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	<title>depressione Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Aug 2024 08:10:18 +0000</lastBuildDate>
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		<title>I mal di testa di Giorgio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2014 12:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Giorgio soffriva di mal di testa terribili. Non sapeva dire con certezza quando fossero cominciati, né quale fosse la causa, ricordava soltanto che, dall&#8217;adolescenza in poi aveva iniziato a soffrire di fitte strazianti che gli impedivano di studiare, giocare, fare sport&#8230; insomma, gli impedivano di fare una vita normale, come tutti.</p>
<p align="JUSTIFY">Un giorno Giorgio decise di affrontare il problema e risolverlo una volta per tutte, per cui si recò dal medico che gli prescrisse tutti gli esami più sofisticati e specifici. Il verdetto fu terribile: l&#8217;unica soluzione poteva essere la castrazione!</p>
<p align="JUSTIFY">Pareva, infatti, che l&#8217;origine del problema consistesse in un&#8217;anomala pressione che i testicoli esercitavano alla base della colonna vertebrale, avviando una catena nevralgica che aveva come risultato ultimo e definitivo, appunto, i terribili mal di testa sofferti da Giorgio.</p>
<p align="JUSTIFY">Non pago ad arrendersi Giorgio si rivolse ad altri medici più specializzati, a centri più all&#8217;avanguardia, cliniche universitarie. Il responso era sempre il medesimo: le cefalee erano dovute alla pressione dei testicoli alla base della schiena, per cui l&#8217;unica soluzione possibile risultava essere la rimozione di tale pressione.</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio non si arrese ancora, decise stoicamente di sopportare il dolore, nella speranza che le cose si risolvessero, ma il dolore non passava anzi, col trascorrere del tempo sembrava crescere sempre più, finché la scelta divenne inevitabile, e Giorgio decise di operarsi.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;intervento dette immediati benefici. Non appena risvegliatosi dall&#8217;anestesia Giorgio si sentì liberato dal dolore alla testa finalmente libero di pensare, ragionare, correre, vivere senza quelle martellanti fitte. Certo la rinuncia era stata gravosa, e fu per questo che Giorgio, appena uscito dalla clinica decise di provare a risollevarsi il morale, regalandosi un costoso abito nuovo.</p>
<p align="JUSTIFY">Entrò in un negozio dove fu subito accolto da un commesso molto gentile.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; Voglio un abito! &#8211; Esclamò Giorgio.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; Certamente! Le porto subito una 48 – rispose il commesso.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è esatto! – si stupì Giorgio – ma, scusi, come fa a sapere che porto la 48?</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è il mio lavoro – spiegò il commesso – sono pagato per capire al volo queste cose. E già che ci sono le porto anche una camicia taglia media&#8230; anche se il collo mi sembra un po&#8217; abbondante: direi 42 cm di collo, mentre torace e manica mi sembrano regolari: 110 e 65 cm&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio rimase a bocca aperta: &#8211; non è possibile, è tutto esatto, come fa a saperlo?</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è il mio lavoro – rispose il commesso &#8211; sono pagato per capire al volo queste cose.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli abiti calzavano a pennello.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; adesso direi di pensare a delle scarpe da abbinare – aggiunse il commesso – le porto un paio 42 e mezzo?</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio era sempre più strabiliato: &#8211; incredibile! anche questo è giusto, ma come fa?</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è il mio lavoro – rispose con un sorriso modesto il commesso – sono pagato per intuire al volo queste cose.</p>
<p align="JUSTIFY">Vestito di tutto punto Giorgio si rimirava davanti allo specchio.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; dato che ha acquistato abito, camicia e scarpe, il nostro negozio è lieto di regalarle un capo di biancheria &#8211; aggiunse il commesso dirigendosi con Giorgio verso le casse – le metterei nella borsa quindi anche questi boxer taglia L.</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio scoppiò a ridere: &#8211; Stavolta si sbaglia, amico mio! Mi spiace ma non porto la L, ma la M!</p>
<p align="JUSTIFY">Il commesso si fermò stupito a fissare Giorgio con occhio chirurgico.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; Non è possibile: lei porta la L, senza dubbio &#8211; sentenziò il commesso &#8211; Se portasse la M i suoi testicoli premerebbero con forza alla base della sua colonna vertebrale e lei soffrirebbe di terribili mal di testa.</p>
<p align="JUSTIFY">La morale di questa storia è che non è detto che quando cerchiamo spiegazioni e soluzioni ai nostri problemi, le risposte offerte dalla medicina (pur fondate dal punto di vista clinico ed efficaci a risolvere il disagio) siano necessariamente le migliori, in termini di costi, benefici, e prospettive future.</p>
<p align="JUSTIFY">Il modo in cui guardi al tuo problema influenzerà come cercherai le soluzioni, determinando, quindi, quali strategie finirai per adottare.</p>
<p align="JUSTIFY">La psicologia può aiutarti a trovare prospettive nuove e nuove strade da percorrere.</p>
<p>Basta darsi la possibilità di pensarci.</p>
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		<title>Mal di Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 13:25:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[capire ansia]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[gestire le crisi]]></category>
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		<category><![CDATA[Natale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;approssimarsi delle feste è certamente uno dei momenti più “sentiti” dell&#8217;anno, se non altro perché è impossibile ignorarne l&#8217;esistenza, a meno di non vivere sigillati in<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">L&#8217;approssimarsi delle feste è certamente uno dei momenti più “sentiti” dell&#8217;anno, se non altro perché è impossibile ignorarne l&#8217;esistenza, a meno di non vivere sigillati in casa propria, con televisori, computer, radio e smatphone spenti&#8230; Babbi Natale che si arrampicano (o precipitano) da svariati balconi, luci e strenne natalizie, chilometri quadrati di muschio o cotone a ricoprire i vari presepi nelle vetrine (a seconda dell&#8217;ambientazione palestinese o&#8230; svizzera), pubblicità, messaggi, offerte e promozioni sotto l&#8217;albero e, naturalmente, l&#8217;immancabile lista dei regali.</p>
<p align="JUSTIFY">Non è certo una notizia il fatto che il Natale sia ormai di fatto un evento sociale che travalica la tradizione religiosa per diventare una festività condivisa anche da persone tiepide o indifferenti alla fede cristiana che comunque, in linea di massima, ne riconoscono il valore ed il senso di “festa della pace”: emblematico il caso della nota canzone “Happy Christmas (War is over)”, composta da un John Lennon dal percorso religioso complesso e certamente fuori dall&#8217;ortodossia cristiana, eppure estremamente “natalizia” anche nel suo invito all&#8217;amore ed alla fratellanza universale.</p>
<p align="JUSTIFY">Tuttavia il sentimento che si accompagna a questo momento così particolare è molto più controverso di quanto i vari Babbi Natale sorridenti lascino intendere, rendendolo addirittura uno dei momento di sofferenza (o insofferenza) più intensi dell&#8217;anno. Alcune ricerche nordeuropee risalenti a non molti anni fa lo indicavano, addirittura, come il periodo con il maggiore tasso di suicidi o tentati suicidi dell&#8217;anno ed è altrettanto interessante l&#8217;intensa filmografia che ha cercato di cogliere “il lato oscuro del Natale”: Il Grinch, Babbo Bastardo, Nightmare Before Christmas solo per citarne alcuni.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/7V3hwKhnYi0?rel=0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY">A cosa è dovuta questa così diffusa “allergia Natalizia”?</p>
<p align="JUSTIFY">Come mai la stessa cosa non accade anche in altri momenti “di festa comandata”, come ad esempio il primo maggio, ferragosto, o anche di altre festività religiose, come la Pasqua?</p>
<p align="JUSTIFY">È davvero solo una questione della “mercificazione dei sentimenti e valori ad uso consumistico”?</p>
<p align="JUSTIFY">E, se così fosse, come mai non accade anche per altre ricorrenze nella stessa situazione, quali San Valentino o la Festa della Donna?</p>
<p align="JUSTIFY">La psicologia ci può venire in aiuto con una risposta diversa, ma che spiegherebbe molto bene non solo questo sentimento così intenso, ma anche le tinte drammatiche assunte dal fenomeno in alcuni casi.</p>
<p align="JUSTIFY">Partiamo da un concetto proprio della psicologia sociale: quello di “rito”, ovvero, secondo il dizionario Garzanti “l&#8217;atto o insieme di atti che devono essere eseguiti secondo norme codificate”, ma anche “usanza, costume”. Un rito consiste in sostanza in un insieme di comportamenti prescritti o comunque attesi da parte delle persone appartenenti ad un determinato gruppo (a volte senza che siano necessariamente scritti da qualche parte, ma semplicemente come prassi condivisa).</p>
<p align="JUSTIFY">Nel caso in cui il gruppo aderente a questa prassi coincida con l&#8217;intera società (o la maggior parte di essa), si parla di rito sociale. È importante tenere presente che una volta stabilito il rito diventa significativo per qualunque membro che si riconosca in quella società, anche per chi non lo condivide, che scegliere di porsi in contrapposizione con esso.</p>
