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	<title>panico Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Aug 2024 07:51:22 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Paura da esame, esame da paura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2016 10:17:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia da prestazione]]></category>
		<category><![CDATA[capire ansia]]></category>
		<category><![CDATA[esami]]></category>
		<category><![CDATA[panico]]></category>
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		<category><![CDATA[superare ansia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giugno, si sa, è mese di esami, e per molti questo significa attraversare un periodo carico di un&#8217;ansia che rischia di compromettere gli sforzi fatti per<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/paura-da-esame/">Paura da esame, esame da paura</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Giugno, si sa, è mese di esami, e per molti questo significa attraversare un periodo carico di un&#8217;ansia che rischia di compromettere gli sforzi fatti per raggiungere i risultati sperati.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo tipo di ansia, generalmente chiamata ansia da prestazione, finisce infatti per creare un senso di blocco, un&#8217;incapacità a pensare che impediscono a chi la prova di dimostrare la propria competenza e le proprie conoscenze, anche quando la preparazione è stata svolta molto bene.</p>
<p align="JUSTIFY">Anzi, molto spesso, più un esame è importante e quindi la preparazione accurata, tanto più aumenta l&#8217;ansia e quindi il blocco.</p>
<p align="JUSTIFY">Come se non bastasse, in molti casi il semplice timore che l&#8217;ansia possa presentarsi diventa in automatico motivo di preoccupazione e quindi causa scatenante l&#8217;ansia temuta.</p>
<p align="JUSTIFY">Cosa fare? <b>È possibile trovare il modo per aggirare questo problema e riuscire a disinnescare questo circolo vizioso?</b></p>
<p align="JUSTIFY">Un primo aspetto che è importante tenere presente riguarda la natura stessa dell&#8217;ansia.</p>
<p align="JUSTIFY">A questo termine vorrei quindi per un attimo sostituire quello di <b>“tensione”</b>, spesso usato come semplice sinonimo, ma nettamente meno connotato in termini patologici.</p>
<p align="JUSTIFY">Parlare di tensione significa infatti parlare prima di tutto di una spinta interna, una propensione, appunto, che la nostra mente percepisce. Il termine tensione evoca immagini fisiche, meccaniche: un arco che si tende, un cavo che si tira, un muscolo che si mette al lavoro&#8230; queste immagini ricalcano efficacemente quello che succede (e che è bene che succeda) alla nostra mente prima di affrontare un esame: il pensiero ha bisogno di diventare più veloce, capace di muoversi con rapidità tra le diverse informazioni presenti, di stabilire nessi e rievocare informazioni nel minor tempo possibile: tutte prestazioni migliorate dal nostro stato&#8230; di tensione, appunto.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Entro un certo limite la nostra ansia è la nostra migliore arma per affrontare al meglio la prestazione che ci accingiamo ad affrontare.</b> Immaginiamo un atleta che si prepari a disputare una finale “molle”, senza energia. Per quanto possano apparire disinvolti e a proprio agio, i grandi campioni dello sport prima di una gara importante sono sempre estremamente concentrati e carichi, tesi, come confermano poi sempre nelle loro dichiarazioni e interviste: <b>nessuno, nemmeno i più bravi, possono dare il meglio se non provano quello stato di attivazione interna</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo significa che <b>nel momento in cui si inizia a percepire uno stato di tensione emotiva, invece che essere preoccupati per questo, si dovrebbe sentire semplicemente che la nostra mente si prepara a disputare l&#8217;incontro</b>, che scalda i motori, si dispone a permetterci di rendere al meglio. Ciò significa che <b>invece che contrastare questo stato o cercare di reprimerlo, si dovrebbe assecondarlo e riconoscerlo come utile</b>, tanto per cominciare.</p>
