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	<title>film psicologici Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
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		<title>Vite di Pi &#8211; La psicoterapia spiegata da un film</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Sep 2014 21:52:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Oggi le ho raccontato due storie. [&#8230;] In entrambe la nave affonda, in entrambe la mia famiglia muore e in entrambe ho sofferto molto. Però lei<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">«Oggi le ho raccontato due storie. [&#8230;]</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">In entrambe la nave affonda, in entrambe la mia famiglia muore e in entrambe ho sofferto molto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Però lei quale preferisce??»</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Nel momento in cui ho sentito porre questa domanda mi sono sentito toccato sul vivo, come se l’interrogativo fosse rivolto davvero a me, come se in qualche modo urgesse una risposta da parte mia, se non a chi aveva domandato, almeno a me stesso.<span id="more-102"></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Faccio un passo indietro.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Le parole che tanto mi hanno colpito non mi sono state dette da un paziente, ma dal protagonista del film “Vita di Pi”, Pi, appunto, giunto alla fine dell&#8217;emozionante racconto della sua vicenda.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Comprenderne il senso e la profondità risulta difficile per chi non ha avuto modo di seguirne la vicenda, che provo quindi di riassumere per sommi capi, cercando di non svelare troppi aspetti di una storia che merita di essere assaporata in tutta la sua bellezza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Piscine (questo lo sfortunato nome del protagonista del film che, per scappare al tormento di un nome troppo storpiabile, decide di ribattezzarsi semplicemente Pi), è un bambino indiano dotato di una particolare sensibilità ed intelligenza, capace tanto di imparare a memoria centinaia di cifre decimali del Pi greco, quanto di interrogarsi sulle questioni più profonde dell&#8217;uomo e della sua ricerca di rapporto con Dio. La sua infanzia si svolge nel grande giardno zoologico di proprietà del padre, il cui “pezzo forte” risulta essere la nobile e maestosa Richard Parker, una tigre del bengala che affascina e intimorisce il giovane Pi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Le vicissitudini esistenziali si snodano tra successi e crisi, giochi e amori, finchè le difficoltà economiche convincono il padre di Pi a cercare fortuna in Canada, portando con sé famiglia ed animali dello zoo nella traversata oceanica. Tutti i piani vengono tuttavia bruscamente distrutti da una violenta tempesta, che affonda la nave nel cuore dell&#8217;oceano, costringendo Pi ad un rocambolesco naufragio su una scialuppa di salvataggio sulla quale cercano un disperato rifugio anche Richard Parker (la tigre), una iena, un orango e una zebra.</span></p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/KAOjdBvjwV8?rel=0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Il viaggio che segue, narrato da un Piscine cresciuto e che quindi sappiamo sin dall&#8217;inizio del film scampato alla tragedia, è la storia poetica e drammatica di come, morti tre dei quattro animali sulla barca, Piscine impari a convivere con la tigre, a domarla, conoscerla, rispettarla e comprenderla.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ma proprio quando il viaggio giunge all&#8217;agognata salvezza, incalzato da due scettici ispettori di una compagnia assicuratrice, che stentano a credere alla storia del naufragio con gli animali, Pi racconta un&#8217;altra storia, nella quale la poesia lascia il posto alla brutalità disarmante di una lotta per la sopravvienza nella quale quattro uomini naufraghi si sono uccisi a vicenda per sopravvivere, ultimo dei quali è rimasto il solo Piscine.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Queste sono le due storie di Pi e qui cade la domanda iniziale, posta da un Piscine sopravvissuto e cresciuto, ad un narratore in cerca di storie da raccontare: come dicevo una domanda stringente e diretta, e che mi sembra porre una questione fondamentale per chi abbia a che fare con storie tormentose, sia perchè terapeuta, sia perchè vissute in prima persona.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Il tema della ri-narrazione della propria vicenda esistenziale era già stato narrato almeno in altri due film molto appassionanti, &#8220;Big Fish &#8211; Le Storie di una Vita Incredibile&#8221; e &#8220;Train de Vie&#8221;, i quali mi paiono tuttavia intenderla in modo totalmente diverso. Un modo che spesso capita di incontrare nella nostra esperienza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Nel film di Tim Burton, ad esemio, la rielaborazione della propria storia appare come un gioco di fantasia, un diletto per rendere speciale una vita probabilmente ordinaria, quasi un esercizio creativo che aggiunga alla quotidianità un brio speciale, un&#8217;eccezionalità che, certamente preziosa, risulta tuttavia capace solo di distrarre dai drammi che la vita può portare con sé, di fronte ai quali possiamo armarci di fantasia e immaginare altro, senza però affrontarli.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">È la soluzione adottata quando si crede di non poter sostanzialmente cambiare le cose, o quando non ci interessa realmente provare a farlo: ciò che otteniamo è semplicemente dare una luce più brillante ma artificiosa alle vicende, che possono tuttavia progressivamente finire per allontanarsi dalla realtà, risultando inaccettabili per chi, vicino a noi, non è disposto ad accettare favole belle.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">È questa la divergenza che divide padre e figlio all’inizio di “The Big Fish”, appunto: il figlio che chiede di conoscere la verità su una storia che è anche sua, e che conosce solo nelle irrealistiche epopee narrategli dal padre, per indorare una vita banale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Simile per certi versi la drammatica storia degli ebrei in fuga dallo sterminio raccontata con maestria da Radu Mihàileanu, in un film nel quale la vicenda narrata si svela essere una pura illusione del protagonista, un sogno che nulla ha del confronto con una realtà probabilmente percepita come impossibile da elaborare, da affrontare, nella quale l&#8217;unica libertà possibile è il sogno. In tal caso l’illusione appare certamente più umana, comprensibile (chi, infatti, potrebbe mai accettare l’orrore e la disperazione dell’olocausto?), ma sostanzialmente identica.