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	<title>problemi familiari Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
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		<title>Conflitti e contenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2015 14:35:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto di coppia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Spesso si pensa che serenità e conflittualità siano due dimensioni contrapposte e inversamente proporzionali: essere “la famiglia del mulino bianco” viene spesso indicato come un ideale irraggiungibile ma desiderato, ambito.</p>
<p align="JUSTIFY">La ricerca psicologica rivela però una realtà molto diversa: <b>i gruppi che registrano il maggior benessere sono quelli nei quali i conflitti possono essere espressi liberamente sia che si parli di contesti familiari che lavorativi. Ammettere e &#8220;legittimare&#8221; un conflitto di coppia, o tra genitore e figlio, piuttosto che tra colleghi permetterebbe di vivere più serenamente in quel contesto.</b></p>
<p align="JUSTIFY">Indipendentemente dal contesto osservato, più il gruppo è abituato ad affrontare conflitti, più diventa capace di gestirli, più riesce a ridurre il livello di aggressività al proprio interno e quindi a sopravvivere. Non solo: in questi gruppi si lavora meglio, sono più produttivi e registrano un maggior livello di benessere personale.</p>
<p align="JUSTIFY">Al contrario <b>nei gruppi nei quali il conflitto viene eluso</b>, minimizzato o evitato (magari proprio cercando di nasconderlo dietro un clima cordiale), <b>così come in quelli in cui viene impedito</b>, <b>si riscontra un maggiore livello di negatività</b>, un sentimento sotterraneo, più difficile da affrontare dell&#8217;aggressività, e quindi tendenzialmente più logorante. I membri di questi gruppi si sentono ovviamente meno valorizzati, si riconoscono meno nel gruppo e disinvestono.</p>
<p align="JUSTIFY">In pratica: <b>meno si dà libero corso al conflitto, più questo ci perseguiterà</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Traducendo il discorso per quanto riguarda un conflitto di coppia o in una famiglia ciò significa che <strong>quanto più divergenze e visioni diverse trovano spazio di emersione, tanto maggiore sarà il benessere reale in casa</strong>. Tanto meno si ha paura di litigare, tanto più ci si vaccinerà dalla repressione del conflitto e si imparerà a gestirlo e superarlo.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Perché il conflitto sia costruttivo diventa importante che riesca a restare “un conflitto aperto”</b>, cioè che <b>offra a tutti i contendenti la possibilità di esprimere le proprie diverse posizioni</b>, ma anche di <b>assumersi un ruolo ed una responsabilità nella soluzione</b>, ben sapendo che ci possono essere situazioni in cui una via di mezzo non è possibile, rendendo necessario che qualcuno faccia un passo indietro.</p>
<p align="JUSTIFY">Dare spazio al confronto non significa rendere sempre tutti contenti (evidentemente un&#8217;opzione impossibile), ma fare in modo che ciascuno senta comunque di aver avuto modo di esprimersi.</p>
<p align="JUSTIFY">I fattori che permettono creare un clima di questo tipo sono molteplici, alcuni individuali, altri contestuali: <b>ciò significa che la buona volontà del singolo può non essere sufficiente a creare il clima ottimale</b> (pur essendo comunque una premessa indispensabile), <b>ma che può essere necessario un percorso di tutto il gruppo coppia, famiglia, o equipe che sia</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Talvolta il percorso può essere più lungo ed impegnativo, richiedendo tempo e messa in gioco da parte di ciascuno.</p>
<p align="JUSTIFY">A tutti viene chiesto di esporsi e lasciar esporre e accettare, laddove il contesto lo renda possibile, che le decisioni non negoziabili non vedano uscire sempre lo stesso vincitore, pena il ritorno ad un clima nel quale, alla fine, i perdenti finiranno per minare le fondamenta del lavoro e avere la propria rivalsa su un contesto (lavorativo, familiare, di coppia ecc.) dal quale non si sentono apprezzati e riconosciuti.</p>
<p align="JUSTIFY">Come dire: litigate, e vivete felici.</p>
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		<title>Affari Affetti Affanni: crisi personale e famiglia azienda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Dec 2015 10:17:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi personale]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quali sono le implicazioni psicologiche di nascere e vivere in una famiglia azienda? Cosa succede quando si sperimenta un problema psicologico dentro un nucleo che lega<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><b>Quali sono le implicazioni psicologiche di nascere e vivere in una famiglia azienda?</b></h2>
<h3><b>Cosa succede quando si sperimenta un problema psicologico dentro un nucleo che lega il proprio nome ed il proprio benessere ad un negozio o ad un&#8217;impresa “di famiglia”?</b></h3>
<p>Ogni medaglia, si sa, ha due facce, e la stessa cosa vale ovviamente anche per la cosiddetta “famiglia-azienda”, cioè per quella famiglia che lega il proprio nome, o almeno la propria sussistenza ad un&#8217;attività commerciale o ad un&#8217;impresa nella quale genitori e figli, fratelli e cugini si trovano a condividere non solo lo spazio dell&#8217;intimità familiare, ma anche quello “pubblico” della sfera lavorativa.</p>
<p><b>Vista da fuori questa condizione rappresenta per molti una vera fortuna</b>, specie quando l&#8217;attività è florida: un posto di lavoro assicurato e l&#8217;inevitabile confidenza con il cuore dell&#8217;azienda vengono visti come privilegi preziosi da chi è esterno a situazioni di questo tipo.</p>
<p><b>Vista dall&#8217;interno, al contrario, la situazione non è sempre così rosea</b>, soprattutto a causa dei <b>labili confini tra sfera personale, familiare e pubblica</b> che si vive in queste famiglie, abituate a sovrapporre o identificare rapporti di parentela e di colleganza.</p>
