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	<title>problemi sessuali Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Aug 2024 08:11:05 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Viagra e conigli &#8211; I disturbi sessuali ed il loro trattamento psicologico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Oct 2014 14:12:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[eiaculazione precoce]]></category>
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		<category><![CDATA[terapia dei disturbi sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[terapia di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[vaginismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si dice che i conigli siano grandi copulatori. Personalmente non lo so, mi fido. Non ho mai avuto conigli e, sebbene una vecchia barzelletta dica che<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/disturbi-sessuali-trattamento-psicologico/">Viagra e conigli &#8211; I disturbi sessuali ed il loro trattamento psicologico</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si dice che i conigli siano grandi copulatori. Personalmente non lo so, mi fido.</p>
<p>Non ho mai avuto conigli e, sebbene una vecchia barzelletta dica che la differenza tra loro e noi umani sia legata al fatto che i conigli non possiedono una tv, ho ragione di credere che i reali motivi della differenza siano altri.</p>
<p>Una cosa è certa: per entrambi il sesso è un mezzo di riproduzione.</p>
<p>Un&#8217;altra cosa è altrettanto certa:<strong> per noi uomini è anche qualcosa di più.</strong></p>
<p>Sebbene molti condividano senza troppe obiezioni queste affermazioni tanto ovvie da sembrare scontate, nella realtà dei fatti la maggior parte delle persone sembrano dimenticare questo assunto fondamentale nel momento in cui iniziano a confrontarsi con i problemi della sessualità.</p>
<p>Facciamo un passo indietro.</p>
<p>I “problemi a letto” ci sono sempre stati e da sempre hanno rappresentato una <strong>ragione di sofferenza, vergogna e imbarazzo per il singolo, e trasformandosi purtroppo talvolta anche in violenza nella coppia</strong>: dall&#8217;eiaculazione precoce all&#8217;impotenza, dalla frigidità al vaginismo, il ventaglio delle problematiche connesse con la sfera sessuale è sempre stato <strong>coperto da pudore e vergogna</strong>, alimentando talvolta spirali negative.</p>
<p>Con il cambiamento culturale e dei costumi avvenuto nel ‘900 (certamente anche con il concorso delle idee sviluppate in alveo psicologico), il sesso è divenuto un argomento sempre più comune, accettato ed accessibile, passando dal tabù all&#8217;inflazione: posto al centro di argomenti, discussioni, articoli, corsi, ecc. è andato assumendo una rilevanza ed una centralità mai avuta in passato.</p>
<p><strong>Lo sdoganamento di una certa disinibizione ha senza dubbio giovato alle persone</strong>: la possibilità di conoscere in modo più articolato il mondo della sessualità ha ridotto la censura sociale nel parlare di quello che è poi un aspetto essenziale della vita di tutti. <strong>Al contempo la rilevanza assunta dalle questioni sessuali </strong>nella quotidianità di ciascuno, ha fatto sì che queste venissero investite di una portata ed un peso tale da <strong>arrivare a</strong> <strong>evidenziare e far percepire come critiche anche piccole defaillance, problematiche transitorie o situazionali</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parafrasando Gaber, potremmo dire che <strong>il mito della “sessualità obbligatoria” ha accresciuto il rischio di trasformare il piacere in performance</strong>, il rapporto sessuale in atto sessuale, il momento dell&#8217;amore in un banco di prova del proprio funzionamento, <strong>aprendo la strada alla paura della “sessualità difettosa”</strong>: è proprio per il bisogno di “curare il sesso rotto” che, come dicono le statistiche pubblicate dalle stesse case farmaceutiche, sempre più uomini under 40 e under 25 fanno ricorso all&#8217;acquisto di farmaci stimolanti, ansiolitici, ecc.</p>
