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	<title>aiutare figli Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
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		<title>Il giorno della gazzella &#8211; una storia di bullismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2014 09:56:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
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		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
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		<category><![CDATA[problemi scolastici]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia scolastica]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/il-giorno-della-gazzella-una-storia-di-bullismo/">Il giorno della gazzella &#8211; una storia di bullismo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo fa, lavorando come psicologo scolastico presso una scuola media, ho avuto modo di ricevere allo sportello di ascolto la visita Federica, una ragazza che, per alcuni elementi del suo aspetto fisico associai subito <strong>“gazzella spenta”</strong>.</p>
<p>Alta e slanciata (frequentava la seconda media ed era alta quasi come me), chiaramente sportiva, sembrava però sgonfiata, come afflosciata su sé stessa. La sua innegabile prestanza fisica, non nel senso di abbondanza o floridità, ma nel senso di forza, solidità e compattezza, sembrava azzerata da uno sguardo ed un atteggiamento di sconforto e abbattimento evidente.</p>
<p>Non faccio in tempo a chiederle cosa la porti a chiedere aiuto, che i suoi occhi si riempiono di lacrime: <strong>alcuni suoi compagni hanno sparso per i corridoi della scuola una sua foto piuttosto imbarazzante</strong> (fortunatamente solo per la sua espressione “poco riuscita”), suscitando ilarità e sberleffi da parte di altri ragazzi.</p>
<p>In poche battute si delineano i contorni di <a title="5 strategie utili contro bullismo" href="http://www.psicologogallarate.com/5-strategie-utili-per-aiutare-il-proprio-figlio-a-non-diventare-vittima-di-bullismo/">una classica situazione di bullismo</a>: un piccolo gruppo di ragazzi, capeggiati da un paio di membri più carismatici, si divertono con “scherzi” più o meno pesanti a colpire ora l&#8217;uno ora l&#8217;altro compagno di classe. La tecnica è sempre chirurgica: il “ciccione” viene colpito sulla sua trippa, il “secchione” sulla scarsa simpatia che suscita per invidia nei compagni, la “bruttina” per l&#8217;aspetto estetico e così via.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cerco di approfondire il discorso per comprendere meglio la situazione e mi rendo conto che, man mano che prosegue il racconto, l&#8217;immagine che aveva inizialmente colpito la mia fantasia, quella della gazzella spenta, va arricchendosi di particolari interessanti: vedo accanto a lei una gazzella sovrappeso, una con gli occhiali, una con le gambe storte, ecc. tutte inseguite da pochi leoni abili nel colpirle nelle loro fragilità.</p>
<p>Chi ha una minima esperienza con il<strong> bullismo</strong> conosce bene una caratteristica strutturale del fenomeno:<strong> pochi soggetti</strong> (il bullo e i suoi complici) <strong>ne colpiscono alcuni</strong> (una o poche più vittime), <strong>potendo contare su una maggioranza silenziosa</strong> (i cosiddetti “spettatori”) spesso individualmente infastiditi dalla prepotenza usata, ma zittiti dall&#8217;omertà che circonda gli episodi: <strong>finché nessuno parla, l&#8217;empatia per la vittima si spegne e la violenza rimane, mascherata da scherzo o gioco.</strong></p>
<p><strong>Molti disapprovano i leoni, ma nessuno lo dice</strong>. Molti potrebbero sostenere le gazzella, ma nessuno osa farlo. Questo permette a pochi leoni di sbranare molte gazzelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma cosa succederebbe se dieci, venti, cinquanta, cento gazzelle caricassero a corna basse i due o tre leoni che spaventano la savana?</p>
<p>Quando faccio questa domanda a Federica il suo sguardo rimane sorpreso, non capisce dove voglia andare a parare. Allora divento più esplicito.</p>
<p>Le chiedo secondo lei cosa pensino lei, il compagno secchione, quella bruttina, quello grasso, quello con vestiti non firmati, quella con i capelli “troppo ricci”, quello un po&#8217; bassino, quella “carina ma timida”, quello “gay perchè non gioca a calcio”, ecc. di questi suoi compagni così forti, e la risposta è una sola, condivisa: nessuno li sopporta, ma non sanno cosa fare.</p>
<p>Ancora una domanda: lei come sta quando vede preso in giro uno di questi suoi compagni? E gli altri presi in giro come stanno, secondo lei, quando un altro viene irriso?</p>
<p>Ancora una volta Federica è sicura della risposta: a nessuno piace vedere queste prepotenze, ma questi sono forti, sono uniti. Io aggiungo: sono incontrastati.</p>
<p>È il momento di cambiare le cose, e <strong>per questo le do due compiti: chiedere collaborazione ed offrire alleanza.</strong></p>
<p><strong>C&#8217;è almeno un compagno o compagna che ritiene che le sia veramente amico e che non è bersaglio di prepotenze?</strong> Bene, a lui/lei dovrà chiedere di non ridere la prossima volta che le faranno uno scherzo che sa che le dà fastidio ma, se se la sente, difenderla. Questa sarà la collaborazione richiesta.</p>
<p><strong>L&#8217;alleanza invece dovrà essere chiesta ad almeno un&#8217;altra “gazzella”</strong> (ma può farlo anche con due, tre o quante ne vuole): quando una delle due gazzelle viene colpita da un leone, l&#8217;altra non ride ma manifesta solidarietà alla vittima. Inoltre questa gazzella dovrà trovarsi a sua volta un collaboratore che dia manforte.</p>