<p><b>Difendere il proprio spazio personale diventa spesso più difficile</b>, sia per una difficoltà fisica a trovare spazi immuni dalla presenza e dall&#8217;influenza familiare sia per il <b>maggiore peso attribuito al giudizio ed alla critica</b>. L&#8217;appartenenza al gruppo viene infatti doppiamente cementata dal legame di sangue e da quello lavorativo, rendendo più incisivo e significativo il confronto con l&#8217;altro.</p>
<p><b>Per terapeuti e pazienti è essenziale tenere presenti gli aspetti peculiari di questi sistemi familiari quando viene portato un problema in terapia, pena l&#8217;incontrare resistenze e blocchi difficilmente arginabili.</b> Essere parte da sempre di un sistema funzionante secondo determinate regole può rendere difficile rendersi conto della loro influenza sulle scelte più quotidiane come su quelle esistenziali, interferendo con la possibilità di comprendere le ragioni del problema e, quindi,</p>
<p>Porre in evidenza questo legame è il primo passo essenziale, a partire dal quale può essere costruito delle possibili soluzioni.</p>
<p>La ricerca psicologica ha più volte evidenziato come per le persone appartenenti a famiglie di questo tipo sia più difficile affrontare le situazioni in cui i bisogni legati alla sfera affettiva andavano a scontrarsi con quelli della sfera lavorativa: <b>quando i tempi intimi vanno fuori sincronia con quelli aziendali</b> (cambiamenti di vita in momenti in cui l&#8217;azienda chiede continuità o trasformazioni lavorative ostacolate dalle esigenze familiari) <b>la tensione generata dal contrasto di bisogni può tradursi in una crisi personale o nei classici sintomi psicologici: ansia, depressione, somatizzazioni, ecc.</b></p>
<p>Porre in evidenza questo legame è il primo passo essenziale, a partire dal quale può essere costruito <span style="line-height: 1.5;">un percorso terapeutico che aiuti a costruire un nuovo equilibrio capace di considerare e, possibilmente, conciliare i due mondi della persona: storicamente intrecciati e interdipendenti.</span></p>
<p>Solo tenendo presente questa dimensione il problema può essere realmente compreso ed interpretato e la tensione risolta, arrivando a trovare un nuovo equilibrio ed un nuovo benessere.</p>
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		<title>SOS Suoceri: difficili equilibri familiari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Feb 2016 13:31:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti familiari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto tra una coppia e le rispettive famiglie d&#8217;origine è da sempre un tema caldo, sul quale si concentrano rituali e tradizioni, leggende e barzellette.<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il rapporto tra una coppia e le rispettive famiglie d&#8217;origine è da sempre un tema caldo, sul quale si concentrano rituali e tradizioni, leggende e barzellette.</p>
<p>Il problema della <strong>ridefinizione dei confini tra il nuovo nucleo composto da due partner e le loro famiglie</strong> è talmente comune e universale da essere un classico di commedie vecchie e nuove, vignette e film: chi ha apprezzato, tanto per citare uno dei titoli più famosi a riguardo, “Ti presento i miei”, sa di cosa sto parlando. Parlare di suocera e nuora (o suocera e genero&#8230;) significa nell&#8217;immaginario comune parlare di cane e gatto e, sebbene nella realtà dei fatti la situazione non sia ovviamente sempre così, è pur vero che <strong>anche nelle situazioni più riuscite qualche aggiustamento reciproco è sempre da mettere in conto</strong>.</p>
<p><img decoding="async" class="alignright" src="http://raccontidicasa.it/wp-content/uploads/2013/04/suocera-invadente-190x190.jpg" alt="suocera" width="190" height="190" />Moltissimi i libri (o siti) della cosiddetta “psicologia pret a porter” (cioè quei manualetti della serie “come vivere felici e risolvere tutti i problemi in 10 regole”) esibiscono leggi universali per risolvere la questione (“la coppia deve difendere e tutelare i propri spazi vitali”, “intrusioni da parte delle famiglie estese sulla vita matrimoniale finiscono per minare alla radice la stabilità della coppia”, ecc.) che generalmente ottengono il solo effetto di aumentare la frustrazione di chi cerca invano di realizzarle. <strong>La situazione è sempre più complessa di quella considerata generalmente in questi pamphlet e tra volere qualcosa e riuscire ad attuarlo intercorrono sempre una serie di fattori.</strong></p>
<p>La situazione attuale, infatti, non può prescindere da alcuni essenziali dati di fatto: difficoltà economiche, esigenze familiari, problemi di salute sono solo alcune delle ragioni che rendono impossibile per una coppia (o uno dei due coniugi) porre i limiti e le barriere illustrate come essenziali, se non a costi enormi dal punto di vista pratico o emotivo.</p>
<p>L&#8217;esempio più classico può essere quello di un figlio che nel momento in cui inizia ad avviare una vita di autonoma con una propria famiglia si trova a dover fronteggiare la malattia di un genitore, o a necessitare aiuto nell&#8217;accudimento di un bambino: situazioni cioè che legittimamente richiamano l&#8217;attenzione verso il proprio nucleo e la necessità di un osmosi con esso.</p>
<p><strong>Il problema del rapporto “tra suocera e nuora” non è mai un problema a due, ma coinvolge sempre almeno un terzo, cioè il partner/figlio</strong>, che si trova al centro della questione con la responsabilità e necessità di gestire il territorio di confine tra i due nuclei a cui appartiene (ovviamente il medesimo discorso vale al variare del sesso dei soggetti: suocera e genero, suocero e nuora, suocero e genero).</p>
<p>In questo ambito più che mai le modalità che permettono di costruire un equilibrio stabile ed efficace variano da un caso all&#8217;altro, a seconda delle prassi proprie delle due famiglie d&#8217;origine e di quella costruita dalla nuova coppia.</p>