<p align="JUSTIFY">È vero tuttavia che questo stato emotivo risulta utile solo se contenuto entro un certo limite, quel limite entro cui la velocità del pensiero non diventa tale da risultare confusiva e causa di disorientamento. <b>Il problema non sarebbe quindi la presenza dell&#8217;ansia, ma il suo eccesso</b>: ciò che serve è dunque un impianto frenante, o un meccanismo di scarica della tensione “di troppo”.</p>
<p align="JUSTIFY">A questo proposito è bene tenere presente che la tensione non si smaltisce solo nel momento critico, ma è bene <b>addestrarsi a scaricarla in modo progressivo</b> o trovando momenti di rilassamento strutturati, o (soprattutto per chi conduce una vita sedentaria e poco attiva) aiutando la mente a scaricarsi compensando con esercizio fisico una tensione che altrimenti rimane solo mentale.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Mente e corpo infatti non possono essere separati in nessun caso, tanto meno quando si parla di tensione</b>: aiutare la mente a scaricarsi passando attraverso il corpo può essere un meccanismo molto utile, come sanno tutti coloro che sono soliti praticare sport “per scaricarsi”.</p>
<p align="JUSTIFY">Il solo esercizio fisico però spesso non è sufficiente: per questo motivo delle <b>tecniche specifiche di rilassamento possono essere di aiuto</b>, almeno nei momenti più impegnativi e stressanti. Yoga, training autogeno, meditazione, ecc. sono attività che, se praticate con costanza, possono dare un aiuto importante per gestire il carico emotivo e mentale.</p>
<p align="JUSTIFY">Proprio queste ultime attività, inoltre, possono essere di supporto <b>anche nel momento della prova</b>: sebbene naturalmente non ci si possa sdraiare su un tappetino nel corso di un esame, <b>l&#8217;allenamento a raggiungere uno stato mentale di distensione, o a praticare esercizi di respirazione distensiva può aiutare a sentire un senso di controllo e padronanza in qualunque momento</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">La psicologia dello sport in questo senso ha saputo sviluppare moltissime tecniche per “sostare nella tensione”, mantenendo la parte positiva, necessaria di attivazione psicofisica, senza combatterla, ma sfruttandola al meglio. Le stesse tecniche possono essere applicate con profitto anche nei momenti di prova mentale, come appunto un esame, una verifica, un&#8217;interrogazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Sottolineo nuovamente però che la cosa non è banalizzabile con un “respira e concentrati, vedrai che ti passa”: <b>anche per raggiungere questa capacità occorre preparazione ed allenamento</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Essere consapevoli di sé significa sapere che si è portati a vivere con particolare apprensione momenti in cui ci si sente giudicati e che le proprie paure possono compromettere la nostra efficienza.</p>
<p align="JUSTIFY">Prepararsi a questo significa avere il coraggio di guardare in faccia la nostra paura e permetterci di affrontarla.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/paura-da-esame/">Paura da esame, esame da paura</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Depressione: riconoscerla, capirla, affrontarla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 13:10:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[attacchi di panico]]></category>
		<category><![CDATA[cause depressione]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[panico]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[sintomi ansia]]></category>
		<category><![CDATA[sintomi depressivi]]></category>
		<category><![CDATA[sostegno psicologico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La depressione è stata definita il male del terzo millennio. Stime ufficiali del Ministero della Salute riferiscono che nel corso della vita ne soffre più di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/depressione-sintomi/">Depressione: riconoscerla, capirla, affrontarla</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">La depressione è stata definita il male del terzo millennio.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=164&amp;area=Disturbi_psichici">Stime ufficiali del Ministero della Salute</a> riferiscono che <b>nel corso della vita ne soffre più di una persona su 10</b> e che <b>già nell&#8217;infanzia e adolescenza circa il 3% della popolazione inizia a manifestare periodi più o meno lunghi di depressione</b>. Le stime italiane non si discostano molto da quelle di altri paesi occidentali e certamente non sono le più pessimiste tra quelle a nostra disposizione.</p>
