<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>psicologia e arte Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
	<atom:link href="https://www.psicologogallarate.com/tag/psicologia-e-arte-2/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.psicologogallarate.com/tag/psicologia-e-arte-2/</link>
	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Aug 2024 07:53:40 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	
	<item>
		<title>Vite di Pi &#8211; La psicoterapia spiegata da un film</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/vite-di-pi-la-psicoterapia-spiegata-da-un-film-2/</link>
					<comments>https://www.psicologogallarate.com/vite-di-pi-la-psicoterapia-spiegata-da-un-film-2/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Sep 2014 21:52:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[a cosa serve la psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[cos'è la psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[film psicologici]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[Vita di Pi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.psicologogallarate.com/?p=102</guid>

					<description><![CDATA[<p>«Oggi le ho raccontato due storie. [&#8230;] In entrambe la nave affonda, in entrambe la mia famiglia muore e in entrambe ho sofferto molto. Però lei<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/vite-di-pi-la-psicoterapia-spiegata-da-un-film-2/">Vite di Pi &#8211; La psicoterapia spiegata da un film</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">«Oggi le ho raccontato due storie. [&#8230;]</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">In entrambe la nave affonda, in entrambe la mia famiglia muore e in entrambe ho sofferto molto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Però lei quale preferisce??»</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Nel momento in cui ho sentito porre questa domanda mi sono sentito toccato sul vivo, come se l’interrogativo fosse rivolto davvero a me, come se in qualche modo urgesse una risposta da parte mia, se non a chi aveva domandato, almeno a me stesso.<span id="more-102"></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Faccio un passo indietro.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Le parole che tanto mi hanno colpito non mi sono state dette da un paziente, ma dal protagonista del film “Vita di Pi”, Pi, appunto, giunto alla fine dell&#8217;emozionante racconto della sua vicenda.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Comprenderne il senso e la profondità risulta difficile per chi non ha avuto modo di seguirne la vicenda, che provo quindi di riassumere per sommi capi, cercando di non svelare troppi aspetti di una storia che merita di essere assaporata in tutta la sua bellezza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Piscine (questo lo sfortunato nome del protagonista del film che, per scappare al tormento di un nome troppo storpiabile, decide di ribattezzarsi semplicemente Pi), è un bambino indiano dotato di una particolare sensibilità ed intelligenza, capace tanto di imparare a memoria centinaia di cifre decimali del Pi greco, quanto di interrogarsi sulle questioni più profonde dell&#8217;uomo e della sua ricerca di rapporto con Dio. La sua infanzia si svolge nel grande giardno zoologico di proprietà del padre, il cui “pezzo forte” risulta essere la nobile e maestosa Richard Parker, una tigre del bengala che affascina e intimorisce il giovane Pi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Le vicissitudini esistenziali si snodano tra successi e crisi, giochi e amori, finchè le difficoltà economiche convincono il padre di Pi a cercare fortuna in Canada, portando con sé famiglia ed animali dello zoo nella traversata oceanica. Tutti i piani vengono tuttavia bruscamente distrutti da una violenta tempesta, che affonda la nave nel cuore dell&#8217;oceano, costringendo Pi ad un rocambolesco naufragio su una scialuppa di salvataggio sulla quale cercano un disperato rifugio anche Richard Parker (la tigre), una iena, un orango e una zebra.</span></p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/KAOjdBvjwV8?rel=0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Il viaggio che segue, narrato da un Piscine cresciuto e che quindi sappiamo sin dall&#8217;inizio del film scampato alla tragedia, è la storia poetica e drammatica di come, morti tre dei quattro animali sulla barca, Piscine impari a convivere con la tigre, a domarla, conoscerla, rispettarla e comprenderla.