<p>Ogni arrangiamento offre vantaggi e svantaggi: autonomia e indipendenza da una parte, sostegno e aiuto dall&#8217;altra possono però tradursi anche in una faticosa solitudine o in un&#8217;intrusività fastidiosa che possono rappresentare un serio ostacolo alla serenità di coppia.</p>
<p><strong>Quali aspetti privilegiare e quali mettere in secondo piano diventa determinante nella scelta della coppia</strong>, finendo al centro di discussioni e liti nel momento in cui le visioni divergono e non si giunge ad un accordo condiviso.</p>
<p>Riuscire a cogliere i reali significati in gioco dietro diventa determinante per comprendere possibilità e vincoli, richieste possibili ed impossibili per arrivare a costruire un nuovo equilibrio sostenibile per tutti.</p>
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		<title>Figli che odiano i genitori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Apr 2016 12:25:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[alienazione genitoriale]]></category>
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		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si chiama “alienazione parentale” ed è una delle situazioni più drammatiche che possano verificarsi come “effetto collaterale” di una separazione: coma nasce? Come riconoscerla? Ma soprattutto:<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Si chiama “alienazione parentale” ed è una delle situazioni più drammatiche che possano verificarsi come “effetto collaterale” di una separazione: coma nasce? Come riconoscerla? Ma soprattutto: come si può intervenire?</h2>
<p>Vediamo una situazione prototipica:</p>
<p>Marco ha dodici anni ed ha sempre avuto un rapporto splendido con il padre. La cosa è cambiata drammaticamente da alcuni mesi, da quando cioè la crisi coniugale ha portato i genitori a separarsi.</p>
<p>Da quel momento il ragazzo ha iniziato a portare attacchi feroci al padre che fino a poco prima adorava, accusandolo perfino di cose che lui non ha mai fatto e finendo per desiderare di rompere del tutto i rapporti con lui fino a farsi togliere il cognome a favore di quello della madre.</p>
<p>Inutile chiedere ai due ex coniugi: da una parte il padre è fermo nel decretare la responsabilità materna nell&#8217;ostilità del ragazzo, cosa resa evidente dal fatto che “all&#8217;improvviso mio figlio ha iniziato a parlare esattamente come la mia ex moglie”, mentre dall&#8217;altra parte la madre ritiene che semplicemente oggi il figlio, uscito dalle illusioni infantili, abbia aperto gli occhi sul padre.</p>
<p>Il coro familiare intorno ripete la litania del proprio schieramento a favore dell&#8217;uno o dell&#8217;altro, aumentando ulteriormente l&#8217;asperità del conflitto, con ripercussioni evidenti sul processo di separazione e la possibilità di trovare una via consensuale alla risoluzione della questione.</p>
<p><strong>L&#8217;alienazione parentale consiste proprio in questo processo di rottura spesso insanabile del rapporto genitore-figlio a cui segue l&#8217;instaurazione di un clima ostile fino alla violenza verbale (più raramente anche fisica) da parte dei figli verso un genitore.</strong></p>
<p>La casistica sempre più frequente ha portato a una revisione di questo problema relazionale: inizialmente vista come una sindrome legata soltanto alla posizione del figlio rispetto al genitore, si è portati oggi a riconoscere l&#8217;aspetto più articolato e complesso del problema, nel quale l&#8217;antagonismo agito da parte del minore è solo la punta di un iceberg che coinvolge tutto il nucleo familiare: ex coniugi e famiglie estese comprese.</p>
<p>Il nuovo modo di vedere a questo problema, e quindi di intervenire su di esso, <strong>ha messo in luce proprio il ruolo giocato da tutti gli attori della scena familiare</strong>. Tanto il “genitore alleato” del minore, tanto quello “attaccato” (uso questa dicitura solo in senso indicativo, non assoluto), così come il clima familiare caratteristico del nucleo allargato, hanno un ruolo determinante nella costruzione del quadro complessivo che deve essere riconosciuto e preso in considerazione se si vuole comprendere e risolvere la situazione.</p>
<p>È bene dire che <strong>il fattore tempo gioca spesso un fattore determinante per la possibilità di risoluzione o miglioramento della situazione</strong>: tempestività e prevenzione rappresentano sicuramente un valore aggiunto per un problema che, al contrario, se trascurato, rischia di diventare irreversibile a causa delle molteplici implicazioni che determinano spesso un&#8217;escalation del conflitto ed una fossilizzazione delle posizioni.</p>
<p>La visione più articolata del processo fa anche sì che la sua risoluzione non possa più essere ascritta ad un soggetto solo, ma inserita in una cornice più ampia, che comprenda il nucleo familiare nel suo complesso.</p>
<p>Ovviamente l&#8217;indicazione più utile per chi ravvedesse una situazione di questo tipo all&#8217;interno del suo nucleo familiare è quella di <strong>contattare quanto prima uno specialista, rivolgendosi ad un consultorio o ad un terapeuta</strong> che possa aiutare a compiere una valutazione per procedere quanto prima ad un intervento che possa favorire la risoluzione del problema prima di un suo inasprimento.</p>
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			</item>
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		<title>Esistono casi incurabili?</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/esistono-casi-incurabili/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Mar 2017 13:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[attacchi di panico]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[domande psicologiche]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[problemi emotivi]]></category>
		<category><![CDATA[problemi familiari]]></category>
