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	<title>psicoterapia Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
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		<title>Indagine su un&#8217;epidemia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2015 09:20:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
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		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un libro inchiesta recentemente uscito in Italia svela i reali risultati delle ricerche condotte sugli psicofarmaci e sui loro effetti da parte delle principali case farmaceutiche,<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/indagine-effetti-psicofarmaci/">Indagine su un&#8217;epidemia</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2 class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Un libro inchiesta recentemente uscito in Italia svela i reali risultati delle ricerche condotte sugli psicofarmaci e sui loro effetti da parte delle principali case farmaceutiche, e di come la loro pubblicazione sia stata manipolata a scopi commerciali con conseguenze impressionanti.</h2>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"> Vi fidereste dei risultati di una ricerca sugli effetti del cibo da fastfood sull&#8217;organismo finanziata da Mc Donald e Burger King?</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">O seguireste mai delle linee guida sull&#8217;approccio al fumo proposte da Camel e Malboro?</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Molto probabilmente no.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Eppure da oltre trent&#8217;anni <strong>grava sulla psichiatria mondiale (almeno quella improntata alle direttive promosse dall&#8217;APA l&#8217;Associazione Psichiatrica Americana) un conflitto di interessi impressionante</strong>, con il quale le cause farmaceutiche sono riuscite a imporre la propria influenza su tutti i principali organi di controllo sugli effetti dei farmaci nella cura dei disturbi mentali.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Questo meccanismo è stato studiato, analizzato e descritto da un giornalista americano, <a href="http://www.madinamerica.com/">Robert Whitaker</a>, in un suo libro vincitore di premi internazionali per il giornalismo d&#8217;inchiesta e <a href="http://www.fioriti.it/libri/scheda.php?PHPSESSID=3D96=&amp;idSezione=1&amp;idLibro=184&amp;idUser=">recentemente uscito anche in Italia per Giovanni Fioriti</a>: <strong>“Indagine su un&#8217;epidemia”</strong>.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Eloquente il sottotitolo “Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell&#8217;epoca del boom degli psicofarmaci”.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Nel libro Whitaker, che tiene a precisare di essere stato condotto ad occuparsi di questo argomento non per ragioni di interesse personale, ma esclusivamente sulla scia di alcune scoperte “accidentali” capitategli nel corso della sua attività di giornalista, rivela come, a partire dagli anni &#8217;80 le principali case farmaceutiche abbiano avviato una campagna di persuasione dell&#8217;opinione pubblica, anche attraverso la corruzione di organi di controllo nazionali, per promuovere il mercato psicofarmacologico.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Il giornalista rivela le modalità di costruzione di consenso, anche con il discredito delle voci critiche operato tramite pressioni dirette ed indirette sul mondo accademico, politico e giornalistico, la manipolazione dei risultati, l&#8217;occultamento di risultati negativi e degli effetti dannosi emersi da molteplici ricerche svolte su tutti i principali psicofarmaci: ansiolitici, antidepressivi, stabilizzanti dell&#8217;umore, antipsicotici, ecc.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Alternando analisi giornalistica e presentazione di alcuni casi individuali (che ovviamente non hanno alcuna valenza clinica, ma moltissimo valore umano) Whitaker mostra l&#8217;esito di un approccio al disturbo psichico ed al suo trattamento basato solo su un approccio organicista, sull&#8217;equazione problema psicologico = cervello rotto. L&#8217;inchiesta viene condotta ovviamente in riferimento al contesto americano, nel quale alcune modalità di applicazione risentono di specificità tipiche della cultura e della società statunitense, modelli tuttavia talvolta presi ad ispirazione anche nel nostro paese.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">In contrapposizione a questo approccio vengono proposti esempi di esperienze diverse, basate su un&#8217;idea di trattamento diversa da quella prettamente o prioritariamente farmacologica, nel quale l&#8217;accento viene posto sulla dimensione individuale, familiare e sociale del disturbo psicologico: anche in questo caso l&#8217;analisi giornalistica va a fondo delle proposte presentate, mettendone in evidenza problematiche e punti di forza, risultati a breve e lungo termine.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Il valore sostanziale di questo libro è la sua capacità di <strong>smontare il mito della “pallottola magica psichiatrica”</strong> (espressione molto yankee dell&#8217;autore), la pillola capace di risolvere i problemi dell&#8217;animo, e la necessità di tornare a dare risposte più complesse ed articolate a chi vive una sofferenza interna, per non creare epidemie fantasma, ma offrire un aiuto capace di cambiare le cose.</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/D_S7ZrFN_g8" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Quanti psicologi ci vogliono per cambiare una lampadina?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2015 13:11:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[motivazione a cambiare]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[terapia familiare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quanti psicologi ci vogliono per cambiare una lampadina? Uno, basta che la lampadina sia motivata a cambiare! Questa vecchia barzelletta mette al centro della nostra attenzione<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong>Quanti psicologi ci vogliono per cambiare una lampadina?