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	<title>bullismo Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
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		<title>Il giorno della gazzella &#8211; una storia di bullismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2014 09:56:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/il-giorno-della-gazzella-una-storia-di-bullismo/">Il giorno della gazzella &#8211; una storia di bullismo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo fa, lavorando come psicologo scolastico presso una scuola media, ho avuto modo di ricevere allo sportello di ascolto la visita Federica, una ragazza che, per alcuni elementi del suo aspetto fisico associai subito <strong>“gazzella spenta”</strong>.</p>
<p>Alta e slanciata (frequentava la seconda media ed era alta quasi come me), chiaramente sportiva, sembrava però sgonfiata, come afflosciata su sé stessa. La sua innegabile prestanza fisica, non nel senso di abbondanza o floridità, ma nel senso di forza, solidità e compattezza, sembrava azzerata da uno sguardo ed un atteggiamento di sconforto e abbattimento evidente.</p>
<p>Non faccio in tempo a chiederle cosa la porti a chiedere aiuto, che i suoi occhi si riempiono di lacrime: <strong>alcuni suoi compagni hanno sparso per i corridoi della scuola una sua foto piuttosto imbarazzante</strong> (fortunatamente solo per la sua espressione “poco riuscita”), suscitando ilarità e sberleffi da parte di altri ragazzi.</p>
<p>In poche battute si delineano i contorni di <a title="5 strategie utili contro bullismo" href="http://www.psicologogallarate.com/5-strategie-utili-per-aiutare-il-proprio-figlio-a-non-diventare-vittima-di-bullismo/">una classica situazione di bullismo</a>: un piccolo gruppo di ragazzi, capeggiati da un paio di membri più carismatici, si divertono con “scherzi” più o meno pesanti a colpire ora l&#8217;uno ora l&#8217;altro compagno di classe. La tecnica è sempre chirurgica: il “ciccione” viene colpito sulla sua trippa, il “secchione” sulla scarsa simpatia che suscita per invidia nei compagni, la “bruttina” per l&#8217;aspetto estetico e così via.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cerco di approfondire il discorso per comprendere meglio la situazione e mi rendo conto che, man mano che prosegue il racconto, l&#8217;immagine che aveva inizialmente colpito la mia fantasia, quella della gazzella spenta, va arricchendosi di particolari interessanti: vedo accanto a lei una gazzella sovrappeso, una con gli occhiali, una con le gambe storte, ecc. tutte inseguite da pochi leoni abili nel colpirle nelle loro fragilità.</p>
<p>Chi ha una minima esperienza con il<strong> bullismo</strong> conosce bene una caratteristica strutturale del fenomeno:<strong> pochi soggetti</strong> (il bullo e i suoi complici) <strong>ne colpiscono alcuni</strong> (una o poche più vittime), <strong>potendo contare su una maggioranza silenziosa</strong> (i cosiddetti “spettatori”) spesso individualmente infastiditi dalla prepotenza usata, ma zittiti dall&#8217;omertà che circonda gli episodi: <strong>finché nessuno parla, l&#8217;empatia per la vittima si spegne e la violenza rimane, mascherata da scherzo o gioco.</strong></p>
<p><strong>Molti disapprovano i leoni, ma nessuno lo dice</strong>. Molti potrebbero sostenere le gazzella, ma nessuno osa farlo. Questo permette a pochi leoni di sbranare molte gazzelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma cosa succederebbe se dieci, venti, cinquanta, cento gazzelle caricassero a corna basse i due o tre leoni che spaventano la savana?</p>
<p>Quando faccio questa domanda a Federica il suo sguardo rimane sorpreso, non capisce dove voglia andare a parare. Allora divento più esplicito.</p>
<p>Le chiedo secondo lei cosa pensino lei, il compagno secchione, quella bruttina, quello grasso, quello con vestiti non firmati, quella con i capelli “troppo ricci”, quello un po&#8217; bassino, quella “carina ma timida”, quello “gay perchè non gioca a calcio”, ecc. di questi suoi compagni così forti, e la risposta è una sola, condivisa: nessuno li sopporta, ma non sanno cosa fare.</p>
<p>Ancora una domanda: lei come sta quando vede preso in giro uno di questi suoi compagni? E gli altri presi in giro come stanno, secondo lei, quando un altro viene irriso?</p>
<p>Ancora una volta Federica è sicura della risposta: a nessuno piace vedere queste prepotenze, ma questi sono forti, sono uniti. Io aggiungo: sono incontrastati.</p>
<p>È il momento di cambiare le cose, e <strong>per questo le do due compiti: chiedere collaborazione ed offrire alleanza.</strong></p>
<p><strong>C&#8217;è almeno un compagno o compagna che ritiene che le sia veramente amico e che non è bersaglio di prepotenze?</strong> Bene, a lui/lei dovrà chiedere di non ridere la prossima volta che le faranno uno scherzo che sa che le dà fastidio ma, se se la sente, difenderla. Questa sarà la collaborazione richiesta.</p>
<p><strong>L&#8217;alleanza invece dovrà essere chiesta ad almeno un&#8217;altra “gazzella”</strong> (ma può farlo anche con due, tre o quante ne vuole): quando una delle due gazzelle viene colpita da un leone, l&#8217;altra non ride ma manifesta solidarietà alla vittima. Inoltre questa gazzella dovrà trovarsi a sua volta un collaboratore che dia manforte.</p>
<p>Le chiedo se è chiaro cosa voglio da lei, Federica conferma pensierosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Trascorrono tre settimane prima che riveda Federica, e quando la richiamo allo sportello la gazzella che mi trovo davanti sembra tutt&#8217;altro che spenta. Adesso sì che sembra perfino più alta di me.</p>
<p>Il suo sorriso è più solare, la sua schiena più dritta. Non mi ha ancora detto nulla, ma so già dal suo aspetto come sono andate le cose.</p>
<p>Il suo racconto, semplicemente, me lo conferma.</p>