<p align="JUSTIFY">Generalmente i riti sociali hanno a che fare con il “sé sociale” dell&#8217;individuo, cioè con quella parte dell&#8217;identità che collega il soggetto al macro-gruppo di appartenenza (cittadinanza e nazionalità, religione, credo politico, ecc.).</p>
<div class="mceTemp">
<p align="JUSTIFY">Per il Natale, al contrario, la codificazione sociale del rito (inteso, ovviamente, non come funzione religiosa, ma come evento che coinvolge chiunque) possiede al proprio interno anche una chiara connotazione emotiva, andando quindi ad interferire su un piano estremamente privato e soggettivo, diverso da quello dove abitualmente i riti sociali operano. È pur vero che questa imposizione è una questione strettamente legata con l&#8217;aspetto consumistico, ma fondamentalmente estranea al senso originario della festività (anche nel vissuto popolare tradizionale), nel quale gioia e tristezza, dolore si mescolavano fittamente (nel presepe napoletano, ad esempio, rientra anche una figure cruda, il macellaio, a rimandare alla sofferenza ed al sacrificio).</p>
<p align="JUSTIFY">Se quindi un lato il Natale rimanda alla nostra dimensione sociale, dall&#8217;altro contempla aspetti riguardanti una sfera estremamente intima, quella dei sentimenti, generando una condizione paradossale, legata al fatto che&#8230; i sentimenti non possono essere prescritti!</p>
<p align="JUSTIFY">Dirsi “devo essere felice!” oltre che essere una frase senza senso, perché la felicità o è spontanea o non è felicità, possiede anche un pericoloso effetto boomerang, perché la presenza di eventuali sentimenti diversi da quello “giusto” viene percepito come condizione dissonante perché incongruente con il rito. Inoltre anche l&#8217;eventuale presenza del sentimento corretto potrebbe essere vissuta come forzata, inautentica.</p>
<p align="JUSTIFY">In pratica, se ci si sente felici ci si potrebbe chiedere se lo si è veramente o se lo si è sulla scia dell&#8217;apparenza natalizia, se ci si sente tristi, arrabbiati, apatici o “strani” (per dirla alla Verdone) ci si sente fuori posto, inadeguati, accentuando il proprio vissuto di frustrazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Le possibilità a questo punto sono due: prendersela con se stessi (sono sbagliato io, quindi mi deprimo), o prendersela con il rito (è sbagliato il Natale, quindi lo odio).</p>
<p align="JUSTIFY">È evidente, inoltre, che il fatto stesso di percepire questa condizione di intrusione emotiva crea disappunto, antipatia in chi sente di essere messo di fronte ad una condizione sgradevole.</p>
<p align="JUSTIFY">Occorre tenere presente anche la variante di questo medesimo meccanismo scatenata dalla nostalgia: chi, ad esempio, viva ricordi di Natali passati con serenità nel passato si ritrova con un senso di tristezza presente che genera il circolo vizioso sopra delineato.</p>
<p align="JUSTIFY">Naturalmente questa via non è obbligatoria (altrimenti ci deprimeremmo tutti e tutti odierebbero Natale e dintorni), ma fortemente a rischio nel momento in cui la persona non dovesse trovare dentro di se motivi profondi ed autentici di sintonia con l&#8217;emozione “imposta” dal Natale.</p>
<p align="JUSTIFY">Come sopravvivere a tutto questo?</p>
<p align="JUSTIFY">Un&#8217;indicazione utile potrebbe essere&#8230; non pretendere un Natale felice “per principio”, ma approfittare del tempo che probabilmente le feste lasciano per regalarsi qualcosa che renda felici di viverlo: un regalo non necessariamente materiale, ma prezioso, utile, confortante.</p>
<p align="JUSTIFY">Quali “cose preziose” non trovano spazio nella nostra quotidianità, presa da impegni e doveri?</p>
<p align="JUSTIFY">Possiamo essere “sanamente egoisti” e prenderci questo Natale un po&#8217; per noi, facendo qualcosa che non abbiamo mai il tempo di fare e che ci appaga, che per noi è importante prenderci?</p>
<p align="JUSTIFY">La felicità non fiocca dal cielo, ma può essere presa e realizzata, approfittando dell&#8217;occasione di stacco dalla routine abituale (magari rompendo un po&#8217; il con “rito” della quotidianità).</p>
<p align="JUSTIFY">Altrettanto importante potrebbe essere tuttavia anche demistificare un po&#8217; l&#8217;immagine del “Natale da favola” (e in questo qualche film come quelli sopra citati può essere d&#8217;aiuto): accettare, senza per questo rassegnarsi, che ci possano essere alcuni aspetti che possono renderci tristi, arrabbiati, frustrati, anche nel Natale,o nel periodo natalizio, può aiutarci a viverlo con maggiore serenità, e far scivolare più facilmente anche le note più dolorose, inevitabilmente presenti in ogni melodia.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche in quelle Natalizie.</p>
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		<title>Ansia e depressione: cause genetiche?</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/ansia-depressione-cause-genetiche/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2015 09:32:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[cause ansia]]></category>
		<category><![CDATA[cause attacchi di panico]]></category>
		<category><![CDATA[cause depressione]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[ereditarietà disturbi psicologici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ansia, depressione: le cause sono genetiche? I problemi psichici si possono trasmettere ai figli? Estraggo la frase che segue da un tipico articolo “scientifico” a proposito di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: justify;">Ansia, depressione: le cause sono genetiche? <span style="font-size: 14pt;">I problemi psichici si possono trasmettere ai figli?</span></h2>
<p style="text-align: justify;">Estraggo la frase che segue da un tipico articolo “scientifico” a proposito di un disturbo sessuale (ma potrebbe benissimo riguardare anche altri tipi di problemi: dai disturbi specifici dell’apprendimento, alle sindromi di iperattività, ecc.):</p>
<p style="text-align: justify;">“Gli studi sulla familiarità dei disturbi hanno rilevato livelli di probabilità che variano tra il 40% e il 60% che il problema si manifesti tra consanguinei, <strong>quindi è possibile che la componente genetica rivesta un aspetto importante nella genesi del disturbo</strong>”. Segue quindi la presentazione della farmacoterapia indicata in base ai frutti della ricerca in questione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quante volte è capitato di leggere e dar credito a frasi di questo tipo? Continuamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto più spesso di quanto capiti di leggere prese di posizione critiche nei confronti di un approccio che, se da una parte pretende scientificità, dall’altra pare trascurare le premesse fondamentali della scienza stessa: chiarezza dei risultati e dei rapporti di causa tra la variabili prese in considerazione.</p>
<p style="text-align: justify;">In pratica un’affermazione può dirsi scientificamente valida (tra le altre cose) se riesce a dimostrare che le correlazioni che ritiene esserci tra i dati non sono da attribuirsi a fattori diversi da quelli considerate: nell’esempio, il fatto che il ripresentarsi di un disturbo dentro una famiglia sia da imputarsi solo a fattori genetici.</p>
<p style="text-align: justify;">In base a queste premesse appare piuttosto sconcertante che su uno stesso fenomeno possano essere considerate esaustive e chiare, ricerche dai risultati tanto opinabili non solo dal punto di vista numerico (un’incidenza “tra il 40% e il 60%” è accettabile?) ma anche dei nessi tra fattori diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">Trovare una <strong>ricorsività di un determinato problema all’interno di una famiglia,</strong> soprattutto quando si parla di problematiche relative a funzioni strettamente correlate con la dimensione affettiva ed emotiva (alimentazione, sessualità, riposo, attivazione, ecc.), <strong>e spiegarla esclusivamente con un fattore genetico, appare quanto mai azzardato (per non dire improprio)</strong>, come se tutto ciò che una famiglia trasmette ad un nuovo nato sia il solo patrimonio genetico.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlare di familiarità di un problema in termini esclusivamente genetici <strong>significa trascurare tutto quell’ampio spettro di modalità con cui una famiglia insegna al bambino ad affrontare un problema</strong>, esprimere un disagio, gestire un malessere e che possono determinare il fatto che questo bambini arrivi a sperimentare lo stesso tipo di problema senza che la genetica centri assolutamente nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esempio tipico è il modo in cui in una famiglia si insegna a rispondere alle frustrazioni: se si tende, tanto per semplificare, a lasciare che il bambino impari a smettere di piangere da solo, questo imparerà a controllare le emozioni (e quindi ad accumulare stress) dentro di sé, mentre nel caso opposto (cioè se al bambino viene insegnato ad attendersi sempre l&#8217;aiuto dell&#8217;altro) lo stress sarà riversato nella relazione. L’esito sarà che una famiglia nella quale la maggior parte dei membri sono ipertesi (o “affettivamente dipendenti”, nel caso opposto) genererà un altro individuo iperteso senza che la genetica abbia fatto nulla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono le conseguenze principali di questa “dimenticanza”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In primo luogo evidenziando un’unica causa all’origine di un problema <strong>viene orientata la scelta terapeutica in modo univoco</strong>, stabilendo quale sia il trattamento più utile indicato, trattamento che in questi casi corrisponde quasi regolarmente ad un’indicazione farmacologica (ovvia conseguenza di un problema indicato come esclusivamente biologico).</p>