<h2 align="JUSTIFY">Ma cos&#8217;è la depressione?</h2>
<p align="JUSTIFY">Come riconoscerla? E come distinguerla dall&#8217;inevitabile tristezza che può sorgere a chiunque nella vita a fronte di un momento difficile?</p>
<p align="JUSTIFY">Dentro la categoria “depressione” vengono oggi raccolte diverse forme di disturbo dell&#8217;umore caratterizzate da <b>momenti di tristezza, scoraggiamento, mancanza di vitalità, pianto frequente</b>, sintomi che possono avere riflessi anche sul piano fisico con <b>stanchezza, mancanza di energia, problemi a mangiare e dormire, senso di malessere generale</b>, talvolta anche con sintomi fisici veri e propri (cefalee, dolori, ecc.). I desideri di morte sono frequenti e purtroppo i tentati suicidi sono un&#8217;ipotesi che non può essere esclusa nelle forme più gravi, anche nei periodi di remissione.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo stato emotivo e fisico dura per diverso tempo, settimane o anche mesi, e <b>può rendere la persona incapace di portare avanti anche i normali compiti di accudimento di sé o delle persone care, nonché di svolgere le mansioni abituali</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Spesso la persona depressa finisce per chiudersi in casa: non per paura di uscire (come in alcune forme ansiose), ma proprio per il senso di tristezza e fatica, mancanza di interessi e forze per affrontare il mondo: ogni sforzo appare insostenibile.</p>
<p align="JUSTIFY">Una delle caratteristiche più peculiari e specifiche della depressione è però l&#8217;<b>impatto della depressione sulle relazioni intime e familiari</b>: mentre per altri problemi, come i disturbi alimentari o forme ansiose, la famiglia appare poco coinvolta quando non addirittura all&#8217;oscuro del problema (tranne quando questo diventa particolarmente grave), <b>le famiglia con una persona depressa sono quasi sempre coinvolte e toccate in qualche modo dal disturbo</b>. Talvolta infastiditi e insofferenti, altre volte vicini e comprensivi, spesso ambivalenti tra le due posizioni, i familiari di una persona depressa non possono evitare di prendere atto del problema, anche a causa delle ricadute pratiche sul menage familiare.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Per lungo tempo, tuttavia, la depressione non è stata considerata “roba da psicologi”, ma un problema medico-psichiatrico da trattarsi con farmaci</b> da assumere per periodi più o meno lunghi, a volte per tutta la vita (il parallelismo più frequente, chissà perché, veniva fatto con il diabete). Ancora oggi, sebbene sempre più pubblicazioni sconfessino l&#8217;interpretazione strettamente psichiatrica della depressione, questo tipo di disturbi vengono trattati con un approccio medico e farmacologico, anche a causa di una serie di fattori che favoriscono questo tipo di lettura: sintomi fisici, ciclicità o stagionalità delle crisi&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">In realtà <b>le evidenze cliniche dimostrerebbero che l&#8217;approccio farmacologico avrebbe trasformato la depressione più che risolverla</b>: se in passato le crisi depressive si caratterizzavano per essere episodi transitori che una volta conclusi non si ripresentavano più, <b>oggi sono più frequenti i quadri cronici, quelli cioè in cui ciclicamente si sperimentano periodi di depressione, talvolta alternati ad altri con umore diametralmente opposto, caratterizzato da euforia ed eccessiva energia ed entusiasmo, chiamate “fasi maniacali”</b> (i cosiddetti disturbi bipolari).</p>
<p align="JUSTIFY">Questa duplice trasformazione (cronicità e bipolarismo) sembrerebbe strettamente correlata proprio dal ricorso ad un approccio terapeutico farmacologico, dato che anche in altri paesi (come ad esempio i paesi in via di sviluppo) tale evoluzione sarebbe stata osservata parallelamente al cambiamento dal paradigma di cura da un approccio di supporto e sostegno psicologico ad uno farmacologico (<a href="http://www.psicologogallarate.com/indagine-effetti-psicofarmaci/">Whitaker</a>, 2013; Gotzsche, 2015).</p>