</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Uno, basta che la lampadina sia motivata a cambiare!</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Questa vecchia barzelletta mette al centro della nostra attenzione la <b>motivazione al cambiamento,</b> uno dei concetti chiave nei percorsi di psicoterapia, perché ha a che fare con l&#8217;intenzione dalla persona, il suo progetto di vita, l&#8217;idea che lei stessa ha rispetto alla propria situazione esistenziale.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;idea che <b>non sia possibile giungere ad alcun cambiamento se la persona non è motivata a farlo è condivisa da tutti gli approcci terapeutici</b>, ed al contempo facilmente intuibile e condivisibile anche a chi non sia particolarmente esperto di questioni “psi” (un&#8217;idea peraltro che dovrebbe anche essere sufficiente a contrastare la diceria talvolta ancora in voga per cui “lo psicologo è uno che ti legge nella mente e ti fa il lavaggio del cervello”).</p>
<p align="JUSTIFY">Per capire però cosa questo significhi nel concreto può essere necessaria qualche precisazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutti noi abbiamo avuto esperienza di “cambiamenti controvoglia”: tutte le volte che siamo stati convinti ad un acquisto da un abile venditore, tutte le volte che ci siamo adattati a delle richieste fatteci da altri che non soddisfacevano le nostre, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY">Questi cambiamenti contraddicono l&#8217;idea da cui siamo partiti? Evidentemente no.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Il cambiamento che si cerca di ottenere con una psicoterapia, infatti, è di un tipo qualitativamente diverso</b> da quello messo in atto nelle situazioni presentate sopra, nelle quali la scelta riguardava una questione momentanea, transitoria, o relativa ad aree circoscritte e specifiche, peculiari.</p>
<p align="JUSTIFY">Al contrario <b>il cambiamento perseguito con un percorso psicologico si riferisce alle modalità di funzionamento complessive della persona in aree per lei significative</b>: il modo di vivere i rapporti, o di gestire alcune relazioni, come vengono lette determinate situazioni e quindi le modalità con cui vi si reagisce. Questi cambiamenti, come si intuisce, non possono essere momentanei e transitori, perché coinvolgono dimensioni chiave della vita. E nessuno di questi, evidentemente, può essere effettuato in modo efficace senza una reale motivazione della persona a farlo.</p>
<p align="JUSTIFY">Un altro aspetto importante da tenere presente rispetto a questo tema <b>riguarda “la mobilità” delle motivazioni, cioè la sua capacità di trasformarsi e cambiare nel tempo</b>, aumentando o diminuendo, comparendo o sparendo.</p>
<p align="JUSTIFY">Quello che inizialmente poteva essere un cambiamento desiderato, ad un certo punto può apparire troppo oneroso, e perdere la sua appetibilità, o il cambiare di alcune condizioni intorno a noi può far vacillare la nostra determinazione o magari rovesciarla.</p>
<p align="JUSTIFY">È evidente che <b>un lavoro psicologico non può esimersi dall&#8217;affrontare e comprendere queste oscillazioni</b>, per permettere alla persona di soppesarle e ponderarle, considerandole ma non lasciandone trasportare, per poter continuare a lavorare per i propri cambiamenti desiderati anche quando aumentano le resistenze o le incertezze, aiutandola a riequilibrare il rapporto costi-benefici.</p>
<p align="JUSTIFY">Esiste poi un ultimo aspetto tanto importante quanto sottovalutato circa le potenzialità di un cambiamento sul contesto intorno a noi, un aspetto con il quale mi trovo sempre più a confrontarmi grazie al lavoro con coppie e famiglie in cui non sempre tutte le persone si sentono ugualmente motivate a cambiare, e dove può anche capitare che alcuni finiscano per assumere una posizione di disinteresse o ostilità nei confronti del percorso psicologico.</p>
<p align="JUSTIFY">In questi casi è importante tenere presente che, <b>se non possiamo costringere l&#8217;altro a voler cambiare, possiamo però favorire delle condizioni ottimali perché questo cambiamento si verifichi</b>: la modifica di un nostro atteggiamento può sparigliare le carte, rendendo insostenibile un equilibrio fossilizzato, mantenuto anche grazie a comportamenti di altri che in realtà non condividiamo.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;esempio più classico può essere l&#8217;eterno problema del chi butta la spazzatura: possiamo spingere a motivare altri a farlo con mille parole, oppure provare a resistere per due settimane alla tentazione di buttarla noi, producendone invece più possibile, facendo traboccare quel cestino che abitualmente svuotiamo con tanta solerzia, facendo in modo che l&#8217;obiettivo “cura della casa” non sia più percepito come prioritario solo da noi, ma che venga condiviso anche da altri familiari.</p>
<p align="JUSTIFY">Può essere che <b>il nostro cambiamento cioè porti altri ad adottare comportamenti che non avrebbero avuto, o semplicemente a mostrare aspetti di sé che prima non erano visibili o che non avevano occasione di mostrare</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Come dire che forse, a ben vedere, può anche non servire alcuno psicologo a cambiare una lampadina, ma potrebbe bastare il cambiamento di un&#8217;altra per farle emettere una luce nuova.</p>
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		<title>Dipendenza affettiva, dipendenza da internet e altre trappole quotidiane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2015 13:11:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza affettiva]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza da facebook]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza da internet]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza patologica]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza sessuale]]></category>