<p style="text-align: justify;">In seconda battuta, <strong>si influenza la</strong> <strong>percezione che la persona ha di ciò che può fare rispetto al suo problema: cioè, nulla!</strong> Se la genetica ha decretato che è un gene difettoso a porci nella categoria dei malati, non ci sarà nulla che potrà cambiare questo aspetto, che potrà al massimo essere compensato, attutito, controllato o nascosto ma non risolto. Se è vero che, con uno sguardo miope, questa risosta può essere anche tranquillizzante (“è inutile che mi sbatta più di tanto o che mi faccia problemi, basta un po’ di farmaco e il problema si risolve”), non ci vuole molto per capire che <strong>in questo modo non si fa altro che sedersi sul problema stesso, invece che risolverlo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalle considerazioni precedenti ne deriva una terza: <strong>l’adesione della persona a protocolli terapeutici all-life-long, cioè durevoli tutta la vita, senza possibilità di uscita</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La persona è rotta e al massimo si può provare a tenerla assieme in qualche modo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile dire che dietro ad una visione di questo tipo sussistano <strong>interessi economici corposi</strong>, come viene rilevato con sempre maggiore insistenza da ricerche e statistiche (con risultati meno vaghi degli esperimenti sopra citati) che riconoscono negli ultimi anni <strong>un’impennata della <a href="http://noi-italia.istat.it/index.php?id=7&amp;user_100ind_pi1%5Bid_pagina%5D=42">spesa farmaceutica</a> delle famiglie italiane per <a href="http://www.aboutpharma.com/blog/2013/03/08/medicinali-i-piu-venduti-e-i-piu-prescritti/">ansiolitici, antidepressivi e stabilizzanti dell’umore</a></strong><a href="http://www.aboutpharma.com/blog/2013/03/08/medicinali-i-piu-venduti-e-i-piu-prescritti/">,</a> proprio nel momento in cui, anche nell’ambito scientifico,<a title="i farmaci per la depressione sono utili?" href="http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt112-09.htm"> <strong>emergono sempre maggiori perplessità anche rispetto all’utilità dei farmaci</strong> </a>nel trattamento di quello che si credeva essere il disturbo psichiatrico “da farmaco” per definizione: la depressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso che si pone non è ovviamente quello di dover arrivare a scegliere un trattamento buono contro uno cattivo, quanto piuttosto la necessità di mantenere un’ottica vigile sulle problematiche sperimentate, alla ricerca di un cambiamento qualitativamente diverso, che permetta una messa in gioco personale per raggiungere una qualità di vita soddisfacente.</p>
<p style="text-align: justify;">Per dirla con J.Haley: <strong>“il modo in cui guarderai ad un problema determinerà il modo con cui cercherai di risolverlo, e la possibilità che avrai di riuscire a farlo”.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/ansia-depressione-cause-genetiche/">Ansia e depressione: cause genetiche?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Indagine su un&#8217;epidemia</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/indagine-effetti-psicofarmaci/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2015 09:20:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
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		<category><![CDATA[trattamento psicologico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un libro inchiesta recentemente uscito in Italia svela i reali risultati delle ricerche condotte sugli psicofarmaci e sui loro effetti da parte delle principali case farmaceutiche,<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/indagine-effetti-psicofarmaci/">Indagine su un&#8217;epidemia</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2 class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Un libro inchiesta recentemente uscito in Italia svela i reali risultati delle ricerche condotte sugli psicofarmaci e sui loro effetti da parte delle principali case farmaceutiche, e di come la loro pubblicazione sia stata manipolata a scopi commerciali con conseguenze impressionanti.</h2>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"> Vi fidereste dei risultati di una ricerca sugli effetti del cibo da fastfood sull&#8217;organismo finanziata da Mc Donald e Burger King?</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">O seguireste mai delle linee guida sull&#8217;approccio al fumo proposte da Camel e Malboro?</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Molto probabilmente no.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Eppure da oltre trent&#8217;anni <strong>grava sulla psichiatria mondiale (almeno quella improntata alle direttive promosse dall&#8217;APA l&#8217;Associazione Psichiatrica Americana) un conflitto di interessi impressionante</strong>, con il quale le cause farmaceutiche sono riuscite a imporre la propria influenza su tutti i principali organi di controllo sugli effetti dei farmaci nella cura dei disturbi mentali.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Questo meccanismo è stato studiato, analizzato e descritto da un giornalista americano, <a href="http://www.madinamerica.com/">Robert Whitaker</a>, in un suo libro vincitore di premi internazionali per il giornalismo d&#8217;inchiesta e <a href="http://www.fioriti.it/libri/scheda.php?PHPSESSID=3D96=&amp;idSezione=1&amp;idLibro=184&amp;idUser=">recentemente uscito anche in Italia per Giovanni Fioriti</a>: <strong>“Indagine su un&#8217;epidemia”</strong>.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Eloquente il sottotitolo “Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell&#8217;epoca del boom degli psicofarmaci”.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Nel libro Whitaker, che tiene a precisare di essere stato condotto ad occuparsi di questo argomento non per ragioni di interesse personale, ma esclusivamente sulla scia di alcune scoperte “accidentali” capitategli nel corso della sua attività di giornalista, rivela come, a partire dagli anni &#8217;80 le principali case farmaceutiche abbiano avviato una campagna di persuasione dell&#8217;opinione pubblica, anche attraverso la corruzione di organi di controllo nazionali, per promuovere il mercato psicofarmacologico.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Il giornalista rivela le modalità di costruzione di consenso, anche con il discredito delle voci critiche operato tramite pressioni dirette ed indirette sul mondo accademico, politico e giornalistico, la manipolazione dei risultati, l&#8217;occultamento di risultati negativi e degli effetti dannosi emersi da molteplici ricerche svolte su tutti i principali psicofarmaci: ansiolitici, antidepressivi, stabilizzanti dell&#8217;umore, antipsicotici, ecc.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Alternando analisi giornalistica e presentazione di alcuni casi individuali (che ovviamente non hanno alcuna valenza clinica, ma moltissimo valore umano) Whitaker mostra l&#8217;esito di un approccio al disturbo psichico ed al suo trattamento basato solo su un approccio organicista, sull&#8217;equazione problema psicologico = cervello rotto. L&#8217;inchiesta viene condotta ovviamente in riferimento al contesto americano, nel quale alcune modalità di applicazione risentono di specificità tipiche della cultura e della società statunitense, modelli tuttavia talvolta presi ad ispirazione anche nel nostro paese.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">In contrapposizione a questo approccio vengono proposti esempi di esperienze diverse, basate su un&#8217;idea di trattamento diversa da quella prettamente o prioritariamente farmacologica, nel quale l&#8217;accento viene posto sulla dimensione individuale, familiare e sociale del disturbo psicologico: anche in questo caso l&#8217;analisi giornalistica va a fondo delle proposte presentate, mettendone in evidenza problematiche e punti di forza, risultati a breve e lungo termine.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Il valore sostanziale di questo libro è la sua capacità di <strong>smontare il mito della “pallottola magica psichiatrica”</strong> (espressione molto yankee dell&#8217;autore), la pillola capace di risolvere i problemi dell&#8217;animo, e la necessità di tornare a dare risposte più complesse ed articolate a chi vive una sofferenza interna, per non creare epidemie fantasma, ma offrire un aiuto capace di cambiare le cose.</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/D_S7ZrFN_g8" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Gli incompiuti. Adulti in crisi esistenziale.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Nov 2015 13:27:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi di coppia]]></category>
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		<category><![CDATA[crisi esistenziale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Sono Luca, ho 30 anni, una laurea e non so cosa fare delle mia vita”. Comincia così una mail per una richiesta di aiuto da parte<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Sono Luca, ho 30 anni, una laurea e non so cosa fare delle mia vita”.</strong></p>
<p>Comincia così una mail per una richiesta di aiuto da parte di un giovane uomo che mi chiede un colloquio&#8230; non sa bene neanche lui per quale ragione o problema. Anzi, uno dei motivi che lo spingono a contattare uno psicologo è proprio il desiderio di sapere che problema ha, se è l&#8217;unico a vivere questa situazione e se la cosa che sente ha un nome più specifico che &#8220;crisi esistenziale&#8221;.</p>
<p>La situazione di Luca (nome ovviamente di fantasia) è quella di un numero sempre crescente di giovani uomini e donne, tantissimi con titoli di studio elevati e curriculum brillanti fino al termine del corso di studi, punto a partire da quale <strong>si sono ritrovati in un&#8217;immobilità o inerzia inspiegabile</strong>, visti i precedenti.</p>
<p><strong>Questo blocco non riguarda solamente l&#8217;ambito lavorativo, ma anche quello relazionale</strong>, o perché non trovano la persona giusta o perché si trovano incastrati in relazioni immobili, senza una prospettiva soddisfacente.</p>
<p>La ragione del loro malessere ruota proprio attorno a questa situazione paradossale: <strong>persone dotate di risorse brillanti, con trascorsi più o meno promettenti, si ritrovano incastrati in un vuoto progettuale, incapaci di prendere decisioni significative per dare una svolta ed una direzione netta alla propria vita, restando, appunto, degli incompiuti</strong>.</p>