<p>Inizialmente non era sicura di chi scegliere come alleato, ma poi i leoni stessi gli hanno dato un&#8217;occasione. Durante una lezione di ginnastica, una battuta al “ciccione” le ha dato lo spunto per parlare. E ha iniziato a farlo con “il gay” e “la timida”: ha detto come stava quando veniva offesa, o quando vedeva qualcuno offeso dai leoni, come stava adesso che vedeva Ciccio preso in giro dai leoni, e ha chiesto alleanza per non essere più deboli.</p>
<p><strong>Le gazzelle hanno accettato felici un patto che, senza saperlo, ciascuno di loro stava solo aspettando veder formulato</strong>, scegliendo di fare più di quanto avessi chiesto loro: invece che limitarsi a difendersi tra di loro, ognuno di loro ha parlato con il proprio compagno di banco e hanno deciso di difendere “il ciccione”. La pallonata di pochi minuti dopo ha visto uno scenario inedito:<strong> i tre leoni per la prima volta si sono trovati contro sei gazzelle, alle quali se ne è aggiunta in fretta un&#8217;altra, un&#8217;altra e un&#8217;altra ancora, fino a diventare il resto della classe.</strong></p>
<p>Federica è felice, non solo perché nei corridoi non ci saranno più sue foto, ma perché<strong> ha scoperto che a nessuno piaceva vederla umiliata</strong>, perché ha potuto dimostrare la sua amicizia ai compagni e venirne ricambiata.</p>
<p><strong>Perché ha capito che si può essere più forte dei leoni.</strong></p>
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		<title>5 strategie utili contro bullismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Feb 2015 14:56:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[educazione efficace]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[problemi dell'adolescenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bullismo: i genitori come possono aiutare i figli? In passato ho già scritto di bullismo sulle pagine di questo blog, tuttavia le sempre maggiori richieste di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/5-strategie-utili-per-aiutare-il-proprio-figlio-a-non-diventare-vittima-di-bullismo/">5 strategie utili contro bullismo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: justify;">Bullismo: i genitori come possono aiutare i figli?</h2>
<p style="text-align: justify;">In passato <a title="Il giorno della gazzella – una storia di bullismo" href="http://www.psicologogallarate.com/il-giorno-della-gazzella-una-storia-di-bullismo/">ho già scritto di bullismo sulle pagine di questo blog</a>, tuttavia le sempre maggiori richieste di aiuto che ho ricevuto da parte di diverse famiglie mi ha spinto a proporre ancora una riflessione ed alcune linee guida utili per prevenire il problema. Sempre più spesso, infatti, nel lavoro di psicologo scolastico capita di ricevere richieste di intervento in situazioni segnate da prepotenza e prevaricazione, sia tra le mura di scuola che al di fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi interventi, nel confronto con le famiglie delle vittime, ritorna con frequenza la domanda su cosa possa fare la famiglia per aiutare il ragazzo a fronteggiare atti di bullismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur essendo la questione articolata e complessa, con alcuni elementi che travalicano le possibilità di intervento dei genitori, è pur vero che ricerca psicologica è riuscita a mettere in luce alcuni stili educativi che aiutano a prevenire il problema, riducendo il rischio di diventare vittima di bullismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) lasciare il ragazzo libero di confrontarsi con i pari: </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una delle osservazioni su cui le diverse ricerche sono concordi nel riconoscere un importante fattore di protezione da atti di prepotenza è la possibilità per il bambino di aver vissuto esperienze di confronto diretto, libero ed autonomo con altri pari.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, quello che la ricerca ha rilevato, è che chi ha avuto modo di &#8220;vaccinarsi&#8221; da eventuali prepotenze, imparando a vivere le relazioni con i pari cavandosela da solo, riesce più facilmente a contrastare atti di prepotenza. Quando, al contrario, un bambino viene iperprotetto (spesso proprio per paura che viva frustrazioni e prepotenze), diventa meno capace di difendersi, perdendo le innate capacità di autodifesa relazionale, finendo per realizzare proprio quelle paure che tanto la famiglia cercava di evitare, come nella più classica delle profezie che si autoavverano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) favorire l&#8217;individuazione autonoma di strategie</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un secondo aspetto molto importante per prevenire situazioni di prevaricazione è legato all&#8217;abitudine del bambino a trovare in autonomia soluzioni ai problemi che affronta. Naturalmente autonomia non significa solitudine, ma valorizzazione delle risposte che il bambino spontaneamente trova, anche quando, come adulti, ce ne vengono in mente altre che ci paiono migliori.</p>
<p style="text-align: justify;">La possibilità, infatti, per il ragazzo di essere primo autore del proprio cambiamento diventa importante per una molteplicità di fattori: sentirsi competente e capace, abituarsi a pensare e a risolvere problemi, assumere un atteggiamento attivo e non dipendente di fronte ai problemi, permettergli di trovare soluzioni che sentirà come più in sintonia con se stesso, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Saper fare un passo indietro come adulti è inoltre molto importante anche per un importante fattore &#8220;ambientale&#8221;: non possiamo infatti trascurare che soluzioni buone ed efficaci nel mondo degli adulti, possono essere inadeguate o controproducenti in quello dei nostri figli, guidato da regole diverse. Ecco perché, pur animato dalle migliori intenzioni, il nostro intervento può risultare addirittura peggiorativo. Più che mai, invece, in questo ambito, vale il principio dello &#8220;sbaglia in fretta&#8221;: un errore fatto prima, ne eviterà uno fatto dopo, ma solo se avremo modo di confrontarci in prima persona con il fallimento e capire cosa lo abbia