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ma proprio quando il viaggio giunge all&#8217;agognata salvezza, incalzato da due scettici ispettori di una compagnia assicuratrice, che stentano a credere alla storia del naufragio con gli animali, Pi racconta un&#8217;altra storia, nella quale la poesia lascia il posto alla brutalità disarmante di una lotta per la sopravvienza nella quale quattro uomini naufraghi si sono uccisi a vicenda per sopravvivere, ultimo dei quali è rimasto il solo Piscine.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Queste sono le due storie di Pi e qui cade la domanda iniziale, posta da un Piscine sopravvissuto e cresciuto, ad un narratore in cerca di storie da raccontare: come dicevo una domanda stringente e diretta, e che mi sembra porre una questione fondamentale per chi abbia a che fare con storie tormentose, sia perchè terapeuta, sia perchè vissute in prima persona.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Il tema della ri-narrazione della propria vicenda esistenziale era già stato narrato almeno in altri due film molto appassionanti, &#8220;Big Fish &#8211; Le Storie di una Vita Incredibile&#8221; e &#8220;Train de Vie&#8221;, i quali mi paiono tuttavia intenderla in modo totalmente diverso. Un modo che spesso capita di incontrare nella nostra esperienza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Nel film di Tim Burton, ad esemio, la rielaborazione della propria storia appare come un gioco di fantasia, un diletto per rendere speciale una vita probabilmente ordinaria, quasi un esercizio creativo che aggiunga alla quotidianità un brio speciale, un&#8217;eccezionalità che, certamente preziosa, risulta tuttavia capace solo di distrarre dai drammi che la vita può portare con sé, di fronte ai quali possiamo armarci di fantasia e immaginare altro, senza però affrontarli.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">È la soluzione adottata quando si crede di non poter sostanzialmente cambiare le cose, o quando non ci interessa realmente provare a farlo: ciò che otteniamo è semplicemente dare una luce più brillante ma artificiosa alle vicende, che possono tuttavia progressivamente finire per allontanarsi dalla realtà, risultando inaccettabili per chi, vicino a noi, non è disposto ad accettare favole belle.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">È questa la divergenza che divide padre e figlio all’inizio di “The Big Fish”, appunto: il figlio che chiede di conoscere la verità su una storia che è anche sua, e che conosce solo nelle irrealistiche epopee narrategli dal padre, per indorare una vita banale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Simile per certi versi la drammatica storia degli ebrei in fuga dallo sterminio raccontata con maestria da Radu Mihàileanu, in un film nel quale la vicenda narrata si svela essere una pura illusione del protagonista, un sogno che nulla ha del confronto con una realtà probabilmente percepita come impossibile da elaborare, da affrontare, nella quale l&#8217;unica libertà possibile è il sogno. In tal caso l’illusione appare certamente più umana, comprensibile (chi, infatti, potrebbe mai accettare l’orrore e la disperazione dell’olocausto?), ma sostanzialmente identica.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ogni illusione, prima o poi, finisce, e quanto più questa ci ha portato lontano dalla realtà, tanto più diventa duro riaffrontarla.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">“Vita di Pi” mi pare invece affrontare il problema da un punto di vista diverso, molto vicino a quella che credo possa essere la risposta possibile, in un percorso terapeutico, a chi chiede un aiuto per affrontare un profondo dolore personale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">La storia narrata è quella di un ragazzo che deve necessariamente affrontare i propri demoni interiori, sopravvivere ad un&#8217;esperienza della quale non può evitare di affrontare gli esiti che costituiscono il suo presente, e questo è quello che fa.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Credo che il film rappresenti con efficacia la questione centrale che tormenta chi giunge ad intraprendere un percorso psicologico: trovare una nuova possibilità di raccontare la propria storia, comprendere il significato che porta con sé, dandosi la possibilità di sopravvivere ai suoi aspetti più critici o dolorosi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">C&#8217;è una possibilità di rileggere la nostra esperienza senza negarla, trasformarla, dimenticarla?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ha un senso trovare un modo diverso di raccontare il nostro passato, restandovi al contempo fedeli?