		<category><![CDATA[gioco d'azzardo patologico]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come riconoscere una dipendenza patologica? Quando un legame si trasforma in dipendenza affettiva o quando possiamo l&#8217;uso di internet diventa una dipendenza da internet? Come mai<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Come riconoscere una dipendenza patologica? </strong></p>
<p><strong>Quando un legame si trasforma in dipendenza affettiva o quando possiamo l&#8217;uso di internet diventa una dipendenza da internet?</strong></p>
<p><strong>Come mai un comportamento quotidiano diventa una trappola da cui non riusciamo più a uscire?</strong></p>
<p>L&#8217;ultima nata in “casa dipendenze” pareva essere la “selfite”: la dipendenza da autoscatto col cellulare.</p>
<p>Non riesci a smettere di farti foto e magari pure pubblicarle su internet?</p>
<p>Devi continuamente postare immagini su facebook, istagram &amp; company?</p>
<p>Uno studio americano rivela che potresti essere affetto da selfite!</p>
<p>La notizia, poi rivelatasi una bufala inventata da un sito satirico statunitense, pareva tanto credibile da essere stata immediatamente ripresa da siti di informazione e telegiornali che annunciavano l&#8217;avvenuta classificazione dell&#8217;ennesima dipendenza patologica.</p>
<p>Anche una volta annunciata l&#8217;infondatezza della notizia, tanti hanno sollevato l&#8217;obbiezione che, se anche nessuno aveva realmente formalizzato l&#8217;esistenza di questo disturbo, era assolutamente necessario aprire una riflessione sul bisogno compulsivo degli adolescenti (solo loro??) di postare foto personali sui social network per ricevere conferme sulla propria immagine.</p>
<p>Questo aneddoto (che potrebbe a molti strappare anche un sorriso) offre l&#8217;occasione per aprire una riflessione in merito ad un tema che negli ultimi anni sta acquisendo sempre maggiore rilevanza nella letteratura scientifica e nella cultura popolare: il tema delle nuove dipendenze.</p>
<p>C&#8217;erano una volta i tossicodipendenti e gli alcolisti, e tutto finiva lì.</p>
<p>Il termine <strong>“dipendenza patologica”</strong> si associava esclusivamente a soggetti incapaci di astenersi dall&#8217;assunzione di una sostanza non vitale, ma addirittura con potenziali effetti letali sull&#8217;organismo.</p>
<p>Da alcuni anni le cose sono cambiate, con l&#8217;<strong>inclusione in questa categoria anche di comportamenti generalmente socialmente accettati (come il lavoro, il gioco, il sesso, ecc.) portati all&#8217;esasperazione da parte del soggetto, che finisce per compromettere la propria vita</strong> o alcuni ambiti di essa, per dedicarsi ad essi (Alonso Fernandez, Le altre droghe. Cibo sesso televisione acquisti gioco lavoro, Edizioni Univ. Romane, 1999).</p>
<p>Se per “i vecchi tossicodipendenti” l&#8217;astinenza dalle sostanze determinava la comparsa di sintomi di astinenza fisica, in questo caso l&#8217;interruzione forzata del comportamento a cui si è assuefatti, genererebbe ansia, irritabilità, insonnia, ecc.</p>
<p>Sono purtroppo drammaticamente noti gli effetti del gioco d&#8217;azzardo patologico su persone e famiglie, così come le ripercussioni negative di un uso eccessivo di internet e social network sulla vita di moltissime persone.</p>
<p>Facendo una carrellata veloce di alcune delle ultime dipendenze patologiche classificate, ci si rende conto di come potenzialmente ogni aspetto della vita della persona, nel momento in cui diviene esageratamente invasivo sugli altri, potrebbe finire per assumere una forma patologica: <strong>dipendenza da internet, da lavoro, dal sesso, dallo sport, da cellulare, da social network, shopping compulsivo, dipendenza da notizie, dal cibo, dal gioco d&#8217;azzardo, dipendenza affettiva, dipendenza da computer, da fitness&#8230;</strong></p>
<p>Se una parte delle analisi effettuati in questo ambito paiono assumere talvolta tinte allarmistiche non sempre fondate (come la ricerca svolta nell&#8217;ambito del rapporto tra adolescenti e internet che segnalava che quasi il 70% degli ragazzi fosse “incapace di interrompere la fruizione da internet quando richiesto di farlo”, rispetto alla quale viene quantomeno da chiedersi “richiesto da chi?”) è vero che il fenomeno in alcuni casi può assumere forme complesse e maggiormente compromettenti la vita della persona (non solo adolescente).</p>
<p>Come giustamente rileva Cesare Guerreschi nel suo libro New Addictions (Guerreschi, 2005), <strong>questa impennata di forme di relazione patologica con comportamenti e oggetti di uso comune arriva concretizzarsi (non casualmente) proprio in un contesto sociale estremamente polarizzato sull&#8217;idea dell&#8217;indipendenza e dello svincolo da ogni relazione e legame “vincolante”.</strong></p>
<p>Personalmente condivido l&#8217;idea che, quanto più siamo portati a stigmatizzare e rifuggire qualsiasi forma di dipendenza “bonaria”, cioè a contrastare anche abitudini sì rilevanti ma tutto sommato accettabili, non per una motivazione personale, ma perché giudicate dall&#8217;esterno eccessive, tanto più queste diventeranno invadenti ed avvinghianti.</p>
<p><strong>Quanto più in un contesto viene valorizzata la dimensione  dell&#8217;autonomia, tanto più tutto ciò che rimandi un&#8217;idea di dipendenza e vincolo potrebbe essere percepito come fastidioso e da rimuovere, quindi patologico.</strong></p>
<p>Questo ci porta a quella che ritengo essere una dimensione-chiave per comprendere l&#8217;insorgenza di una determinata forma di dipendenza: <strong>le condizioni che rendono un comportamento o una cosa possibile oggetto di dipendenza sono determinate dal contesto relazionale e ambientale in cui la persona vive.</strong></p>
<p>Il che non significa, ovviamente, che sono le persone attorno a far diventare una persona dipendente da internet, tanto per dire, ma che <strong>ciò che rende un determinato soggetto vulnerabile ad una determinata dipendenza si determina dal contesto relazionale nel quale si trova</strong>. Una dipendenza può infatti nascere come dichiarazione di indipendenza e differenza da qualcun altro, o al contrario venire inizialmente incoraggiata perché vista come una competizione positiva nella quale uno finisce per eccellere, finendo intrappolato.</p>
