, e pone da subito l&#8217;attenzione su una figura “sullo sfondo”, la bisnonna Coco, cioè la memoria vivente (ormai quasi perduta) della famiglia. È tra le cose che rischiano di andare perdute con lei che si nascondono però anche gli elementi, i ricordi che possono salvare tutta la famiglia stessa, sbloccarla dall&#8217;empasse in cui è rimasta incastrata.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Al contempo i ricordi della nonna acquisiscono senso dentro la cornice della ritualità che connette tutti i membri della famiglia, ma anche ogni famiglia con le altre e con la società stessa.</span></p>
<p align="JUSTIFY">In questo senso potremmo pensare a quante volte capiti di scoprire come, proprio nei “saperi dimenticati”, si trovassero soluzioni più efficaci di quelle proposte dalla modernità a problemi comuni: un discorso che quindi vale tanto per la memoria familiare che per quella collettiva.</p>
<h3 align="JUSTIFY">L&#8217;ultimo tema trattato, quello della morte, merita di essere introdotto meglio.</h3>
<p align="JUSTIFY">Il film, effettivamente, da un certo punto di vista non parla della morte più di quanto non lo faccia “Ghostbuster”.</p>
<h4 align="JUSTIFY">In Coco non si vedono morti, ma “fantasmi”: il tema non è quindi trattato come distacco o perdita, quanto piuttosto come necessità di un rapporto con chi è defunto, non solo come puro ricordo, ma anche come nuova relazione con lui.</h4>
<p align="JUSTIFY">Non dico nulla di esoterico se affermo che “i nostri cari defunti vivono accanto a noi e dentro di noi”: l&#8217;elaborazione stessa del lutto consiste nella costruzione di una nuova possibilità di rapporto con una persona che non è più fisicamente con noi, ma che possiamo continuare a sentire presente nella nostra vita.</p>
<p align="JUSTIFY">Se la morte è il vero tabù della nostra società, al contempo costruzione di una relazione con familiare e amici defunti rimane una necessità indipendentemente dai tabù attuali.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Se la ritualità religiosa ha offerto per secoli un modo per mantenere questo rapporto, oggi a forme spirituali si vanno affiancando anche nuove e curiose modalità “tecnologiche”.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Pochi mesi fa, alla scomparsa di un amico, ho assistito a quello che mi è parso un vero e proprio “funerale social”: molti conoscenti hanno postato per settimane messaggi di addio e cordoglio sulla sua pagina Facebook, mentre altri hanno condiviso pubblicamente ricordi e immagini che lo riguardavano. Se da una parte espressioni di lutto di questo tipo possono apparire ad alcuni bizzarre, dall&#8217;altra stanno diventando sempre più comuni, e (a mio personale giudizio) non fanno che confermare il bisogno di una connessione con chi ci lascia che continuiamo a sentire necessario.</p>
<p align="JUSTIFY">Come ormai appare sempre più evidente,<span style="font-size: 14pt;"> i cartoni non rappresentano più un puro intrattenimento per bambini, diventando un&#8217;occasione per toccare temi anche molto profondi, forse resi più accessibili proprio da una narrazione più dolce e delicata</span>, quale appunto quella dell&#8217;animazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Personalmente ho trovato toccante la visione di Coco, che non posso che raccomandare a chiunque: grandi e piccoli, per lasciarsi toccare e conquistare dalla grande avventura di Miguel e nonna Coco.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/coco-tre-buone-ragioni-per-vederlo/">Coco: tre buone ragioni per vederlo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Responsabili di responsabilizzare: quali adulti stiamo crescendo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Mar 2018 09:16:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[rapporti in famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recentemente è comparsa sui giornali la notizia (vera) che due genitori sono stati accusati di abbandono di minore per aver lasciato da solo (in casa e<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Recentemente è comparsa sui giornali la notizia (vera) che <a href="http://torino.repubblica.it/cronaca/2018/03/23/news/a_11_anni_resta_in_casa_da_solo_per_20_minuti_i_genitori_a_processo_per_abbandono_di_minore-192008036/">due genitori sono stati accusati di abbandono di minore</a> per aver lasciato da solo (in casa e munito di telefono cellulare) per 20 minuti un ragazzino di 11 anni.</h3>