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">A tali domande mi sembra che il film offra una risposta non banale, mostrando come la rilettura con altri occhi della nostra storia ci permetta di ricomprendere senza stravolgere ciò che è accaduto. Possiamo così scoprire, sentire e comprendere la tigre che c’è dentro di noi da sempre o che, scaturita da un dramma toccatoci in sorte, ci porta a fare i conti con sentimenti ancestrali, apparentemente incontrollabili, con i quali diventa difficile scendere a patti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000; font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">La metafora che costruisce il racconto, non cela la realtà, ma ne riconosce un valore ed un senso diverso, per comprendere il quale può essere necessario lasciar sedimentare il sentore più vivido dell’esperienza, il vissuto più crudo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000; font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Il potere del racconto è il potere del linguaggio, grazie al quale è possibile toccare l&#8217;intoccabile, rendendolo più avvicinabile e comprensibile, accettabile.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000; font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">E il mondo del linguaggio, della parola, è il mondo della psicoterapia, nel quale possiamo scoprirci capaci di camminare fianco a fianco con la tigre.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;"><i>Ps: L&#8217;articolo prende spunto dal film Vita di Pi senza pretendere di esserne una lettura critica. Il film ha proprie tematiche, trame narrative e chiavi di lettura che esulano dalla questione psicoterapeutica. Semplicemente la sua visione mi ha sollecitato la riflessione che ho condiviso in questo articolo.</i></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/vite-di-pi-la-psicoterapia-spiegata-da-un-film-2/">Vite di Pi &#8211; La psicoterapia spiegata da un film</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.psicologogallarate.com/vite-di-pi-la-psicoterapia-spiegata-da-un-film-2/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Miracolo a Milano: Strehler batte Meazza.</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/miracolo-a-milano-strehler-batte-meazza/</link>
					<comments>https://www.psicologogallarate.com/miracolo-a-milano-strehler-batte-meazza/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Mar 2016 16:54:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[ansia da prestazione]]></category>
		<category><![CDATA[ansia sociale]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia e teatro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.psicologogallarate.com/?p=501</guid>

					<description><![CDATA[<p>Un piccolo miracolo è avvenuto a Milano, passato quasi sotto silenzio su tanti media e giornali: per la prima volta nella storia nel capoluogo lombardo il<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/miracolo-a-milano-strehler-batte-meazza/">Miracolo a Milano: Strehler batte Meazza.</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un piccolo miracolo è avvenuto a Milano, passato quasi sotto silenzio su tanti media e giornali: per la prima volta nella storia nel capoluogo lombardo <strong>il teatro ha battuto lo sport</strong>.</p>
<p>Gli abbonati al Piccolo Teatro hanno infatti superato quelli allo stadio di San Siro per entrambe le squadre milanesi: 25.000 abbonamenti al Piccolo Teatro, contro i 19.500 del Milan e 22.000 per l&#8217;Inter.</p>
<p>Il dato, che certamente muoverà l&#8217;ironia di qualche tifoso di altre squadre, appare ancor più interessante se si considera che quasi la metà degli spettatori che hanno assistito agli spettacoli sono persone under 30, quindi non certo appartenenti ad una generazione di veterani del teatro (fonte: Avvenire, 2 febbraio 2016).</p>
<p>Certamente la notizia va letta all&#8217;interno di una cornice più ampia, che non può non considerare anche l&#8217;aumento delle persone che segue il calcio da casa tramite pay-tv. Anche considerato questo aspetto tuttavia penso che sia certamente incoraggiante e stimolante riconoscere l&#8217;interesse riscosso anche tra i giovani da una forma d&#8217;arte data per anni come in crisi e morente.</p>
<p><strong>Cosa c&#8217;entra una notizia di questo tipo con un blog che parla di psicologia</strong>, si chiederà forse qualcuno. La risposta è presto detta.</p>
<p><strong>Il teatro può essere considerato per certi versi una delle primissime forme di psicoterapia inventata dall&#8217;uomo</strong>: Aristotele ideò a questo proposito il concetto di catarsi tragica per esprimere il vissuto attraverso il quale chi vedeva il teatro, immedesimandosi nei personaggi, riusciva a liberarsi delle proprie tensioni, purificando il proprio animo.</p>