<p align="JUSTIFY">Certamente un ruolo determinante in questo passaggio va riconosciuto anche ad un presupposto culturale sempre più frequente: quello per cui <b>tutto ciò che può essere definito malessere debba essere necessariamente rimosso al più presto, anche quando questo sia qualcosa di assolutamente naturale e fisiologico</b>, come una reazione di tristezza e scoraggiamento a un evento doloroso, o u normale periodo di fatica.</p>
<p align="JUSTIFY">Come può aver apprezzato che ha visto il <a href="http://www.psicologogallarate.com/inside-out/">bellissimo film “Inside Out”</a>, <b>uno degli effetti più importanti della tristezza è proprio quello di attivare le persone intorno a noi a darci aiuto e sostegno</b> (proprio come abbiamo sopra descritto essere tipico della depressione): per certi versi la tristezza è la più relazionale delle emozioni, perché attiva vicinanza e maternage.</p>
<p align="JUSTIFY">Naturalmente questo in un contesto culturale che predilige l&#8217;autonomia e l&#8217;individualismo può essere percepito come fastidioso e patologico: questo porta a trattare la tristezza come un problema da risolvere al più presto&#8230; salvo poi determinare una cronicizzazione del problema!</p>
<p align="JUSTIFY">Fortunatamente da un po&#8217; di tempo a questa parte si sta assistendo ad un ritorno ad un approccio almeno integrato al trattamento delle forme depressive che, accanto ad un aiuto farmacologico, preveda un sostegno ed un trattamento psicologico: una scelta che però non può essere operata solo dai curanti, ma decisa in prima persona da chi vive il problema.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Il fatto che esiste una tristezza normale, non significa infatti che anche la depressione sia una condizione alla quale arrendersi o da prendere come inevitabile condizione dell&#8217;esistenza</b>: riuscire a capire cosa ci incastra e cosa ci rende impossibile superare il problema è un compito possibile e necessario per potersi lasciare alle spalle la crisi e tornare a star bene. Anche in questo caso ovviamente un intervento precoce può essere determinante per la riuscita del lavoro terapeutico, così come il coinvolgimento di persone vicine a chi soffre di depressione che possono diventare una parte attiva e una preziosa risorsa per l&#8217;uscita da questo tunnel.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/depressione-sintomi/">Depressione: riconoscerla, capirla, affrontarla</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>&#8220;Oddio che paura!&#8221;: viaggio nelle fobie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Oct 2016 13:13:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[fobia]]></category>
		<category><![CDATA[panico]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
		<category><![CDATA[paura dei ragni]]></category>
		<category><![CDATA[paure infantili]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono quelli che hanno paura del sangue, e quelli che odiano ragni e insetti. Chi è terrorizzato dagli oggetti appuntiti e chi dagli uomini barbuti&#8230;<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/oddio-paura-viaggio-nelle-fobie/">&#8220;Oddio che paura!&#8221;: viaggio nelle fobie</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono quelli che hanno paura del sangue, e quelli che odiano ragni e insetti.</p>
<p align="JUSTIFY">Chi è terrorizzato dagli oggetti appuntiti e chi dagli uomini barbuti&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">Il grande mondo delle cosiddette <strong>“fobie specifiche”</strong> è tanto vasto e, talvolta, originale, da sembrare davvero sterminato e inesauribile.</p>
<p align="JUSTIFY">Recentemente ho avuto modo di scoprire un divertentissimo cartone animato, Le avventure di Figaro Pho, che raccoglie 25 cortometraggi su altrettante fobie: una per ogni lettera dell&#8217;alfabeto.</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/Pk3pIQ1Xq5Y?list=PLC6qIbU1olyUixkcZP08mPk7WYdW-dAFH" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h3 align="JUSTIFY">Cosa sono queste fobie specifiche?</h3>