<p>Le chiedo se è chiaro cosa voglio da lei, Federica conferma pensierosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Trascorrono tre settimane prima che riveda Federica, e quando la richiamo allo sportello la gazzella che mi trovo davanti sembra tutt&#8217;altro che spenta. Adesso sì che sembra perfino più alta di me.</p>
<p>Il suo sorriso è più solare, la sua schiena più dritta. Non mi ha ancora detto nulla, ma so già dal suo aspetto come sono andate le cose.</p>
<p>Il suo racconto, semplicemente, me lo conferma.</p>
<p>Inizialmente non era sicura di chi scegliere come alleato, ma poi i leoni stessi gli hanno dato un&#8217;occasione. Durante una lezione di ginnastica, una battuta al “ciccione” le ha dato lo spunto per parlare. E ha iniziato a farlo con “il gay” e “la timida”: ha detto come stava quando veniva offesa, o quando vedeva qualcuno offeso dai leoni, come stava adesso che vedeva Ciccio preso in giro dai leoni, e ha chiesto alleanza per non essere più deboli.</p>
<p><strong>Le gazzelle hanno accettato felici un patto che, senza saperlo, ciascuno di loro stava solo aspettando veder formulato</strong>, scegliendo di fare più di quanto avessi chiesto loro: invece che limitarsi a difendersi tra di loro, ognuno di loro ha parlato con il proprio compagno di banco e hanno deciso di difendere “il ciccione”. La pallonata di pochi minuti dopo ha visto uno scenario inedito:<strong> i tre leoni per la prima volta si sono trovati contro sei gazzelle, alle quali se ne è aggiunta in fretta un&#8217;altra, un&#8217;altra e un&#8217;altra ancora, fino a diventare il resto della classe.</strong></p>
<p>Federica è felice, non solo perché nei corridoi non ci saranno più sue foto, ma perché<strong> ha scoperto che a nessuno piaceva vederla umiliata</strong>, perché ha potuto dimostrare la sua amicizia ai compagni e venirne ricambiata.</p>
<p><strong>Perché ha capito che si può essere più forte dei leoni.</strong></p>
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		<title>Chi ha paura di Peppa Pig?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2014 20:40:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[peppa pig]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi non conosce Peppa Pig alzi la mano. Schivare il rosa-molto-rosa maialino inventato da Astley &#38; Baker nel 2004 e ormai “cucinato e servito” in tutte<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/chi-ha-paura-di-peppa-pig/">Chi ha paura di Peppa Pig?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong>Chi non conosce Peppa Pig alzi la mano.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Schivare il rosa-molto-rosa maialino inventato da Astley &amp; Baker nel 2004 e ormai “cucinato e servito” in tutte le salse (sì, il gioco di parole è voluto&#8230;), è un&#8217;impresa tanto ardua da averlo inserito di diritto tra i fenomeni mediali degli ultimi dieci anni, seguito dal consueto codone di polemiche ed accuse più o meno sensate.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/4MEa_7PkoUo?rel=0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY">Dalla dipendenza psicologica, ai messaggi subliminali, dall&#8217;istigazione alla volgarità, fino all&#8217;istigazione anti-animalista (accusa legata alla rappresentazione irrealistica di animali felici di vivere in anguste case umane), la povera maialina parrebbe essere accusata di ogni male possibile ed immaginabile (tranne forse l&#8217;apologia del nazismo e l&#8217;abigeato).</p>
<p align="JUSTIFY">Il problema di per sé non si porrebbe più di tanto, se non fosse che&#8230; Peppa Pig ai bambini piace!</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Che fare allora? C&#8217;è del vero in tutte queste preoccupazioni?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">O se non proprio in queste, esistono ragioni per preoccuparsi seriamente nell&#8217;esporre i bambini a certi cartoni animati?</p>
<p align="JUSTIFY">Onestamente, prima di arrivare ad una disamina più dettagliata del cartone animato in questione, introduco una domanda che sorge un po&#8217; spontanea: la mia generazione (che ad occhio e croce dovrebbe essere la stessa di quei genitori oggi tanto preoccupati per Peppa Pig) è stata certamente la generazione dei “nativi televisivi”, quelli cresciuti tra “Bim Bum Bam” e i cartoni giapponesi, quelli <strong>passati tra una dozzina di invasioni aliene, disastri atomici, sacre scuole di arti marziali e lottatori mascherati che ammazzavano gli avversari a suon di mosse segrete e colpi proibiti.</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>In confronto a tutto questo, cosa potrà mai fare un maialino?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Detto ciò, vale la pena di osservare con un occhio più critico e consapevole (dal punto di vista psicologico) un prodotto che entra quotidianamente nelle nostre case anche senza accendere la tv.</p>
<p align="JUSTIFY">Una prima precisazione riguarda il <strong>target del cartone animato: i bambini under 4 anni</strong> (dopo questa età, solitamente, l&#8217;interesse del bambino tenderebbe spontaneamente a diminuire, sostituito da altri programmi con altre storie).</p>