<p>Proprio questo è il succo dell&#8217;affermazione “non so cosa fare della mia vita”: <strong>giunto il momento di prendere in mano le redini della propria vita, la persona sprofonda nel vuoto o tende ad arenarsi in una situazione non soddisfacente</strong> ma della quale non riesce a venire a capo, a trovare una soluzione.</p>
<p><strong>Questo stato inerziale può protrarsi per anni</strong>, complici diversi fattori che apparentemente (o parzialmente) giustificano la situazione: la crisi economica, ad esempio, rappresenta per molti un&#8217;ottima scusa per l&#8217;immobilità lavorativa. Non si vuole naturalmente dire in questa sede che tutti quelli che non trovano lavoro è perché ricadono in questa crisi esistenziale (ci mancherebbe!), ma che si osservano situazioni in cui la persona avrebbe anche delle chance interessanti, utili almeno a tenersi attivi e fare curriculum, che non vengono poi accettate perché insoddisfacenti per varie ragioni.</p>
<p>La stasi lavorativa diventa poi una giustificazione per quella affettiva, sulle note del ritornello “andremmo anche a convivere, ma finché non ho un lavoro stabile&#8230;”.</p>
<p>L&#8217;esito è una <strong>sensazione di vuoto, di insoddisfazione e frustrazione generale, spesso accentuata dai rimandi più o meno espliciti dei familiari</strong> che non si spiegano (o liquidano con svalutazioni grossolane) l&#8217;empasse di chi fino a poco tempo prima sembrava il cavallo vincente della scuderia familiare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Scanso equivoci, questa “crisi esistenziale dei trenta-quarantenni”, se vogliamo chiamarla così, non ha nulla a che vedere con la cosiddetta sindrome di Peter Pan</strong>, definizione con cui si descrive la condizione di eterni bambini o adolescenti di alcune persone, incapaci di crescere, ma che vivono con spensieratezza la loro condizione di leggerezza. In questo caso il diretto interessato è il primo a sentirsi frustrato ed insoddisfatto della situazione, sente che c&#8217;è qualcosa che non va, ma non sa cosa fare per rimediare.</p>
<p><strong>Pensare al proprio stato attuale porta vissuti di ansia, frustrazione e vuoto, mentre la vita viene descritta in modo apatico, come priva di particolari stimoli e soddisfazioni, con una nota di fondo di tipo depressivo</strong>.</p>
<p>Per certi versi questa situazione ha più aspetti in comune con i cosiddetti “Neet” (Not in Education, Enployment  or Trading), espressione con cui viene descritta quella fetta sempre più diffusa di giovani che non studiano né cercano lavoro e che in Italia sono guardati con sempre maggiore allerta sociale, per il costo umano ed economico rappresentato a lungo termine da queste persone. La differenza principale, in questo caso, riguarda la fascia d&#8217;età (i Neet vanno dai 15 ai 30 anni) ed il fatto che l&#8217;aspetto formativo in queste persone è stato realizzato: a mancare è la finalizzazione, la chiusura del cerchio con l&#8217;avvio nella vita adulta, intesa come dimensione esistenziale dotata di una progettualità stabile (almeno in alcune aree, o almeno a livello ideale).</p>
<p>Le condizioni che possono determinare un quadro di questo tipo possono essere diverse, come ad esempio la <strong>presenza di aspettative molto elevate da parte del contesto</strong>, o <strong>eccessivo timore di fare scelte sbagliate da parte del soggetto</strong>, oppure ancora <strong>legami particolarmente forti con la propria famiglia di origine che rendono difficile il processo di emancipazione&#8230;</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Oltre a tali variabili individuali, <strong>è possibile che un ruolo importante sia giocato anche da fattori di ordine sociale</strong>, come la trasformazione delle modalità di ingresso nel mondo del lavoro, o l&#8217;accentuazione sociale dei valori di indipendenza e libertà, con effetti disorientanti.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>L&#8217;aspetto subdolo con cui questa situazione tende a stabilizzarsi nella vita di tante persone rende difficile riconoscerla, prenderne consapevolezza, e quindi provare ad affrontarla</b>, a cambiare le cose. Un po&#8217; come quei rumori di sottofondo a cui ci si abitua, senza più neanche accorgersi che ci sono, salvo poi ritrovarsi la sera con la testa che scoppia senza sapere perché.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>La mancanza di sintomi evidenti, episodi conclamati fanno sì che spesso ci si adatti ad una situazione che di fondo non ci piace</b>, ma che non sappiamo come iniziare a cambiare e nella quale ci sembra di non avere alternative.</p>
<p align="JUSTIFY">Come sempre, il primo passo è il desiderio di provare a cambiare, iniziando magari proprio dal punto di vista che abbiamo sulla situazione: <b>le risorse che ci hanno accompagnato fino a prima che iniziasse la crisi non possono essere sparite nel nulla, forse ora hanno solo bisogno di trovare un nuovo modo per essere espresse</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Scoprirlo può essere l&#8217;obiettivo di un percorso di terapia.</p>
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		<title>Affari Affetti Affanni: crisi personale e famiglia azienda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Dec 2015 10:17:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quali sono le implicazioni psicologiche di nascere e vivere in una famiglia azienda? Cosa succede quando si sperimenta un problema psicologico dentro un nucleo che lega<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><b>Quali sono le implicazioni psicologiche di nascere e vivere in una famiglia azienda?</b></h2>
<h3><b>Cosa succede quando si sperimenta un problema psicologico dentro un nucleo che lega il proprio nome ed il proprio benessere ad un negozio o ad un&#8217;impresa “di famiglia”?</b></h3>
<p>Ogni medaglia, si sa, ha due facce, e la stessa cosa vale ovviamente anche per la cosiddetta “famiglia-azienda”, cioè per quella famiglia che lega il proprio nome, o almeno la propria sussistenza ad un&#8217;attività commerciale o ad un&#8217;impresa nella quale genitori e figli, fratelli e cugini si trovano a condividere non solo lo spazio dell&#8217;intimità familiare, ma anche quello “pubblico” della sfera lavorativa.</p>
<p><b>Vista da fuori questa condizione rappresenta per molti una vera fortuna</b>, specie quando l&#8217;attività è florida: un posto di lavoro assicurato e l&#8217;inevitabile confidenza con il cuore dell&#8217;azienda vengono visti come privilegi preziosi da chi è esterno a situazioni di questo tipo.</p>
<p><b>Vista dall&#8217;interno, al contrario, la situazione non è sempre così rosea</b>, soprattutto a causa dei <b>labili confini tra sfera personale, familiare e pubblica</b> che si vive in queste famiglie, abituate a sovrapporre o identificare rapporti di parentela e di colleganza.</p>
<p><b>Difendere il proprio spazio personale diventa spesso più difficile</b>, sia per una difficoltà fisica a trovare spazi immuni dalla presenza e dall&#8217;influenza familiare sia per il <b>maggiore peso attribuito al giudizio ed alla critica</b>. L&#8217;appartenenza al gruppo viene infatti doppiamente cementata dal legame di sangue e da quello lavorativo, rendendo più incisivo e significativo il confronto con l&#8217;altro.</p>
<p><b>Per terapeuti e pazienti è essenziale tenere presenti gli aspetti peculiari di questi sistemi familiari quando viene portato un problema in terapia, pena l&#8217;incontrare resistenze e blocchi difficilmente arginabili.</b> Essere parte da sempre di un sistema funzionante secondo determinate regole può rendere difficile rendersi conto della loro influenza sulle scelte più quotidiane come su quelle esistenziali, interferendo con la possibilità di comprendere le ragioni del problema e, quindi,</p>
<p>Porre in evidenza questo legame è il primo passo essenziale, a partire dal quale può essere costruito delle possibili soluzioni.</p>
<p>La ricerca psicologica ha più volte evidenziato come per le persone appartenenti a famiglie di questo tipo sia più difficile affrontare le situazioni in cui i bisogni legati alla sfera affettiva andavano a scontrarsi con quelli della sfera lavorativa: <b>quando i tempi intimi vanno fuori sincronia con quelli aziendali</b> (cambiamenti di vita in momenti in cui l&#8217;azienda chiede continuità o trasformazioni lavorative ostacolate dalle esigenze familiari) <b>la tensione generata dal contrasto di bisogni può tradursi in una crisi personale o nei classici sintomi psicologici: ansia, depressione, somatizzazioni, ecc.</b></p>
<p>Porre in evidenza questo legame è il primo passo essenziale, a partire dal quale può essere costruito <span style="line-height: 1.5;">un percorso terapeutico che aiuti a costruire un nuovo equilibrio capace di considerare e, possibilmente, conciliare i due mondi della persona: storicamente intrecciati e interdipendenti.</span></p>
<p>Solo tenendo presente questa dimensione il problema può essere realmente compreso ed interpretato e la tensione risolta, arrivando a trovare un nuovo equilibrio ed un nuovo benessere.</p>
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		<title>Depressione: riconoscerla, capirla, affrontarla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 13:10:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[attacchi di panico]]></category>
		<category><![CDATA[cause depressione]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[panico]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[sintomi ansia]]></category>
		<category><![CDATA[sintomi depressivi]]></category>
