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	<title>come contrastare il bullismo Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
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		<title>Pettegolezzi: come nascono, come combatterli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 14:07:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[come combattere i pettegolezzi]]></category>
		<category><![CDATA[come contrastare il bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[mobbing]]></category>
		<category><![CDATA[rapporti con i colleghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un modo per combattere i pettegolezzi di cui si è vittima? Perché si prova gusto a sparlare dei fatti altrui e come nasce un pettegolezzo?<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/pettegolezzi-come-nascono-come-combatterli/">Pettegolezzi: come nascono, come combatterli</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Esiste un modo per combattere i pettegolezzi di cui si è vittima?</h2>
<h3>Perché si prova gusto a sparlare dei fatti altrui e come nasce un pettegolezzo?</h3>
<p><strong>I pettegolezzi sono una cosa strana</strong>: tutti dicono di odiarli eppure continuano a farli, non si sa da dove nascano ma li trovi dappertutto, non si sa a cosa servano ma sono durissimi a morire.</p>
<p>Spesso riportati con leggerezza, se non addirittura con un certo gusto, raccolgono talvolta tanta cattiveria da legittimare il detto “ferisce più la lingua della spada” come testimoniato anche da alcuni drammatici casi di bullismo e diffamazione, con persone colpita da quella che è stata chiamata la “macchina del fango”.</p>
<p><strong>Il meccanismo del pettegolezzo è un fenomeno radicato in tutte le culture, ed ha una funzione legata alla costruzione dei legami sociali ed alla definizione delle posizione dei rapporti reciproci</strong>: in parole povere una persona parla male a un altra persona di un terzo (non presente) per avvicinarsi di più all&#8217;interlocutore, creare un rapporto di complicità a danno dell&#8217;altro, che viene abbassato da una presunta o reale posizione di superiorità. Anolli definisce questo processo un “voyeurismo comunicativo”, formula con cui si sintetizza l&#8217;eccitazione spesso accompagnata al pettegolezzo stesso.</p>
<p>Il fatto che il contenuto della comunicazione sia vero o meno (e quasi mai lo è) non è importante: le notizie riportate dai pettegolezzi sono spesso “cose sentite dire”, la fonte originaria è non quindi rintracciabile né verificabile, argomento spesso aggirato dal meccanismo mentale “se lo dicono vuol, dire che qualcosa di vero c&#8217;è”.</p>
<p><strong>Ma come nasce un pettegolezzo</strong>? Il meccanismo è stato finemente studiato negli anni della guerra fredda, epoca in cui la costruzione o distruzione del consenso in modo “non bellico” aveva un&#8217;importante funzione strategica.</p>
<p>Si è visto quindi che, anche quando le dicerie partono da dei fatti realmente avvenuti e non sono delle fandonie costruite di sana pianta, si assiste a quattro meccanismi fondamentali: semplificazione, assimilazione, rappresentazione stereotipata e soggettivizzazione.</p>
<p>La <strong>semplificazione</strong> consiste nella perdita rapida della maggior parte delle informazioni e dei dati reali del fatto.</p>
<p>Il vuoto lasciato da questa perdita di informazioni viene colmata con pezzi recuperati nella memoria per somiglianza con altri episodi ritenuti simili: questo è il processo di <strong>assimilazione</strong>. In questo modo l&#8217;episodio finisce per assumere una forma <strong>stereotipata</strong>, inevitabilmente lontana dalla realtà: questo è il motivo per cui i pettegolezzi, tranne dettagli trascurabili, assumono spesso dettagli molto simili (basta pensare a quante popolazioni avrebbero rubato o mangiato bambini secondo i vari pettegolezzi nel corso della storia&#8230;).</p>