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ogni illusione, prima o poi, finisce, e quanto più questa ci ha portato lontano dalla realtà, tanto più diventa duro riaffrontarla.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">“Vita di Pi” mi pare invece affrontare il problema da un punto di vista diverso, molto vicino a quella che credo possa essere la risposta possibile, in un percorso terapeutico, a chi chiede un aiuto per affrontare un profondo dolore personale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">La storia narrata è quella di un ragazzo che deve necessariamente affrontare i propri demoni interiori, sopravvivere ad un&#8217;esperienza della quale non può evitare di affrontare gli esiti che costituiscono il suo presente, e questo è quello che fa.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Credo che il film rappresenti con efficacia la questione centrale che tormenta chi giunge ad intraprendere un percorso psicologico: trovare una nuova possibilità di raccontare la propria storia, comprendere il significato che porta con sé, dandosi la possibilità di sopravvivere ai suoi aspetti più critici o dolorosi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">C&#8217;è una possibilità di rileggere la nostra esperienza senza negarla, trasformarla, dimenticarla?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ha un senso trovare un modo diverso di raccontare il nostro passato, restandovi al contempo fedeli?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">A tali domande mi sembra che il film offra una risposta non banale, mostrando come la rilettura con altri occhi della nostra storia ci permetta di ricomprendere senza stravolgere ciò che è accaduto. Possiamo così scoprire, sentire e comprendere la tigre che c’è dentro di noi da sempre o che, scaturita da un dramma toccatoci in sorte, ci porta a fare i conti con sentimenti ancestrali, apparentemente incontrollabili, con i quali diventa difficile scendere a patti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000; font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">La metafora che costruisce il racconto, non cela la realtà, ma ne riconosce un valore ed un senso diverso, per comprendere il quale può essere necessario lasciar sedimentare il sentore più vivido dell’esperienza, il vissuto più crudo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000; font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Il potere del racconto è il potere del linguaggio, grazie al quale è possibile toccare l&#8217;intoccabile, rendendolo più avvicinabile e comprensibile, accettabile.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000; font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">E il mondo del linguaggio, della parola, è il mondo della psicoterapia, nel quale possiamo scoprirci capaci di camminare fianco a fianco con la tigre.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;"><i>Ps: L&#8217;articolo prende spunto dal film Vita di Pi senza pretendere di esserne una lettura critica. Il film ha proprie tematiche, trame narrative e chiavi di lettura che esulano dalla questione psicoterapeutica. Semplicemente la sua visione mi ha sollecitato la riflessione che ho condiviso in questo articolo.</i></span></p>
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		<title>Il circo della farfalla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2015 22:36:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
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		<category><![CDATA[efficacia personale]]></category>
		<category><![CDATA[film psicologici]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" alignleft" src="https://encrypted-tbn2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcR8dVFKOpGUplHrEufl4gv0CpIlr-qrGtEUkR4DmHgeqIXiQSNAiQ" alt="Circo della farfalla" width="298" height="169" />Raramente capita di incontrare storie intense e potenti come quella narrata in un cortometraggio che avuto modo di scoprire solo di recente, che sta ricevendo molte conferme dal pubblico di internet, chiamato “il circo della farfalla”.</p>
<p align="JUSTIFY">La storia si svolge all&#8217;inizio del XX secolo, ed è ambientata nel modo circense e dei side-show, quel mondo triste e ghettizzato dei cosiddetti “fenomeni da baraccone”, un mondo del quale aveva già parlato un altro film estremamente toccante: Elephant Man, dal quale tuttavia questo cortometraggio prende le distanze in modo molto evidente.</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/jjOmiLerT7o?rel=0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY">Il film contiene al suo interno un messaggio tanto chiaro, potente e pregnante da non necessitare molte parole per un commento che rischierebbe solo di banalizzare e ridurre il valore che le immagini riescono a trasmettere con tanta efficacia e poesia.</p>
<p align="JUSTIFY">Credo tuttavia che ancora più significativa sia la storia dell&#8217;attore protagonista del film, il serbo-australiano Nick Vujicic, che in diversi video racconta la sua vicenda esistenziale ed il modo in cui è riuscito a trasformare in modo sorprendente uno degli handicap più invalidanti e limitanti in splendido esempio di vita e forza di volontà.</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/mzeeDjFanCU?rel=0" width="420" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY">Dei tanti messaggi che questo film veicola, ce n&#8217;è uno in particolare che mi sembra pregnante per chi è alla ricerca di un cambiamento di aspetti insoddisfacenti o dolorosi della propria vita, ed è il messaggio che emerge dal confronto tra il “tipo di spettacolo” offerto dai due diversi circhi del film.</p>
<p align="JUSTIFY">Il primo circo costruito sul dolore e l&#8217;orrore, sul limite e sulla mancanza, con uno sguardo che non può che portare alla resa, perchè fermo a contemplare ciò che non c&#8217;è, ciò che manca.</p>
<p align="JUSTIFY">Il secondo circo, invece, offre lo spettacolo dell&#8217;unicità individuale, dell&#8217;irripetibile occasione nascosta dentro ciascuno di realizzare se stessi, anche attraverso le proprie difficoltà, con la consapevolezza che “più grande è la lotta, più glorioso è il trionfo”. È di fronte a questa scommessa impegnativa che si generano l&#8217;entusiasmo, la capacità di scoprire e sorprendere, la speranza e la forza di cambiare. La bellezza.</p>
<p align="JUSTIFY">Parole che potrebbero suonare come retorica, se non fossero realizzate nello splendido volo finale nel circo della farfalla.</p>