<p>Può essere quindi, tanto per fare un esempio, che una persona inizi a dedicarsi intensamente al fitness per differenziarsi da un contesto nel quale non esiste un particolare investimento nello sport. Questa differenza potrebbe essere contrastata dai familiari che, non condividendo questo aspetto della vita del loro congiunto, sarebbero portati a disincentivarlo o stigmatizzarlo. Più loro lo contrasterebbero, più la persona sarebbe portata ad attuarlo, fino a sfociare nella forma patologica.</p>
<p>Date le specificità di ogni determinata situazione non è possibile fare discorsi generali rispetto al contesto originario predisponente ad una determinata dipendenza patologica. È possibile però <strong>rilevare alcuni parametri che possono esserci utili per capire quando chiedere aiuto per gestire una situazione che sembra esserci sfuggita di mano nel rapporto con una determinata attività o comportamento.</strong></p>
<p>La prima considerazione da fare riguarda l&#8217;<strong>attività oggetto di dipendenza</strong>: se è vero che è il contesto a determinare quale può essere scelta, è altrettanto vero che esistono notevoli differenze (almeno nelle fasi iniziali, prima che la situazione degeneri) nelle conseguenze di una dipendenza da gioco d&#8217;azzardo e una da internet, tra una dipendenza da fitness e una da shopping compulsivo.</p>
<p>È tuttavia altrettanto vero che <strong>le cosiddette “dipendenze benvestite”, cioè quelle che si mimetizzano meglio con le normali abitudini personali, vengono spesso individuate solo quando stroppano,</strong> cioè quando ormai hanno compromesso in modo irreparabile la vita della persona.</p>
<p>Un altro aspetto determinante è capire <strong>quando una passione personale sfocia nella patologia</strong>: ad ascoltare i genitori dei figli adolescenti il 90% di questi è dipendente da cellulare, ad ascoltare i ragazzi nessuno di loro lo è.</p>
<p><strong>La differenza non sta tanto nel comportamento quanto nel contesto in cui questo avviene.</strong></p>
<p>È una cosa che <strong>porta il soggetto a mettersi in relazione con altri o a isolarsi?</strong> In ogni dipendenza il rapporto con il comportamento o l&#8217;oggetto prevale su quello con le persone portando ad isolarsi: qui cosa sta succedendo?</p>
<p><strong>Le persone più vicine al diretto interessato come lo vedono? </strong>Amici, compagni, colleghi e pari età condividono l&#8217;idea che “forse è vero che si sta facendo prendere un po&#8217; troppo dalla cosa?</p>
<p>Da quanto tempo prosegue questo comportamento? Sta seguendo un obiettivo verificabile o è una gara con se stesso?</p>
<p>Esistono <strong>altre aree di vita che iniziano ad essere compromesse</strong> dall&#8217;invadenza di questa attività? O passioni prima centrali che adesso sono state soppiantate da quella nuova in modo radicale?</p>
<p><strong>Il costo (temporale ed economico) è proporzionato alle possibilità</strong> della persona?</p>
<p>Provare a dare una risposta a queste domande, magari insieme al diretto interessato può essere un modo per iniziare ad avviare una riflessione diversa e aprire uno spazio di pensiero su un comportamento che sospettiamo essere una dipendenza patologica.</p>
<p>Tenete presente che, come insegnano gli alcolisti anonimi, <strong>la prima trappola della dipendenza patologica è l&#8217;idea che “smetto quando voglio”</strong>: per questo motivo nessuna persona affetta da dipendenza sarà in grado di tirarsene fuori autonomamente, salvo una volta giunto a non poter negare l&#8217;evidenza (e forse anche oltre). Al contempo affrontare la cosa in modo simmetrico spesso porta solo al mantenimento dell&#8217;abitudine in clandestinità e quindi all&#8217;aggravio della situazione.</p>
<p>Fare quindi in modo che la persona inizi a riconoscere gli aspetti critici del comportamento tenuto e a vedersi controllato dal comportamento piuttosto che il contrario sono i primi passi utili da costruire, con estrema cautela ed attenzione, per <strong>poter iniziare a costruire un percorso di cambiamento che possa aiutare la persona a realizzare comunque il bisogno che la dipendenza soddisfa, senza compromettere la propria libertà.</strong></p>
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		<title>Depressione: riconoscerla, capirla, affrontarla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 13:10:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[attacchi di panico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La depressione è stata definita il male del terzo millennio. Stime ufficiali del Ministero della Salute riferiscono che nel corso della vita ne soffre più di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">La depressione è stata definita il male del terzo millennio.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=164&amp;area=Disturbi_psichici">Stime ufficiali del Ministero della Salute</a> riferiscono che <b>nel corso della vita ne soffre più di una persona su 10</b> e che <b>già nell&#8217;infanzia e adolescenza circa il 3% della popolazione inizia a manifestare periodi più o meno lunghi di depressione</b>. Le stime italiane non si discostano molto da quelle di altri paesi occidentali e certamente non sono le più pessimiste tra quelle a nostra disposizione.</p>
<h2 align="JUSTIFY">Ma cos&#8217;è la depressione?</h2>
<p align="JUSTIFY">Come riconoscerla? E come distinguerla dall&#8217;inevitabile tristezza che può sorgere a chiunque nella vita a fronte di un momento difficile?</p>