determinato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3) ascoltarlo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altra condizione molto importante che può aiutare i ragazzi a non divenire vittime di atti di bullismo è la presenza di un clima favorevole e disponibile, nel quale percepisce la possibilità di comunicare anche questioni spinose e difficili in tutta sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Frequentemente la principale difficoltà che gli adulti sperimentano nello svolgere il proprio compito di ascoltatori, è quella di riuscire a mantenersi in questo ruolo senza passare a quello interventista, anche solo dispensando suggerimenti, interpretazioni, incoraggiamenti o predicozzi. Tutti questi interventi, per quanto svolti a fin di bene e con le migliori intenzioni, sottraggono al ragazzo spazio di espressione e, quindi, di ragionamento ed intervento sul problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali interventi allora possono essere opportuni? Tutti quelli che invitano il ragazzo ad esprimere il proprio punto di vista, la propria esperienza, e le sue idee sul problema, aiutandolo a trovare le proprie soluzioni a partire proprio dai suoi vissuti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4) facilitare il riconoscimento delle proprie emozioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si è osservato come una delle condizioni più frequenti nelle vittime di atti di bullismo sia la cosiddetta &#8220;anestesia emotiva&#8221;: in pratica la persona risulta meno capace di sentire, riconoscere e comprendere le proprie emozioni. Sebbene una parte di tale meccanismo possa essere una conseguenza degli atti di prepotenza subiti, al contempo una maggiore competenza sul versante emotivo aiuta i ragazzi a reagire con maggiore tempestività, a comprendere con più efficacia i propri vissuti e trasmettere anche richieste di aiuto ed intervento a chi hanno attorno (adulti o compagni che siano).</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile aggiungere quindi i vantaggi che questa competenza offre a chi la possiede, ed il grande valore preventivo di situazioni di disagio. Ma come si può educare un ragazzo a questa &#8220;sensibilità emotiva&#8221;? Il metodo più immediato è aiutandolo a riflettere su come si senta, quali emozioni provi, magari non accontentandosi, alla domanda &#8220;come stai?&#8221; della risposta standard &#8220;normale&#8221;. Certamente quanto più saremo noi stessi abituati a parlare anche delle nostre emozioni e di come viviamo alcune situazioni, tanto più spianeremo la strada anche ai nostri figli in questo compito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5) fidarsi di lui</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Volontariamente ho tenuto in fondo quello che probabilmente è l&#8217;ingrediente più importante di uno stile educativo che aiuti il ragazzo a sviluppare la competenza personale necessaria ad affrontare atti di prepotenza: un atteggiamento di fiducia che faccia da collante e sottofondo alle precedenti condizioni di cui ho parlato.</p>
<p style="text-align: justify;">Credere nella sua possibilità di farcela da solo, di affrontare le situazioni in autonomia (che, ripeto, non significa solitudine, ma indipendenza, libertà anche di sbagliare) e superarle con efficacia anche senza il nostro intervento, è l&#8217;elemento fondamentale, quello che crea la premessa perché il ragazzo si senta capace, e si dia quindi la possibilità di affrontare la situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Permettere al ragazzo di crescere in un contesto con questi elementi non lo mette al riparo dalle prepotenze, è ovvio, ma gli offre la possibilità di sviluppare e consolidare quelle competenze relazionali innate che lo possono rendere capace di affrontare con efficacia il mondo che lo aspetta.</p>
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		<title>Pettegolezzi: come nascono, come combatterli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 14:07:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[come combattere i pettegolezzi]]></category>
		<category><![CDATA[come contrastare il bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[mobbing]]></category>
		<category><![CDATA[rapporti con i colleghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un modo per combattere i pettegolezzi di cui si è vittima? Perché si prova gusto a sparlare dei fatti altrui e come nasce un pettegolezzo?<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/pettegolezzi-come-nascono-come-combatterli/">Pettegolezzi: come nascono, come combatterli</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Esiste un modo per combattere i pettegolezzi di cui si è vittima?</h2>
<h3>Perché si prova gusto a sparlare dei fatti altrui e come nasce un pettegolezzo?</h3>
<p><strong>I pettegolezzi sono una cosa strana</strong>: tutti dicono di odiarli eppure continuano a farli, non si sa da dove nascano ma li trovi dappertutto, non si sa a cosa servano ma sono durissimi a morire.</p>
<p>Spesso riportati con leggerezza, se non addirittura con un certo gusto, raccolgono talvolta tanta cattiveria da legittimare il detto “ferisce più la lingua della spada” come testimoniato anche da alcuni drammatici casi di bullismo e diffamazione, con persone colpita da quella che è stata chiamata la “macchina del fango”.</p>
<p><strong>Il meccanismo del pettegolezzo è un fenomeno radicato in tutte le culture, ed ha una funzione legata alla costruzione dei legami sociali ed alla definizione delle posizione dei rapporti reciproci</strong>: in parole povere una persona parla male a un altra persona di un terzo (non presente) per avvicinarsi di più all&#8217;interlocutore, creare un rapporto di complicità a danno dell&#8217;altro, che viene abbassato da una presunta o reale posizione di superiorità. Anolli definisce questo processo un “voyeurismo comunicativo”, formula con cui si sintetizza l&#8217;eccitazione spesso accompagnata al pettegolezzo stesso.</p>