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		<title>&#8230;e tu hai visto Inside out?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2015 11:05:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[a cosa servono le emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[film psicologici]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[inside out]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Inside-out è certamente il film del momento: commentato, criticato, citato da più parti, questo film d&#8217;animazione ha incontrato da parte di molti un plauso (a mio<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/inside-out/">&#8230;e tu hai visto Inside out?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Inside-out è certamente il film del momento</strong>: commentato, criticato, citato da più parti, questo film d&#8217;animazione ha incontrato da parte di molti un plauso (a mio parere, meritato) per l&#8217;originalità e l&#8217;efficacia con cui tematizza un mondo che tutti vivono, quello delle emozioni, ma che raramente viene rappresentato con tanta efficacia.</p>
<p>Il cartone animato targato Disney-Pixar che rappresenta il mondo interiore di una ragazzina di undici anni alle prese un doloroso trasferimento in una nuova città, è riuscito nell&#8217;originale compito di personificare le emozioni dando a ciascuna di esse un viso, un ruolo, una personalità, mettendo in scena quel mondo che generalmente è osservato ed approfondito solo da psicologi, psichiatri, pedagogisti e simili.</p>
<p>Premesso che, ovviamente, come per ogni riproduzione cinematografica (e non solo) alcune  semplificazioni sono inevitabili, così come la presenza di elementi pensati al solo scopo narrativo, da psicologo e genitore ho trovato estremamente interessanti alcuni spunti che questo cartone animato propone.</p>
<p>Tra i tanti, ho pensato di condividerne in particolare 3.</p>
<p><strong>La rivincita della tristezza</strong>.</p>
<p>Non so quante volte in stanza di terapia, e non solo, mi sono trovato a sostenere che <strong>la tristezza non è una malattia,</strong> né un sintomo, che essere tristi non significa essere depressi, che esiste una depressione normale, ovvia, sana, importante, certamente dolorosa ma della quale abbiamo bisogno.</p>
<p>So ovviamente di non essere l&#8217;unico, ma spesso ho la sensazione che questa affermazione sia una sorta di battaglia ad armi impari, quando poi nella quotidianità il messaggio a cui siamo tutti sottoposti è che bisogna essere performanti, brillanti, attivi e poco addolorati: tutti modi con cui si fa coincidere la tristezza con un problema, qualcosa da rimuovere.</p>
<p>L&#8217;<strong>impero della gioia viene fortemente messo in crisi in questo film</strong>, come efficacemente viene mostrato in molte scene in cui è la tristezza a far star bene, mostrando il valore che ha, il beneficio che genera, la ragione per cui la selezione naturale non ha cancellato ma preservato e perfezionato questa fondamentale emozione.</p>
<p><em> </em><strong>L&#8217;equiparazione mondo interiore adulti e bambini</strong>.</p>
<p>Tra le scene più esilaranti del film ci sono senza dubbio i siparietti di quello che accade nel cervello dei personaggi (adulti, bambini&#8230; e animali). In queste scene non si può non notare come <strong>le somiglianze tra i diversi mondi interni siano assolutamente maggiori delle differenze</strong>, affidate a dettagli trascurabili. I protagonisti del mondo emotivo non solo sono gli stessi, ma hanno anche lo stesso aspetto, la stessa faccia, la stessa personalità. Ciò che cambia è solo la consolle (come si vede nel finale).</p>
<p>Anche questo dettaglio mi pare offrire uno spunto importante, soprattutto in relazione al rapporto genitori-figli, o educatore-bambino. Molto spesso in questi contesti si assiste alla <strong>percezione di un&#8217;asimmetria nella competenza relazionale ed emotiva</strong>: “non so quanto il bambino capisca di quello che succede”, “non gli diciamo niente di questo, tanto non capisce”.</p>
<p>Contrariamente a quanto si pensi, <strong>la mente è competente e capace di interagire ed elaborare informazioni sin dalle primissime fasi di vita del bambino, momenti in cui, anzi, è iper-recettiva verso ciò che accade intorno</strong>. Certo un bambino non conosce alcuni meccanismi del funzionamento sociale, alcune prassi di vita, ma è invece assolutamente capace di comprendere le situazioni che accadono intorno a lui, ivi comprese le reazioni emotive delle persone che lo circondano. Anzi: ha bisogno di farlo, perché la sua vita in quel momento dipende molto di più da loro che non nelle età seguenti.</p>
<p><strong>La sua “attrezzatura mentale” è già pronta per affrontare, con il nostro aiuto, ciò che accade, comprenderlo, e incamerarlo nella sua esperienza di vita</strong>.</p>
<p><strong>La maturità passa dalla visione complessa ed articolata del mondo.</strong></p>
<p>Una delle ragioni per cui ho pensato di destinare questo articolo a chi il film lo ha visto è&#8230; che svelo il finale: la visione iniziale per cui esistono ricordi luminosi e ricordi bui, viene superata da una più articolata, nella quale nel finale si scopre come ogni esperienza vede un compenetrarsi di vissuti diversi. Molto spesso questa semplice osservazione sfugge non solo nell&#8217;infanzia, ma anche a noi adulti nel momento in cui <strong>non cogliamo la complessità di alcune esperienze che viviamo, sentendone magari le conseguenze dentro di noi, ma non rendendocene conto</strong>.</p>
<p>Sono le volte nelle quali sentiamo qualcosa ma non capiamo cosa sia e perché, le situazioni nelle quali riusciamo ad etichettare un&#8217;emozione solo come “ansia”, o “stress”, o “male”&#8230; perché non cogliamo gli aspetti di preoccupazione, di rabbia, di dolore che questo porta con sé.</p>
<p>Per dirlo con le immagini del film, <strong>nella nostra mente la memoria delle nostre esperienze non è conservata in sferette monocrome, ma dentro sfere vive, multiformi, connesse e dialoganti tra loro</strong>.</p>
<p>Cogliere questo aspetto è ciò che porta spesso a superare nuclei dolorosi, permettendoci di trovare nuovi modi di affrontare l&#8217;esperienza, nella consapevolezza delle molteplici sfaccettature che essa comprende.</p>
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		<title>Tredici ragioni per vedere Tredici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 May 2017 22:29:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
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		<category><![CDATA[come relazionarsi con adolescenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel mare magno delle serie televisive, da qualche settimana un titolo si sta facendo largo guadagnando sempre più attenzioni di pubblico e critica: si tratta di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/tredici-ragioni-per-vedere-tredici/">Tredici ragioni per vedere Tredici</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt;">Nel mare magno delle serie televisive, da qualche settimana un titolo si sta facendo largo guadagnando sempre più attenzioni di pubblico e critica: si tratta di<strong> “Tredici”</strong>, o se si preferisce il titolo per esteso “Tredici ragioni per” (Thirteen reasons why).</span></h4>