<p align="JUSTIFY">Vengono definite così <strong>tutte quelle forme di paura attivate da un particolare “oggetto”</strong> (termine con cui intendo cose, animali, persone, parti di persone o animali, categorie, ecc.), <strong>non per una reale pericolosità di tale oggetto, ma per un senso di orrore irrazionalmente attivato nella persona.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Proprio per questo motivo non possono essere generalmente considerate di questo gruppo in senso stretto la paura dei cani (quando di grossa taglia), di animali di grossa taglia come tori o cinghiali e del traffico, perché potenzialmente capaci di nuocere fisicamente alla persona. Quando tuttavia questa paura assume un carattere comunque irrazionale (Es. temere anche le raffigurazioni o non uscire di casa per paura di incontrarli) allora il discorso può essere ripreso in considerazione.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Non rientrano invece in questo gruppo l&#8217;agorafobia e la claustrofobia</strong>, con tutte le loro varie declinazioni: paura di entrare nei centri commerciali o in ascensore, paura di guidare in autostrada, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY">Il carattere irrazionale della paura <strong>può essere talvolta contrastato da spiegazioni razionalizzanti</strong>: una delle più tipiche è la paura “del ragno che fa le uova sotto la pelle” (leggenda metropolitana priva di qualsiasi fondamento).</p>
<p align="JUSTIFY">Proprio questa mancanza di una spiegazione logica per queste reazioni così diffuse rappresenta certamente una delle curiosità più diffuse.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Come mai alcune cose tendono a fare paura senza che possano essere realmente considerate pericolose?</h3>
<p align="JUSTIFY"><strong>Il comune denominatore di queste paure è il sentore che l&#8217;oggetto temuto possa in qualche modo contagiarci per iniezione, puntura o anche solo per contatto</strong>. Se per insetti e rettili la cosa può essere immediatamente evidente, la cosa può esserlo meno per forme di fobie come la gerontofobia (la paura delle persone anziane), o la pogonofobia (paura di persone con la barba), entrambe in qualche modo viste come portatrici di germi e batteri.</p>
<p align="JUSTIFY">La scelta di un determinato oggetto su cui concentrare la propria paura può dipendere da esperienze passate o dalla connotazione di qualcosa come sporco, impuro all&#8217;interno di una certa conversazione familiare. <strong>Il senso di minaccia in questi casi sarebbe particolarmente forte perché non controllabile né verificabile se non quando il contagio è già avvenuto</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo darebbe una sensazione di mancanza di controllo sulla situazione che accentua il senso di pericolo.</p>
<h3 align="JUSTIFY">La presenza di queste paure richiede sempre un trattamento psicologico?</h3>
<p align="JUSTIFY">Ovviamente no.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Questo tipo di intervento può essere opportuno solo quando la paura in questione per qualche motivo arriva a incidere significativamente sulla qualità di vita di una persona.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Bisogna aggiungere poi che non tutti i trattamenti sono effettivamente ugualmente efficaci nel cambiamento di questi problemi, che comunque in pochi casi possono sparire del tutto.</p>
<p align="JUSTIFY">Più frequenti sono gli interventi che permettono un miglioramento significativo della situazione ed una riduzione delle reazioni più forti e accese.</p>
<p align="JUSTIFY">Parlare di intervento precoce in questi casi diventa difficile perché spesso questi problemi sorgono in forma subdola sin dall&#8217;infanzia, diventando poi significativi solo in un secondo tempo, dato che le paure infantili sono spesso ritenute (a ragione) un problema transitorio che sparirà poi con il tempo.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo fa sì che l&#8217;intervento venga effettuato solo molto tempo dopo l&#8217;esordio, scelta che ovviamente spesso ha ripercussioni sull&#8217;esito finale dell&#8217;intervento.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche in questi casi, tuttavia, vale la pena di provare a darsi una possibilità di risoluzione.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Non c&#8217;è peggior paura, infatti, di quella che non vuole essere affrontata.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/oddio-paura-viaggio-nelle-fobie/">&#8220;Oddio che paura!&#8221;: viaggio nelle fobie</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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