<p>Il fatto che il contenuto della comunicazione sia vero o meno (e quasi mai lo è) non è importante: le notizie riportate dai pettegolezzi sono spesso “cose sentite dire”, la fonte originaria è non quindi rintracciabile né verificabile, argomento spesso aggirato dal meccanismo mentale “se lo dicono vuol, dire che qualcosa di vero c&#8217;è”.</p>
<p><strong>Ma come nasce un pettegolezzo</strong>? Il meccanismo è stato finemente studiato negli anni della guerra fredda, epoca in cui la costruzione o distruzione del consenso in modo “non bellico” aveva un&#8217;importante funzione strategica.</p>
<p>Si è visto quindi che, anche quando le dicerie partono da dei fatti realmente avvenuti e non sono delle fandonie costruite di sana pianta, si assiste a quattro meccanismi fondamentali: semplificazione, assimilazione, rappresentazione stereotipata e soggettivizzazione.</p>
<p>La <strong>semplificazione</strong> consiste nella perdita rapida della maggior parte delle informazioni e dei dati reali del fatto.</p>
<p>Il vuoto lasciato da questa perdita di informazioni viene colmata con pezzi recuperati nella memoria per somiglianza con altri episodi ritenuti simili: questo è il processo di <strong>assimilazione</strong>. In questo modo l&#8217;episodio finisce per assumere una forma <strong>stereotipata</strong>, inevitabilmente lontana dalla realtà: questo è il motivo per cui i pettegolezzi, tranne dettagli trascurabili, assumono spesso dettagli molto simili (basta pensare a quante popolazioni avrebbero rubato o mangiato bambini secondo i vari pettegolezzi nel corso della storia&#8230;).</p>
<p>La <strong>soggettivizzazione</strong> è il contributo spontaneo e personale che ogni narratore aggiunge “sapendo di mentire”, aggiungendo quel tocco personale che trasforma sempre di più gli eventi.</p>
<h2>Ma cosa fare quando si è vittima di pettegolezzi?</h2>
<p>Quando non è possibile affrontare la cosa facendo spallucce, esistono sistemi utili a combattere le dicerie contro di noi?</p>
<p>Un primo aspetto importante da ricordare (non utile a contrastare il pettegolezzo, ma almeno a migliorare la nostra autostima lesa) è legato alla genesi del pettegolezzo stesso: l&#8217;<strong>invidia</strong> e, quindi, in qualche modo l&#8217;ammirazione. <strong>Si spettegola su una persona che per qualche modo viene considerata superiore</strong>: perché ha un partner, perché riesce meglio in qualcosa, perché raggiunge obiettivi ambiti, ecc.. In sostanza, chi parla male di noi, sotto sotto (ma neanche troppo sotto) vorrebbe essere al nostro posto, vivendo la frustrazione di non esserlo.</p>
<p>In questo senso ritengo utile lanciare una provocazione. Quando noi siamo (magari inconsapevolmente) autori o collaboratori di pettegolezzi: sappiamo che cosa ci rende invidiosi di quella persona? Ci rendiamo conto che stiamo cercando di risolvere il problema peggiorando l&#8217;altro invece che migliorando noi stessi?</p>
<h3>Veniamo poi al vaccino per contrastare le dicerie.</h3>
<p>Se è vero che spesso si assiste al meccanismo paradossale per cui, se una cosa viene negata dal diretto interessato, vuol dire che è vera e lui se ne vergogna, <strong>non sempre negare i fatti può essere sufficiente a contrastare una credenza comune</strong>. Al contempo, tuttavia, affrontare esplicitamente l&#8217;argomento (sempre che si venga a saperlo) può essere utile, sebbene non sempre sufficiente.</p>
<p>I pettegolezzi godono infatti di una caratteristica peculiare: l&#8217;<strong>epidemicità, sono cioè virali, si diffondono in diversi gruppi con rapidità</strong>. Per questo motivo è importante creare una controcorrente informativa:  non basta contrastare individualmente la diceria, ma <strong>fare in modo che parta una “contro-diceria” di segno opposto</strong>, cioè positiva su di noi, un modo di parlare bene sul nostro conto, basato su fatti che noi desideriamo che siano messi in luce e resi noti e che possano valorizzare il nostro punto di vista e le nostre ragioni.</p>
<p>E a quel punto si sa, parafrasando De André, una diceria “non ha bisogno di alcun giornale, come una freccia dall&#8217;arco scocca, vola veloce di bocca in bocca”.</p>
<p>Dicendo, stavolta, quello che vogliamo noi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/pettegolezzi-come-nascono-come-combatterli/">Pettegolezzi: come nascono, come combatterli</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Tredici ragioni per vedere Tredici</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/tredici-ragioni-per-vedere-tredici/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 May 2017 22:29:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con adolescenti]]></category>
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		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
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		<category><![CDATA[tredici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel mare magno delle serie televisive, da qualche settimana un titolo si sta facendo largo guadagnando sempre più attenzioni di pubblico e critica: si tratta di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/tredici-ragioni-per-vedere-tredici/">Tredici ragioni per vedere Tredici</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt;">Nel mare magno delle serie televisive, da qualche settimana un titolo si sta facendo largo guadagnando sempre più attenzioni di pubblico e critica: si tratta di<strong> “Tredici”</strong>, o se si preferisce il titolo per esteso “Tredici ragioni per” (Thirteen reasons why).</span></h4>
<p style="text-align: justify;">La serie, prodotta e trasmessa da Netflix, narra le vicende che hanno portato al suicidio della diciassettenne Hannah Baker, che racconta la propria storia attraverso delle audio cassette su cui ha inciso le proprie&#8230; tredici ragioni che l&#8217;hanno portata ad uccidersi.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La serie è finita al centro di un ciclone di commenti</strong>: alcuni entusiastici, altri critici, ciascuno con la propria schiera di motivazioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Data la mia passione per le serie Tv e l&#8217;argomento specifico, ho deciso di guardarla con un doppio interesse: da spettatore e da psicologo che da anni lavora proprio a contatto con questi temi. <span style="font-size: 14pt;">Ho deciso quindi di condividere con voi alcune motivazioni per cui penso che valga la pena di essere vista, e mi è sembrato giusto (e forse non particolarmente originale) individuarne&#8230; Tredici!</span></p>