		<category><![CDATA[sostegno psicologico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La depressione è stata definita il male del terzo millennio. Stime ufficiali del Ministero della Salute riferiscono che nel corso della vita ne soffre più di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/depressione-sintomi/">Depressione: riconoscerla, capirla, affrontarla</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">La depressione è stata definita il male del terzo millennio.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=164&amp;area=Disturbi_psichici">Stime ufficiali del Ministero della Salute</a> riferiscono che <b>nel corso della vita ne soffre più di una persona su 10</b> e che <b>già nell&#8217;infanzia e adolescenza circa il 3% della popolazione inizia a manifestare periodi più o meno lunghi di depressione</b>. Le stime italiane non si discostano molto da quelle di altri paesi occidentali e certamente non sono le più pessimiste tra quelle a nostra disposizione.</p>
<h2 align="JUSTIFY">Ma cos&#8217;è la depressione?</h2>
<p align="JUSTIFY">Come riconoscerla? E come distinguerla dall&#8217;inevitabile tristezza che può sorgere a chiunque nella vita a fronte di un momento difficile?</p>
<p align="JUSTIFY">Dentro la categoria “depressione” vengono oggi raccolte diverse forme di disturbo dell&#8217;umore caratterizzate da <b>momenti di tristezza, scoraggiamento, mancanza di vitalità, pianto frequente</b>, sintomi che possono avere riflessi anche sul piano fisico con <b>stanchezza, mancanza di energia, problemi a mangiare e dormire, senso di malessere generale</b>, talvolta anche con sintomi fisici veri e propri (cefalee, dolori, ecc.). I desideri di morte sono frequenti e purtroppo i tentati suicidi sono un&#8217;ipotesi che non può essere esclusa nelle forme più gravi, anche nei periodi di remissione.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo stato emotivo e fisico dura per diverso tempo, settimane o anche mesi, e <b>può rendere la persona incapace di portare avanti anche i normali compiti di accudimento di sé o delle persone care, nonché di svolgere le mansioni abituali</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Spesso la persona depressa finisce per chiudersi in casa: non per paura di uscire (come in alcune forme ansiose), ma proprio per il senso di tristezza e fatica, mancanza di interessi e forze per affrontare il mondo: ogni sforzo appare insostenibile.</p>
<p align="JUSTIFY">Una delle caratteristiche più peculiari e specifiche della depressione è però l&#8217;<b>impatto della depressione sulle relazioni intime e familiari</b>: mentre per altri problemi, come i disturbi alimentari o forme ansiose, la famiglia appare poco coinvolta quando non addirittura all&#8217;oscuro del problema (tranne quando questo diventa particolarmente grave), <b>le famiglia con una persona depressa sono quasi sempre coinvolte e toccate in qualche modo dal disturbo</b>. Talvolta infastiditi e insofferenti, altre volte vicini e comprensivi, spesso ambivalenti tra le due posizioni, i familiari di una persona depressa non possono evitare di prendere atto del problema, anche a causa delle ricadute pratiche sul menage familiare.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Per lungo tempo, tuttavia, la depressione non è stata considerata “roba da psicologi”, ma un problema medico-psichiatrico da trattarsi con farmaci</b> da assumere per periodi più o meno lunghi, a volte per tutta la vita (il parallelismo più frequente, chissà perché, veniva fatto con il diabete). Ancora oggi, sebbene sempre più pubblicazioni sconfessino l&#8217;interpretazione strettamente psichiatrica della depressione, questo tipo di disturbi vengono trattati con un approccio medico e farmacologico, anche a causa di una serie di fattori che favoriscono questo tipo di lettura: sintomi fisici, ciclicità o stagionalità delle crisi&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">In realtà <b>le evidenze cliniche dimostrerebbero che l&#8217;approccio farmacologico avrebbe trasformato la depressione più che risolverla</b>: se in passato le crisi depressive si caratterizzavano per essere episodi transitori che una volta conclusi non si ripresentavano più, <b>oggi sono più frequenti i quadri cronici, quelli cioè in cui ciclicamente si sperimentano periodi di depressione, talvolta alternati ad altri con umore diametralmente opposto, caratterizzato da euforia ed eccessiva energia ed entusiasmo, chiamate “fasi maniacali”</b> (i cosiddetti disturbi bipolari).</p>
<p align="JUSTIFY">Questa duplice trasformazione (cronicità e bipolarismo) sembrerebbe strettamente correlata proprio dal ricorso ad un approccio terapeutico farmacologico, dato che anche in altri paesi (come ad esempio i paesi in via di sviluppo) tale evoluzione sarebbe stata osservata parallelamente al cambiamento dal paradigma di cura da un approccio di supporto e sostegno psicologico ad uno farmacologico (<a href="http://www.psicologogallarate.com/indagine-effetti-psicofarmaci/">Whitaker</a>, 2013; Gotzsche, 2015).</p>
<p align="JUSTIFY">Certamente un ruolo determinante in questo passaggio va riconosciuto anche ad un presupposto culturale sempre più frequente: quello per cui <b>tutto ciò che può essere definito malessere debba essere necessariamente rimosso al più presto, anche quando questo sia qualcosa di assolutamente naturale e fisiologico</b>, come una reazione di tristezza e scoraggiamento a un evento doloroso, o u normale periodo di fatica.</p>
<p align="JUSTIFY">Come può aver apprezzato che ha visto il <a href="http://www.psicologogallarate.com/inside-out/">bellissimo film “Inside Out”</a>, <b>uno degli effetti più importanti della tristezza è proprio quello di attivare le persone intorno a noi a darci aiuto e sostegno</b> (proprio come abbiamo sopra descritto essere tipico della depressione): per certi versi la tristezza è la più relazionale delle emozioni, perché attiva vicinanza e maternage.</p>
<p align="JUSTIFY">Naturalmente questo in un contesto culturale che predilige l&#8217;autonomia e l&#8217;individualismo può essere percepito come fastidioso e patologico: questo porta a trattare la tristezza come un problema da risolvere al più presto&#8230; salvo poi determinare una cronicizzazione del problema!</p>
<p align="JUSTIFY">Fortunatamente da un po&#8217; di tempo a questa parte si sta assistendo ad un ritorno ad un approccio almeno integrato al trattamento delle forme depressive che, accanto ad un aiuto farmacologico, preveda un sostegno ed un trattamento psicologico: una scelta che però non può essere operata solo dai curanti, ma decisa in prima persona da chi vive il problema.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Il fatto che esiste una tristezza normale, non significa infatti che anche la depressione sia una condizione alla quale arrendersi o da prendere come inevitabile condizione dell&#8217;esistenza</b>: riuscire a capire cosa ci incastra e cosa ci rende impossibile superare il problema è un compito possibile e necessario per potersi lasciare alle spalle la crisi e tornare a star bene. Anche in questo caso ovviamente un intervento precoce può essere determinante per la riuscita del lavoro terapeutico, così come il coinvolgimento di persone vicine a chi soffre di depressione che possono diventare una parte attiva e una preziosa risorsa per l&#8217;uscita da questo tunnel.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/depressione-sintomi/">Depressione: riconoscerla, capirla, affrontarla</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Esistono casi incurabili?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Mar 2017 13:15:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
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		<category><![CDATA[depressione]]></category>
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		<category><![CDATA[problemi emotivi]]></category>
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		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[scatti di rabbia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Esistono casi incurabili? È possibile che il mio problema non abbia soluzione?” Oggi prendo spunto da una domanda che moltissime volte mi è stata fatta da<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/esistono-casi-incurabili/">Esistono casi incurabili?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium" src="http://www.jungitalia.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/09/Risolvere-problemi-superare-370x246.jpg" alt="esistono casi incurabili" width="370" height="246" />“Esistono casi incurabili? È possibile che il mio problema non abbia soluzione?”</h3>
<p align="JUSTIFY">Oggi prendo spunto da una domanda che moltissime volte mi è stata fatta da pazienti nuovi e vecchi, spaventati dalla difficoltà di superare un problema che li attanaglia, o dalla ricomparsa di difficoltà che pensavano superate.</p>
<p align="JUSTIFY">Il quesito è tanto centrale quanto legittimo per chiunque, sia che affronti una psicoterapia, sia che cerchi di risolvere la questione in autonomia. Credo tuttavia che la risposta, altrettanto importante e legittima, non possa essere liquidata con una banalizzazione o semplificazione dei termini.</p>
<p align="JUSTIFY">Penso che il rischio maggiore in un caso come questo sia legato all&#8217;idea di “soluzione” o “cura” del problema: due termini che, profondamente diversi, vengono tuttavia spesso confusi o erroneamente presi come sinonimi.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La risposta alla domanda iniziale è molto diversa in base a ciò che intendiamo quando chiediamo una risoluzione del nostro problema emotivo, relazionale o affettivo.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Vediamo alcune declinazioni di questa idea:</p>
<h3 align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" src="http://portalemisteri.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2013/03/time_travel.jpg" alt="esistono casi incurabili" width="305" height="305" />1) “vorrei tornare come stavo prima che il problema si manifestasse”</h3>
