Blue Whale: la balena che fa paura a tutti

blue whaleNon so voi, ma personalmente fino a pochi giorni fa io ignoravo cosa fosse il Blue Whale.

Precisamente fino a quando su internet circolò la notizia dell’arresto in Russia dell’inventore del “gioco online che istiga gli adolescenti al suicidio”. Inutile dire che la notizia ha tutte le carte in regola per far saltare sulla sedia chiunque abbia un figlio adolescente (e non solo), motivo per cui si è registrata in questi ultimi giorni un’impennata mediatica rispetto a questi temi e questo “gioco” in particolare.

(scusate le virgolette ripetute ma, ritenendo il gioco un’attività essenziale allo sviluppo ed importante per la vita, la ritengo sostanzialmente inconciliabile con l’idea stessa del suicidio)

Dopo che alcuni genitori mi hanno chiesto ragguagli in merito (costringendomi per la verità a documentarmi in prima persona sulla questione), ho pensato che potesse essere utile cercare di portare chiarezza su un argomento serio e delicato, ma che proprio per questo merita di essere trattato con rispetto e non con toni scandalistici.

Quali sono le notizie reali?

Partiamo dai dati di fatto.

L’autolesionismo in adolescenza è un problema che da diversi anni a questa parte ha visto aumentare non solo la sua frequenza, ma anche la precocità nell’esordio.

Purtroppo i dati che abbiamo rilevano come sia sempre più diffuso il ricorso a varie modalità autolesive (soprattutto graffi e tagli) anche tra pre-adolescenti (i primi episodi possono comparire anche attorno ai 10 anni). Da sempre questo tipo di condotta avviene prevalentemente tra le ragazze, sebbene alcuni osservatori rilevino un aumento anche tra i ragazzi.

Altro dato importante è la correlazione tra autolesionismo e social network: è sempre più diffusa la prassi di condividere immagini di graffi e tagli via chat con amici o contatti, con l’obiettivo di muovere una richiesta di aiuto, o suscitare una reazione nell’altro.

Se frequentemente tali immagini possono essere anche solo riprese da internet e non relative a se stessi, rappresentano comunque un segnale molto significativo e da prendere in seria considerazione, anche per l’effetto imitativo che possono generare. Personalmente ritengo sempre importante non banalizzare segnali di questo tipo ed affrontare direttamente il discorso con il ragazzo o ragazza che li manda.

Liquidare un messaggio con contenuto autolesivo come “ragazzata” o “esibizione per attirare l’attenzione” rischia di far perdere un’importante occasione per rivelare un disagio o una crisi personale.

Esiste un autolesionismo “per gioco”?

La risposta richiede un approfondimento: in adolescenza esistono (sono sempre esistite) delle prove da superare, delle prove di coraggio, delle sfide “ai limiti” che possono anche portare a sfidare una paura, correre un rischio grosso. L’assunzione di sostanze, la guida imprudente, giochi e sfide adrenaliniche non sono certo una scoperta odierna: dai riti di iniziazione dei giovani nelle tribù, fino alle gare automobilistiche di “Gioventù Bruciata” sono migliaia gli esempi di tali prove e del valore che queste possono aver assunto nel tempo e nella società.

L’aspetto chiave di queste prove, tuttavia, è il “riuscire a farcela”, dimostrare di essere più forti della sfida, del dolore, della paura. Non restare vittima, sopravvivere.

Ora, può capitare a volte purtroppo che “il gioco vada male”, che qualcosa non vada nel verso giusto e la situazione volga al peggio, ma è importante comprendere che la spinta che muove ad affrontare queste sfide non è il desiderio di morire, ma al contrario il “riuscire a vivere”.

L’autolesionismo “vero” non è mai per gioco: è sempre e solo un segnale di sofferenza, a volte un tentativo di lenire l’angoscia.

Come riconoscere l’autolesionismo “vero” da una “prova di coraggio”?

Il singolo episodio non è sempre facilmente distinguibile, se non cercado di riconoscere alcuni fattori contestuali importanti.

La solitudine è una delle principali differenze tra questi due tipi di comportamento: nessuno ostenta il proprio dolore, al massimo può condividerlo con una strettissima cerchia di persone dalle quali spera di ricevere aiuto, o che spera che possano dimostrargli la loro vicinanza.

L’altro aspetto importante è la ricorsività, la frequenza. Purtroppo una sofferenza che porti ad un gesto come un taglio, o una condotta a rischio non sparisce facilmente e prima o poi il ragazzo o la ragazza lo rifarà. Occorre avere uno sguardo attento e “duraturo”, capace di cogliere anche quello che non viene detto immediatamente.

Se capita di vedere ripetutamente graffi, tagli, bruciature o simili su braccia, gambe o pancia, o se ripetutamente si presentano situazioni in cui un ragazzo o una ragazza si mettono in evidente condizione di rischio, occorre non sottovalutare il problema, e pensare di affrontare il discorso magari chiedendo un aiuto.

Ma allora cos’è questo Blue Whale? Dobbiamo preoccuparci?

Chi conosce meglio questo Blue Whale, lo descrive come una specie di sfida circolante online, piuttosto diffusa in alcuni paesi ma quasi sconosciuta in altri, che prevede anche alcune “prove di coraggio” autolesionistiche. Purtroppo in questo caso, come in molti altri, aver dato visibilità mediatica a questo messaggio ha contribuito solo a renderlo un fenomeno, e quindi a diffonderlo.

Tuttavia dobbiamo essere chiari: nessun “gioco” può fare il lavaggio del cervello ad un ragazzo, spingendolo a fare qualcosa che altrimenti non farebbe.

E fortunatamente nella stragrande maggioranza dei casi la risposta a provocazioni come questa è un rifiuto auto-tutelante. Ciò non significa che invece, chi già viva sentimenti di tristezza e scoraggiamento, isolamento e solitudine, possa essere spinto dalla propria sofferenza dentro scelte pericolose, tra le quali possiamo certamente considerare anche un “gioco” come Blue Whale.

Se spesso l’influenza dei pari viene vista come un fattore di rischio, al contrario penso che la presenza di amici che possano segnalare condizioni di rischio e mettere in allarme gli adulti rappresenta un importante fattore protettivo. Chi prova sentimenti depressivi più facilmente cerca l’aiuto di un coetaneo, dal quale è più facile che si senta capito, e che può quindi raccogliere per primo i segnali di allarme ed aiutarci a vedere ciò che ci è nascosto.

Far venire a galla la balena.

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