<p>Se è vero che, differentemente dai conigli, per gli umani la relazione sessuale è un condensato di vissuti, sensazioni ed emozioni complesse, risulta essere perfettamente normale e comprensibile l’idea che incertezze, fatiche e ambivalenze possano esprimersi e tradursi in difficoltà sessuali (calo di desiderio, ansia da prestazione, ecc.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Non so se essere sollevato o preoccupato: pensavo di avere un problema fisico, e invece il medico mi ha detto che là sotto è tutto a posto&#8230; dovrei funzionare, e invece no… quindi eccomi qua” è una frase con cui frequentemente si aprono i colloqui con chi chiede aiuto per un problema sessuale, come se l&#8217;idea della causa fisica (quindi, è bene ricordarlo, spesso solo arginabile con farmaci dai vari effetti collaterali o necessitante interventi chirurgici) fosse più tranquillizzante di quella psicologica o relazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un primo passo che mi sembra importante fare, quando ricevo una persona che sperimenta un problema di questo tipo è prima di tutto <strong>andare oltre le definizioni cliniche</strong> con cui è stato etichettato il suo problema, <strong>ragionando insieme sugli aspetti peculiari e specifici della sua situazione</strong>: da quando succede, con chi, quando capita e quando no, come questo problema ha cambiato le cose, quali idee si è fatto, ecc.</p>
<p>Da qui comincia il <strong>lavoro di comprensione e superamento del problema</strong>, scoprendo magari che quello che si credeva essere il problema di uno solo riguarda invece questioni condivise dalla coppie, o che paure molto grandi possono essere scaturite da piccole cose, ed alimentate da fraintendimenti o malintesi.</p>
<p><strong>Accompagnando la coppia (o il soggetto) oltre il sintomo, dentro le loro relazioni</strong>.</p>
<p>Là dove osano gli umani.</p>
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		<title>Il pionierismo sessuale nella nuova terza età</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Feb 2015 21:36:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[frigidità]]></category>
		<category><![CDATA[impotenza]]></category>
		<category><![CDATA[intimità]]></category>
		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[sessualità]]></category>
		<category><![CDATA[terza età]]></category>
		<category><![CDATA[vita di coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sebbene siamo tutti d&#8217;accordo nel dire che l&#8217;amore non ha età, il consenso tende generalmente a ridursi sensibilmente se si parla&#8230; del sesso. Per quanto sdoganato in<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 align="JUSTIFY">Sebbene siamo tutti d&#8217;accordo nel dire che l&#8217;amore non ha età, il consenso tende generalmente a ridursi sensibilmente se si parla&#8230; del sesso.</h2>
<p align="JUSTIFY">Per quanto sdoganato in mille contesti, discorsi, varianti e sfumature cromatiche, <b>uno dei rari ambiti in cui pare sussistere ancora un imbarazzo in materia sessuale, è quando si prova a coniugarlo con la terza età.</b></p>
<p>È un dato evidente che gli ultra-sessantenni del terzo millennio abbiano poco a che spartire con i settantenni che sono stati i loro genitori: <b>palestra, teatro e viaggi non sono più una realtà appannaggio di solo rari “arzilli vecchietti”</b>, ma una consuetudine giustamente valorizzata ed incentivata dati i grandi benefici evidenziati da molte ricerche sulla qualità di vita. Stesso discorso per i social network, <a title="terza età e social network" href="www.leggo.it/news/italia/articolo/notizie/325978.shtml">la cui diffusione tra gli ultra-sessantacinquenni non è più una notizia</a> (alla faccia di una vecchia gag che ironizzava sul rapporto anziani-tecnologia).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">Malgrado ciò, l&#8217;idea di una vita sessuale attiva e felice oltre i 65 anni pare suonare ancora stonato per molti, come simpaticamente sintetizzava un paziente dicendomi “lei dottore penserà: cosa pretendi a 80 anni? Di essere ancora uno stallone? Eppure io, la mia compagna, ci tengo a renderla felice a letto!”</p>
<p align="JUSTIFY">Di fatto <b>i settantenni di oggi si trovano ad essere “pionieri”</b> in un ambito che fino a pochi anni fa era, per l&#8217;appunto, ignorato e censurato, ritrovandosi perciò a confrontarsi con la propria vita sessuale attuale senza conoscerne le peculiarità. <b>Questo può generare ansie, scoraggiamento e rinuncia anche dolorosa, soprattutto in coppie in cui i bisogni ed i sentimenti di un partner non collimino con quelli dell&#8217;altro.</b></p>
<p align="JUSTIFY">Per quanto un<a title="sessualità over 65" href="http://www.mediciantiaging.com/web/index.php?Itemid=64&amp;catid=28%3Apsicosessuologia&amp;id=35%3Asessualita-negli-over-65&amp;option=com_content&amp;view=article"> approfondimento delle componenti fisiologiche dell&#8217;argomento</a> sia fondamentale per una trattazione completa del discorso sia per quanto riguarda <a title="sessualità uomini over 65" href="http://www.mediciantiaging.com/web/index.php?Itemid=64&amp;catid=28%3Apsicosessuologia&amp;id=35%3Asessualita-negli-over-65&amp;option=com_content&amp;view=article">quanto accade negli uomini</a> che <a title="sessualità donne over 65" href="http://d.repubblica.it/argomenti/2011/11/16/news/vecchiaia_giovinezza_psicologia-662688/">nelle donne</a>, preferisco rimandare ad altri siti l&#8217;approfondimento di un versante del discorso che esula dalla mia formazione specifica, per descrivere piuttosto gli aspetti psicologici della questione, con la speranza che possa essere d&#8217;aiuto a rompere qualche tabù.</p>