<p style="text-align: justify;">La serie, prodotta e trasmessa da Netflix, narra le vicende che hanno portato al suicidio della diciassettenne Hannah Baker, che racconta la propria storia attraverso delle audio cassette su cui ha inciso le proprie&#8230; tredici ragioni che l&#8217;hanno portata ad uccidersi.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La serie è finita al centro di un ciclone di commenti</strong>: alcuni entusiastici, altri critici, ciascuno con la propria schiera di motivazioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Data la mia passione per le serie Tv e l&#8217;argomento specifico, ho deciso di guardarla con un doppio interesse: da spettatore e da psicologo che da anni lavora proprio a contatto con questi temi. <span style="font-size: 14pt;">Ho deciso quindi di condividere con voi alcune motivazioni per cui penso che valga la pena di essere vista, e mi è sembrato giusto (e forse non particolarmente originale) individuarne&#8230; Tredici!</span></p>
<p align="JUSTIFY">Un&#8217;ultima premessa: essendo l&#8217;articolo nelle mie intenzioni un invito alla visione <strong>non contiene anticipazioni (o spoiler, se preferite)</strong> oltre a quelle già scritte sopra, quindi, leggete tranquillamente senza il timore di rovinarvi la sorpresa&#8230;</p>
<ol>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Le serie Tv non sono più solo intrattenimento.</b></h4>
<p align="JUSTIFY"><strong>Se siete tra coloro che pensano ancora che “le serie tv sono solo telefilm un po&#8217; più lunghi”, è ora di aprire gli occhi</strong>. Sempre più serie stanno raggiungendo livelli di raffinatezza e ricercatezza stilistica degne di produzioni cinematografiche di primo livello, e Tredici è certamente uno dei prodotti meglio riusciti.</p>
<p align="JUSTIFY">Se nello sterminato panorama di titoli che affollano schermi e canali certamente molte proposte hanno scarso valore di approfondimento, altre hanno saputo sfruttare al meglio la specificità offerta da questo prodotto narrativo: unendo la fruibilità del video all&#8217;approfondimento di un racconto non condensabile in due ore. Tredici da questo punto di vista rappresenta certamente una serie che nasce con lo specifico obiettivo di far discutere, provocare un dibattito (vedi anche il punto 13), e riesce a farlo molto bene, introducendo molti temi e spunti sui quali interrogarsi.</p>
</li>
</ol>
<ol start="2">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>è una bella serie.</b></h4>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Un altro aspetto non clinico ma “televisivo” che mi permetto di rilevare rispetto a Tredici è l&#8217;ottimo impatto che la serie ha sullo spettatore</span>, catturando rapidamente l&#8217;attenzione e spingendo a divorare le puntate una dietro l&#8217;altra (e in questo, il fatto che su Netflix la visione sia on demand e non vincolata ad un palinsesto, spinge francamente alla bulimia televisiva). Il racconto è accattivante, mischiando efficacemente suspense e sviluppo della storia, da una parte spingendo a proseguire nella visione, dall&#8217;altra lasciando tempi per la riflessione su quanto visto.<span style="font-size: 14pt;"><b> </b>Sebbene Tredici non possa essere considerato un Thriller, spesso il sentimento generato nello spettatore è di quel tipo</span>.</p>
</li>
</ol>
<ol start="3">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Non è troppo lunga.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Chi conosce il mondo delle serie TV sa che talvolta gli autori si fanno prendere la mano con racconti-fiume che finiscono per perdersi e diluire il racconto in modo non sempre efficace. <span style="font-size: 14pt;">In Tredici invece i tempi individuati rappresentano a mio giudizio una buona sintesi per dire molto, dare diversi spunti, senza trascinare lo spettatore in un viaggio infinito.<b> </b></span>Questo può essere opportuno anche per chi desideri proporre una visione di questo tipo ad un gruppo di ragazzi, una classe, ecc.</p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>è autoconclusiva.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Virtù rara nel mondo filmografico attuale, in cui perfino al cinema è difficile trovare un film che non si incastri in prequel, sequel e tri/quadri/pentalogie varie&#8230; <span style="font-size: 14pt;">in questa storia ciò che viene aperto viene anche chiuso</span>. Il fatto che si vociferi su una possibile seconda stagione (comunque ancora tutta da confermare e costruire) non toglie il fatto che, volendo, chi lo desiderasse potrebbe benissimo fermarsi al tredicesimo episodio.</p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>è rispettosa dei temi che tratta: non eccede né concede.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Cominciamo ad entrare più nel vivo della questione: i temi trattati. Certamente gli autori di Tredici hanno deciso di confrontarsi con argomenti scottanti, rispetto ai quali il rischio di spettacolarizzazione o al contrario di eccessiva edulcorazione è frequente. In questo caso si può dire che il punto di equilibrio trovato sembra essere efficace e riuscito. <span style="font-size: 14pt;">Realismo e rispetto sono dosati sapientemente senza cedere né al voyeurismo né alla banalizzazione del dolore dei soggetti raccontati.<b> </b>Non mancano scene forti, è vero, al contempo va detto che, rispetto a quello che è il panorama medio attuale queste non spiccano certo né per frequenza, né per morbosità, e risultano strettamente connesse ad uno sviluppo narrativo intenso.</span></p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>è realistica. </b></h4>
<p align="JUSTIFY"><b></b>Sebbene ogni rappresentazione preveda sempre di una certa quota di semplificazione, il racconto fatto in Tredici sembra cogliere in modo abbastanza riuscito la complessità degli eventi e dei protagonisti, così come le sfaccettature diverse di ogni personaggio.</p>