<p><strong>La psicologia stessa ha a lungo dialogato (e tutt&#8217;oggi continua a farlo) con il linguaggio teatrale</strong>: moltissime tecniche (la più famosa delle quali è forse lo psicodramma) ricorrono alla messa in scena di “copioni personali” per attraversare e superare le proprie difficoltà emotive.</p>
<p>Anche al di fuori di queste pratiche più strutturate, <strong>il teatro è certamente uno degli strumenti più utili per aiutare le persone a vincere diversi tipi di problemi personali di natura psicologica</strong>, come ben sanno le migliaia di persone che coltivano questa passione a livello amatoriale, non solo come fruitori, ma anche come interpreti.</p>
<p>Tra i maggiori benefici che si possono ottenere dalla pratica teatrale, possiamo certamente considerare l&#8217;<strong>incremento dell&#8217;autostima e della sicurezza personale</strong> offerta dalla possibilità di “mettersi in scena” attraverso la rappresentazione teatrale.</p>
<p>Sono moltissime le persone che <strong>hanno imparato ad affrontare ansia sociale e ansia prestazionale</strong> attraverso questa passione, che li ha letteralmente “sbattuti davanti a decine di persone”.</p>
<p>Molto importante è anche la <strong>possibilità di prendere contatto in modo nuovo e particolare con il proprio corpo e le proprie emozioni</strong>: imparare a usare il corpo per esprimere quello che un copione richiede, andare a riprendere emozioni e vissuti personali, anche solo in modo ludico, per poterli esprimere in modo convincente, sono prassi che aiutano a conoscersi e familiarizzare con se stessi.</p>
<p>È proprio questo che porta molti adolescenti ad approcciarsi a questa attività nei propri anni dello sviluppo, per la possibilità offerta di attraversare i cambiamenti personali sperimentandosi, mettendosi in scena, mettendosi alla prova e provando altri modi di essere, pur continuando a restare sé stessi.</p>
<p>In questo sono <strong>evidenti poi le ricadute benefiche a livello interpersonale e di competenza sociale</strong>: al di là dei benefici del far parte di una compagnia, di un gruppo che lavora in modo finalistico per un obiettivo comune non competitivo ma collaborativo permette anche a persone più timide ed impacciate di sentirsi al sicuro in un gruppo che ha bisogno di lui/lei, come lui/lei di loro.</p>
<p>Alla luce di queste considerazione penso sia ancora più incoraggiante la notizia dalla quale siamo partiti, con la speranza che quello che è sembrato essere uno strano frutto del caso, diventi invece una lieta nota sempre più frequente e diffusa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/miracolo-a-milano-strehler-batte-meazza/">Miracolo a Milano: Strehler batte Meazza.</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.psicologogallarate.com/miracolo-a-milano-strehler-batte-meazza/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;arte può essere terapeutica?</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/arte-terapeutica/</link>
					<comments>https://www.psicologogallarate.com/arte-terapeutica/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 May 2017 11:30:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[benessere globale]]></category>
		<category><![CDATA[connessionismo]]></category>
		<category><![CDATA[film psicologici]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia e arte]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.psicologogallarate.com/?p=615</guid>

					<description><![CDATA[<p>Un quadro, una canzone, uno spettacolo teatrale o un balletto possono trasmetterci un senso di benessere. È possibile parlare dell&#8217;arte come una forma di terapia? Vedere<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/arte-terapeutica/">L&#8217;arte può essere terapeutica?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4>Un quadro, una canzone, uno spettacolo teatrale o un balletto possono trasmetterci un senso di benessere. È possibile parlare dell&#8217;arte come una forma di terapia? Vedere un&#8217;opera artistica, fruire della bellezza può aiutarci a stare bene: ma come si spiega questo fenomeno?</h4>
<p align="JUSTIFY">La risposta a queste domande non è per nulla banale: l&#8217;effetto-benessere ottenuto attraverso l&#8217;arte, non solo come forma di espressione di se stessi, ma anche come fruizione di opere di altri è cosa nota, ma tutt&#8217;altro che facile da spiegare, soprattutto se intende la terapia come qualcosa di scientificamente provato.</p>