		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[scatti di rabbia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Esistono casi incurabili? È possibile che il mio problema non abbia soluzione?” Oggi prendo spunto da una domanda che moltissime volte mi è stata fatta da<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium" src="http://www.jungitalia.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/09/Risolvere-problemi-superare-370x246.jpg" alt="esistono casi incurabili" width="370" height="246" />“Esistono casi incurabili? È possibile che il mio problema non abbia soluzione?”</h3>
<p align="JUSTIFY">Oggi prendo spunto da una domanda che moltissime volte mi è stata fatta da pazienti nuovi e vecchi, spaventati dalla difficoltà di superare un problema che li attanaglia, o dalla ricomparsa di difficoltà che pensavano superate.</p>
<p align="JUSTIFY">Il quesito è tanto centrale quanto legittimo per chiunque, sia che affronti una psicoterapia, sia che cerchi di risolvere la questione in autonomia. Credo tuttavia che la risposta, altrettanto importante e legittima, non possa essere liquidata con una banalizzazione o semplificazione dei termini.</p>
<p align="JUSTIFY">Penso che il rischio maggiore in un caso come questo sia legato all&#8217;idea di “soluzione” o “cura” del problema: due termini che, profondamente diversi, vengono tuttavia spesso confusi o erroneamente presi come sinonimi.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La risposta alla domanda iniziale è molto diversa in base a ciò che intendiamo quando chiediamo una risoluzione del nostro problema emotivo, relazionale o affettivo.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Vediamo alcune declinazioni di questa idea:</p>
<h3 align="JUSTIFY"><img decoding="async" class="alignright" src="http://portalemisteri.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2013/03/time_travel.jpg" alt="esistono casi incurabili" width="305" height="305" />1) “vorrei tornare come stavo prima che il problema si manifestasse”</h3>
<p align="JUSTIFY">Questa richiesta, se perseguita in senso letterale, è chiaramente impossibile, perché si basa su un principio non irrealistico: <strong>l&#8217;idea che si possa tornare indietro nel tempo senza che ciò che è accaduto lasci una traccia</strong>. Questo pensiero si ritrova più frequentemente di quanto si pensi anche in ambiti diversi dalla psicologia clinica in senso stretto, come la politica, l&#8217;economia o la medicina.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcuni anni fa un chirurgo plastico venne condannato a risarcire una paziente che si era sottoposta ad un intervento estetico con la promessa che “dopo l&#8217;intervento avrebbe avuto il seno di vent&#8217;anni prima”. Promessa chiaramente irrealizzabile, e quindi giustamente bollata come truffa.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cancellare la storia ovviamente non è possibile, oltre che dannoso perché ci impedisce di farne tesoro</strong>: ciò significa che la risposta alla domanda “esistono casi incurabili?” in questo caso dovrebbe essere “tutti i casi sono incurabili, per fortuna, perché non è possibile cancellare ciò che è stato”.</p>
<h3 align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" src="http://www.semprefesta.org/wp-content/uploads/2016/08/MAGIA2.jpg" alt="esistono casi incurabili" width="367" height="187" />2) “vorrei che il sintomo sparisse”</h3>
<p align="JUSTIFY">Poter chiedere che un sintomo specifico sparisca è una richiesta legittima e sensata che ha bisogno di essere declinata però all&#8217;interno del caso specifico.</p>
<p align="JUSTIFY">Nessun problema è uguale all&#8217;altro, questo è già stato detto molte volte, e ogni problema ha una sua storia. <strong>Quando un problema è presente da molto tempo nella vita di una persona e ne investe diversi ambiti, è difficile che questo sparisca del tutto</strong>. È più facile che si possa avere una riduzione nella frequenza o intensità dei sintomi, un miglioramento della qualità di vita.</p>
<p align="JUSTIFY">Se quindi intendiamo la questione in questi termini è possibile dire che certamente esistono situazioni in cui il problema non può essere debellato, <strong>ma ciò non significa che non possa invece essere portato entro un livello soddisfacente.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">A volte poi la risposta a questa domanda merita un&#8217;ulteriore specifica temporale: a volte un sintomo non può sparire<strong> in questo specifico momento</strong>, in questa fase della vita. Riuscire a portare la situazione ad un livello accettabile e aspettare che alcune condizioni esterne cambino può essere un&#8217;ottima soluzione.</p>
<h3 align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" title="" src="http://www.ilparacadutevicenza.it/wp-content/uploads/2014/06/filo.jpg" alt="" width="270" height="150" />3) “vorrei che qualcuno si curasse di me e del mio problema”</h3>
<p align="JUSTIFY">Quando ciò che viene chiesto è la possibilità di un ascolto e comprensione, chiaramente, <strong>non esistono situazioni che delle quali non è possibile prendersi cura</strong>, e sulle quali si possa in qualche modo arrivare a dare il proprio sostegno. Al contempo è pur vero che generalmente chiunque viva una situazione di crisi, difficilmente chiede solo ascolto, aspettandosi in qualche modo un miglioramento della situazione, attesa che ci riporta in qualche modo alla situazione precedente&#8230;</p>
<h3 align="JUSTIFY">Ma qual è allora la risposta alla domanda da cui siamo partiti?</h3>
<h3 align="JUSTIFY">Esistono casi incurabili, problemi irrisolvibili?</h3>
<p align="JUSTIFY">Credo che la risposta più onesta sia che <strong>ogni problema, così come ogni esperienza, una volta che appare nella nostra vita, entra in qualche modo a farne parte</strong>. Come e quanto questo accada può essere però oggetto di lavoro.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium" 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alt="esistono casi incurabili" width="259" height="194" />Ho sempre trovato estremamente affascinante l&#8217;inspiegabile fenomeno della “memoria dei violini”: la purezza della nota emessa da un violino non dipende solo dal musicista che lo suona in quel momento, ma anche da chi lo ha suonato in precedenza. Le vibrazioni impresse alle corde rimangono come una memoria appresa dalla materia, che tende a riprodurle spontaneamente (questo è il motivo per cui nessun concertista farebbe suonare un pregiato Stradivari ad un dilettante&#8230;).</p>