<p align="JUSTIFY">Tredici non è Twin Peaks, sebbene alcuni abbiano accostato le due serie, accomunate dall&#8217;idea del male che si può nascondere dietro l&#8217;apparente normalità. In questa serie tuttavia l&#8217;intento degli autori non è intricare un mistero, ma dipanarlo, spiegarlo, entrare in un dramma per comprenderlo e mostrare le ragioni dall&#8217;interno.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Le tinte del racconto sono forti, drammatiche, ma nulla è frutto di fantasia o lasciato vago</strong>: anche gli episodi più drammatici, come la pianificazione del suicidio o gli eventi più dolorosi, non rappresentano un artificio narrativo forzoso, ma una realtà assolutamente possibile, come purtroppo racconta la cronaca recente e passata. <span style="font-size: 14pt;">Proprio il realismo di alcune scene, soprattutto quelle relative al suicidio mostrato esplicitamente nell&#8217;ultima puntata, hanno fruttato aspre critiche ai produttori (sebbene, a ben vedere, la stessa critica dovrebbe essere rivolta a molte altre serie che esibiscono violenza in modo molto più insensato e gratuito di questa&#8230;). Certamente alcune immagini sono forti, incisive: <strong>il mio consiglio è di non proporre la visione di questa serie a ragazzi di età inferiore ai 15-16 anni, e anche in questo caso, accompagnarla alla presenza di un adulto ed alla possibilità di un confronto aperto su ciò che viene mostrato</strong>.</span></p>
</li>
</ol>
<ol start="7">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di giovani e social network. </b></h4>
<p align="JUSTIFY">Dire che il mondo giovanile di oggi è totalmente diverso da come poteva essere 10 anni fa è talmente banale da risultare lapalissiano. La diffusione dei social network e smartphone nella popolazione sono un dato che ha inciso in modo determinante nella vita delle famiglie, dei rapporti tra le persone e tra le generazioni. Questo cambiamento non ha riguardato solo gli adolescenti, ovviamente, che però incarnano certamente una situazione assolutamente peculiare per il modo in cui questi strumenti sono entrati nella loro quotidianità.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Il rischio maggiore, per chi adolescente non è, è quello di vedere questo rapporto in modo improprio, non comprendendo il senso ed il ruolo che questa “realtà parallela” rappresenta nel mondo di un “nativo digitale”</strong>. Chiunque abbia pensato “invece che starsene sul cellulare, che esca con gli amici”, o “avrà finito di buttare via il tempo in quel maledetto telefono”, può aver modo di fare un piccolo viaggio nel mondo di un nativo digitale per scoprire una realtà del tutto estranea a chi è estraneo a questo mondo.</span></p>
</li>
</ol>
<ol start="8">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di adolescenti&#8230; e di adulti</b>.</h4>
<p align="JUSTIFY">Sebbene la serie sia stata definita un “teen drama”, l&#8217;adolescenza è soltanto una delle componenti in gioco nella storia. <span style="font-size: 14pt;">A differenza di altri film che fotografano solo questa fascia di età, con gli adulti che giocano il ruolo di conviventi indifferenti,<strong> in questa storia gli adulti sono protagonisti tanto quanto i ragazzi.</strong></span> Genitori, insegnanti e psicologo (sì, ce n&#8217;è anche per noi&#8230;) partecipano a quanto accade e vengono messi al centro della questione: osservare la loro evoluzione (o la loro immobilità) rappresenta a mio giudizio uno spunto interessante per chi volesse vedere la serie da questo punto di vista. <strong>Come adulti, in quale posizione di porremmo? In che modo affronteremmo una situazione simile?</strong></p>
</li>
</ol>
<ol start="9">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di famiglie. </b></h4>
<p align="JUSTIFY">Uno degli aspetti più interessanti trattati da Tredici a mio giudizio è offerto l&#8217;approfondimento dei rapporti familiari. Bisogna ammettere che, volendo analizzare con cura questo tema, verrebbe da fare un&#8217;inquietante riflessione: tra i casi presentati, il rapporto familiare più riuscito sembra essere quello della famiglia della ragazza suicida, forse l&#8217;unica ad avere una relazione aperta e schietta con i genitori. Forse questo rappresenta effettivamente una pecca della sceneggiatura: è davvero possibile che una ragazza con rapporti familiari così positivi commetta un atto del genere, programmandolo, senza cercare aiuto dai genitori?</p>
<p align="JUSTIFY">Questa considerazione non inficia comunque l&#8217;apprezzamento per un&#8217;analisi non banale dei rapporti familiari nelle molteplici forme che questi possono prendere, soprattutto di fronte alla difficile sfida del passaggio dei figli all&#8217;età adulta. <span style="font-size: 14pt;">La sfida che queste famiglie incarnano è ovviamente quella legata alla comparsa di esigenze nuove, da relazioni che diventano necessariamente più complesse e quindi a maggior rischio di conflittualità, e dalla necessità di ridefinire i legami nella nuova fase di vita.</span></p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di autolesionismo e suicidio.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">I temi certamente più scottanti della serie, che è stata anche attaccata da alcuni critici per il modo in cui questo verrebbe trattato e proposto come forma di vendetta, con timori di emulazione annessi. La critica può essere tutt&#8217;altro che infondata, se è vero che un effetto simile venne creato dall&#8217;uscita del libro “I dolori del giovane Werther”, in conseguenza del quale si registrò un aumento dei suicidi giovanili su base emulativa. Il fenomeno ebbe una rilevanza tale che da allora viene chiamato “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_Werther">Effetto Werther</a>” proprio l&#8217;influsso che film e libri possono avere sui comportamenti sociali.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Il tema tuttavia merita certamente di essere approfondito e dibattuto: l&#8217;autolesionismo (che non significa necessariamente tentato suicidio, ma che spesso vi è correlato almeno come fattore di rischio) è un comportamento attuato in modo sempre più frequente anche tra i giovanissimi.<strong> Credo che mettere in guardia genitori e adulti sulle forme di manifestazione del disagio sia un compito importante</strong>. Nel lavoro con scuole e famiglie ho incontrato la tendenza a nascondere o banalizzare forme di autolesionismo anche solo minacciato ma non realizzato come “modo per attirare l&#8217;attenzione”. Il rischio è concreto.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Se è vero che l&#8217;<strong>autolesionismo risulta oggi una forma di espressione del disagio molto più culturalmente accessibile che in passato, al contempo non sempre sono chiari</strong> (anche a chi lo pratica) <strong>i pericoli connessi con questi comportamenti</strong>, non solo perché “un graffio può andare male e finire in tragedia”, ma perché provoca una progressiva disinibizione verso condotte a rischio. Si rendono alcuni comportamenti sempre più possibili. Rendere gli adulti consapevoli di questo appare come un fattore di protezione importante.</p>
</li>
</ol>