<p align="JUSTIFY">Certamente questa sensazione è molto comune, potremmo dire universale, non solo nella nostra cultura, ma in tutte quelle conosciute. Anzi: <strong>in molti casi arte e terapia si fondono in modo imprescindibile</strong>, come accade ad esempio in alcuni riti sciamanici nei quali l&#8217;uso della musica o della danza assumono un ruolo determinante nel compimento del rituale.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">È la nostra cultura, soprattutto negli ultimi decenni, ad aver iniziato ad intendere la terapia e la cura come interventi chimici o meccanici, trascurando molti trattamenti tradizionalmente adottati, oggi liquidati come semplici hobby, o diversivi.</span> L&#8217;arte rientra certamente tra questi.</p>
<p align="JUSTIFY">Come ho già avuto modo di ricordare altrove, già Aristotele vedeva nel teatro una potenzialità curativa verso lo spettatore: la catarsi, cioè la purificazione delle passioni attraverso la visione della tragedia, una purificazione dell&#8217;anima e del corpo allo stesso tempo.</p>
<p align="JUSTIFY">Che l&#8217;arte possa agire ed incidere nel nostro animo anche in modo potente è esperienza nota anche oggi: la sindrome di Stendhal, ad esempio, rappresenta forse il caso più evidente di questo fenomeno, con episodi dissociativi attivati dalla contemplazione di un&#8217;opera d&#8217;arte.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Ma come può un&#8217;opera d&#8217;arte generare questa sensazione?</h4>
<p align="JUSTIFY">La domanda, a mio parere tutt&#8217;altro che banale, è difficile sia da porsi che da risolvere. Se si assume un&#8217;ottica razionalista (occidentale, potremmo dire) dovremmo inerpicarci alla ricerca di reazioni neurologiche attivate dalla contemplazione di opere d&#8217;arte (cosa che difficilmente soddisferebbe la nostra curiosità).</p>
<p align="JUSTIFY">Se invece un&#8217;ottica olistica può offrirci strumenti più idonei a rispondere, personalmente trovo difficile riconoscermi in posizioni che talvolta ammiccano al misticismo, soprattutto se parliamo di un prodotto, come quello artistico, che può non aver nulla a che fare con la dimensione mistica.</p>
<p align="JUSTIFY">Una risposta interessante ed efficace è quella data da Bateson nella sua opera “Dove gli angeli esitano” (Adelphi, 1989), nel quale il noto antropologo si interroga sul valore che hanno per la mente fenomeni come la contemplazione della bellezza, la religiosità, il contatto con la natura&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Secondo Bateson ciò che rende terapeutiche queste attività è la loro “potenzialità connettiva”, cioè la capacità che hanno di metterci in connessione con altri e con il contesto intorno a noi.</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY">Questa capacità di riconnessione genera una sensazione di benessere perché permette di ri-equilibrarsi nel proprio contesto, trovare una nuova possibilità di connessione con ciò che ci circonda, diminuendo lo stato di tensione personale.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa ipotesi nasce dalla concezione della mente come “mente ecologica”, cioè comprendente un insieme di individui in un contesto: una visione diversa da quella abitualmente intesa, che fa coincidere la mente con il singolo soggetto. Se da una parte una visione come questa può essere lontana dalla concezione e dall&#8217;esperienza comune, al contempo riesce a spiegare efficacemente fenomeni come quello appena descritto, nei quali ciascuno sente di essere “più di se stesso”.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">L&#8217;arte in questo senso diventa un modo per interagire e connettersi non solo con l&#8217;artista, ma con la comunità che sentiamo condividere con noi quel particolare tipo di espressione artistica, nella quale entriamo a far parte fruendone a nostra volta.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Un&#8217;esperienza forse impossibile da spiegare in parole, ma profondamente percepibile nel cuore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/arte-terapeutica/">L&#8217;arte può essere terapeutica?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.psicologogallarate.com/arte-terapeutica/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Coco: tre buone ragioni per vederlo</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/coco-tre-buone-ragioni-per-vederlo/</link>
					<comments>https://www.psicologogallarate.com/coco-tre-buone-ragioni-per-vederlo/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jan 2018 14:41:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[cartoni animati]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[film psicologici]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia e arte]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.psicologogallarate.com/?p=668</guid>