<p align="JUSTIFY">Questa richiesta, se perseguita in senso letterale, è chiaramente impossibile, perché si basa su un principio non irrealistico: <strong>l&#8217;idea che si possa tornare indietro nel tempo senza che ciò che è accaduto lasci una traccia</strong>. Questo pensiero si ritrova più frequentemente di quanto si pensi anche in ambiti diversi dalla psicologia clinica in senso stretto, come la politica, l&#8217;economia o la medicina.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcuni anni fa un chirurgo plastico venne condannato a risarcire una paziente che si era sottoposta ad un intervento estetico con la promessa che “dopo l&#8217;intervento avrebbe avuto il seno di vent&#8217;anni prima”. Promessa chiaramente irrealizzabile, e quindi giustamente bollata come truffa.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cancellare la storia ovviamente non è possibile, oltre che dannoso perché ci impedisce di farne tesoro</strong>: ciò significa che la risposta alla domanda “esistono casi incurabili?” in questo caso dovrebbe essere “tutti i casi sono incurabili, per fortuna, perché non è possibile cancellare ciò che è stato”.</p>
<h3 align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" src="http://www.semprefesta.org/wp-content/uploads/2016/08/MAGIA2.jpg" alt="esistono casi incurabili" width="367" height="187" />2) “vorrei che il sintomo sparisse”</h3>
<p align="JUSTIFY">Poter chiedere che un sintomo specifico sparisca è una richiesta legittima e sensata che ha bisogno di essere declinata però all&#8217;interno del caso specifico.</p>
<p align="JUSTIFY">Nessun problema è uguale all&#8217;altro, questo è già stato detto molte volte, e ogni problema ha una sua storia. <strong>Quando un problema è presente da molto tempo nella vita di una persona e ne investe diversi ambiti, è difficile che questo sparisca del tutto</strong>. È più facile che si possa avere una riduzione nella frequenza o intensità dei sintomi, un miglioramento della qualità di vita.</p>
<p align="JUSTIFY">Se quindi intendiamo la questione in questi termini è possibile dire che certamente esistono situazioni in cui il problema non può essere debellato, <strong>ma ciò non significa che non possa invece essere portato entro un livello soddisfacente.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">A volte poi la risposta a questa domanda merita un&#8217;ulteriore specifica temporale: a volte un sintomo non può sparire<strong> in questo specifico momento</strong>, in questa fase della vita. Riuscire a portare la situazione ad un livello accettabile e aspettare che alcune condizioni esterne cambino può essere un&#8217;ottima soluzione.</p>
<h3 align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" title="" src="http://www.ilparacadutevicenza.it/wp-content/uploads/2014/06/filo.jpg" alt="" width="270" height="150" />3) “vorrei che qualcuno si curasse di me e del mio problema”</h3>
<p align="JUSTIFY">Quando ciò che viene chiesto è la possibilità di un ascolto e comprensione, chiaramente, <strong>non esistono situazioni che delle quali non è possibile prendersi cura</strong>, e sulle quali si possa in qualche modo arrivare a dare il proprio sostegno. Al contempo è pur vero che generalmente chiunque viva una situazione di crisi, difficilmente chiede solo ascolto, aspettandosi in qualche modo un miglioramento della situazione, attesa che ci riporta in qualche modo alla situazione precedente&#8230;</p>
<h3 align="JUSTIFY">Ma qual è allora la risposta alla domanda da cui siamo partiti?</h3>
<h3 align="JUSTIFY">Esistono casi incurabili, problemi irrisolvibili?</h3>
<p align="JUSTIFY">Credo che la risposta più onesta sia che <strong>ogni problema, così come ogni esperienza, una volta che appare nella nostra vita, entra in qualche modo a farne parte</strong>. Come e quanto questo accada può essere però oggetto di lavoro.</p>
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alt="esistono casi incurabili" width="259" height="194" />Ho sempre trovato estremamente affascinante l&#8217;inspiegabile fenomeno della “memoria dei violini”: la purezza della nota emessa da un violino non dipende solo dal musicista che lo suona in quel momento, ma anche da chi lo ha suonato in precedenza. Le vibrazioni impresse alle corde rimangono come una memoria appresa dalla materia, che tende a riprodurle spontaneamente (questo è il motivo per cui nessun concertista farebbe suonare un pregiato Stradivari ad un dilettante&#8230;).</p>
<p align="JUSTIFY">Lo stesso accade per noi umani: <strong>ogni nota suonata rimane impressa dentro di noi, con la possibilità non escludibile a priori che questa possa riemergere</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Riuscire a comporre una nuova melodia tra armonie e dissonanze è la sfida da affrontare.</p>
<p align="JUSTIFY">La risposta alla nostra domanda.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/esistono-casi-incurabili/">Esistono casi incurabili?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Tredici ragioni per vedere Tredici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 May 2017 22:29:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
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		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/tredici-ragioni-per-vedere-tredici/">Tredici ragioni per vedere Tredici</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt;">Nel mare magno delle serie televisive, da qualche settimana un titolo si sta facendo largo guadagnando sempre più attenzioni di pubblico e critica: si tratta di<strong> “Tredici”</strong>, o se si preferisce il titolo per esteso “Tredici ragioni per” (Thirteen reasons why).</span></h4>
<p style="text-align: justify;">La serie, prodotta e trasmessa da Netflix, narra le vicende che hanno portato al suicidio della diciassettenne Hannah Baker, che racconta la propria storia attraverso delle audio cassette su cui ha inciso le proprie&#8230; tredici ragioni che l&#8217;hanno portata ad uccidersi.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La serie è finita al centro di un ciclone di commenti</strong>: alcuni entusiastici, altri critici, ciascuno con la propria schiera di motivazioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Data la mia passione per le serie Tv e l&#8217;argomento specifico, ho deciso di guardarla con un doppio interesse: da spettatore e da psicologo che da anni lavora proprio a contatto con questi temi. <span style="font-size: 14pt;">Ho deciso quindi di condividere con voi alcune motivazioni per cui penso che valga la pena di essere vista, e mi è sembrato giusto (e forse non particolarmente originale) individuarne&#8230; Tredici!</span></p>
<p align="JUSTIFY">Un&#8217;ultima premessa: essendo l&#8217;articolo nelle mie intenzioni un invito alla visione <strong>non contiene anticipazioni (o spoiler, se preferite)</strong> oltre a quelle già scritte sopra, quindi, leggete tranquillamente senza il timore di rovinarvi la sorpresa&#8230;</p>
<ol>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Le serie Tv non sono più solo intrattenimento.</b></h4>
<p align="JUSTIFY"><strong>Se siete tra coloro che pensano ancora che “le serie tv sono solo telefilm un po&#8217; più lunghi”, è ora di aprire gli occhi</strong>. Sempre più serie stanno raggiungendo livelli di raffinatezza e ricercatezza stilistica degne di produzioni cinematografiche di primo livello, e Tredici è certamente uno dei prodotti meglio riusciti.</p>
<p align="JUSTIFY">Se nello sterminato panorama di titoli che affollano schermi e canali certamente molte proposte hanno scarso valore di approfondimento, altre hanno saputo sfruttare al meglio la specificità offerta da questo prodotto narrativo: unendo la fruibilità del video all&#8217;approfondimento di un racconto non condensabile in due ore. Tredici da questo punto di vista rappresenta certamente una serie che nasce con lo specifico obiettivo di far discutere, provocare un dibattito (vedi anche il punto 13), e riesce a farlo molto bene, introducendo molti temi e spunti sui quali interrogarsi.</p>
</li>
</ol>
<ol start="2">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>è una bella serie.</b></h4>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Un altro aspetto non clinico ma “televisivo” che mi permetto di rilevare rispetto a Tredici è l&#8217;ottimo impatto che la serie ha sullo spettatore</span>, catturando rapidamente l&#8217;attenzione e spingendo a divorare le puntate una dietro l&#8217;altra (e in questo, il fatto che su Netflix la visione sia on demand e non vincolata ad un palinsesto, spinge francamente alla bulimia televisiva). Il racconto è accattivante, mischiando efficacemente suspense e sviluppo della storia, da una parte spingendo a proseguire nella visione, dall&#8217;altra lasciando tempi per la riflessione su quanto visto.<span style="font-size: 14pt;"><b> </b>Sebbene Tredici non possa essere considerato un Thriller, spesso il sentimento generato nello spettatore è di quel tipo</span>.</p>
</li>
</ol>
<ol start="3">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Non è troppo lunga.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Chi conosce il mondo delle serie TV sa che talvolta gli autori si fanno prendere la mano con racconti-fiume che finiscono per perdersi e diluire il racconto in modo non sempre efficace. <span style="font-size: 14pt;">In Tredici invece i tempi individuati rappresentano a mio giudizio una buona sintesi per dire molto, dare diversi spunti, senza trascinare lo spettatore in un viaggio infinito.<b> </b></span>Questo può essere opportuno anche per chi desideri proporre una visione di questo tipo ad un gruppo di ragazzi, una classe, ecc.</p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>è autoconclusiva.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Virtù rara nel mondo filmografico attuale, in cui perfino al cinema è difficile trovare un film che non si incastri in prequel, sequel e tri/quadri/pentalogie varie&#8230; <span style="font-size: 14pt;">in questa storia ciò che viene aperto viene anche chiuso</span>. Il fatto che si vociferi su una possibile seconda stagione (comunque ancora tutta da confermare e costruire) non toglie il fatto che, volendo, chi lo desiderasse potrebbe benissimo fermarsi al tredicesimo episodio.</p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>è rispettosa dei temi che tratta: non eccede né concede.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Cominciamo ad entrare più nel vivo della questione: i temi trattati. Certamente gli autori di Tredici hanno deciso di confrontarsi con argomenti scottanti, rispetto ai quali il rischio di spettacolarizzazione o al contrario di eccessiva edulcorazione è frequente. In questo caso si può dire che il punto di equilibrio trovato sembra essere efficace e riuscito. <span style="font-size: 14pt;">Realismo e rispetto sono dosati sapientemente senza cedere né al voyeurismo né alla banalizzazione del dolore dei soggetti raccontati.<b> </b>Non mancano scene forti, è vero, al contempo va detto che, rispetto a quello che è il panorama medio attuale queste non spiccano certo né per frequenza, né per morbosità, e risultano strettamente connesse ad uno sviluppo narrativo intenso.</span></p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>è realistica. </b></h4>