<p align="JUSTIFY">Un&#8217;ultima premessa: essendo l&#8217;articolo nelle mie intenzioni un invito alla visione <strong>non contiene anticipazioni (o spoiler, se preferite)</strong> oltre a quelle già scritte sopra, quindi, leggete tranquillamente senza il timore di rovinarvi la sorpresa&#8230;</p>
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<h4 align="JUSTIFY"><b>Le serie Tv non sono più solo intrattenimento.</b></h4>
<p align="JUSTIFY"><strong>Se siete tra coloro che pensano ancora che “le serie tv sono solo telefilm un po&#8217; più lunghi”, è ora di aprire gli occhi</strong>. Sempre più serie stanno raggiungendo livelli di raffinatezza e ricercatezza stilistica degne di produzioni cinematografiche di primo livello, e Tredici è certamente uno dei prodotti meglio riusciti.</p>
<p align="JUSTIFY">Se nello sterminato panorama di titoli che affollano schermi e canali certamente molte proposte hanno scarso valore di approfondimento, altre hanno saputo sfruttare al meglio la specificità offerta da questo prodotto narrativo: unendo la fruibilità del video all&#8217;approfondimento di un racconto non condensabile in due ore. Tredici da questo punto di vista rappresenta certamente una serie che nasce con lo specifico obiettivo di far discutere, provocare un dibattito (vedi anche il punto 13), e riesce a farlo molto bene, introducendo molti temi e spunti sui quali interrogarsi.</p>
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<ol start="2">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>è una bella serie.</b></h4>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Un altro aspetto non clinico ma “televisivo” che mi permetto di rilevare rispetto a Tredici è l&#8217;ottimo impatto che la serie ha sullo spettatore</span>, catturando rapidamente l&#8217;attenzione e spingendo a divorare le puntate una dietro l&#8217;altra (e in questo, il fatto che su Netflix la visione sia on demand e non vincolata ad un palinsesto, spinge francamente alla bulimia televisiva). Il racconto è accattivante, mischiando efficacemente suspense e sviluppo della storia, da una parte spingendo a proseguire nella visione, dall&#8217;altra lasciando tempi per la riflessione su quanto visto.<span style="font-size: 14pt;"><b> </b>Sebbene Tredici non possa essere considerato un Thriller, spesso il sentimento generato nello spettatore è di quel tipo</span>.</p>
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<ol start="3">
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<h4 align="JUSTIFY"><b>Non è troppo lunga.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Chi conosce il mondo delle serie TV sa che talvolta gli autori si fanno prendere la mano con racconti-fiume che finiscono per perdersi e diluire il racconto in modo non sempre efficace. <span style="font-size: 14pt;">In Tredici invece i tempi individuati rappresentano a mio giudizio una buona sintesi per dire molto, dare diversi spunti, senza trascinare lo spettatore in un viaggio infinito.<b> </b></span>Questo può essere opportuno anche per chi desideri proporre una visione di questo tipo ad un gruppo di ragazzi, una classe, ecc.</p>
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<h4 align="JUSTIFY"><b>è autoconclusiva.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Virtù rara nel mondo filmografico attuale, in cui perfino al cinema è difficile trovare un film che non si incastri in prequel, sequel e tri/quadri/pentalogie varie&#8230; <span style="font-size: 14pt;">in questa storia ciò che viene aperto viene anche chiuso</span>. Il fatto che si vociferi su una possibile seconda stagione (comunque ancora tutta da confermare e costruire) non toglie il fatto che, volendo, chi lo desiderasse potrebbe benissimo fermarsi al tredicesimo episodio.</p>
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<h4 align="JUSTIFY"><b>è rispettosa dei temi che tratta: non eccede né concede.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Cominciamo ad entrare più nel vivo della questione: i temi trattati. Certamente gli autori di Tredici hanno deciso di confrontarsi con argomenti scottanti, rispetto ai quali il rischio di spettacolarizzazione o al contrario di eccessiva edulcorazione è frequente. In questo caso si può dire che il punto di equilibrio trovato sembra essere efficace e riuscito. <span style="font-size: 14pt;">Realismo e rispetto sono dosati sapientemente senza cedere né al voyeurismo né alla banalizzazione del dolore dei soggetti raccontati.<b> </b>Non mancano scene forti, è vero, al contempo va detto che, rispetto a quello che è il panorama medio attuale queste non spiccano certo né per frequenza, né per morbosità, e risultano strettamente connesse ad uno sviluppo narrativo intenso.</span></p>
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<h4 align="JUSTIFY"><b>è realistica. </b></h4>
<p align="JUSTIFY"><b></b>Sebbene ogni rappresentazione preveda sempre di una certa quota di semplificazione, il racconto fatto in Tredici sembra cogliere in modo abbastanza riuscito la complessità degli eventi e dei protagonisti, così come le sfaccettature diverse di ogni personaggio.</p>