<p align="JUSTIFY">Lo stesso accade per noi umani: <strong>ogni nota suonata rimane impressa dentro di noi, con la possibilità non escludibile a priori che questa possa riemergere</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Riuscire a comporre una nuova melodia tra armonie e dissonanze è la sfida da affrontare.</p>
<p align="JUSTIFY">La risposta alla nostra domanda.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/esistono-casi-incurabili/">Esistono casi incurabili?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Terapia di coppia: quando serve?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Sep 2017 09:57:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Molti pensano che la terapia della coppia sia un percorso utile solo quando la coppia è in crisi a causa di un tradimento, un disamoramento o<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/terapia-della-coppia/">Terapia di coppia: quando serve?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="font-size: 14pt;">Molti pensano che la terapia della coppia sia un percorso utile solo quando la coppia è in crisi a causa di un tradimento, un disamoramento o quando compare sulla scena il rischio di una rottura definitiva.</span></h2>
<p>Se in questi casi la terapia della coppia non solo è raccomandata, ma inevitabile (sempre che non si sia già andati oltre un punto di non ritorno), il percorso congiunto di due partner può essere utile in situazioni diverse, anche individuali.</p>
<p>Vediamo perché.</p>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Una coppia assomiglia per molti versi ad un organismo vivente</b> che nasce, cresce, evolve e addirittura può generare qualcosa di suo (non necessariamente un figlio, ma quella è un&#8217;ipotesi).</h4>
<p align="JUSTIFY">E come tutti gli organismi viventi, ahi noi, muore: a volte di vecchiaia, a volte per qualche male che sopraggiunge a compromettere il benessere raggiunto.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Le malattie delle coppie si chiamano crisi</b>, e i sintomi di una crisi di coppia sono noti a chiunque ne abbia vissuta una: perdita di interesse verso l&#8217;altro e del senso di complicità, perdita del supporto e riconoscimento reciproco, senso di incomprensione. Litigi e tradimenti possono essere una conseguenza di questo, come il raffreddamento sessuale, sebbene ogni coppia abbia poi modalità peculiari e specifiche di manifestare la propria crisi.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Se è vero però che la coppia può essere paragonato ad un <b>organismo vivente</b>, è certamente un organismo molto particolare, perché è <b>composto da soggetti distinti ma al contempo connessi dal rapporto che li lega e che li influenza reciprocamente</b>.</h4>
<p align="JUSTIFY">Un esempio di questa influenza possono essere i differenti modi di comportarsi che ciascuno manifesta dentro e fuori dalla coppia. Nulla di strano o di malsano: agire in modi diversi all&#8217;interno di relazioni diverse (ovviamente entro certi limiti di coerenza individuale&#8230;) rientra in quella versatilità innata, che si può poi declinare in base alle attitudini individuali, alla storia vissuta e al modo di essere del singolo.</p>
<p align="JUSTIFY">Proprio entro queste differenze possono però generarsi dei “cortocircuiti”, degli “errori di connessione” con risonanze ed effetti sulla coppia, il cui equilibrio viene messo in crisi.</p>
<p align="JUSTIFY">Non sempre però il disagio si manifesta come problema del rapporto: in alcune situazioni <b>anche</b> <b>problemi individuali possono essere il risultato di tensioni e difficoltà nella coppia</b>, che uno dei due partner manifesta, a volte anche senza rendersene conto.</p>
<p align="JUSTIFY">Pensare alla terapia di coppia come rimedio da valutare solo quando il rapporto scricchiola può essere un&#8217;idea riduttiva, se non addirittura rischiosa.</p>
<h2 align="JUSTIFY"><b>Trovare insieme una nuova via.</b></h2>
<p align="JUSTIFY">Dire che <b>la coppia è un organismo che vive della composizione dei suoi membri</b> significa quindi che <b>ogni elemento di ciascuno contribuisce alla definizione della coppia stessa, perfino i punti di debolezza</b>. Cambiare queste “debolezze” individuali, al di fuori di un percorso congiunto, potrebbe paradossalmente indebolire una coppia invece che rinforzarla.</p>
<p align="JUSTIFY">Non è azzardato dire che ogni cambiamento personale significativo diventa necessariamente anche un cambiamento di tutte le relazioni significative che una persona vive: superare un problema di ansia e tornare a vivere liberamente, o uscire da una depressione e ritrovare energia e propositività, riuscire a perdere peso e ottenere un&#8217;immagine di sé soddisfacente sono tutti cambiamenti che si riflettono anche sui rapporti intorno a noi, che sono chiamati a trovare un nuovo modo di interagire con noi.</p>
<p align="JUSTIFY">Per questo motivo affrontare il cambiamento in modo condiviso può semplificare il percorso nel suo complesso.</p>
<h2 align="JUSTIFY"><b>Condividere le risorse, dimezzare la fatica.</b></h2>
<p align="JUSTIFY">Oltre a questo aspetto ne esiste un altro molto importante: il gioco di squadra permette a ciascuno di beneficiare anche della risorse dell&#8217;altro, oltre a permettere di creare occasioni di complicità.</p>
<h4 align="JUSTIFY">In una terapia di coppia ciascuno dei partecipanti può contare sulle risorse, sui punti di vista, sui contributi degli altri, avendo quindi un aiuto importante.</h4>
<p align="JUSTIFY">Quando dico “ciascuno dei partecipanti”, intendo dire anche quello che può essere visto inizialmente come “accompagnatore”: un percorso congiunto permette di far emergere più facilmente i modi con cui, anche chi è vicino al sofferente, può contribuire ad uno sviluppo positivo o negativo della situazione, o rendere visibili dei nodi prima ignorati o sottovalutati.</p>