<p align="JUSTIFY">Le caratteristiche di Peppa Pig sono state <strong>studiate appositamente per essere comprese ed apprezzate da bambini molto piccoli</strong>. La scelta, ad esempio, di un format con <strong>storie narrativamente lineari</strong>, semplici, quotidiane si deve al modo di elaborare le informazioni della mente del bambino fino ai 4-5 anni secondo i principi di sequenzialità e concretezza: un&#8217;eventuale sequenza mostrata successivamente ma logicamente contemporanea non sarebbe compresa, così come filoni narrativi paralleli, o eccessivamente articolati.</p>
<p align="JUSTIFY">A differenza di noi adulti che siamo attratti dalla suspance, <strong>i bambini necessitano una chiusura delle sequenze di interazioni</strong>: le azioni iniziate devono essere concluse rapidamente per essere capite. Il bagaglio di memoria del bambino, ancora in via di addestramento, non permette sospensioni del racconto o collegamenti tra episodi. Quello che per un adulto è “una storia noiosa, priva di attrattiva e monotona”, è per il bambino una storia chiara e comprensibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">La stessa scelta di <strong>tematiche quotidiane</strong> si lega alla necessità di mescolare sempre una prevalenza di elementi conosciuti con pochi nuovi, possibilmente riconducibili a quelli noti: l&#8217;<strong>alternanza tra conosciuto e nuovo</strong>, assicurata anche dalla sovrabbondanza di spiegazioni (la voce narrante che spiega costantemente ciò che accade) permette al bambino di seguire al meglio lo svolgimento della storia (ecco anche perchè i personaggi sono pochi, ripetitivi e stereotipati).</p>
<p align="JUSTIFY">Anche i <strong>tempi narrativi brevi</strong>, con puntate che durano circa cinque minuti ricalcano i tempi di attenzione continuativa attesi in questa età, offrendo anzi un&#8217;occasione di addestramento alla concentrazione per eventuali soggetti con difficoltà.</p>
<p align="JUSTIFY">Occorre tenere presente, inoltre, come prima dell&#8217;età scolare il bambino sia interessato a capire il modo di funzionamento della vita di tutti i giorni: <strong>vuole capire cosa fanno le persone e perchè</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Da questo punto di vista è innegabile che Peppa Pig sia un prodotto ben strutturato.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma basta questo a farci lasciare serenamente i bambini davanti alla televisione? Esistono delle critiche psicologicamente opportune per un prodotto che raggiunge milioni di bambini nel mondo?</p>
<p align="JUSTIFY">Una critica abbastanza diffusa e che personalmente condivido è legata al contenuto delle puntate e la totale assenza di alcuna indicazione pedagogica più elaborata del “volemose bene”: se nessuno chiede ad un cartone animato di educare i bambini al posto nostro, d&#8217;altra parte si sarebbe potuto tentare di proporre ogni tanto una situazione di litigio tra fratelli o amici gestita con strategie di compromesso anche semplici, o mostrando processi di costruzione condivisa di regole e norme familiari.</p>
<p align="JUSTIFY">La conclusione di ogni situazione critica con una battuta, un grugnito e risate sbellicanti tutti giù per terra appare fuori luogo anche per quella che è l&#8217;esperienza di un bambino di 2-3 anni, che sa molto bene che se non fa quello che dicono i genitori, questi si arrabbiano, non ridono di certo!</p>
<p align="JUSTIFY">Al di là tuttavia di una serie di considerazioni “contenutistiche”, credo che la più importante riflessione debba riguardare piuttosto la <strong>modalità di approccio a quello che, per tanti bambini, è evidentemente il “primo prodotto mediatico conosciuto e riconosciuto”.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Non si può trascurare che la televisione è uno dei molteplici vettori di contenuti che scandiscono la vita di tutti, bambini compresi: per questo è essenziale che questi siano accompagnati a conoscerne i linguaggi, i codici, i generi, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY">Così come per tutte le esperienze di vita, <strong>anche per quanto riguarda il rapporto con i media il bambino necessita di essere educato</strong>: la presenza del genitore non solo per regolamentare i tempi di visione, ma soprattutto per <strong>accompagnarlo alla visione diventa un&#8217;importante esperienza educativa</strong>, oltre che un&#8217;occasione di condivisione di uno spazio ludico con lui.</p>
<p align="JUSTIFY">Quello che voglio dire è che, se da una parte i vari messaggi più meno catastrofici sono evidentemente privi di senso e fondamento, dall&#8217;altra <strong>l&#8217;accompagnamento e l&#8217;educazione passo passo deve essere svolta anche per quanti riguarda il mondo dei media</strong>, per favorire l&#8217;apprendimento delle strategie di fruizione più adeguate. L&#8217;accompagnamento e la condivisione da parte di almeno un genitore, dovrebbero essere una costante indipendentemente dal programma scelto.</p>
<p align="JUSTIFY">Certamente un programma tarato per la mente di un bambino di pochi anni difficilmente intercetterà l&#8217;interesse di un adulto, che per cui finirà per trovarlo piuttosto noioso, lento e malfatto.</p>
<p align="JUSTIFY">Generalmente a quel punto la soluzione può essere quella di concentrarsi non sullo schermo, ma sul bambino che ci sta davanti e vederlo affascinarsi della scoperta del mondo.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche attraverso una famiglia di maiali.</p>
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		<title>Mangia o sparo! &#8211; I capricci a tavola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Sep 2017 12:01:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[4 - Altro]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[anoressia]]></category>