<p align="JUSTIFY">Uno degli aspetti maggiormente sottolineati in questo ambito è il calo del desiderio sessuale nella seconda metà della vita. <b>Quando si parla di desiderio, tuttavia, è pressoché impossibile separare i vissuti personali dalle immagini sociali prevalenti</b>: data quindi la visione carica di ironia, disgusto e sospetto che si accompagnava all&#8217;idea di un anziano sessualmente attivo fino a qualche anno fa, risultava difficile che questo desiderio venisse vissuto senza disagio.</p>
<p align="JUSTIFY">Il superamento di questo stereotipo potrebbe quindi disegnare nuovi scenari, con <b>sempre più persone a proprio agio nel vivere questi desideri e sentimenti e quindi più disposti ad ammetterli</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Il principale vantaggio in termini psicologici è rappresentato dalla <b>drastica riduzione di problemi depressivi</b>: meno farmaci, maggior benessere fisico, maggiore indipendenza ed autonomia.</p>
<p align="JUSTIFY">Pensare ad una sessualità nella terza età <b>non può prescindere tuttavia da una consapevolezza delle peculiarità fisiologiche ma anche socio-relazionali (soprattutto per chi vive ancora una relazione di coppia) di questa fase della vita</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Pensare di traslare le abitudini della giovinezza nell&#8217;anzianità significa sposare un pensiero irrealistico, sostenuto magari col ricorso a farmaci e chirurgia (che, di fatto, sono soluzioni derivanti dall&#8217;idea che il sesso sia una cosa riservata a chi è giovane o almeno giovanile), ma sostanzialmente nascondendo la realtà. Questo a lungo termine finisce tuttavia col risultare controproducente, aumentando l&#8217;ansia per la paura che il bluff sia smascherato, facendo crollare ogni illusione.</p>
<p align="JUSTIFY">Per questo ho parlato di un “pionierismo sessuale” della nuova terza età: <b>superare lo stereotipo precedente è possibile solo passando all&#8217;ideazione di una sessualità nuova, inedita, consapevole&#8230; rivoluzionaria.</b></p>
<p align="JUSTIFY">Ma, d&#8217;altro canto, per chi ha fatto il &#8217;68 innovare non dovrebbe essere un problema&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">PS: Per chi volesse vedere un film sull&#8217;argomento, mi permetto di suggerire il non recentissimo, ma comunque molto bello <strong>&#8220;Tutto può succedere&#8221;</strong>, con Jack Nicholson e Diane Keaton.</p>
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		<title>Famolo strano &#8211; vita di coppia e trasgressione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2015 12:05:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[coppia moderna]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia della trasgressione]]></category>
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		<category><![CDATA[sessuologia]]></category>
		<category><![CDATA[terapia di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[trasgressione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vita di coppia e trasgressione possono andare d&#8217;accordo o si tratta di un incontro impossibile? Ha forse fatto meno rumore della rivoluzione sessuale degli anni &#8217;60,<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/famolo-strano-vita-di-coppia-e-trasgressione/">Famolo strano &#8211; vita di coppia e trasgressione</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Vita di coppia e trasgressione possono andare d&#8217;accordo o si tratta di un incontro impossibile?</h2>
<p style="text-align: justify;">Ha forse fatto meno rumore della rivoluzione sessuale degli anni &#8217;60, ma <strong>il cambiamento avvenuto negli ultimi anni nelle abitudini sessuali di milioni di persone anche grazie ad internet ha dato avvio a nuove modalità di vivere e concepire il sesso all&#8217;interno della vita personale e di coppia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;aumentata accessibilità di contenuti, contatti, gruppi, community dai gusti e tendenze più diverse ha fatto sì che <strong>molte prassi che fino a poco tempo fa erano ritenute limitate ad “una minoranza di soggetti bizzarri”, oggi siano seguite e praticate da molte più persone,</strong> che le percepiscono come una loro legittima peculiarità nel modo di vivere il sesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Che si condivida o meno questo approccio, non può non essere riconosciuta come un segno dei tempi la considerazione che un cliente mi riportava: “ho fallito un matrimonio e una convivenza prima di capire di essere scambista, adesso sento di aver raggiunto un equilibrio stabile&#8230; anche di coppia” (un equilibrio quantomeno allargato, viene da dire).