<h2 align="JUSTIFY"><b>Portare alla luce questioni non evidenti</b></h2>
<p align="JUSTIFY">Non sono rari poi i casi in cui una coppia (o una famiglia) conviva con un problema o una situazione talmente abituale da essere diventata invisibile dall&#8217;interno, ma magari sempre più impegnativa e causa di sofferenza.</p>
<p align="JUSTIFY">Parenti invadenti (o totalmente assenti), lavori totalizzanti, routine scomode e sacrificate sono gli esempi più frequenti tra i problemi di cui sto parlando.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Questi problemi coinvolgono entrambi i partner, sebbene in modo diverso, poiché uno può essere più comodo in questa posizione, mentre l&#8217;altro più provato. Generalmente è proprio quest&#8217;ultimo che può a un certo punto trasformare questa sofferenza in insofferenza e malcontento verso la coppia.</h4>
<p align="JUSTIFY">In questi casi (non sempre identificabili a priori, perché il problema è diventato parte della vita anche di chi lo patisce, che quindi può non riuscire a riconoscerlo immediatamente) un lavoro individuale rischia di trasformare il percorso personale in un conflitto di coppia.</p>
<p align="JUSTIFY">Prima o poi infatti la persona dovrà scegliere se continuare a star male, o comunicare all&#8217;altro che non è più disposto a subire determinate situazioni, e questo potrebbe portare a uno scontro.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Al contrario, affrontare il percorso insieme attraverso una terapia della coppia permette di tornare a vedere insieme eventuali difficoltà e quindi a condividere anche la costruzione di un nuovo modo per affrontarle.</h4>
<h2 align="JUSTIFY"><b>Quando pensare a una terapia della coppia?</b></h2>
<p align="JUSTIFY">Alla luce di quanto detto può quindi essere più facile capire perché <strong>una terapia della coppia può essere utile anche quando il problema non è una crisi del rapporto</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Una delle prime domande che faccio sempre a chi arriva in terapia è <strong>se c&#8217;è qualcun altro che vorrebbe coinvolgere nel percorso di cura</strong>. Questa domanda coglie molte persone di sorpresa, come se fosse un&#8217;ipotesi curiosa: se il problema è mio, perché dovrei venire con qualcun altro?</p>
<h4 align="JUSTIFY">La riposta è negli esempi sopra riportati: le relazioni che viviamo, soprattutto quelle più strette, sono parte del nostro stesso percorso, sia quello che abbiamo alle nostre spalle, sia quello che abbiamo davanti. In questo senso il coinvolgimento attivo di un partner rappresenta non solo un&#8217;opzione, ma una risorsa importante in un momento di cambiamento e di riorganizzazione da parte della persona.</h4>
<p align="JUSTIFY">Questo non significa ovviamente che diventa sempre necessario, ma che può rappresentare un elemento aggiunto o un cardine importante anche in situazioni in cui non risulta immediatamente evidente il coinvolgimento di un partner.</p>
<p align="JUSTIFY">Certamente una prospettiva di questo tipo può aiutare a scoprire nuovi punti di vista: spesso una condizione essenziale per arrivare a promuovere un significativo e duraturo cambiamento.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/terapia-della-coppia/">Terapia di coppia: quando serve?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Aiuto dottore, mio figlio non mi parla più!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2017 09:12:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[4 - Altro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi parliamo del rapporto tra genitori e figli, in particolare di quando un figlio sembra sottrarsi ad un genitore con cui fino a poco prima c&#8217;era<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/mio-figlio-non-mi-parla/">Aiuto dottore, mio figlio non mi parla più!</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Oggi parliamo del <strong>rapporto tra genitori e figli</strong>, in particolare di<strong> quando un figlio sembra sottrarsi ad un genitore con cui fino a poco prima c&#8217;era confidenza, e sembra non volerci più parlare</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mi riferisco a situazioni di litigio tra loro, o a <a href="http://www.psicologogallarate.com/alienazione-parentale/">crisi seguenti a separazioni o simili</a>, ma proprio a quei casi in cui, senza una ragione apparente, un figlio non parla più in casa con uno o entrambi i genitori.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono rari i casi di madri e padri che chiedono aiuto per i “silenzi a tavola”, gli sguardi sfuggenti, la sensazione che stia succedendo qualcosa per cui il figlio (o la figlia) sembra sfuggirgli.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione diventa spesso fonte di grande angoscia e turbamento per due tipi di pensieri che iniziano ad aleggiare in testa <strong>“avrà qualcosa da nascondere”</strong> e <strong>“sarò arrabbiato per qualcosa che ho fatto&#8230; ma dove ho sbagliato?”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessun genitore, ovviamente, può accettare l&#8217;idea di non essere un buon genitore, qualsiasi cosa ciò significhi nella sua testa.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Esiste un&#8217;idea molto diffusa per cui “il buon genitore è il primo confidente del figlio”, che in questi casi diventa allarmante, ma&#8230; è davvero così?</h3>
<p style="text-align: justify;">Decisamente no! E per capire il perché può essere sufficiente rovesciare le parti, ricordando quando “noi genitori” calzavamo la parte dei figli: avremmo visto di buon grado il fatto di parlare sempre di una cosa prima con i nostri genitori? Erano sempre loro i migliori interlocutori che avremmo desiderato?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, qualcuno può aver avuto il desiderio di una maggiore vicinanza con un padre o una madre sfuggente, ma certamente per moltissime questioni il confronto con dei pari o l&#8217;autonomia decisionale diventava l&#8217;opzione preferita.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Il binomio autonomia-dipendenza non è necessariamente un bisogno relegato alla sola adolescenza, sebbene questa tematica diventi certamente più fondamentale con la crescita di un figlio.</h3>