<p align="JUSTIFY">Dentro la categoria “depressione” vengono oggi raccolte diverse forme di disturbo dell&#8217;umore caratterizzate da <b>momenti di tristezza, scoraggiamento, mancanza di vitalità, pianto frequente</b>, sintomi che possono avere riflessi anche sul piano fisico con <b>stanchezza, mancanza di energia, problemi a mangiare e dormire, senso di malessere generale</b>, talvolta anche con sintomi fisici veri e propri (cefalee, dolori, ecc.). I desideri di morte sono frequenti e purtroppo i tentati suicidi sono un&#8217;ipotesi che non può essere esclusa nelle forme più gravi, anche nei periodi di remissione.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo stato emotivo e fisico dura per diverso tempo, settimane o anche mesi, e <b>può rendere la persona incapace di portare avanti anche i normali compiti di accudimento di sé o delle persone care, nonché di svolgere le mansioni abituali</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Spesso la persona depressa finisce per chiudersi in casa: non per paura di uscire (come in alcune forme ansiose), ma proprio per il senso di tristezza e fatica, mancanza di interessi e forze per affrontare il mondo: ogni sforzo appare insostenibile.</p>
<p align="JUSTIFY">Una delle caratteristiche più peculiari e specifiche della depressione è però l&#8217;<b>impatto della depressione sulle relazioni intime e familiari</b>: mentre per altri problemi, come i disturbi alimentari o forme ansiose, la famiglia appare poco coinvolta quando non addirittura all&#8217;oscuro del problema (tranne quando questo diventa particolarmente grave), <b>le famiglia con una persona depressa sono quasi sempre coinvolte e toccate in qualche modo dal disturbo</b>. Talvolta infastiditi e insofferenti, altre volte vicini e comprensivi, spesso ambivalenti tra le due posizioni, i familiari di una persona depressa non possono evitare di prendere atto del problema, anche a causa delle ricadute pratiche sul menage familiare.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Per lungo tempo, tuttavia, la depressione non è stata considerata “roba da psicologi”, ma un problema medico-psichiatrico da trattarsi con farmaci</b> da assumere per periodi più o meno lunghi, a volte per tutta la vita (il parallelismo più frequente, chissà perché, veniva fatto con il diabete). Ancora oggi, sebbene sempre più pubblicazioni sconfessino l&#8217;interpretazione strettamente psichiatrica della depressione, questo tipo di disturbi vengono trattati con un approccio medico e farmacologico, anche a causa di una serie di fattori che favoriscono questo tipo di lettura: sintomi fisici, ciclicità o stagionalità delle crisi&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">In realtà <b>le evidenze cliniche dimostrerebbero che l&#8217;approccio farmacologico avrebbe trasformato la depressione più che risolverla</b>: se in passato le crisi depressive si caratterizzavano per essere episodi transitori che una volta conclusi non si ripresentavano più, <b>oggi sono più frequenti i quadri cronici, quelli cioè in cui ciclicamente si sperimentano periodi di depressione, talvolta alternati ad altri con umore diametralmente opposto, caratterizzato da euforia ed eccessiva energia ed entusiasmo, chiamate “fasi maniacali”</b> (i cosiddetti disturbi bipolari).</p>
<p align="JUSTIFY">Questa duplice trasformazione (cronicità e bipolarismo) sembrerebbe strettamente correlata proprio dal ricorso ad un approccio terapeutico farmacologico, dato che anche in altri paesi (come ad esempio i paesi in via di sviluppo) tale evoluzione sarebbe stata osservata parallelamente al cambiamento dal paradigma di cura da un approccio di supporto e sostegno psicologico ad uno farmacologico (<a href="http://www.psicologogallarate.com/indagine-effetti-psicofarmaci/">Whitaker</a>, 2013; Gotzsche, 2015).</p>
<p align="JUSTIFY">Certamente un ruolo determinante in questo passaggio va riconosciuto anche ad un presupposto culturale sempre più frequente: quello per cui <b>tutto ciò che può essere definito malessere debba essere necessariamente rimosso al più presto, anche quando questo sia qualcosa di assolutamente naturale e fisiologico</b>, come una reazione di tristezza e scoraggiamento a un evento doloroso, o u normale periodo di fatica.</p>
<p align="JUSTIFY">Come può aver apprezzato che ha visto il <a href="http://www.psicologogallarate.com/inside-out/">bellissimo film “Inside Out”</a>, <b>uno degli effetti più importanti della tristezza è proprio quello di attivare le persone intorno a noi a darci aiuto e sostegno</b> (proprio come abbiamo sopra descritto essere tipico della depressione): per certi versi la tristezza è la più relazionale delle emozioni, perché attiva vicinanza e maternage.</p>
<p align="JUSTIFY">Naturalmente questo in un contesto culturale che predilige l&#8217;autonomia e l&#8217;individualismo può essere percepito come fastidioso e patologico: questo porta a trattare la tristezza come un problema da risolvere al più presto&#8230; salvo poi determinare una cronicizzazione del problema!</p>
<p align="JUSTIFY">Fortunatamente da un po&#8217; di tempo a questa parte si sta assistendo ad un ritorno ad un approccio almeno integrato al trattamento delle forme depressive che, accanto ad un aiuto farmacologico, preveda un sostegno ed un trattamento psicologico: una scelta che però non può essere operata solo dai curanti, ma decisa in prima persona da chi vive il problema.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Il fatto che esiste una tristezza normale, non significa infatti che anche la depressione sia una condizione alla quale arrendersi o da prendere come inevitabile condizione dell&#8217;esistenza</b>: riuscire a capire cosa ci incastra e cosa ci rende impossibile superare il problema è un compito possibile e necessario per potersi lasciare alle spalle la crisi e tornare a star bene. Anche in questo caso ovviamente un intervento precoce può essere determinante per la riuscita del lavoro terapeutico, così come il coinvolgimento di persone vicine a chi soffre di depressione che possono diventare una parte attiva e una preziosa risorsa per l&#8217;uscita da questo tunnel.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/depressione-sintomi/">Depressione: riconoscerla, capirla, affrontarla</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Psicologia Pret a Porter: esistono trucchetti per star bene?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2016 08:12:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[problem solving]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[strategie psicologiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste in rete un fiorire di siti e web che si occupano di psiche e dintorni (tra i quali questo stesso blog, ad onor del vero)<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/trucchi-psicologici/">Psicologia Pret a Porter: esistono trucchetti per star bene?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Esiste in rete un fiorire di siti e web che si occupano di psiche e dintorni (tra i quali questo stesso blog, ad onor del vero) che si propongono come obiettivi principali la diffusione di una cultura psicologica più approfondita  e favorire il benessere emotivo e relazionale delle persone.</p>