<p align="JUSTIFY"><b></b>Sebbene ogni rappresentazione preveda sempre di una certa quota di semplificazione, il racconto fatto in Tredici sembra cogliere in modo abbastanza riuscito la complessità degli eventi e dei protagonisti, così come le sfaccettature diverse di ogni personaggio.</p>
<p align="JUSTIFY">Tredici non è Twin Peaks, sebbene alcuni abbiano accostato le due serie, accomunate dall&#8217;idea del male che si può nascondere dietro l&#8217;apparente normalità. In questa serie tuttavia l&#8217;intento degli autori non è intricare un mistero, ma dipanarlo, spiegarlo, entrare in un dramma per comprenderlo e mostrare le ragioni dall&#8217;interno.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Le tinte del racconto sono forti, drammatiche, ma nulla è frutto di fantasia o lasciato vago</strong>: anche gli episodi più drammatici, come la pianificazione del suicidio o gli eventi più dolorosi, non rappresentano un artificio narrativo forzoso, ma una realtà assolutamente possibile, come purtroppo racconta la cronaca recente e passata. <span style="font-size: 14pt;">Proprio il realismo di alcune scene, soprattutto quelle relative al suicidio mostrato esplicitamente nell&#8217;ultima puntata, hanno fruttato aspre critiche ai produttori (sebbene, a ben vedere, la stessa critica dovrebbe essere rivolta a molte altre serie che esibiscono violenza in modo molto più insensato e gratuito di questa&#8230;). Certamente alcune immagini sono forti, incisive: <strong>il mio consiglio è di non proporre la visione di questa serie a ragazzi di età inferiore ai 15-16 anni, e anche in questo caso, accompagnarla alla presenza di un adulto ed alla possibilità di un confronto aperto su ciò che viene mostrato</strong>.</span></p>
</li>
</ol>
<ol start="7">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di giovani e social network. </b></h4>
<p align="JUSTIFY">Dire che il mondo giovanile di oggi è totalmente diverso da come poteva essere 10 anni fa è talmente banale da risultare lapalissiano. La diffusione dei social network e smartphone nella popolazione sono un dato che ha inciso in modo determinante nella vita delle famiglie, dei rapporti tra le persone e tra le generazioni. Questo cambiamento non ha riguardato solo gli adolescenti, ovviamente, che però incarnano certamente una situazione assolutamente peculiare per il modo in cui questi strumenti sono entrati nella loro quotidianità.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Il rischio maggiore, per chi adolescente non è, è quello di vedere questo rapporto in modo improprio, non comprendendo il senso ed il ruolo che questa “realtà parallela” rappresenta nel mondo di un “nativo digitale”</strong>. Chiunque abbia pensato “invece che starsene sul cellulare, che esca con gli amici”, o “avrà finito di buttare via il tempo in quel maledetto telefono”, può aver modo di fare un piccolo viaggio nel mondo di un nativo digitale per scoprire una realtà del tutto estranea a chi è estraneo a questo mondo.</span></p>
</li>
</ol>
<ol start="8">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di adolescenti&#8230; e di adulti</b>.</h4>
<p align="JUSTIFY">Sebbene la serie sia stata definita un “teen drama”, l&#8217;adolescenza è soltanto una delle componenti in gioco nella storia. <span style="font-size: 14pt;">A differenza di altri film che fotografano solo questa fascia di età, con gli adulti che giocano il ruolo di conviventi indifferenti,<strong> in questa storia gli adulti sono protagonisti tanto quanto i ragazzi.</strong></span> Genitori, insegnanti e psicologo (sì, ce n&#8217;è anche per noi&#8230;) partecipano a quanto accade e vengono messi al centro della questione: osservare la loro evoluzione (o la loro immobilità) rappresenta a mio giudizio uno spunto interessante per chi volesse vedere la serie da questo punto di vista. <strong>Come adulti, in quale posizione di porremmo? In che modo affronteremmo una situazione simile?</strong></p>
</li>
</ol>
<ol start="9">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di famiglie. </b></h4>
<p align="JUSTIFY">Uno degli aspetti più interessanti trattati da Tredici a mio giudizio è offerto l&#8217;approfondimento dei rapporti familiari. Bisogna ammettere che, volendo analizzare con cura questo tema, verrebbe da fare un&#8217;inquietante riflessione: tra i casi presentati, il rapporto familiare più riuscito sembra essere quello della famiglia della ragazza suicida, forse l&#8217;unica ad avere una relazione aperta e schietta con i genitori. Forse questo rappresenta effettivamente una pecca della sceneggiatura: è davvero possibile che una ragazza con rapporti familiari così positivi commetta un atto del genere, programmandolo, senza cercare aiuto dai genitori?</p>
<p align="JUSTIFY">Questa considerazione non inficia comunque l&#8217;apprezzamento per un&#8217;analisi non banale dei rapporti familiari nelle molteplici forme che questi possono prendere, soprattutto di fronte alla difficile sfida del passaggio dei figli all&#8217;età adulta. <span style="font-size: 14pt;">La sfida che queste famiglie incarnano è ovviamente quella legata alla comparsa di esigenze nuove, da relazioni che diventano necessariamente più complesse e quindi a maggior rischio di conflittualità, e dalla necessità di ridefinire i legami nella nuova fase di vita.</span></p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di autolesionismo e suicidio.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">I temi certamente più scottanti della serie, che è stata anche attaccata da alcuni critici per il modo in cui questo verrebbe trattato e proposto come forma di vendetta, con timori di emulazione annessi. La critica può essere tutt&#8217;altro che infondata, se è vero che un effetto simile venne creato dall&#8217;uscita del libro “I dolori del giovane Werther”, in conseguenza del quale si registrò un aumento dei suicidi giovanili su base emulativa. Il fenomeno ebbe una rilevanza tale che da allora viene chiamato “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_Werther">Effetto Werther</a>” proprio l&#8217;influsso che film e libri possono avere sui comportamenti sociali.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Il tema tuttavia merita certamente di essere approfondito e dibattuto: l&#8217;autolesionismo (che non significa necessariamente tentato suicidio, ma che spesso vi è correlato almeno come fattore di rischio) è un comportamento attuato in modo sempre più frequente anche tra i giovanissimi.<strong> Credo che mettere in guardia genitori e adulti sulle forme di manifestazione del disagio sia un compito importante</strong>. Nel lavoro con scuole e famiglie ho incontrato la tendenza a nascondere o banalizzare forme di autolesionismo anche solo minacciato ma non realizzato come “modo per attirare l&#8217;attenzione”. Il rischio è concreto.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Se è vero che l&#8217;<strong>autolesionismo risulta oggi una forma di espressione del disagio molto più culturalmente accessibile che in passato, al contempo non sempre sono chiari</strong> (anche a chi lo pratica) <strong>i pericoli connessi con questi comportamenti</strong>, non solo perché “un graffio può andare male e finire in tragedia”, ma perché provoca una progressiva disinibizione verso condotte a rischio. Si rendono alcuni comportamenti sempre più possibili. Rendere gli adulti consapevoli di questo appare come un fattore di protezione importante.</p>
</li>
</ol>
<ol start="11">
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<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di identità di genere. </b></h4>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">A molti potrà sembrare strano, ma <strong>esiste la possibilità di parlare di una sessualità diversa senza tratteggiarla automaticamente come un problema</strong>.</span> Nel nostro paese parlare di modelli familiari e orientamenti sessuali diversi da quelli tradizionali significa ancora andare a toccare un tema scottante per molti, ma la realtà attuale prevede forme di legame sempre più variegate e differenti, la maggior parte delle quali funzionali.</p>
<p align="JUSTIFY">In questo, rispetto al panorama italiano, una serie come Tredici (ma non è l&#8217;unica a proporre il tema con questo taglio) rappresenta certamente un&#8217;avanguardia. L&#8217;aspetto interessante è che questo argomento viene tematizzato senza essere posto al centro della questione: ciò offre la possibilità di discuterne (anche evidenziando oggettive difficoltà che può incontrare chi vive forme di relazione non tradizionali) senza per questo stigmatizzare il discorso e offrendo un&#8217;occasione di riflessione.</p>
</li>
</ol>