<p>La <strong>soggettivizzazione</strong> è il contributo spontaneo e personale che ogni narratore aggiunge “sapendo di mentire”, aggiungendo quel tocco personale che trasforma sempre di più gli eventi.</p>
<h2>Ma cosa fare quando si è vittima di pettegolezzi?</h2>
<p>Quando non è possibile affrontare la cosa facendo spallucce, esistono sistemi utili a combattere le dicerie contro di noi?</p>
<p>Un primo aspetto importante da ricordare (non utile a contrastare il pettegolezzo, ma almeno a migliorare la nostra autostima lesa) è legato alla genesi del pettegolezzo stesso: l&#8217;<strong>invidia</strong> e, quindi, in qualche modo l&#8217;ammirazione. <strong>Si spettegola su una persona che per qualche modo viene considerata superiore</strong>: perché ha un partner, perché riesce meglio in qualcosa, perché raggiunge obiettivi ambiti, ecc.. In sostanza, chi parla male di noi, sotto sotto (ma neanche troppo sotto) vorrebbe essere al nostro posto, vivendo la frustrazione di non esserlo.</p>
<p>In questo senso ritengo utile lanciare una provocazione. Quando noi siamo (magari inconsapevolmente) autori o collaboratori di pettegolezzi: sappiamo che cosa ci rende invidiosi di quella persona? Ci rendiamo conto che stiamo cercando di risolvere il problema peggiorando l&#8217;altro invece che migliorando noi stessi?</p>
<h3>Veniamo poi al vaccino per contrastare le dicerie.</h3>
<p>Se è vero che spesso si assiste al meccanismo paradossale per cui, se una cosa viene negata dal diretto interessato, vuol dire che è vera e lui se ne vergogna, <strong>non sempre negare i fatti può essere sufficiente a contrastare una credenza comune</strong>. Al contempo, tuttavia, affrontare esplicitamente l&#8217;argomento (sempre che si venga a saperlo) può essere utile, sebbene non sempre sufficiente.</p>
<p>I pettegolezzi godono infatti di una caratteristica peculiare: l&#8217;<strong>epidemicità, sono cioè virali, si diffondono in diversi gruppi con rapidità</strong>. Per questo motivo è importante creare una controcorrente informativa:  non basta contrastare individualmente la diceria, ma <strong>fare in modo che parta una “contro-diceria” di segno opposto</strong>, cioè positiva su di noi, un modo di parlare bene sul nostro conto, basato su fatti che noi desideriamo che siano messi in luce e resi noti e che possano valorizzare il nostro punto di vista e le nostre ragioni.</p>
<p>E a quel punto si sa, parafrasando De André, una diceria “non ha bisogno di alcun giornale, come una freccia dall&#8217;arco scocca, vola veloce di bocca in bocca”.</p>
<p>Dicendo, stavolta, quello che vogliamo noi.</p>
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		<title>Siamo in pugno ai bulli?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Apr 2018 22:14:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[come contrastare il bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia scolastica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piovono bulli. Improvvisamente le scuole di oggi vengono catapultate su tutti i siti di informazione a dipingere un quadro in cui pare che bullismo e violenza<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/siamo-in-pugno-ai-bulli/">Siamo in pugno ai bulli?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 align="JUSTIFY">Piovono bulli. Improvvisamente le scuole di oggi vengono catapultate su tutti i siti di informazione a dipingere un quadro in cui pare che bullismo e violenza regnino incontrastati.</h3>
<p align="JUSTIFY">Giornalisti e opinionisti si scannano, prendendo a prestito gli episodi odierni per lanciare attacchi diretti principalmente alle famiglie dei bulli in questione, indicate come le fucine della violenza.</p>
<p align="JUSTIFY">È davvero così?</p>
<p align="JUSTIFY">Un paio di precisazioni appaiono necessarie.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Primo: stiamo facendo di tutta l&#8217;erba un fascio?</h3>
<p align="JUSTIFY">La violenza è violenza, su questo non ci piove. Tuttavia occorre fare una distinzione: esiste un&#8217;enorme differenza tra il prendere di mira un compagno e prendere di mira un professore.</p>