<ol start="11">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di identità di genere. </b></h4>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">A molti potrà sembrare strano, ma <strong>esiste la possibilità di parlare di una sessualità diversa senza tratteggiarla automaticamente come un problema</strong>.</span> Nel nostro paese parlare di modelli familiari e orientamenti sessuali diversi da quelli tradizionali significa ancora andare a toccare un tema scottante per molti, ma la realtà attuale prevede forme di legame sempre più variegate e differenti, la maggior parte delle quali funzionali.</p>
<p align="JUSTIFY">In questo, rispetto al panorama italiano, una serie come Tredici (ma non è l&#8217;unica a proporre il tema con questo taglio) rappresenta certamente un&#8217;avanguardia. L&#8217;aspetto interessante è che questo argomento viene tematizzato senza essere posto al centro della questione: ciò offre la possibilità di discuterne (anche evidenziando oggettive difficoltà che può incontrare chi vive forme di relazione non tradizionali) senza per questo stigmatizzare il discorso e offrendo un&#8217;occasione di riflessione.</p>
</li>
</ol>
<ol start="12">
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Parla di violenza e responsabilità.</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Uno dei problemi quando si parla di temi come il bullismo o la violenza sociale, è che i casi a cui ci si riferisce sono sempre inevitabilmente estremi: aggressioni, omicidi, pestaggi, ecc. Un aspetto importante, invece, messo in luce dalla serie è quello che, citando forse in modo un po&#8217; azzardato, ma non improprio, Annah Arendt, potremmo definire <strong>“la banalità del male”</strong>: cioè quel male, <strong>quella violenza che viene messa in atto senza rendersene conto, minimizzandola, rendendola ordinaria, aggirando le proprie responsabilità.</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Nello svolgimento delle puntate, soprattutto nelle prime puntate, sono poche le azioni esplicitamente violente che incontriamo, <strong>mentre la maggior parte dei casi rientrano in una serie di “piccole cattiverie sottovalutate” nelle quali in fondo è facile riconoscersi</strong>, che non sembrano così straordinarie, le cui ripercussioni possono tuttavia essere enormi.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Ciò che la serie mette in luce, e bene, è che, come recita il vecchio motto: “se non sei parte della soluzione, sei parte del problema”, e il problema è proprio sentirsi responsabili di ciò che facciamo o verso ciò a cui assistiamo. Come già scritto, la serie è stata accusata di incitare al suicidio: un&#8217;accusa che trovo francamente ingiusta.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Lo spettatore non viene spinto a riflettere sull&#8217;opportunità del suicidio, ma sulla necessità di prendere una posizione attiva di fronte al male a cui si assiste</strong>: tredici persone avrebbero potuto fare la differenza, sarebbe bastato che uno solo di loro agisse diversamente per dare un finale diverso alla storia. Questa a me pare una sollecitazione importantissima, soprattutto in un&#8217;epoca in cui la quota di odio espressa contro gli altri raggiunge vette preoccupanti. Recuperare il senso di opporsi a questo atteggiamento per restituire un senso di vicinanza e solidarietà umana diventa una lezione necessaria per giovani e adulti.</span></p>
</li>
<li>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Tredici. Oltre i perché&#8230;</b></h4>
<p align="JUSTIFY">Un particolare che a molti è sfuggito, ma che ho trovato molto interessante è che, contemporaneamente alla serie “Tredici”, <strong>sia stato pubblicato un documentario dedicato ai temi sollevati</strong> realizzato dai produttori della serie, con considerazioni degli autori, registi, interpreti e psicologi e chiamato “Tredici – Oltre i perché”. Il fatto stesso che sia stato ritenuto opportuno un accompagnamento alla visione, o un approfondimento specifico per la serie, dimostra come l&#8217;idea stessa dei produttori fosse quella di offrire qualcosa che di più di un semplice intrattenimento, proponendo anche stimoli e riflessioni per approfondire in modo critico e non banale quanto messo in scena.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Personalmente ritengo che il commento realizzato dai registi e gli interpreti offra un&#8217;importante e specialissima occasione per riprendere i temi più forti e scioccanti della serie esorcizzando in parte l&#8217;impatto delle scene più crude e sentendosi coinvolti nella riflessione attraverso le voci e i volti che ci hanno accompagnato nel corso della storia, facilitando il confronto anche per chi teme magari di non trovare le parole per affrontare domande o dubbi nati dalla visione.</span></p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">Come si sarà inteso, ritengo che Tredici rappresenti sia una serie che meriti di essere vista e ragionata, per mostrare la possibilità di cambiare le cose a partire dalle scelte di ogni giorno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/tredici-ragioni-per-vedere-tredici/">Tredici ragioni per vedere Tredici</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>L&#8217;arte può essere terapeutica?</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/arte-terapeutica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 May 2017 11:30:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[benessere globale]]></category>
		<category><![CDATA[connessionismo]]></category>
		<category><![CDATA[film psicologici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un quadro, una canzone, uno spettacolo teatrale o un balletto possono trasmetterci un senso di benessere. È possibile parlare dell&#8217;arte come una forma di terapia? Vedere<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/arte-terapeutica/">L&#8217;arte può essere terapeutica?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4>Un quadro, una canzone, uno spettacolo teatrale o un balletto possono trasmetterci un senso di benessere. È possibile parlare dell&#8217;arte come una forma di terapia? Vedere un&#8217;opera artistica, fruire della bellezza può aiutarci a stare bene: ma come si spiega questo fenomeno?</h4>
<p align="JUSTIFY">La risposta a queste domande non è per nulla banale: l&#8217;effetto-benessere ottenuto attraverso l&#8217;arte, non solo come forma di espressione di se stessi, ma anche come fruizione di opere di altri è cosa nota, ma tutt&#8217;altro che facile da spiegare, soprattutto se intende la terapia come qualcosa di scientificamente provato.</p>
<p align="JUSTIFY">Certamente questa sensazione è molto comune, potremmo dire universale, non solo nella nostra cultura, ma in tutte quelle conosciute. Anzi: <strong>in molti casi arte e terapia si fondono in modo imprescindibile</strong>, come accade ad esempio in alcuni riti sciamanici nei quali l&#8217;uso della musica o della danza assumono un ruolo determinante nel compimento del rituale.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">È la nostra cultura, soprattutto negli ultimi decenni, ad aver iniziato ad intendere la terapia e la cura come interventi chimici o meccanici, trascurando molti trattamenti tradizionalmente adottati, oggi liquidati come semplici hobby, o diversivi.</span> L&#8217;arte rientra certamente tra questi.</p>