<ol start="12">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di violenza e responsabilità.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Uno dei problemi quando si parla di temi come il bullismo o la violenza sociale, è che i casi a cui ci si riferisce sono sempre inevitabilmente estremi: aggressioni, omicidi, pestaggi, ecc. Un aspetto importante, invece, messo in luce dalla serie è quello che, citando forse in modo un po&#8217; azzardato, ma non improprio, Annah Arendt, potremmo definire <strong>“la banalità del male”</strong>: cioè quel male, <strong>quella violenza che viene messa in atto senza rendersene conto, minimizzandola, rendendola ordinaria, aggirando le proprie responsabilità.</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Nello svolgimento delle puntate, soprattutto nelle prime puntate, sono poche le azioni esplicitamente violente che incontriamo, <strong>mentre la maggior parte dei casi rientrano in una serie di “piccole cattiverie sottovalutate” nelle quali in fondo è facile riconoscersi</strong>, che non sembrano così straordinarie, le cui ripercussioni possono tuttavia essere enormi.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Ciò che la serie mette in luce, e bene, è che, come recita il vecchio motto: “se non sei parte della soluzione, sei parte del problema”, e il problema è proprio sentirsi responsabili di ciò che facciamo o verso ciò a cui assistiamo. Come già scritto, la serie è stata accusata di incitare al suicidio: un&#8217;accusa che trovo francamente ingiusta.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Lo spettatore non viene spinto a riflettere sull&#8217;opportunità del suicidio, ma sulla necessità di prendere una posizione attiva di fronte al male a cui si assiste</strong>: tredici persone avrebbero potuto fare la differenza, sarebbe bastato che uno solo di loro agisse diversamente per dare un finale diverso alla storia. Questa a me pare una sollecitazione importantissima, soprattutto in un&#8217;epoca in cui la quota di odio espressa contro gli altri raggiunge vette preoccupanti. Recuperare il senso di opporsi a questo atteggiamento per restituire un senso di vicinanza e solidarietà umana diventa una lezione necessaria per giovani e adulti.</span></p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Tredici. Oltre i perché&#8230;</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Un particolare che a molti è sfuggito, ma che ho trovato molto interessante è che, contemporaneamente alla serie “Tredici”, <strong>sia stato pubblicato un documentario dedicato ai temi sollevati</strong> realizzato dai produttori della serie, con considerazioni degli autori, registi, interpreti e psicologi e chiamato “Tredici – Oltre i perché”. Il fatto stesso che sia stato ritenuto opportuno un accompagnamento alla visione, o un approfondimento specifico per la serie, dimostra come l&#8217;idea stessa dei produttori fosse quella di offrire qualcosa che di più di un semplice intrattenimento, proponendo anche stimoli e riflessioni per approfondire in modo critico e non banale quanto messo in scena.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Personalmente ritengo che il commento realizzato dai registi e gli interpreti offra un&#8217;importante e specialissima occasione per riprendere i temi più forti e scioccanti della serie esorcizzando in parte l&#8217;impatto delle scene più crude e sentendosi coinvolti nella riflessione attraverso le voci e i volti che ci hanno accompagnato nel corso della storia, facilitando il confronto anche per chi teme magari di non trovare le parole per affrontare domande o dubbi nati dalla visione.</span></p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">Come si sarà inteso, ritengo che Tredici rappresenti sia una serie che meriti di essere vista e ragionata, per mostrare la possibilità di cambiare le cose a partire dalle scelte di ogni giorno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/tredici-ragioni-per-vedere-tredici/">Tredici ragioni per vedere Tredici</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Benedetta Ansia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 May 2023 23:36:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[capire attacchi di panico]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[fobie]]></category>
		<category><![CDATA[perchè vengono attacchi di panico]]></category>
		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Maurizio sbatte gli occhi con aria perplessa. Non mi è chiaro se perché non comprenda il nesso tra la mia domanda e la sua situazione, o<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/benedetta-ansia/">Benedetta Ansia</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Maurizio sbatte gli occhi con aria perplessa. Non mi è chiaro se perché non comprenda il nesso tra la mia domanda e la sua situazione, o se perché la mia metafora gli abbia aperto una prospettiva che finora non aveva mai considerato.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Maurizio è un giovane uomo che si è rivolto a me alcune settimane fa per un problema di <strong>attacchi di panico</strong>.</span><span id="more-95"></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Il suo iter ricalca quello di tante altre persone che condividono questo problema: un primo attacco alcuni anni fa, la prima (e nel suo caso unica) corsa in Pronto Soccorso per il timore di un infarto e da lì l’iscrizione al “club degli impanicati”, come scherzosamente lo definisce lui. Questa iscrizione lo ha portato negli anni seguenti a rivolgersi ad alcuni medici psichiatri i quali di volta in volta proponevano farmaci che per un certo periodo assicuravano un discreto beneficio, salvo poi progressivamente soccombere al riemergere dell’ansia che lo accompagna ormai da quasi cinque anni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">La persona che incontro è tra lo sconforto e l’incertezza. L’ultimo psichiatra al quale si è rivolto lo ha indirizzato da uno psicologo, proposta che ha preso con un certo scetticismo, dato che (parole sue) non capisce come “quattro chiacchiere lo possano aiutare a far sparire l’ansia per sempre”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">“Immaginiamo che mentre sta viaggiando sulla sua auto si accorga ad un certo punto di uno strano rumorino che prima era certo di non aver mai sentito, provenire dal cofano della macchina, e che dopo pochi minuti veda accendersi una spia che segnala un guasto. Porta l’auto dal suo meccanico, il quale dopo aver dato un’occhiata al quadro elettrico, stacca il contatto della spia del cruscotto, chiude la macchina e con un sorriso soddisfatto le rende chiavi e fattura: “ecco a lei, adesso quella spia non le darà più alcun fastidio”. Questo la farebbe risalire più tranquillo sull’auto?”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Il disorientamento di Maurizio è più che comprensibile: a lui è stato spiegato che <strong>lui ha una malattia chiamata “ansia”</strong> o, a seconda dei momenti, “attacchi di panico” <strong>e come tale è stato curato</strong>, riuscendo peraltro ad incontrare momenti di benessere.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ciò che con la mia storiella ho voluto cercare di mostrare a Maurizio è quella che io ritengo una premessa fondamentale nel mio lavoro con i cosiddetti disturbi d’ansia: l’idea che <strong>l’ansia non sia il problema, ma il segnale, la spia sul cruscotto che la nostra mente accende per segnalarci qualcosa che non va.</strong> Un segnale scomodo, se vogliamo, fastidioso, ma pur sempre un segnale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Pensiamoci un momento: se non fosse stato, almeno in qualche sua parte, un meccanismo funzionale, utile alla nostra vita, perchè mai l&#8217;evoluzione avrebbe dovuto portarla con sé fino ai giorni nostri?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Per quanto sia difficile vederla come tale, <strong>l’ansia altro non è che uno tantissimi meccanismi adattivi che la nostra mente ha conservato e sviluppato nel corso dell’evoluzione</strong> per permetterci di accorgerci di ciò che non ci sta bene ed attivarci a cambiarlo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ciò che rende questo segnale uno scomodo compagno di vita è la difficoltà che può subentrare nella comprensione del suo messaggio, spesso resa più nebulosa da generalizzazioni improrie (“se la prima volta sono stato male a tavola, forse non dovrei più andare al ristorante&#8230;”) e dalle paure delle conseguenze che distolgono l&#8217;attenzione dalle cause (“potrei morire”, “se mi dovesse venire l&#8217;ansia mentre mi trovo lì, potrei svenire, e tutti penserebbero che sono matto”).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Applicare soluzioni sbagliate ad un problema, qualunque sia il problema, genera da sempre tre effetti: il problema non si risolve, la situazione peggiora e chi fallisce si deprime.</span></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ma allora cosa fare?</span></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Torniamo all&#8217;esempio della storia di Maurizio: spegnere la spia, il segnale e non aprire il cofano per andare all&#8217;origine del problema non porterà molto lontano. Maurizio per molto tempo si era limitato a leggere la sua ansia come “solo un po&#8217; di stanchezza, debolezza”, dandosi come soluzione auspicata “una buona vacanza (ovviamente, sempre con il tavor in valigia) e passa tutto”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Naturalmente la presenza di un aiuto che permetta di mantenere una vita più tranquilla e portare avanti impegni senza restare in balia dell&#8217;inquietudine è una possibilità preziosa, a volte inevitabile, per non far aggravare la situazione in attesa che si risolva. Tuttavia troppo spesso si confonde “la sirena con l&#8217;incendio”, si spegne la prima e non ci si cura delle fiamme.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Certamente spegnere un allarme è più semplice che fronteggiare il fuoco, ma tra le due opzioni quale scegliereste?</span></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/benedetta-ansia/">Benedetta Ansia</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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