<p align="JUSTIFY">Sia da un punto di vista disciplinare che da uno clinico l&#8217;attacco ad un docente indica un livello di criticità esponenzialmente più grave. Classificare tutti come “bulli” rischia di confondere le acque in base ad un unico denominatore comune: la prepotenza, appunto, tralasciando tutto il resto.</p>
<p align="JUSTIFY">Quando un ragazzo attacca un adulto (insegnante, controllore, poliziotto o semplice viandante) significa che ha appreso nel proprio contesto di appartenenza che esistono degli adulti che possono essere umiliati impunemente, o che l&#8217;umiliazione e la denigrazione dell&#8217;altro è una prassi impunita.</p>
<p align="JUSTIFY">Quando un ragazzo assiste alla denigrazione o all&#8217;aggressione di un genitore ai danni dell&#8217;altro, o un nonno che attacca e umilia un genitore, è altamente probabile che finisca per attuare lo stesso comportamento a propria volta, soprattutto se in qualche modo finisce per sentirsi investito di un&#8217;autorità o uno status superiore a quello del genitore.</p>
<p align="JUSTIFY">Come ho detto: la violenza è sempre da condannare, ma non possiamo farci accecare. Episodi di prevaricazione tra pari, per quanto gravi e drammatici possano essere, rientrano in una cornice certamente più facilmente affrontabile e con una maggiore probabilità di intevento efficace, di quando invece anche la barriera intergenerazionale è stata infranta.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Un secondo punto che diventa doveroso sollevare riguarda “i responsabili” di questa situazione.</h3>
<p align="JUSTIFY">Molti puntano il dito contro le famiglie. Ma è davvero tutta loro la responsabilità?</p>
<p align="JUSTIFY">Posto che certamente il contesto familiare rappresenta l&#8217;humus privilegiato nel quale si forma e cresce l&#8217;individuo, al contempo credo che un serio interrogativo vada posto su un certo approccio educativo coltivato e diffuso in questi anni. È quell&#8217;approccio, spesso legittimato da uno psicologismo improprio, che tende a vedere in qualsiasi forma di disagio una valida ragione per “abbassare l&#8217;asticella”, che attribuisce al contesto ed alle istituzioni una responsabilità ed un impegno per contrastare la difficoltà e il disagio, maggiore di quella che viene richiesta al soggetto stesso.</p>
<p align="JUSTIFY">Il proliferare di percorsi formativi “cuciti su misura per l&#8217;alunno”, nonché un fiorire di diagnosi in età evolutiva assolutamente inedito, sono un elemento del quadro educativo attuale che a mio giudizio non è estraneo al problema divenuto evidente in questi giorni.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Dentro a concetti vaghi e poliedrici come “problemi di apprendimento” e “disagio comportamentale” sono state infilate situazioni spesso totalmente dissimili tra loro, col risultato di togliere alla scuola i propri strumenti sanzionatori, o renderli insignificanti.</h3>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;alunno che urla in faccia al professore “chi comanda qui? Mi metta 6!” mette in scena un ribaltamento dei ruoli reso possibile anche dall&#8217;idea “il mio disagio è un problema tuo, quindi è un tuo dovere risolverlo!”.</p>
<p align="JUSTIFY">Forme più o meno esplicite di questo modo di pensare si incontrano sempre più frequentemente, attuate talvolta dagli alunni, altre volte dai loro genitori, con escalation non meno forti di quelle finite sui social in questi giorni.</p>
<p align="JUSTIFY">Sarebbe importante cogliere la vera occasione offerta da questi episodi, che non quella di limitarsi al solito vecchio ritornello “oh tempora! Oh mores!”, ma interpellarci seriamente su quale tipo di approccio vogliamo privilegiare: se uno che distribuisce etichette passivizzanti, o uno che aiuti ciascuno a farsi carico del proprio problema e attivarsi per risolverlo.</p>
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