					<description><![CDATA[<p>Certamente molti di voi avranno già visto al cinema Coco, l&#8217;ultimo cartone animato targato Disney-Pixar. La storia narra le avventure di Miguel, un ragazzino messicano, attraverso<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/coco-tre-buone-ragioni-per-vederlo/">Coco: tre buone ragioni per vederlo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 align="JUSTIFY">Certamente molti di voi avranno già visto al cinema Coco, l&#8217;ultimo cartone animato targato Disney-Pixar.</h3>
<h4 align="JUSTIFY">La storia narra le avventure di Miguel, un ragazzino messicano, attraverso la città dei morti alla ricerca di un antenato che gli offra la sua benedizione per tornare tra i vivi, dalla sua famiglia.</h4>
<p align="JUSTIFY">Personalmente ho trovato questo film ricco di spunti interessanti che provo a riassumere con voi.</p>
<p align="JUSTIFY">Siccome vorrei offrire una riflessione valida sia a chi ha già visto il cartone animato, che per chi invece non lo ha ancora fatto, eviterò qualsiasi tipo di anticipazione, per cui tranquilli: non dovete temere spoiler.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli spunti proposti dal film possono essere diversi, tuttavia, per non dilungarmi troppo, ho pensato di soffermarmi su tre temi: il valore dei legami familiari, ricordo e memoria e infine il delicato tema della morte.</p>
<p align="JUSTIFY">Per quanto riguarda il tema familiare, esso compare, seppur nascosto, fin dal titolo del film: Coco.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Chi è Coco?</h3>
<h4 align="JUSTIFY">Non il protagonista, che infatti si chiama Miguel.</h4>
<p align="JUSTIFY"><strong>Coco è la sua bisnonna</strong>: una vecchina decrepita, paralizzata su una sedia a rotelle, indementita e confusa in una vecchiaia che scivola verso un&#8217;inevitabile fine. L&#8217;ambiente è messicano, ma potrebbe essere una qualsiasi famiglia di qualunque parte del mondo (se non fosse che abitualmente una persona nel suo stato nel nostro paese si troverebbe molto probabilmente in un ricovero&#8230;).</p>
<p align="JUSTIFY">La famiglia di Miguel è una famiglia-azienda che, come sempre succede in questi casi, è totalmente organizzata attorno all&#8217;attività che la sostiene: una calzoleria fondata dalla trisavola di Miguel, Imelda, che la trasmise poi alla nipote (nonna di Miguel) e con essa il timone della famiglia.</p>
<p align="JUSTIFY">Il marito di Imelda, padre di mama Coco, era un musicista che abbandonò la famiglia per seguire la sua passione e sparendo per sempre, cosa che non venne mai perdonata da Imelda (e dal resto della famiglia poi) che bandì per sempre ogni suo ricordo dalla casa familiare e con esso, qualsiasi cosa che possa avere a che fare con la musica.</p>
<p align="JUSTIFY">Chiunque abbia un figlio adolescente sa che nulla rende più eccitante una cosa che il suo divieto, ragion per cui Miguel, ragazzino sveglio e intraprendente, sviluppa una passione smodata per la musica, che coltiva di nascosto da tutti. La vicenda prende le mosse proprio dal momento in cui la nonna scopre la passione proibita del ragazzo e ne distrugge la chitarra.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">La situazione narrata non ha nulla di iperbolico o irrealistico, ma descrive invece un quadro molto comune soprattutto in famiglie con un forte senso di appartenenza e legame.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Un tipo di rapporto come questo, se da una parte offre sostegno e protezione, al contempo diventa soffocante nel momento in cui ostacola la possibilità del soggetto di esprimere se stesso, precludendo la possibilità di individuarsi e trovare la propria strada perché magari questa si scontra con un tabù familiare.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Il rifugio si trasforma in una prigione, e l&#8217;“amore” diventa il peggior vincolo perché “fatto a fin di bene”: ciascuno si sente tradito dall&#8217;altro, incompreso e solo.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Il tema è sviluppato molto bene, soprattutto nel rapporto tra Miguel e la trisavola Imelda: che inizialmente chiede al nipote la rinuncia alla sua passione, in un secondo tempo limita la richiesta all&#8217;amore della famiglia, ed infine libera il pronipote da qualsiasi vincolo, avendo compreso che è solo questo il tipo di rapporto in cui un legame può essere autentico: quando esso non è prescritto, ma scelto.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Il secondo tema dominante nel film è quello della memoria.</h3>