<p>Poco tempo fa aveva fatto molto clamore <a href="http://genova.repubblica.it/cronaca/2017/10/12/news/obbligo_di_ritirare_i_figli_a_scuola_e_caos_alle_medie-178099810/">un fatto simile</a>, quando una scuola era stata condannata per non aver lasciato uscire da solo un ragazzo di 14 anni dopo la fine delle lezioni, evento che aveva costretto tutte le scuole medie italiane a diramare una circolare per comunicare che, da quel giorno, qualunque ragazzo avrebbe dovuto essere ritirato a scuola da un familiare.</p>
<p>Interventi di questo tipo sollevano una seria domanda: che tipo di ragazzi stiamo crescendo? Che idea abbiamo dei tanti dibattuti “adolescenti” di oggi?</p>
<h3>Detto in altre parole: noi adulti come ci assumiamo la responsabilità di responsabilizzare i ragazzi?</h3>
<p>La questione è di vitale importanza non solo per il nostro futuro, ma anche per il nostro presente.</p>
<p>Non occorre andare a ricordare che in altri luoghi o in altre epoche, diverse dal mondo “occidentale” attuale ragazzi e ragazze di 11 anni (o perfino prima) lavorano, viaggiano, conducono una casa, si occupano dei fratelli&#8230;</p>
<p><strong>Certamente il diritto all&#8217;infanzia va considerato un concetto prezioso e da difendere</strong>, per evitare abusi e orrori su bambini, ai quali è doveroso permettere di essere tali, <strong>tuttavia l&#8217;essere adultizzato non è l&#8217;unico pericolo che un individuo può correre.</strong></p>
<h3><strong>L&#8217;infantilizzazione è un rischio altrettanto grave, se non peggiore, perché impedisce ad una persona di attrezzarsi degli strumenti necessari per affrontare la vita con autonomia</strong>.</h3>
<p>Se un bambino adultizzato potrà rimpiangere l&#8217;infanzia perduta, ma potrà comunque (se adeguatamente protetto e tutelato) sopravvivere con efficacia nel proprio mondo, e magari anche riprendersi un po&#8217; di ciò che ha perso, un ragazzo “bamboccio”, un individuo che non è mai stato costretto ad affrontare seriamente una propria responsabilità, correrà seriamente il rischio di rimanere in disabile sociale, una persona incapace di affrontare le sfide più importanti della vita.</p>
<h3>L&#8217;eccesso di protezione rende deboli. Più proteggiamo, più indeboliamo.</h3>
<p>Questo vale sia fisicamente (se faccio vivere in un ambiente sterile, non permetterò al corpo di sviluppare anticorpi) che psicologicamente e socialmente (se non permetto ad un ragazzo di affrontare frustrazioni e responsabilità, non potrà mai costruirsi una solidità e sicurezza personale).</p>
<p>Se, fortunatamente, gli episodi più macroscopici (come quelli citati in apertura) riguardano un numero di situazioni contenuto, la tendenza ad iperproteggere è un fatto acclarato e diffuso.</p>
<p>Mediamente quale riteniamo che sia “l&#8217;età giusta” perché un bambino/ragazzo possa restare a casa da solo?</p>
<p>E per tornare da solo da scuola?</p>
<p>E per badare ad un fratellino?</p>
<p>&#8230;e voi da quale età lo facevate?</p>
<p>Capisco che il discorso non possa essere semplificato o banalizzato (“sono cambiati i tempi”, si dice), ma una domanda va presa in considerazione.</p>
<p><strong>Riteniamo che queste “esperienze di responsabilità” siano state utili o dannose? Perché riproporle o toglierle ai nostri figli significa fornire o rimuovere qualcosa che può essere necessario per loro come lo è stato per noi.</strong></p>
<p>Questo blog non è certo la sede per discutere di scelte legislative o giuridiche, né la mia intenzione è quella di fare discorsi sociologici.</p>
<p>Da un punto di vista psicologico però questo tema tocca molto da vicino il contesto in cui opero, perché tocca adulti e ragazzi, famiglie e scuole, e interpella tutti: genitori e non.</p>
<p>Si dice (ed è vero) che un adolescente di oggi sia molto più esposto ad un mondo di notizie, informazioni e contenuti di quanto non accadesse nel passato, che in qualche modo siano chiamati ad essere “più adulti”, più maturo.</p>
<h3>Come possiamo permettergli di realizzare questa maturità, se li solleviamo dal peso della minima responsabilità?</h3>
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