<p align="JUSTIFY">Come ho già avuto modo di ricordare altrove, già Aristotele vedeva nel teatro una potenzialità curativa verso lo spettatore: la catarsi, cioè la purificazione delle passioni attraverso la visione della tragedia, una purificazione dell&#8217;anima e del corpo allo stesso tempo.</p>
<p align="JUSTIFY">Che l&#8217;arte possa agire ed incidere nel nostro animo anche in modo potente è esperienza nota anche oggi: la sindrome di Stendhal, ad esempio, rappresenta forse il caso più evidente di questo fenomeno, con episodi dissociativi attivati dalla contemplazione di un&#8217;opera d&#8217;arte.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Ma come può un&#8217;opera d&#8217;arte generare questa sensazione?</h4>
<p align="JUSTIFY">La domanda, a mio parere tutt&#8217;altro che banale, è difficile sia da porsi che da risolvere. Se si assume un&#8217;ottica razionalista (occidentale, potremmo dire) dovremmo inerpicarci alla ricerca di reazioni neurologiche attivate dalla contemplazione di opere d&#8217;arte (cosa che difficilmente soddisferebbe la nostra curiosità).</p>
<p align="JUSTIFY">Se invece un&#8217;ottica olistica può offrirci strumenti più idonei a rispondere, personalmente trovo difficile riconoscermi in posizioni che talvolta ammiccano al misticismo, soprattutto se parliamo di un prodotto, come quello artistico, che può non aver nulla a che fare con la dimensione mistica.</p>
<p align="JUSTIFY">Una risposta interessante ed efficace è quella data da Bateson nella sua opera “Dove gli angeli esitano” (Adelphi, 1989), nel quale il noto antropologo si interroga sul valore che hanno per la mente fenomeni come la contemplazione della bellezza, la religiosità, il contatto con la natura&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Secondo Bateson ciò che rende terapeutiche queste attività è la loro “potenzialità connettiva”, cioè la capacità che hanno di metterci in connessione con altri e con il contesto intorno a noi.</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY">Questa capacità di riconnessione genera una sensazione di benessere perché permette di ri-equilibrarsi nel proprio contesto, trovare una nuova possibilità di connessione con ciò che ci circonda, diminuendo lo stato di tensione personale.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa ipotesi nasce dalla concezione della mente come “mente ecologica”, cioè comprendente un insieme di individui in un contesto: una visione diversa da quella abitualmente intesa, che fa coincidere la mente con il singolo soggetto. Se da una parte una visione come questa può essere lontana dalla concezione e dall&#8217;esperienza comune, al contempo riesce a spiegare efficacemente fenomeni come quello appena descritto, nei quali ciascuno sente di essere “più di se stesso”.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">L&#8217;arte in questo senso diventa un modo per interagire e connettersi non solo con l&#8217;artista, ma con la comunità che sentiamo condividere con noi quel particolare tipo di espressione artistica, nella quale entriamo a far parte fruendone a nostra volta.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Un&#8217;esperienza forse impossibile da spiegare in parole, ma profondamente percepibile nel cuore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/arte-terapeutica/">L&#8217;arte può essere terapeutica?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Coco: tre buone ragioni per vederlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jan 2018 14:41:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[cartoni animati]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[film psicologici]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Certamente molti di voi avranno già visto al cinema Coco, l&#8217;ultimo cartone animato targato Disney-Pixar. La storia narra le avventure di Miguel, un ragazzino messicano, attraverso<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/coco-tre-buone-ragioni-per-vederlo/">Coco: tre buone ragioni per vederlo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 align="JUSTIFY">Certamente molti di voi avranno già visto al cinema Coco, l&#8217;ultimo cartone animato targato Disney-Pixar.</h3>
<h4 align="JUSTIFY">La storia narra le avventure di Miguel, un ragazzino messicano, attraverso la città dei morti alla ricerca di un antenato che gli offra la sua benedizione per tornare tra i vivi, dalla sua famiglia.</h4>
<p align="JUSTIFY">Personalmente ho trovato questo film ricco di spunti interessanti che provo a riassumere con voi.</p>
<p align="JUSTIFY">Siccome vorrei offrire una riflessione valida sia a chi ha già visto il cartone animato, che per chi invece non lo ha ancora fatto, eviterò qualsiasi tipo di anticipazione, per cui tranquilli: non dovete temere spoiler.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli spunti proposti dal film possono essere diversi, tuttavia, per non dilungarmi troppo, ho pensato di soffermarmi su tre temi: il valore dei legami familiari, ricordo e memoria e infine il delicato tema della morte.</p>
<p align="JUSTIFY">Per quanto riguarda il tema familiare, esso compare, seppur nascosto, fin dal titolo del film: Coco.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Chi è Coco?</h3>
<h4 align="JUSTIFY">Non il protagonista, che infatti si chiama Miguel.</h4>
<p align="JUSTIFY"><strong>Coco è la sua bisnonna</strong>: una vecchina decrepita, paralizzata su una sedia a rotelle, indementita e confusa in una vecchiaia che scivola verso un&#8217;inevitabile fine. L&#8217;ambiente è messicano, ma potrebbe essere una qualsiasi famiglia di qualunque parte del mondo (se non fosse che abitualmente una persona nel suo stato nel nostro paese si troverebbe molto probabilmente in un ricovero&#8230;).</p>
<p align="JUSTIFY">La famiglia di Miguel è una famiglia-azienda che, come sempre succede in questi casi, è totalmente organizzata attorno all&#8217;attività che la sostiene: una calzoleria fondata dalla trisavola di Miguel, Imelda, che la trasmise poi alla nipote (nonna di Miguel) e con essa il timone della famiglia.</p>
<p align="JUSTIFY">Il marito di Imelda, padre di mama Coco, era un musicista che abbandonò la famiglia per seguire la sua passione e sparendo per sempre, cosa che non venne mai perdonata da Imelda (e dal resto della famiglia poi) che bandì per sempre ogni suo ricordo dalla casa familiare e con esso, qualsiasi cosa che possa avere a che fare con la musica.</p>