<p align="JUSTIFY">Tredici non è Twin Peaks, sebbene alcuni abbiano accostato le due serie, accomunate dall&#8217;idea del male che si può nascondere dietro l&#8217;apparente normalità. In questa serie tuttavia l&#8217;intento degli autori non è intricare un mistero, ma dipanarlo, spiegarlo, entrare in un dramma per comprenderlo e mostrare le ragioni dall&#8217;interno.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Le tinte del racconto sono forti, drammatiche, ma nulla è frutto di fantasia o lasciato vago</strong>: anche gli episodi più drammatici, come la pianificazione del suicidio o gli eventi più dolorosi, non rappresentano un artificio narrativo forzoso, ma una realtà assolutamente possibile, come purtroppo racconta la cronaca recente e passata. <span style="font-size: 14pt;">Proprio il realismo di alcune scene, soprattutto quelle relative al suicidio mostrato esplicitamente nell&#8217;ultima puntata, hanno fruttato aspre critiche ai produttori (sebbene, a ben vedere, la stessa critica dovrebbe essere rivolta a molte altre serie che esibiscono violenza in modo molto più insensato e gratuito di questa&#8230;). Certamente alcune immagini sono forti, incisive: <strong>il mio consiglio è di non proporre la visione di questa serie a ragazzi di età inferiore ai 15-16 anni, e anche in questo caso, accompagnarla alla presenza di un adulto ed alla possibilità di un confronto aperto su ciò che viene mostrato</strong>.</span></p>
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<ol start="7">
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<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di giovani e social network. </b></h4>
<p align="JUSTIFY">Dire che il mondo giovanile di oggi è totalmente diverso da come poteva essere 10 anni fa è talmente banale da risultare lapalissiano. La diffusione dei social network e smartphone nella popolazione sono un dato che ha inciso in modo determinante nella vita delle famiglie, dei rapporti tra le persone e tra le generazioni. Questo cambiamento non ha riguardato solo gli adolescenti, ovviamente, che però incarnano certamente una situazione assolutamente peculiare per il modo in cui questi strumenti sono entrati nella loro quotidianità.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Il rischio maggiore, per chi adolescente non è, è quello di vedere questo rapporto in modo improprio, non comprendendo il senso ed il ruolo che questa “realtà parallela” rappresenta nel mondo di un “nativo digitale”</strong>. Chiunque abbia pensato “invece che starsene sul cellulare, che esca con gli amici”, o “avrà finito di buttare via il tempo in quel maledetto telefono”, può aver modo di fare un piccolo viaggio nel mondo di un nativo digitale per scoprire una realtà del tutto estranea a chi è estraneo a questo mondo.</span></p>
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<ol start="8">
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<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di adolescenti&#8230; e di adulti</b>.</h4>
<p align="JUSTIFY">Sebbene la serie sia stata definita un “teen drama”, l&#8217;adolescenza è soltanto una delle componenti in gioco nella storia. <span style="font-size: 14pt;">A differenza di altri film che fotografano solo questa fascia di età, con gli adulti che giocano il ruolo di conviventi indifferenti,<strong> in questa storia gli adulti sono protagonisti tanto quanto i ragazzi.</strong></span> Genitori, insegnanti e psicologo (sì, ce n&#8217;è anche per noi&#8230;) partecipano a quanto accade e vengono messi al centro della questione: osservare la loro evoluzione (o la loro immobilità) rappresenta a mio giudizio uno spunto interessante per chi volesse vedere la serie da questo punto di vista. <strong>Come adulti, in quale posizione di porremmo? In che modo affronteremmo una situazione simile?</strong></p>
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<ol start="9">
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<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di famiglie. </b></h4>
<p align="JUSTIFY">Uno degli aspetti più interessanti trattati da Tredici a mio giudizio è offerto l&#8217;approfondimento dei rapporti familiari. Bisogna ammettere che, volendo analizzare con cura questo tema, verrebbe da fare un&#8217;inquietante riflessione: tra i casi presentati, il rapporto familiare più riuscito sembra essere quello della famiglia della ragazza suicida, forse l&#8217;unica ad avere una relazione aperta e schietta con i genitori. Forse questo rappresenta effettivamente una pecca della sceneggiatura: è davvero possibile che una ragazza con rapporti familiari così positivi commetta un atto del genere, programmandolo, senza cercare aiuto dai genitori?</p>
<p align="JUSTIFY">Questa considerazione non inficia comunque l&#8217;apprezzamento per un&#8217;analisi non banale dei rapporti familiari nelle molteplici forme che questi possono prendere, soprattutto di fronte alla difficile sfida del passaggio dei figli all&#8217;età adulta. <span style="font-size: 14pt;">La sfida che queste famiglie incarnano è ovviamente quella legata alla comparsa di esigenze nuove, da relazioni che diventano necessariamente più complesse e quindi a maggior rischio di conflittualità, e dalla necessità di ridefinire i legami nella nuova fase di vita.</span></p>
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<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di autolesionismo e suicidio.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">I temi certamente più scottanti della serie, che è stata anche attaccata da alcuni critici per il modo in cui questo verrebbe trattato e proposto come forma di vendetta, con timori di emulazione annessi. La critica può essere tutt&#8217;altro che infondata, se è vero che un effetto simile venne creato dall&#8217;uscita del libro “I dolori del giovane Werther”, in conseguenza del quale si registrò un aumento dei suicidi giovanili su base emulativa. Il fenomeno ebbe una rilevanza tale che da allora viene chiamato “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_Werther">Effetto Werther</a>” proprio l&#8217;influsso che film e libri possono avere sui comportamenti sociali.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Il tema tuttavia merita certamente di essere approfondito e dibattuto: l&#8217;autolesionismo (che non significa necessariamente tentato suicidio, ma che spesso vi è correlato almeno come fattore di rischio) è un comportamento attuato in modo sempre più frequente anche tra i giovanissimi.