		<category><![CDATA[bulimia]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi alimentari]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
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		<category><![CDATA[psicologia dell'alimentazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Generalmente non scrivo, né mi occupo particolarmente di tematiche a sfondo pedagogico, ritenendole territorio proprio di altri professionisti (i pedagogisti, appunto), più interessati e competenti di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/mangia-o-sparo-i-capricci-a-tavola/">Mangia o sparo! &#8211; I capricci a tavola</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium" src="https://blog.benessereviaggi.it/wp-content/uploads/2013/06/alimentazione-2.jpg" alt="capricci a tavola" width="500" height="282" />Generalmente non scrivo, né mi occupo particolarmente di tematiche a sfondo pedagogico, ritenendole territorio proprio di altri professionisti (i pedagogisti, appunto), più interessati e competenti di me sull&#8217;argomento.</p>
<p align="JUSTIFY">Un recente episodio mi ha portato però a condurre una riflessione che mi pare pertinente e, spero, interessante anche per questo blog.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo è l&#8217;antefatto.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcuni giorni fa, mentre mi trovavo a pranzare in un ristorante, assisto alla scena di un bambino di circa 5 anni alle prese con un piatto di pasta che, evidentemente, non aveva nessuna intenzione di terminare. Delle due signore al tavolo con lui, una (la madre) cercava di imporsi perché il bambino finisse tutto quello che aveva nel piatto, l&#8217;altra (una zia, mi è parso di capire) giustificava il bambino, dicendo che evidentemente ciò che aveva mangiato prima era sufficiente, e che “non bisogna insistere a far mangiare i bambini, perché poi diventano anoressici” (testuali parole), con la mamma che chiude la questione sbuffando .</p>
<p align="JUSTIFY">Ecco.</p>
<p align="JUSTIFY">Rispetto ad una situazione così (che forse può apparire sufficientemente comune da poter somigliare ad altri episodi capitati anche ad altri), ho pensato che fosse opportuno condividere qualche riflessione.</p>
<p align="JUSTIFY">Iniziamo da una premessa: non conosco nulla della storia di questo nucleo che ho osservato, non so nemmeno se la “zia” in questione fosse una zia reale, un&#8217;amica, una conoscente occasionale o altro, non so se la scena abbia avuto un seguito o se si sia chiusa lì, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY"><img decoding="async" class="alignright " src="http://www.picard.it/wp-content/uploads/2016/01/shutterstock_277915646-870x450.jpg" alt="capricci a tavola" width="462" height="239" />Ciò che posso dire è che certamente <strong>un tipo di intervento fatto in questo modo rappresenta quanto di più deleterio possa essere fatto sia per la mamma che per il bambino in questione.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Siamo forse all&#8217;“ABC” della pedagogia ma, <span style="font-size: 18pt;">anche quando si ha un messaggio intelligente da dare</span>,<span style="font-size: 18pt;"> è bene ricordare che nessuno può intromettersi tra un figlio ed un genitore che sta intervenendo con lui</span>.</p>
<p align="JUSTIFY">Se proprio ci appare opportuno mandare un messaggio di un qualche tipo, è sempre meglio farlo in separata sede, evitando di mettere sotto scacco l&#8217;autorità del genitore davanti al figlio, o lasciando aperta la porta ad una coalizione contro il genitore. Questo discorso vale ovviamente anche per nonni e zii: i genitori sono due, e sono insostituibili. Se la madre dell&#8217;episodio sopra riportato avesse mandato al diavolo la “zia”, avrebbe dato forse la risposta più corretta.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Ma andiamo oltre: insistere a dare il cibo fa venire l&#8217;anoressia?</h3>
<p align="JUSTIFY">No. Questa è una frottola bella e buona. Se le cose stessero così, probabilmente l&#8217;80% delle persone soffrirebbe di anoressia.</p>
<p align="JUSTIFY">E&#8217; vero che la modalità scelta dalla madre aveva più svantaggi che benefici perché a lungo andare, se applicata in modo sistematico, rischia di trasformare il cibo in un terreno di scontro, cosa che si ritrova in alcuni disturbi alimentari, ma occorre fare chiarezza.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Analizziamo meglio la situazione:</h3>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium" src="https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSI2NpSbfGuz4XQ1FgjtTZIXxfL9zjvIYG9wDnSDN0h4gXLycYC" alt="capricci a tavola" width="280" height="180" />Il primo e più evidente effetto ottenuto da un&#8217;imposizione è quello di trasformare il comportamento imposto in un atto di sottomissione o opposizione</strong></span>: per il bambino in questione non si tratta più di assaporare il cibo, scoprire un gusto nuovo, o capire l&#8217;importanza di un&#8217;alimentazione integrata, ma solo un problema di obbedire o disobbedire.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Il cibo, cioè, diventa il terreno di scontro</strong> per l&#8217;affermazione personale: vediamo chi dei due è più forte. <span style="font-size: 14pt;">Alla lunga il bambino potrebbe vivere il rapporto con il cibo come una prova di forza, trasformando un&#8217;attività naturale in una questione di principio</span>.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Passiamo alla zia.</h3>