<p>Entrambi gli obiettivi possono essere certamente qualificati come positivi in termini generali, poiché finalizzati a permettere alle persone di aumentare la possibilità di essere di aiuto a se stessi e a chi è loro vicino.</p>
<p>All&#8217;interno dell&#8217;ampio ventaglio di proposte di questo tipo, esistono tuttavia un&#8217;ampia fetta di pagine che, sotto l&#8217;etichetta della psicologia e <strong>rifacendosi frequentemente a non meglio precisati “studi e ricerche” dispensano una serie di consigli, ricette e trucchi psicologici per contrastare i principali problemi emotivi.</strong></p>
<h2>Quali sono questi trucchi psicologici universali?</h2>
<p>ecco alcune categorie possibili:</p>
<ol>
<li><strong>Mens sana in corpore sano</strong>: in questo gruppo possiamo racchiudere quella serie di messaggi che dicono “un modo utile per iniziare a contrastare il tuo problema e cominciare a stare meglio è condurre uno stile di vita sano, mangiare bene, dormire bene, fare attività sportiva e fare cose che ti piacciono”</li>
<li><strong>la coppia zen</strong>: “se vuoi riuscire a vivere al meglio questa relazione (di coppia, familiare, di lavoro, ecc.) cerca di mantenere la calma quando parli, chiarisci il tuo punto di vista, ascolta quello che l&#8217;altro ti dice e non arrabbiarti per le cose che vengono dette, cerca di imparare l&#8217;arte della mediazione”</li>
<li><strong>SOS Tata</strong>: “per costruire una relazione serena con tuo&#8230; figlio, moglie, amico, ecc. cerca di prenderti spazi e momenti da condividere insieme, sii fermo e coerente, ma anche pronto all&#8217;ascolto, cerca di metterti nei suoi panni”, ecc.</li>
</ol>
<p>Possiamo aggiungere forse qualche altra categoria sulla stessa linea, che sono certo si distanzierebbe poco da quelle finora delineate.</p>
<p>Ovviamente, tengo a precisare, <strong>nessuno di questi ricettari di per sé ha torto</strong>, racchiudendo in sé direttive in linea di principio corrette ma che, per dirla tutta, <strong>con la psicologia in senso stretto centrano piuttosto poco, essendo sostanzialmente ricettacoli di buoni consigli, strategie di distensione dei rapporti e problem solving&#8230;</strong></p>
<p>Il punto è che, fatto salvo ambiti specifici e limitati, rispetto ai quali una sorta di psico-educazione (cioè un approccio che dia consigli ed indicazioni sul mondo mentale e relazionale alle quali attenersi) può essere di aiuto per imparare a gestire al meglio una determinata situazione, in tutti gli altri casi il problema non è che non sappiamo cosa fare, o cosa sarebbe più opportuno fare.</p>
<p><strong>Ciò che blocca e rende difficile districarsi è che non riusciamo a fare ciò che vorremmo</strong>, o esistono spinte contrarie ed ambivalenti che ci portano in direzioni opposte, impedendoci di seguire una linea efficace.</p>
<p>Stando così le cose <strong>si finisce per vivere con ulteriore frustrazione il fallimento delle tecniche “suggerite dagli esperti”</strong>, come se il nostro caso sia davvero talmente grave e compromesso da risultare irrisolvibile: se anche il trucco non funziona, devo essere davvero una causa persa!</p>
<h2>Ma quindi cosa posso fare?</h2>
<p><strong>Dire che non esistono formule magiche che dissolvono i problemi non significa che la strada per questa risoluzione sia sempre lunga e tortuosa</strong>: <strong>esistono percorsi con una loro validità riconosciuta e certificata, che offrono un aiuto in tempi rapidi per la risoluzione o il miglioramento di problematiche anche molto fastidiose</strong>. In questi casi un lavoro mirato sul sintomo che infastidisce la persona può portare a vantaggi in tempi brevi e permettere poi di affrontare successivamente, se si vuole farlo, il problema nel suo complesso.</p>
<p>Chiaramente questo tipo di percorsi possono essere affidabili solo quando condotti con professionisti di provata competenza e affidabilità, non certo affidati a terapeuti improvvisati o bigini del benessere.</p>
<p>Come sottolineato più volte anche in altri articoli ciascuno può essere naturalmente libero di attingere alle fonti e modalità di aiuto che sente più utili e costruttive per sé, conformi alle proprie aspettative ed idee di aiuto.</p>
<p>Al contempo però credo che sia onesto e corretto ricordare che <strong>nulla come un percorso personale può essere di aiuto per comprendere realmente cosa rende difficile o impossibile districare una situazione o affrontare un problema</strong> e che soluzioni banali risolveranno soltanto problemi banali, una categoria concettuale pressoché inesistente quando si ha a che fare con gli esseri umani.</p>
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		<title>Quanto costa andare dallo psicologo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Nov 2016 22:54:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[costo colloqui psicologici]]></category>
		<category><![CDATA[costo psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia e psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quanto costa andare dallo psicologo? Tra le domande che più frequentemente mi vengono rivolte al primo contatto da parte c&#8217;è la legittima domanda “quanto costa una<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/costo-psicoterapia/">Quanto costa andare dallo psicologo?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Quanto costa andare dallo psicologo?</h2>