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tuttavia, malgrado le dichiarazioni dei singoli generalmente comunichino soddisfazione ed appagamento per la nuova consapevolezza sessuale raggiunta, quando i discorsi si spostano sulla coppia, quando cioè questi stessi singoli incontrano una persona con cui desiderano stabilizzare il legame, non sempre l&#8217;appagamento trovato regge alla nuova situazione</strong>, generando nuove situazioni critiche e di scontro, profilando scenari inediti fino a poco tempo fa, proprio per il mutato atteggiamento sociale rispetto a determinate prassi o condotte sessuali.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto in parole povere, se fino a pochi anni fa una persona che fosse solita ricorrere a pratiche sadomasochiste (tanto per fare un esempio), poteva praticamente solo cercare un partner tra coloro che già frequentavano circoli e club di questo tipo, pena l&#8217;essere tacciato come “un depravato che doveva andare a farsi curare”, lo scenario attuale contempla molte più possibilità, tanto da richiedere alla coppia modalità più articolate e complesse di negoziazione della vita intima.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale <strong>passaggio può risultare tutt&#8217;altro che semplice e privo di problemi</strong>, poiché va a toccare una dimensione molto intima della persona, nella quale lo scarto tra ciò che si pensa e ciò che si prova  può essere molto ampio. Ciò significa che la questione non può essere risolta solo dicendo “facciamo come vuoi tu o come voglio io”, <strong>ma diventa necessario mettere in comune le reciproche visioni, alla ricerca di una nuova strada condivisa dalla coppia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo percorso, nell&#8217;esperienza di sempre più coppie, non si concretizza solo nelle prime fasi di costruzione del legame, ma prosegue anche dopo, soprattutto quando la relazione evolve verso una stabilità ed una progettualità più solida: con questo non mi riferisco necessariamente ad una progettualità familiare, dove ovviamente il discorso diventa più complesso, ma anche semplicemente per due partner che ufficializzano in qualche modo il loro legame.</p>
<p style="text-align: justify;">Se nelle prime fasi del rapporto il problema relativo a questo ambito riguarda infatti principalmente la messa in comune delle <strong>reciproche “particolarità sessuali”</strong>, con livelli più o meno ampi di condivisione in base al reciproco investimento dei partner, nelle fasi seguenti la questione della condivisione diventa sempre più centrale: cosa l&#8217;altro è disposto ad accettare? Cosa a condividere? A quale prezzo? Cosa viene invece sancito come inaccettabile, non condivisibile?</p>
<p style="text-align: justify;">Imbarazzi e reticenze nell&#8217;esplicitare le reciproche richieste diventano generatori di pericolosi non detti ed equilibri instabili che difficilmente si accomoderanno con il tempo, perché un partner partirà dal presupposto che sta sopportando sempre di più qualcosa che non gli sta bene (e che perciò è in credito con l&#8217;altro), mentre il secondo non avrà alcuna percezione di questa disparità di vissuti.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;<strong>esito di una mancata chiarezza in questo ambito genera frequentemente l&#8217;idea di aver subito una situazione nella quale ci si è sentiti usati</strong>, mentre l&#8217;altro percepisce di aver dato la possibilità al partner di vivere un&#8217;esperienza diversa, importante, intima, che, se condivisa, poteva magari perfino rafforzare la coppia: “mi sembrava che in quello che facevamo fossimo d&#8217;accordo, anzi che fossero proprio quelli i momenti nei quali eravamo più noi stessi”, era la risposta di un partner all&#8217;altro che gli rivelava il modo in cui aveva vissuto per quasi un anno le sue richieste sessuali.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente a queste coppie è necessario uno <strong>sforzo reciproco per riuscire a trovare un nuovo equilibrio ed una nuova modalità di condivisione della propria intimità</strong>: un impegno nell&#8217;ascolto reciproco, ma anche nell&#8217;espressione chiara di quelli che sono i propri vissuti, bisogni e richieste, evitando ricatti espliciti o impliciti che rischierebbero soltanto di attivare un pericoloso effetto boomerang sulla coppia stessa, per cui una scelta non viene fatta perché condivisa, ma sull&#8217;onda di un&#8217;emozione o un ricatto morale.</p>