<p style="text-align: justify;">In termini assoluti si può anzi dire che <strong>la progressiva costruzione di una distanza tra familiari di generazioni diverse sia una necessità</strong>: prima o poi il giovane dovrà fare a meno del più vecchio e, per quanto questo passaggio possa essere desiderato più lontano possibile, la sua preparazione progressiva è certamente il modo migliore per affrontarlo.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Ma come posso regolarmi se mio figlio non mi parla? Cosa è bene che faccia?</h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che è importante mantenere è la “certezza di presenza ma impossibilità di sostituzione”</strong>: cioè che l&#8217;altro sappia che noi, in caso di necessità, ci siamo ma che la nostra presenza non sostituirà mai il ruolo che lui è bene che abbia nella sua vita e nelle sue scelte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo naturalmente, quando si parla di figli minorenni, può e deve accompagnarsi anche ad un controllo più diretto</strong> (es. controllare i contatti del figlio e i suoi social network, monitorare le spese effettuate, verificare le presenze a scuola, ecc.), modalità che nelle età successive diventa accettabile solo in caso di sospetto pericolo per l&#8217;incolumità dell&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">La definizione di questo spazio privato del figlio può essere negoziata, e diventare occasione di confronto: esplicitare cosa vogliamo/dobbiamo sapere e in che modo concordiamo di comunicarci le cose rappresenta un&#8217;ottima occasione di evoluzione della relazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo dimenticare che <strong>riconoscere all&#8217;altro degli spazi “lontani dai nostri occhi” esprime una grande attestazione di fiducia e stima nell&#8217;altro e nel rapporto costruito</strong>: solo un secondino (o un custode&#8230;) ha bisogno di assicurarsi sempre che il prigioniero (o il custodito) non tenti di scappare.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutti gli altri casi il rapporto non può funzionare così, ma basandosi su una reciproca fiducia: discorso valido tra genitori e figli, tra partner, colleghi o qualsiasi tipo di rapporto autentico della nostra vita.</p>
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		<title>Separazione: come parlarne ai figli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Feb 2018 15:20:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[problemi familiari]]></category>
		<category><![CDATA[separazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La fine di un rapporto di coppia è sempre un momento difficile e doloroso. Le cose diventano poi ancora più impegnative quando sono presenti sulla scena<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/separazione-come-parlarne-ai-figli/">Separazione: come parlarne ai figli</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 align="JUSTIFY">La fine di un rapporto di coppia è sempre un momento difficile e doloroso. Le cose diventano poi ancora più impegnative quando sono presenti sulla scena dei figli che, pur testimoni di momenti di tensione e scontro, possono vivere con angoscia l&#8217;idea di una separazione dei genitori.</h3>
<h3 align="JUSTIFY">Come parlare ai figli della separazione? Quando è bene farlo, e chi deve occuparsene?</h3>
<h3 align="JUSTIFY">In che modo accompagnarli ad affrontare i cambiamento?</h3>
<p align="JUSTIFY">Certamente un evento come la separazione oggi è molto più frequente e pensabile di quando sia stato nel passato: oggi famiglie separate o ricomposte sono estremamente frequenti, talvolta anche con ricomposizioni multiple (cioè con entrambi i coniugi che hanno già avuto alle spalle almeno un&#8217;altra separazione).</p>
<p align="JUSTIFY">Questo ovviamente non riduce la quota di sofferenza legata all&#8217;evento, sebbene lo può porre, almeno in certi casi, entro certi limiti di maggiore comprensibilità.</p>
<p align="JUSTIFY">Senza dubbio è bene precisare che non sempre e non necessariamente “separarsi” significa “traumatizzare” un figlio: non sono infrequenti i casi in cui sono i figli stessi a chiedere a genitori litigiosi di separarsi, magari avendo visto l&#8217;esperienza di un amico risolversi in meglio, o semplicemente perché non riescono più a sopportare di vivere in un contesto di guerra costante.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Questo ci porta, tanto per cominciare, a porre due premesse importanti:</h4>
<ol>
<li>
<h4 align="JUSTIFY">talvolta i figli possono già sentire “odore di separazione” ben prima che gliene parliamo noi;</h4>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY">la “soluzione separazione” può rappresentare per un figlio una via accettabile o addirittura preferibile rispetto alla tensione familiare in cui si sente immerso.</h4>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">Penso quindi che possa risultare abbastanza chiaro che personalmente credo molto poco alla frase “ci separeremmo, ma stiamo insieme per i figli”: credo che in questi casi, proprio per il bene dei figli, sarebbe bene ammettere a se stessi e agli altri, che è bene concludere un rapporto che non ha ragione di essere, e non porre i figli nella terribile posizione di “sequestratori” dei genitori, che “sarebbero liberi di rifarsi una vita, se solo non ci fossero i figli tra i piedi”.</p>
<p align="JUSTIFY">Chiarito questo, è bene considerare poi alcune accortezze nell&#8217;affrontare il discorso, che possono favorire un&#8217;evoluzione della situazione più sicura per i figli, il cui compito sarà comunque quello di riuscire a mantenere un legame con entrambi i genitori (laddove non esistano condizioni di impedimento, come violenze familiari, o altro), pur nel nuovo assetto familiare.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Quali sono queste accortezze?</h3>