<h3>Tra le domande che più frequentemente mi vengono rivolte al primo contatto da parte c&#8217;è la legittima domanda <strong>“quanto costa una seduta?”</strong></h3>
<p>Sono ormai lontani i tempi in cui esistevano minimi e massimi tariffari, cancellati per legge da ormai diversi anni, per cui ormai la questione non si pone più in termini decretati in modo ufficiale, ma dalla prassi dei professionisti e dalle esigenze del mercato.</p>
<p>Nell&#8217;era di Grupon tutto si può comprare ad un prezzo più basso, ed è possibile (per quanto non ne abbia notizia) che alcuni colleghi abbiano messo in vendita a prezzi stracciatissimi sedute o trattamenti psicologici. Come detto, non ne ho notizia certa, semplicemente immagino, tuttavia è anche da ammettere che, per quanto a tutti faccia piacere riuscire a risparmiare qualcosa laddove sia possibile farlo, è altrettanto vero che nessuno regala nulla, e che un prezzo irrisorio proposto per una prestazione di alta qualità ha sempre un vago odor di sola.</p>
<p>Ma partiamo dalle cifre. Da una mia inchiesta svolta in modo informale tra colleghi e conoscenti ho avuto modo di appurare come <strong>il costo di una seduta individuale da uno psicologo abbia un costo oscillante tra i 50 e i 100 €.</strong></p>
<p>Capisco che il range possa sembrare ampio, ma è chiaro che il fattore esperienziale giochi un ruolo determinante nel caso del lavoro psicologico: uno psicologo alle prime armi ovviamente offrirà una tariffa poco esigente, chi ha più anni sulle spalle invece più facilmente si sbilancerà un po&#8217; più in alto, un luminare, una persona con una visibilità pubblica elevata, o pubblicazioni di rilievo potrebbe anche arrivare a sfondare il massimale sopra riportato, o richiederlo non per il singolo appuntamento, ma come costo orario.</p>
<p>Diversa è la questione <strong>per i percorsi familiari e di coppia. Se il minimo è grosso modo lo stesso, il massimo invece frequentemente raddoppia (da 50 a 200€ a seduta)</strong>: le ragioni possono essere diverse. Intanto una seduta con più persone a volte viene fatta durare di più, altre volte viene prevista anche la presenza di più terapeuti contemporaneamente, ecc.</p>
<p>Tutti questi fattori, oltre a quelli già descritti per i percorsi individuali, fanno sì che il costo lieviti, con spese che a volte possono diventare anche piuttosto significative, in effetti,</p>
<p><strong>Ma cosa viene acquistato con una seduta?</strong></p>
<p>La competenza psicologica è una parte della risposta, quella certamente più importante e più intuitiva, ma non è tutto.</p>
<p>Un equivoco abbastanza comune è che “lo psicologo sia quello che ti ascolta e ti risponde, dicendoti cosa fare in una certa situazione”: tutto questo fa sì che l&#8217;impressione sia che il lavoro dello psicologo avvenga in seduta. Punto e basta.</p>
<p>La situazione non è così. A volte mi è capitato, nel corso di una seduta di dire “rileggendo gli appunti su una seduta di alcune settimane fa, ho visto che mi aveva detto questo&#8230;” scorgendo lo stupore da parte del mio interlocutore: “ma come? Quello che ci diciamo viene scritto? E dopo se lo rilegge?”. <strong>Per il clinico una seduta inizia molto prima che il paziente entri in studio e finisce molto dopo che se ne è andato</strong>: quanto accade in colloquio è il punto di partenza e di arrivo del lavoro clinico vero e proprio, che si accompagna ad un lavoro di riflessione che tra ciò che è successo in passato e ciò che accade ora, desideri e aspettative e agiti concreti, tutti aspetti che vengono approfonditi fuori seduta, come l&#8217;allenatore che rivede il filmato di una partita per osservare il funzionamento della squadra e comprendere come agire per gli obiettivi che si propone.</p>
<p>Questo aspetto credo che rappresenti in discrimine importante da tenere in considerazione, qualora si pensi di rivolgersi a professionisti che applicano una politica a ribasso dei costi, perché è chiaro che sarà molto facile che <strong>la differenza del servizio sia legata a quella parte di lavoro che è meno visibile all&#8217;utente</strong>, ma che diventa essenziale perché un colloquio psicologico sia qualcosa di diverso da una chiacchierata con uno psicologo: il suo inserimento in un percorso, quella che in termini clinici si chiama “presa in carico”.</p>
<p>Così come per ogni cosa, anche nel campo dei colloqui psicologici vale il detto “chi poco spende, tanto spende”: giocare a ribasso affidandosi a personale non qualificato o abboccare a proposte con prezzi scioccanti significa esporsi ad un costo maggiore non solo in termini economici, ma anche in termini di beneficio ottenuto.</p>
<p>Le modalità di approccio ad un terapeuta oggi permettono di iniziare a farsi un&#8217;idea della persona molto prima di incontrarla: affidarsi a questi elementi nella scelta offre la possibilità di basare la propria decisione su criteri più solidi, che assicurano maggiormente la possibilità di riuscita del lavoro che si desidera intraprendere. Certamente il parametro economico a questo punto sarà uno dei fattori in gioco da tenere presente, alla luce di una costellazione di fattori che accompagnano ed aiutano ad una scelta consapevole.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/costo-psicoterapia/">Quanto costa andare dallo psicologo?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Global Health. Il nuovo orizzonte della salute.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2017 12:51:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[benessere globale]]></category>
		<category><![CDATA[benessere personale]]></category>