<strong> Credo che mettere in guardia genitori e adulti sulle forme di manifestazione del disagio sia un compito importante</strong>. Nel lavoro con scuole e famiglie ho incontrato la tendenza a nascondere o banalizzare forme di autolesionismo anche solo minacciato ma non realizzato come “modo per attirare l&#8217;attenzione”. Il rischio è concreto.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Se è vero che l&#8217;<strong>autolesionismo risulta oggi una forma di espressione del disagio molto più culturalmente accessibile che in passato, al contempo non sempre sono chiari</strong> (anche a chi lo pratica) <strong>i pericoli connessi con questi comportamenti</strong>, non solo perché “un graffio può andare male e finire in tragedia”, ma perché provoca una progressiva disinibizione verso condotte a rischio. Si rendono alcuni comportamenti sempre più possibili. Rendere gli adulti consapevoli di questo appare come un fattore di protezione importante.</p>
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<ol start="11">
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<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di identità di genere. </b></h4>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">A molti potrà sembrare strano, ma <strong>esiste la possibilità di parlare di una sessualità diversa senza tratteggiarla automaticamente come un problema</strong>.</span> Nel nostro paese parlare di modelli familiari e orientamenti sessuali diversi da quelli tradizionali significa ancora andare a toccare un tema scottante per molti, ma la realtà attuale prevede forme di legame sempre più variegate e differenti, la maggior parte delle quali funzionali.</p>
<p align="JUSTIFY">In questo, rispetto al panorama italiano, una serie come Tredici (ma non è l&#8217;unica a proporre il tema con questo taglio) rappresenta certamente un&#8217;avanguardia. L&#8217;aspetto interessante è che questo argomento viene tematizzato senza essere posto al centro della questione: ciò offre la possibilità di discuterne (anche evidenziando oggettive difficoltà che può incontrare chi vive forme di relazione non tradizionali) senza per questo stigmatizzare il discorso e offrendo un&#8217;occasione di riflessione.</p>
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<ol start="12">
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<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di violenza e responsabilità.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Uno dei problemi quando si parla di temi come il bullismo o la violenza sociale, è che i casi a cui ci si riferisce sono sempre inevitabilmente estremi: aggressioni, omicidi, pestaggi, ecc. Un aspetto importante, invece, messo in luce dalla serie è quello che, citando forse in modo un po&#8217; azzardato, ma non improprio, Annah Arendt, potremmo definire <strong>“la banalità del male”</strong>: cioè quel male, <strong>quella violenza che viene messa in atto senza rendersene conto, minimizzandola, rendendola ordinaria, aggirando le proprie responsabilità.</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Nello svolgimento delle puntate, soprattutto nelle prime puntate, sono poche le azioni esplicitamente violente che incontriamo, <strong>mentre la maggior parte dei casi rientrano in una serie di “piccole cattiverie sottovalutate” nelle quali in fondo è facile riconoscersi</strong>, che non sembrano così straordinarie, le cui ripercussioni possono tuttavia essere enormi.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Ciò che la serie mette in luce, e bene, è che, come recita il vecchio motto: “se non sei parte della soluzione, sei parte del problema”, e il problema è proprio sentirsi responsabili di ciò che facciamo o verso ciò a cui assistiamo. Come già scritto, la serie è stata accusata di incitare al suicidio: un&#8217;accusa che trovo francamente ingiusta.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Lo spettatore non viene spinto a riflettere sull&#8217;opportunità del suicidio, ma sulla necessità di prendere una posizione attiva di fronte al male a cui si assiste</strong>: tredici persone avrebbero potuto fare la differenza, sarebbe bastato che uno solo di loro agisse diversamente per dare un finale diverso alla storia. Questa a me pare una sollecitazione importantissima, soprattutto in un&#8217;epoca in cui la quota di odio espressa contro gli altri raggiunge vette preoccupanti. Recuperare il senso di opporsi a questo atteggiamento per restituire un senso di vicinanza e solidarietà umana diventa una lezione necessaria per giovani e adulti.</span></p>
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<h4 align="JUSTIFY"><b>Tredici. Oltre i perché&#8230;</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Un particolare che a molti è sfuggito, ma che ho trovato molto interessante è che, contemporaneamente alla serie “Tredici”, <strong>sia stato pubblicato un documentario dedicato ai temi sollevati</strong> realizzato dai produttori della serie, con considerazioni degli autori, registi, interpreti e psicologi e chiamato “Tredici – Oltre i perché”. Il fatto stesso che sia stato ritenuto opportuno un accompagnamento alla visione, o un approfondimento specifico per la serie, dimostra come l&#8217;idea stessa dei produttori fosse quella di offrire qualcosa che di più di un semplice intrattenimento, proponendo anche stimoli e riflessioni per approfondire in modo critico e non banale quanto messo in scena.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Personalmente ritengo che il commento realizzato dai registi e gli interpreti offra un&#8217;importante e specialissima occasione per riprendere i temi più forti e scioccanti della serie esorcizzando in parte l&#8217;impatto delle scene più crude e sentendosi coinvolti nella riflessione attraverso le voci e i volti che ci hanno accompagnato nel corso della storia, facilitando il confronto anche per chi teme magari di non trovare le parole per affrontare domande o dubbi nati dalla visione.</span></p>