<p align="JUSTIFY">(una precisazione: data l&#8217;impossibilità di esporre considerazioni universalmente valide, proprio per la vastità e complessità di situazioni, analizzerò una situazione-tipo, a partire dalla quale orientarsi poi per i singoli casi)</p>
<h3 align="JUSTIFY">Un primo aspetto importante riguarda la tempistica: quando parlare ai figli dell&#8217;idea di separarsi.</h3>
<p align="JUSTIFY">Chiaramente un&#8217;idea come questa è bene che sia messa sul tavolo quando questa è già stata decisa da parte dei coniugi, non quando è ancora un&#8217;ipotesi da valutare.</p>
<p align="JUSTIFY">Dal momento in cui viene comunicata questa cosa è bene che prima della messa in atto effettiva della separazione passi un tempo sufficiente perché il figlio metabolizzi l&#8217;idea, senza tuttavia che questo si protragga a tempo indefinito.</p>
<h4 align="JUSTIFY">In sostanza il “momento giusto” per farlo sono poche settimane prima che il genitore uscente lasci la casa.</h4>
<p align="JUSTIFY">In queste settimane il figlio (o i figli) possono comprendere meglio quello che sta accadendo, porre le domande che sentono sorgere, prepararsi al momento riorganizzando i rapporti con ciascuno dei due genitori.</p>
<p align="JUSTIFY">In questo spazio di tempo è dovere dei genitori rassicurarli rispetto alla prosecuzione del rapporto tra loro, mostrando quale sarà il posto del figlio nella nuova vita del genitore: quale sarà la sua camera, quale il momento che sarà riservato al loro rapporto, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY">I principali rischi che è bene cercare di scongiurare in questo frangente riguardano da una parte la possibile auto-colpevolizzazione da parte di un figlio nella fine del rapporto (meno frequente di quanto si pensi, in realtà) e la triangolazione del figlio nel conflitto dei genitori, cioè il fatto che il figlio si schieri (se non lo ha già fatto) per l&#8217;uno contro l&#8217;altro.</p>
<p align="JUSTIFY">Per evitare questo è bene che i genitori evitino di entrare nelle specifiche motivazioni relative alla loro decisione, presentandola come “una decisione a cui siamo arrivati insieme, nell&#8217;interesse di tutti, per cui abbiamo pensato che sia meglio che il papà e la mamma vadano a vivere ognuno per conto suo da adesso in poi”.</p>
<p align="JUSTIFY">Chiaramente, in situazioni in cui il conflitto si sia già palesato o in cui i figli abbiano già assistito a scontri tra i genitori, è molto probabile che esistano già degli schieramenti di un qualche tipo.</p>
<p align="JUSTIFY">Al contempo è bene sempre cercare di evitare che la separazione diventi l&#8217;occasione per cementare anche questi schieramenti, magari arrivando anche a spaccature tra fratelli (uno pro-mamma, l&#8217;altro pro-papà), cercando il più possibile di non entrare in questioni di torti o ragioni davanti ai figli.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Questo ci porta all&#8217;altra domanda: chi deve parlare di separazione?</h3>
<h4 align="JUSTIFY">La modalità ottimale è che siano entrambi i genitori ad affrontare il discorso congiuntamente, trasmettendo l&#8217;idea che la decisione sia di entrambi, ed evitando anche in questo caso di entrare nel dibattito su responsabilità e colpe.</h4>
<p align="JUSTIFY">Ciò non toglie che ci possano poi essere momenti distinti nei quali ciascuno dei due genitori risponde alle domande del figlio, soprattutto quelle riguardanti il nuovo assetto che il rapporto dovrà prendere, ed evitando di parlare dell&#8217;altro genitore e di questioni della coppia.</p>
<p align="JUSTIFY">È chiaro che una variabile determinante è data anche dalla reazione del figlio stesso alla nostra comunicazione. Sia che la sua sia una reazione di tristezza, sia che sia rabbiosa, sia che sia di apparente indifferenza, è sempre bene rispettarla e lasciare che possa essere espressa liberamente (a patto che il ragazzo non arrivi a far del male a se stesso o ad altri).</p>
<h3 align="JUSTIFY">Dare il tempo di metabolizzare quanto ascoltato e poterlo riprendere successivamente è spesso necessario, rispettando il diritto di manifestare la rabbia come sente liberamente.</h3>
<p align="JUSTIFY">Quello che è importante tenere a mente è che la separazione è un evento che coinvolge i figli solo in termini indiretti: è molto più probabile che ad essere colpito sia il coniuge che la subisce, ma che magari, per qualsiasi ragione, non riesce a chiedere aiuto o ad esprimere il proprio bisogno.</p>
<p align="JUSTIFY">Un errore che quindi è bene evitare è quello, ad esempio, di mandare il figlio in “psicoterapia preventiva” (“volevamo farlo venire a parlare con lei perché ci stiamo separando”), una decisione che potrebbe trasmettere il messaggio paradossale che “devi per forza avere un problema, altrimenti c&#8217;è qualcosa che non va”.</p>
<p align="JUSTIFY">Tenere gli occhi aperti sulla situazione e sullo stato d&#8217;animo è necessario, ma esistono casi in cui prevenire non è meglio che curare. In passaggi come questo è anzi bene tenere presente che i veri interlocutori che il figlio desidera sono i genitori, a cui chiedere chiarimenti, conferme, rassicurazioni, o a cui esprimere rabbia.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Una terza persona, anche quando terapeuta, potrebbe essere percepita come “messa lì per scaricare la patata bollente”, o peggio ancora per patologizzare il figlio.</h4>
<p align="JUSTIFY">La strada migliore in questi casi è, al contrario, fare il possibile perchè ciascuno possa trovare la sua nuova posizione nell&#8217;assetto familiare trasformato, mettendo in gioco se stesso e gli altri familiari per trovare il nuovo equilibrio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/separazione-come-parlarne-ai-figli/">Separazione: come parlarne ai figli</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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