		<category><![CDATA[global health]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia della salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da un po&#8217; di tempo a questa parte il concetto di salute sta cambiando. Il cambiamento che il mondo ha visto realizzarsi negli ultimi decenni, assolutamente<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/global-health/">Global Health. Il nuovo orizzonte della salute.</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da un po&#8217; di tempo a questa parte il concetto di salute sta cambiando.</p>
<p align="JUSTIFY">Il <strong>cambiamento che il mondo</strong> ha visto realizzarsi negli ultimi decenni, assolutamente inedito nella storia dell&#8217;umanità, ha portato a mescolanze di persone e moltiplicazione di contatti come mai prima d&#8217;ora era accaduto nella storia.</p>
<p align="JUSTIFY">La <strong>globalizzazione del sistema di vita occidentale</strong> e l&#8217;<strong>aumento della popolazione mondiale</strong> hanno smesso di essere dati che interessano solo ad economisti e sociologi, per avere un riverbero anche nella vita di tutti noi in un modo destinato certamente a crescere nei prossimi anni.</p>
<p align="JUSTIFY">Uno dei primi ambiti in cui questo cambiamento ha preso forma è la nascita del concetto di Global Health, cioè di “salute globale”.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Ma cos&#8217;è la &#8220;Global Health&#8221;?</h3>
<p align="JUSTIFY">Parlare di salute, significa per molti evocare in automatico l&#8217;immagine del medico: salute e medicina sono state due facce del medesimo concetto, sulla scia dell&#8217;idea che stare bene significasse principalmente non avere malattie, portando a far coincidere investimenti sulla salute pubblica con gli investimenti sul sistema sanitario. Questa sovrapposizione ha portato (ed è destinata a portare sempre di più) ad un collasso paradossale: con una popolazione mondiale sempre più anziana (e quindi sempre più costosa in termini sanitari) e risorse sempre più esigue, i costi sono destinati a diventare sempre più insostenibili.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa situazione sta rendendo necessario elevare a <strong>nuovo principio ispiratore l&#8217;idea che “prevenire è meglio che curare”</strong>, e che <strong>per riuscire ad assicurare la sostenibilità della salute di tutti sia necessario cercare soluzioni che esulano dal campo medico</strong>, e che riguardano piuttosto l&#8217;ambiente di vita delle persone considerato nel suo complesso.</p>
<p align="JUSTIFY">Un esempio può essere chiarificatore: mai come ora l&#8217;obesità diventa un problema rilevante nel mondo intero. Non solo in occidente, ma in tutti i paesi, anche del terzo mondo, si registra un aumento delle persone con problemi legati ad un&#8217;alimentazione scorretta con inevitabili ripercussioni sulla qualità di vita individuale e sulla spesa per la salute pubblica, finché la soluzione del problema viene affrontata solo attraverso la medicalizzazione del problema (cioè col ricorso a farmaci e interventi chirurgici).</p>
<p align="JUSTIFY">Alimentazione, attività fisica, qualità dell&#8217;ambiente, benessere psicologico sono concetti che diventano sempre più rilevanti a livello globale.</p>
<p align="JUSTIFY">Il concetto di <strong>“global health”</strong> riguarda quegli <strong>“aspetti della salute collettiva che trascendono i confini nazionali […] e che possono essere meglio affrontati da azioni e soluzioni cooperative”</strong> (Vineis, 2014).</p>
<h3 align="JUSTIFY">In cosa consiste la Global Health?</h3>
<p align="JUSTIFY"><strong>L&#8217;idea di salute passerà sempre di meno dalla cura delle malattie, per passare ad un&#8217;idea più articolata di condizioni che permettono di mantenere un equilibrio di vita sano a livello globale per l&#8217;intera popolazione</strong>. Il problema principale in questo senso viene rappresentato ovviamente dagli interessi contrastanti rispetto ad alcune specifiche aree.</p>
<p align="JUSTIFY">Tanto per restare sul tema dell&#8217;alimentazione a cui facevo riferimento, il martellamento pubblicitario e culturale a cui siamo sottoposti rispetto a scelte alimentari poco salutari, unito l&#8217;idea imperante che “io sono libero di mangiare e consumare quello che voglio”, sono due fattori talmente radicati oggi da risultare difficilmente contrastabili, almeno nell&#8217;immediato futuro.</p>
<p align="JUSTIFY">Discorsi simili potrebbe essere fatti anche per il fumo, l&#8217;alcol, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY">Se una parte di questi fattori hanno quindi inevitabilmente a che fare con scelte politico-sociali, il ruolo dei singoli per aderire ad una visione e a scelte più responsabili diventa essenziale, pena il collasso del sistema, incapace di reggersi sui presupposti che lo reggono.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Quale ruolo ha la psicologia nella Global Health?</h3>
<p align="JUSTIFY">Un ruolo determinante, se è vero che uno dei principi fondamentali di ogni forma di psicoterapia “non farmacologica” è che <strong>la persona deve assumersi la responsabilità del proprio cambiamento</strong>, non delegabile al solo curante. <strong>Diventare parte attiva del processo che porta al proprio benessere è il primo gradino (sebbene certo non l&#8217;unico) di questa nuova visione.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Accanto a ciò sarà sempre più fondamentale diventare capaci di <strong>vedere il benessere come qualcosa sganciato dalla singola persona, ma connesso a tutto il suo contesto di vita, nonché, probabilmente, relativizzato, cioè collegato alla sua storia personale</strong>: quanto è possibile che quella persona stia bene rispetto al suo percorso di vita e rispetto alle condizioni complessive in cui si trova?</p>
<p align="JUSTIFY">Questa domanda, che alcuni forse oggi riterrebbero inammissibile o eccessivamente cinica, potrebbe diventare invece determinante, almeno come principio ispiratore del nuovo modo di concepire il benessere individuale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/global-health/">Global Health. Il nuovo orizzonte della salute.</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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