<p align="JUSTIFY">Chiunque abbia un figlio adolescente sa che nulla rende più eccitante una cosa che il suo divieto, ragion per cui Miguel, ragazzino sveglio e intraprendente, sviluppa una passione smodata per la musica, che coltiva di nascosto da tutti. La vicenda prende le mosse proprio dal momento in cui la nonna scopre la passione proibita del ragazzo e ne distrugge la chitarra.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">La situazione narrata non ha nulla di iperbolico o irrealistico, ma descrive invece un quadro molto comune soprattutto in famiglie con un forte senso di appartenenza e legame.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Un tipo di rapporto come questo, se da una parte offre sostegno e protezione, al contempo diventa soffocante nel momento in cui ostacola la possibilità del soggetto di esprimere se stesso, precludendo la possibilità di individuarsi e trovare la propria strada perché magari questa si scontra con un tabù familiare.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Il rifugio si trasforma in una prigione, e l&#8217;“amore” diventa il peggior vincolo perché “fatto a fin di bene”: ciascuno si sente tradito dall&#8217;altro, incompreso e solo.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Il tema è sviluppato molto bene, soprattutto nel rapporto tra Miguel e la trisavola Imelda: che inizialmente chiede al nipote la rinuncia alla sua passione, in un secondo tempo limita la richiesta all&#8217;amore della famiglia, ed infine libera il pronipote da qualsiasi vincolo, avendo compreso che è solo questo il tipo di rapporto in cui un legame può essere autentico: quando esso non è prescritto, ma scelto.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Il secondo tema dominante nel film è quello della memoria.</h3>
<p align="JUSTIFY">Il film, ambientato in un contesto ed un momento storico diverso dal nostro, presenta una situazione in cui la memoria permea la quotidianità, creando quasi un parallelismo tra passato ricordato e presente vissuto, tanto che la famiglia continua a mantenere regole e prassi solo perché queste sono state tramandate così.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Oggi il rapporto con la memoria e il ricordo è molto diverso, sia per ragioni “tecniche”</strong> (siamo meno abituati a ricordare per il ricorso a supporti tecnologici) <strong>che per ragioni socio-culturali</strong> per cui si è più proiettati sul presente e sul futuro, che non sul passato, cosa che porta ad un impoverimento delle memorie familiari.</p>
<p align="JUSTIFY">Certo, le nuove organizzazioni familiari, con nuclei ricomposti in vario modo, rendono a volte difficile delineare con chiarezza anche solo cosa si intenda con “famiglia”, tuttavia la perdita di memoria comune non vale solo per le famiglie, ma anche per la memoria sociale: sempre meno persone ricordano i nomi dei sette re di Roma, o cosa si festeggi il 4 novembre.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Come affronta il tema il film?</h4>
<p align="JUSTIFY">Intanto la storia avviene nel “dia de muertos”, cioè nel giorno dei morti, il 2 novembre: una ricorrenza sociale, e pone da subito l&#8217;attenzione su una figura “sullo sfondo”, la bisnonna Coco, cioè la memoria vivente (ormai quasi perduta) della famiglia. È tra le cose che rischiano di andare perdute con lei che si nascondono però anche gli elementi, i ricordi che possono salvare tutta la famiglia stessa, sbloccarla dall&#8217;empasse in cui è rimasta incastrata.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Al contempo i ricordi della nonna acquisiscono senso dentro la cornice della ritualità che connette tutti i membri della famiglia, ma anche ogni famiglia con le altre e con la società stessa.</span></p>
<p align="JUSTIFY">In questo senso potremmo pensare a quante volte capiti di scoprire come, proprio nei “saperi dimenticati”, si trovassero soluzioni più efficaci di quelle proposte dalla modernità a problemi comuni: un discorso che quindi vale tanto per la memoria familiare che per quella collettiva.</p>
<h3 align="JUSTIFY">L&#8217;ultimo tema trattato, quello della morte, merita di essere introdotto meglio.</h3>
<p align="JUSTIFY">Il film, effettivamente, da un certo punto di vista non parla della morte più di quanto non lo faccia “Ghostbuster”.</p>
<h4 align="JUSTIFY">In Coco non si vedono morti, ma “fantasmi”: il tema non è quindi trattato come distacco o perdita, quanto piuttosto come necessità di un rapporto con chi è defunto, non solo come puro ricordo, ma anche come nuova relazione con lui.</h4>
<p align="JUSTIFY">Non dico nulla di esoterico se affermo che “i nostri cari defunti vivono accanto a noi e dentro di noi”: l&#8217;elaborazione stessa del lutto consiste nella costruzione di una nuova possibilità di rapporto con una persona che non è più fisicamente con noi, ma che possiamo continuare a sentire presente nella nostra vita.</p>
<p align="JUSTIFY">Se la morte è il vero tabù della nostra società, al contempo costruzione di una relazione con familiare e amici defunti rimane una necessità indipendentemente dai tabù attuali.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;">Se la ritualità religiosa ha offerto per secoli un modo per mantenere questo rapporto, oggi a forme spirituali si vanno affiancando anche nuove e curiose modalità “tecnologiche”.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Pochi mesi fa, alla scomparsa di un amico, ho assistito a quello che mi è parso un vero e proprio “funerale social”: molti conoscenti hanno postato per settimane messaggi di addio e cordoglio sulla sua pagina Facebook, mentre altri hanno condiviso pubblicamente ricordi e immagini che lo riguardavano. Se da una parte espressioni di lutto di questo tipo possono apparire ad alcuni bizzarre, dall&#8217;altra stanno diventando sempre più comuni, e (a mio personale giudizio) non fanno che confermare il bisogno di una connessione con chi ci lascia che continuiamo a sentire necessario.</p>
<p align="JUSTIFY">Come ormai appare sempre più evidente,<span style="font-size: 14pt;"> i cartoni non rappresentano più un puro intrattenimento per bambini, diventando un&#8217;occasione per toccare temi anche molto profondi, forse resi più accessibili proprio da una narrazione più dolce e delicata</span>, quale appunto quella dell&#8217;animazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Personalmente ho trovato toccante la visione di Coco, che non posso che raccomandare a chiunque: grandi e piccoli, per lasciarsi toccare e conquistare dalla grande avventura di Miguel e nonna Coco.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/coco-tre-buone-ragioni-per-vederlo/">Coco: tre buone ragioni per vederlo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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