<p align="JUSTIFY">Il suo messaggio poteva essere corretto nelle intenzioni e nel messaggio di fondo, ma maldestro nella messa in pratica ed infondato nei contenuti, oltre che sbagliato nella forma, perché squalifica la mamma, facendo più danno che beneficio.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Come andare incontro quindi ad un problema di questo tipo?</h3>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Una prima soluzione, potrebbe essere quella di <strong>scegliere con chiarezza se adottare un regime alimentare “a spuntini” piuttosto che “a pasti completi”</strong>, tenendo presente che le esigenze alimentari di un bambino sono molto minori di quelle di un adulto.</span> Non è detto che uno sia migliore dell&#8217;altro, basta sceglierne uno, per evitare di rimpinzare il bambino prima, durante e dopo i pasti.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Mai come oggi si dice che i bambini siano capricciosi a tavola, ed al contempo sta crescendo in modo impressionante il problema dell&#8217;obesità infantile</strong>&#8230; solo una sfortunata coincidenza?</p>
<p align="JUSTIFY">Eliminare i cosiddetti &#8220;cibi spazzatura&#8221; (merendine e snack per primi) permette di migliorare l&#8217;alimentazione sia nella qualità che nella regolarità.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Un altro aspetto utile da tenere presente è che&#8230; <strong>l&#8217;appetito vien stancandosi:</strong> fare movimento, attività fisica soprattutto all&#8217;aperto, stimola la fame</span>, e un bambino non si metterà certo a digiunare per farci un dispetto, a meno che non siamo stati noi a&#8230; servirgli l&#8217;idea su un piatto d&#8217;argento.</p>
<p align="JUSTIFY">Il discorso con un adolescente potrebbe essere diverso, ma non possiamo trascurare il fatto che per un bambino il momento dell&#8217;alimentazione non ha tutto l&#8217;investimento simbolico che può essergli dato successivamente. Se un bambino non mangia è perché non ha fame. Magari non sta bene, è stanco, o non conosce il cibo.</p>
<p align="JUSTIFY">Accontentarsi di un assaggio e poi lasciare che non vada avanti, è il modo migliore perché poi il bambino faccia la sua scelta in serenità.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright " src="http://th.bebeblog.it/uVy_tp_iLyhruKyuu3c2pBQuCcI=/fit-in/655xorig/http%3A%2F%2Fmedia.bebeblog.it%2Fd%2Fd88%2Fbambini-mangiano-a-tavola.jpg" alt="capricci a tavola" width="432" height="288" />Un altro aspetto da tenere presente è che <strong>a volte i bambini vanno anche per imitazione</strong></span>: se esiste la possibilità di far mangiare ogni tanto il bambino con altri amici che hanno abitudini alimentari diverse dalla sua, si può fare in modo che sia spinto “per compagnia” a provare cose nuove, o mangiare cose che con noi non ha mai provato.</p>
<p align="JUSTIFY">Vederlo sperimentare cose nuove non deve diventare occasione di rancore personale (“ecco, allora vedi? Con me non mangi per dispetto”) ma il riconoscimento che sta imparando a provare cose nuove.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Proprio a partire da questa idea per altro si può aiutare i bambini a familiarizzare con il cibo <strong>coinvolgendoli (da soli a casa, o in gruppo a scuola) in attività di preparazione del cibo</strong>: manipolare, creare è un passaggio essenziale, che aiuta a familiarizzare anche con cibi nuovi, sconosciuti, avvicinandosi in modo diverso</span>.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium" src="http://www.viviconsapevole.it/data/img_articoli/a-tavola-senza-capricci_9587_G.png" alt="capricci a tavola" width="300" height="181" />L&#8217;obiettivo diventa quindi <strong>evitare il confronto impositivo</strong>, ma un avvicinamento spontaneo, progressivo. Se in passato i bambini mangiavano perché avevano fame, il benessere diffuso, l&#8217;abbondanza di cibo ed il martellamento pubblicitario per cibi confezionati di qualità scadente rappresentano un problema con cui bisogna imparare a confrontarsi nel percorso educativo contemporaneo.</p>
<p align="JUSTIFY">A chi pensa che queste faccende siano “elucubrazioni mentali da psicologi” faccio presente che il problema della cattiva alimentazione nell&#8217;infanzia rappresenta uno dei problemi più sottolineati dalle associazioni di pediatri.</p>
<p align="JUSTIFY">In buona sostanza: fare la guerra a tavola avvelena ogni portata, mentre con un po&#8217; di zucchero ogni pillola va giù.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/mangia-o-sparo-i-capricci-a-tavola/">Mangia o sparo! &#8211; I capricci a tavola</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Aiuto dottore, mio figlio non mi parla più!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2017 09:12:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[4 - Altro]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti familiari]]></category>
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		<category><![CDATA[problemi familiari]]></category>