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<p align="JUSTIFY">Come si sarà inteso, ritengo che Tredici rappresenti sia una serie che meriti di essere vista e ragionata, per mostrare la possibilità di cambiare le cose a partire dalle scelte di ogni giorno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/tredici-ragioni-per-vedere-tredici/">Tredici ragioni per vedere Tredici</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Siamo in pugno ai bulli?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Apr 2018 22:14:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[come contrastare il bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia scolastica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piovono bulli. Improvvisamente le scuole di oggi vengono catapultate su tutti i siti di informazione a dipingere un quadro in cui pare che bullismo e violenza<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/siamo-in-pugno-ai-bulli/">Siamo in pugno ai bulli?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 align="JUSTIFY">Piovono bulli. Improvvisamente le scuole di oggi vengono catapultate su tutti i siti di informazione a dipingere un quadro in cui pare che bullismo e violenza regnino incontrastati.</h3>
<p align="JUSTIFY">Giornalisti e opinionisti si scannano, prendendo a prestito gli episodi odierni per lanciare attacchi diretti principalmente alle famiglie dei bulli in questione, indicate come le fucine della violenza.</p>
<p align="JUSTIFY">È davvero così?</p>
<p align="JUSTIFY">Un paio di precisazioni appaiono necessarie.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Primo: stiamo facendo di tutta l&#8217;erba un fascio?</h3>
<p align="JUSTIFY">La violenza è violenza, su questo non ci piove. Tuttavia occorre fare una distinzione: esiste un&#8217;enorme differenza tra il prendere di mira un compagno e prendere di mira un professore.</p>
<p align="JUSTIFY">Sia da un punto di vista disciplinare che da uno clinico l&#8217;attacco ad un docente indica un livello di criticità esponenzialmente più grave. Classificare tutti come “bulli” rischia di confondere le acque in base ad un unico denominatore comune: la prepotenza, appunto, tralasciando tutto il resto.</p>
<p align="JUSTIFY">Quando un ragazzo attacca un adulto (insegnante, controllore, poliziotto o semplice viandante) significa che ha appreso nel proprio contesto di appartenenza che esistono degli adulti che possono essere umiliati impunemente, o che l&#8217;umiliazione e la denigrazione dell&#8217;altro è una prassi impunita.</p>
<p align="JUSTIFY">Quando un ragazzo assiste alla denigrazione o all&#8217;aggressione di un genitore ai danni dell&#8217;altro, o un nonno che attacca e umilia un genitore, è altamente probabile che finisca per attuare lo stesso comportamento a propria volta, soprattutto se in qualche modo finisce per sentirsi investito di un&#8217;autorità o uno status superiore a quello del genitore.</p>
<p align="JUSTIFY">Come ho detto: la violenza è sempre da condannare, ma non possiamo farci accecare. Episodi di prevaricazione tra pari, per quanto gravi e drammatici possano essere, rientrano in una cornice certamente più facilmente affrontabile e con una maggiore probabilità di intevento efficace, di quando invece anche la barriera intergenerazionale è stata infranta.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Un secondo punto che diventa doveroso sollevare riguarda “i responsabili” di questa situazione.</h3>
<p align="JUSTIFY">Molti puntano il dito contro le famiglie. Ma è davvero tutta loro la responsabilità?</p>
<p align="JUSTIFY">Posto che certamente il contesto familiare rappresenta l&#8217;humus privilegiato nel quale si forma e cresce l&#8217;individuo, al contempo credo che un serio interrogativo vada posto su un certo approccio educativo coltivato e diffuso in questi anni. È quell&#8217;approccio, spesso legittimato da uno psicologismo improprio, che tende a vedere in qualsiasi forma di disagio una valida ragione per “abbassare l&#8217;asticella”, che attribuisce al contesto ed alle istituzioni una responsabilità ed un impegno per contrastare la difficoltà e il disagio, maggiore di quella che viene richiesta al soggetto stesso.</p>
<p align="JUSTIFY">Il proliferare di percorsi formativi “cuciti su misura per l&#8217;alunno”, nonché un fiorire di diagnosi in età evolutiva assolutamente inedito, sono un elemento del quadro educativo attuale che a mio giudizio non è estraneo al problema divenuto evidente in questi giorni.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Dentro a concetti vaghi e poliedrici come “problemi di apprendimento” e “disagio comportamentale” sono state infilate situazioni spesso totalmente dissimili tra loro, col risultato di togliere alla scuola i propri strumenti sanzionatori, o renderli insignificanti.</h3>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;alunno che urla in faccia al professore “chi comanda qui? Mi metta 6!” mette in scena un ribaltamento dei ruoli reso possibile anche dall&#8217;idea “il mio disagio è un problema tuo, quindi è un tuo dovere risolverlo!”.</p>
<p align="JUSTIFY">Forme più o meno esplicite di questo modo di pensare si incontrano sempre più frequentemente, attuate talvolta dagli alunni, altre volte dai loro genitori, con escalation non meno forti di quelle finite sui social in questi giorni.</p>
<p align="JUSTIFY">Sarebbe importante cogliere la vera occasione offerta da questi episodi, che non quella di limitarsi al solito vecchio ritornello “oh tempora! Oh mores!”, ma interpellarci seriamente su quale tipo di approccio vogliamo privilegiare: se uno che distribuisce etichette passivizzanti, o uno che aiuti ciascuno a farsi carico del proprio problema e attivarsi per risolverlo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/siamo-in-pugno-ai-bulli/">Siamo in pugno ai bulli?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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