<p align="JUSTIFY">Il film, ambientato in un contesto ed un momento storico diverso dal nostro, presenta una situazione in cui la memoria permea la quotidianità, creando quasi un parallelismo tra passato ricordato e presente vissuto, tanto che la famiglia continua a mantenere regole e prassi solo perché queste sono state tramandate così.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Oggi il rapporto con la memoria e il ricordo è molto diverso, sia per ragioni “tecniche”</strong> (siamo meno abituati a ricordare per il ricorso a supporti tecnologici) <strong>che per ragioni socio-culturali</strong> per cui si è più proiettati sul presente e sul futuro, che non sul passato, cosa che porta ad un impoverimento delle memorie familiari.</p>
<p align="JUSTIFY">Certo, le nuove organizzazioni familiari, con nuclei ricomposti in vario modo, rendono a volte difficile delineare con chiarezza anche solo cosa si intenda con “famiglia”, tuttavia la perdita di memoria comune non vale solo per le famiglie, ma anche per la memoria sociale: sempre meno persone ricordano i nomi dei sette re di Roma, o cosa si festeggi il 4 novembre.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Come affronta il tema il film?</h4>
<p align="JUSTIFY">Intanto la storia avviene nel “dia de muertos”, cioè nel giorno dei morti, il 2 novembre: una ricorrenza sociale, e pone da subito l&#8217;attenzione su una figura “sullo sfondo”, la bisnonna Coco, cioè la memoria vivente (ormai quasi perduta) della famiglia. È tra le cose che rischiano di andare perdute con lei che si nascondono però anche gli elementi, i ricordi che possono salvare tutta la famiglia stessa, sbloccarla dall&#8217;empasse in cui è rimasta incastrata.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Al contempo i ricordi della nonna acquisiscono senso dentro la cornice della ritualità che connette tutti i membri della famiglia, ma anche ogni famiglia con le altre e con la società stessa.</span></p>
<p align="JUSTIFY">In questo senso potremmo pensare a quante volte capiti di scoprire come, proprio nei “saperi dimenticati”, si trovassero soluzioni più efficaci di quelle proposte dalla modernità a problemi comuni: un discorso che quindi vale tanto per la memoria familiare che per quella collettiva.</p>
<h3 align="JUSTIFY">L&#8217;ultimo tema trattato, quello della morte, merita di essere introdotto meglio.</h3>
<p align="JUSTIFY">Il film, effettivamente, da un certo punto di vista non parla della morte più di quanto non lo faccia “Ghostbuster”.</p>
<h4 align="JUSTIFY">In Coco non si vedono morti, ma “fantasmi”: il tema non è quindi trattato come distacco o perdita, quanto piuttosto come necessità di un rapporto con chi è defunto, non solo come puro ricordo, ma anche come nuova relazione con lui.</h4>
<p align="JUSTIFY">Non dico nulla di esoterico se affermo che “i nostri cari defunti vivono accanto a noi e dentro di noi”: l&#8217;elaborazione stessa del lutto consiste nella costruzione di una nuova possibilità di rapporto con una persona che non è più fisicamente con noi, ma che possiamo continuare a sentire presente nella nostra vita.</p>
<p align="JUSTIFY">Se la morte è il vero tabù della nostra società, al contempo costruzione di una relazione con familiare e amici defunti rimane una necessità indipendentemente dai tabù attuali.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Se la ritualità religiosa ha offerto per secoli un modo per mantenere questo rapporto, oggi a forme spirituali si vanno affiancando anche nuove e curiose modalità “tecnologiche”.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Pochi mesi fa, alla scomparsa di un amico, ho assistito a quello che mi è parso un vero e proprio “funerale social”: molti conoscenti hanno postato per settimane messaggi di addio e cordoglio sulla sua pagina Facebook, mentre altri hanno condiviso pubblicamente ricordi e immagini che lo riguardavano. Se da una parte espressioni di lutto di questo tipo possono apparire ad alcuni bizzarre, dall&#8217;altra stanno diventando sempre più comuni, e (a mio personale giudizio) non fanno che confermare il bisogno di una connessione con chi ci lascia che continuiamo a sentire necessario.</p>
<p align="JUSTIFY">Come ormai appare sempre più evidente,<span style="font-size: 14pt;"> i cartoni non rappresentano più un puro intrattenimento per bambini, diventando un&#8217;occasione per toccare temi anche molto profondi, forse resi più accessibili proprio da una narrazione più dolce e delicata</span>, quale appunto quella dell&#8217;animazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Personalmente ho trovato toccante la visione di Coco, che non posso che raccomandare a chiunque: grandi e piccoli, per lasciarsi toccare e conquistare dalla grande avventura di Miguel e nonna Coco.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/coco-tre-buone-ragioni-per-vederlo/">Coco: tre buone ragioni per vederlo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.psicologogallarate.com/coco-tre-buone-ragioni-per-vederlo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