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		<category><![CDATA[terapia della famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi parliamo del rapporto tra genitori e figli, in particolare di quando un figlio sembra sottrarsi ad un genitore con cui fino a poco prima c&#8217;era<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/mio-figlio-non-mi-parla/">Aiuto dottore, mio figlio non mi parla più!</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Oggi parliamo del <strong>rapporto tra genitori e figli</strong>, in particolare di<strong> quando un figlio sembra sottrarsi ad un genitore con cui fino a poco prima c&#8217;era confidenza, e sembra non volerci più parlare</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mi riferisco a situazioni di litigio tra loro, o a <a href="http://www.psicologogallarate.com/alienazione-parentale/">crisi seguenti a separazioni o simili</a>, ma proprio a quei casi in cui, senza una ragione apparente, un figlio non parla più in casa con uno o entrambi i genitori.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono rari i casi di madri e padri che chiedono aiuto per i “silenzi a tavola”, gli sguardi sfuggenti, la sensazione che stia succedendo qualcosa per cui il figlio (o la figlia) sembra sfuggirgli.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione diventa spesso fonte di grande angoscia e turbamento per due tipi di pensieri che iniziano ad aleggiare in testa <strong>“avrà qualcosa da nascondere”</strong> e <strong>“sarò arrabbiato per qualcosa che ho fatto&#8230; ma dove ho sbagliato?”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessun genitore, ovviamente, può accettare l&#8217;idea di non essere un buon genitore, qualsiasi cosa ciò significhi nella sua testa.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Esiste un&#8217;idea molto diffusa per cui “il buon genitore è il primo confidente del figlio”, che in questi casi diventa allarmante, ma&#8230; è davvero così?</h3>
<p style="text-align: justify;">Decisamente no! E per capire il perché può essere sufficiente rovesciare le parti, ricordando quando “noi genitori” calzavamo la parte dei figli: avremmo visto di buon grado il fatto di parlare sempre di una cosa prima con i nostri genitori? Erano sempre loro i migliori interlocutori che avremmo desiderato?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, qualcuno può aver avuto il desiderio di una maggiore vicinanza con un padre o una madre sfuggente, ma certamente per moltissime questioni il confronto con dei pari o l&#8217;autonomia decisionale diventava l&#8217;opzione preferita.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Il binomio autonomia-dipendenza non è necessariamente un bisogno relegato alla sola adolescenza, sebbene questa tematica diventi certamente più fondamentale con la crescita di un figlio.</h3>
<p style="text-align: justify;">In termini assoluti si può anzi dire che <strong>la progressiva costruzione di una distanza tra familiari di generazioni diverse sia una necessità</strong>: prima o poi il giovane dovrà fare a meno del più vecchio e, per quanto questo passaggio possa essere desiderato più lontano possibile, la sua preparazione progressiva è certamente il modo migliore per affrontarlo.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Ma come posso regolarmi se mio figlio non mi parla? Cosa è bene che faccia?</h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che è importante mantenere è la “certezza di presenza ma impossibilità di sostituzione”</strong>: cioè che l&#8217;altro sappia che noi, in caso di necessità, ci siamo ma che la nostra presenza non sostituirà mai il ruolo che lui è bene che abbia nella sua vita e nelle sue scelte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo naturalmente, quando si parla di figli minorenni, può e deve accompagnarsi anche ad un controllo più diretto</strong> (es. controllare i contatti del figlio e i suoi social network, monitorare le spese effettuate, verificare le presenze a scuola, ecc.), modalità che nelle età successive diventa accettabile solo in caso di sospetto pericolo per l&#8217;incolumità dell&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">La definizione di questo spazio privato del figlio può essere negoziata, e diventare occasione di confronto: esplicitare cosa vogliamo/dobbiamo sapere e in che modo concordiamo di comunicarci le cose rappresenta un&#8217;ottima occasione di evoluzione della relazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo dimenticare che <strong>riconoscere all&#8217;altro degli spazi “lontani dai nostri occhi” esprime una grande attestazione di fiducia e stima nell&#8217;altro e nel rapporto costruito</strong>: solo un secondino (o un custode&#8230;) ha bisogno di assicurarsi sempre che il prigioniero (o il custodito) non tenti di scappare.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutti gli altri casi il rapporto non può funzionare così, ma basandosi su una reciproca fiducia: discorso valido tra genitori e figli, tra partner, colleghi o qualsiasi tipo di rapporto autentico della nostra vita.</p>
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		<title>Sai cosa pensa tuo figlio di te?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2017 11:05:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
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		<category><![CDATA[problemi dell'adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[rapporti in famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vi piacerebbe entrare nella testa di vostro figlio e sapere cosa pensa di voi? Siete sicuri di sapere come vi vede? Sono sicuri che per molti<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/cosa-pensa-figlio/">Sai cosa pensa tuo figlio di te?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 align="JUSTIFY">Vi piacerebbe entrare nella testa di vostro figlio e sapere cosa pensa di voi?</h3>
<h3 align="JUSTIFY">Siete sicuri di sapere come vi vede?</h3>
<p align="JUSTIFY">Sono sicuri che per molti questo interrogativo rappresenta una curiosità pungente, o almeno stuzzicante: generalmente siamo abbastanza convinti di trasmettere un&#8217;immagine chiara di noi, grossomodo coincidente con quella che noi stessi abbiamo.</p>
<p align="JUSTIFY">Le cose però non sono sempre esattamente così. Per la verità non lo sono quasi mai.</p>
<p align="JUSTIFY">Un facile esempio può aiutarci a capire meglio: <strong>provate a ricordare come vedevate voi i vostri genitori quando avevate 15 anni.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Ve lo ricordate?</p>
<p align="JUSTIFY">Vi ricordate quali erano le cose che, ai vostri occhi, erano più importanti per loro?</p>
<p align="JUSTIFY">Bene. Da genitori, oggi, quanto vi sentite aderenti a quella idea che avevate e quanto ne siete diversi?</p>
<h3 align="JUSTIFY">Vi sorprenderebbe sapere che, di fatto, i vostri figli hanno verso di voi la stessa distorsione che avevate voi con i vostri genitori?</h3>
<p align="JUSTIFY">Un sondaggio di cui ho trovato i risultati in rete offrono uno spaccato interessante rispetto a questa curiosa “distorsione intergenerazionale reciproca”, se vogliamo usare un parolone.</p>
<p align="JUSTIFY">Purtroppo non sono riuscito a trovare la fonte dei dati (se qualcuno riesce a segnalarmela, gliene sarei grato), ma i risultati sono decisamente interessanti e chiari.</p>
<p align="JUSTIFY">In pratica è stato chiesto a degli adolescenti quali siano le cose più importanti per i loro genitori e per più loro stessi e, specularmente, ai genitori è stato chiesto quali siano le cose a cui pensano di più i loro figli, e quelle a cui loro stessi sentono invece di dare maggiore importanza.</p>
<p align="JUSTIFY">I risultati hanno dato un responso interessante, perché mette molto bene in evidenza la totale differenza nel modo in cui ci si percepisce e si è percepiti dall&#8217;altro.</p>
<p align="JUSTIFY">Iniziamo intanto dai risultati su “il cervello degli adulti” (le percentuali superano il 100% perché, evidentemente, era possibile dare più di una risposta):</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2017/09/cervello-adulti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-647 alignright" src="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2017/09/cervello-adulti-300x230.jpg" alt="adolescenti" width="515" height="395" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Come forse molti convengono, il pensiero che maggiormente occupa le preoccupazioni dei genitori è dato (almeno secondo il sondaggio) dai figli. Molto distaccati e a parimerito, arrivano lavoro e famiglia, e ancora più giù si trovano hobby, amici e un irrisorio 5% di persone che pensa al riposo.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo sguardo dei figli tuttavia non percepisce questa visione. <span style="font-size: 14pt;">Al primo posto, secondo l&#8217;adolescente medio, gli adulti mettono il lavoro, seguito a pari merito dalle preoccupazioni per la salute e dalle lamentele varie, a cui seguono le preoccupazioni familiari, quelle economiche ed un bisogno di controllo.</span></p>
<h3 align="JUSTIFY">Troppo spietati?</h3>
<h3 align="JUSTIFY">Aspettate di passare dall&#8217;altra parte di questo strano “esperimento”&#8230;</h3>
<p align="JUSTIFY">i risultati relativi allo sguardo sugli adolescenti non sono infatti meno interessanti.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2017/09/cervello-adolescenti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-648" src="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2017/09/cervello-adolescenti-300x224.jpg" alt="adolescenti" width="457" height="341" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Secondo gli adulti, infatti, più della metà dei pensieri dei figli sono relativi a videogiochi, un terzo ai social, e fette più piccole sono per le regole familiari e le amicizie virtuali. Briciole vanno ai genitori e allo studio.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Se gli adolescenti stessi non mettono al primo posto la scuola, è pur vero che sul resto la visione è profondamente diversa: videogiochi e tecnologia rappresentano infatti una fetta più ridotta di quella percepita dagli adulti, e sostanzialmente uguale a quella attribuita alle amicizie e la musica. Completa il quadro un più generico “problemi”.</p>
<p align="JUSTIFY">Come ho detto, non conosco la fonte dei dati, né il modo in cui sono stati effettivamente raccolti, o il campione di riferimento, ma la cosa non perde, a mio giudizio, il suo fascino e il suo valore.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Al di là del fatto che i dati sopra riportati siano validi o meno, aggiornati o meno, ciò che mi pare importante è l&#8217;occasione che offrono per riflettere su come l&#8217;immagine che noi abbiamo in mente di noi stessi, e quella che trasmettiamo a chi ci è vicino possono essere molto diverse tra loro.</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY">Tali differenze possono poi tradursi in <strong>difficoltà di comprensione reciproca</strong> in un momento di confronto più impegnativo, perché creano cornici diverse per lo stesso messaggio: io lo dico in un senso, tu lo intendi in un altro.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcune utili domande potrebbero quindi essere:</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Cosa faccio io per far capire quello che è importante per me?</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Cosa faccio io per rimandare l&#8217;idea che l&#8217;altro erroneamente si è fatto?</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Cosa posso fare per cambiare l&#8217;idea sbagliata che l&#8217;altro si è fatto?</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY">Tre semplici quesiti che possono aiutare a cambiare i punti di vista.</p>
<p align="JUSTIFY">Il nostro e quello delle persone a cui vogliamo bene.</p>
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		<title>Responsabili di responsabilizzare: quali adulti stiamo crescendo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Mar 2018 09:16:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[rapporti in famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recentemente è comparsa sui giornali la notizia (vera) che due genitori sono stati accusati di abbandono di minore per aver lasciato da solo (in casa e<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/responsabili-di-responsabilizzare-quali-adulti-stiamo-crescendo/">Responsabili di responsabilizzare: quali adulti stiamo crescendo?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>Recentemente è comparsa sui giornali la notizia (vera) che <a href="http://torino.repubblica.it/cronaca/2018/03/23/news/a_11_anni_resta_in_casa_da_solo_per_20_minuti_i_genitori_a_processo_per_abbandono_di_minore-192008036/">due genitori sono stati accusati di abbandono di minore</a> per aver lasciato da solo (in casa e munito di telefono cellulare) per 20 minuti un ragazzino di 11 anni.</h3>
<p>Poco tempo fa aveva fatto molto clamore <a href="http://genova.repubblica.it/cronaca/2017/10/12/news/obbligo_di_ritirare_i_figli_a_scuola_e_caos_alle_medie-178099810/">un fatto simile</a>, quando una scuola era stata condannata per non aver lasciato uscire da solo un ragazzo di 14 anni dopo la fine delle lezioni, evento che aveva costretto tutte le scuole medie italiane a diramare una circolare per comunicare che, da quel giorno, qualunque ragazzo avrebbe dovuto essere ritirato a scuola da un familiare.</p>
<p>Interventi di questo tipo sollevano una seria domanda: che tipo di ragazzi stiamo crescendo? Che idea abbiamo dei tanti dibattuti “adolescenti” di oggi?</p>
<h3>Detto in altre parole: noi adulti come ci assumiamo la responsabilità di responsabilizzare i ragazzi?</h3>
<p>La questione è di vitale importanza non solo per il nostro futuro, ma anche per il nostro presente.</p>
<p>Non occorre andare a ricordare che in altri luoghi o in altre epoche, diverse dal mondo “occidentale” attuale ragazzi e ragazze di 11 anni (o perfino prima) lavorano, viaggiano, conducono una casa, si occupano dei fratelli&#8230;</p>
<p><strong>Certamente il diritto all&#8217;infanzia va considerato un concetto prezioso e da difendere</strong>, per evitare abusi e orrori su bambini, ai quali è doveroso permettere di essere tali, <strong>tuttavia l&#8217;essere adultizzato non è l&#8217;unico pericolo che un individuo può correre.</strong></p>
<h3><strong>L&#8217;infantilizzazione è un rischio altrettanto grave, se non peggiore, perché impedisce ad una persona di attrezzarsi degli strumenti necessari per affrontare la vita con autonomia</strong>.</h3>
<p>Se un bambino adultizzato potrà rimpiangere l&#8217;infanzia perduta, ma potrà comunque (se adeguatamente protetto e tutelato) sopravvivere con efficacia nel proprio mondo, e magari anche riprendersi un po&#8217; di ciò che ha perso, un ragazzo “bamboccio”, un individuo che non è mai stato costretto ad affrontare seriamente una propria responsabilità, correrà seriamente il rischio di rimanere in disabile sociale, una persona incapace di affrontare le sfide più importanti della vita.</p>
<h3>L&#8217;eccesso di protezione rende deboli. Più proteggiamo, più indeboliamo.</h3>
<p>Questo vale sia fisicamente (se faccio vivere in un ambiente sterile, non permetterò al corpo di sviluppare anticorpi) che psicologicamente e socialmente (se non permetto ad un ragazzo di affrontare frustrazioni e responsabilità, non potrà mai costruirsi una solidità e sicurezza personale).</p>
<p>Se, fortunatamente, gli episodi più macroscopici (come quelli citati in apertura) riguardano un numero di situazioni contenuto, la tendenza ad iperproteggere è un fatto acclarato e diffuso.</p>
<p>Mediamente quale riteniamo che sia “l&#8217;età giusta” perché un bambino/ragazzo possa restare a casa da solo?</p>
<p>E per tornare da solo da scuola?</p>
<p>E per badare ad un fratellino?</p>
<p>&#8230;e voi da quale età lo facevate?</p>
<p>Capisco che il discorso non possa essere semplificato o banalizzato (“sono cambiati i tempi”, si dice), ma una domanda va presa in considerazione.</p>
<p><strong>Riteniamo che queste “esperienze di responsabilità” siano state utili o dannose? Perché riproporle o toglierle ai nostri figli significa fornire o rimuovere qualcosa che può essere necessario per loro come lo è stato per noi.</strong></p>
<p>Questo blog non è certo la sede per discutere di scelte legislative o giuridiche, né la mia intenzione è quella di fare discorsi sociologici.</p>
<p>Da un punto di vista psicologico però questo tema tocca molto da vicino il contesto in cui opero, perché tocca adulti e ragazzi, famiglie e scuole, e interpella tutti: genitori e non.</p>
<p>Si dice (ed è vero) che un adolescente di oggi sia molto più esposto ad un mondo di notizie, informazioni e contenuti di quanto non accadesse nel passato, che in qualche modo siano chiamati ad essere “più adulti”, più maturo.</p>
<h3>Come possiamo permettergli di realizzare questa maturità, se li solleviamo dal peso della minima responsabilità?</h3>
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