<p style="text-align: justify;">È vero che questa sfida e questo impegno è quello alla base di ogni esperienza di coppia: trovare una nuova modalità di vivere gli aspetti salienti della propria vita secondo modalità condivise.</p>
<p style="text-align: justify;">La difficoltà specifica legata a questo ambito può essere legata all&#8217;intimità della tematica ed alla facile comparsa sulla scena di giudizi vissuti come più taglienti, pericolosi (quelli più frequenti: “è un/una bacchettone/a – è un/una pervertito/a”).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il percorso che la coppia è chiamata a fare (eventualmente in un contesto terapeutico) passa dalla comprensione del significato che per ciascuno hanno le richieste proprie e dell&#8217;altro, per poter costruire assieme uno spazio intimo sicuro, appagante e condiviso.</strong></p>
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		<title>Il corpo che parla: i problemi psicosomatici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jan 2016 15:55:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[dermatite]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania]]></category>
		<category><![CDATA[fibromialgia]]></category>
		<category><![CDATA[frigidità]]></category>
		<category><![CDATA[impotenza]]></category>
		<category><![CDATA[problemi psicosomatici]]></category>
		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dolori muscolari, emicranie, ulcere, dermatiti&#8230; l&#8217;elenco dei problemi psicosomatici che possono essere sperimentati è vastissimo e multiforme. Molto spesso però riuscire a capire che dietro a<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/problemi-psicosomatici/">Il corpo che parla: i problemi psicosomatici</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 align="JUSTIFY">Dolori muscolari, emicranie, ulcere, dermatiti&#8230; l&#8217;elenco dei problemi psicosomatici che possono essere sperimentati è vastissimo e multiforme.</h2>
<p align="JUSTIFY">Molto spesso però riuscire a capire che dietro a un problema fisico ci sono ragioni psicologiche può essere difficile, soprattutto per ragioni culturali.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>L&#8217;idea che il corpo sia qualcosa di diverso e separato dalla mente è estremamente radicata e diffusa</strong> (almeno nella nostra cultura) malgrado moltissime esperienze quotidiane ci dimostrino il contrario: a tutti sarà capitato di sentirsi più irritabili per un mal di denti, o di accorgersi che in un momento di maggiore tristezza o preoccupazione si era più vulnerabili a piccoli malanni come influenza o herpes&#8230; tante situazioni in cui cioè mente e corpo dimostrano di influenzarsi a vicenda.</p>
<p align="JUSTIFY">Chi ha una dermatite o un problema di emicrania non va dallo psicologo: l&#8217;idea è <strong>problema fisico = soluzione medica</strong>, qualsiasi altra opzione sarebbe vista al pari che andare da uno stregone o da un cartomante.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>È solo quando tutti gli esami clinici del caso hanno dato esito negativo (spesso malgrado le analisi ripetute in centri sempre più specializzati) che si giunge con disperazione e scetticismo dallo psicologo</strong>, e spesso più per indicazione del medico stesso che non per una reale fiducia in questa “ultima spiaggia”.</p>
<p align="JUSTIFY">“Ho fatto tutti gli esami del caso ma non è emerso niente. Alla fine il medico mi ha detto che allora deve essere un problema di stress, e di provare a venire da lei” è la frase di rito.</p>
<p align="JUSTIFY">Preciso che naturalmente ritengo assolutamente ovvia e comprensibile la scelta di chi ricorre alla medicina in prima battuta:<strong> la questione non è infatti medicina o psicologia</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Ciò che mi interessa sottolineare è l&#8217;<strong>interazione continua che esiste tra corpo e mente</strong>, che sarebbe molto più opportuno guardare come un tutt&#8217;uno, come facce diverse di uno stesso dado, più che come parti diverse e scomponibili.</p>
<p align="JUSTIFY">Il nostro corpo trema quando abbiamo paura, si piega nella tristezza e si tonifica nella gioia:<strong> il corpo parla delle nostre emozioni e dei nostri vissuti</strong> spesso in modo molto più esplicito di quanto pensiamo o sentiamo. Si dice che gli animali sentano le nostre emozioni: esclusa l&#8217;ipotesi della telepatia, la spiegazione è perché riescono a leggere le reazioni fisiche ai nostri stati emotivi meglio di quanto riusciamo a fare noi stessi, per il semplice motivo che sono più abituati e capaci di farlo.</p>
<h3 align="JUSTIFY"><strong>Ma come si arriva da questo alla nascita di un problema psicosomatico cronico, quali quelli descritti sopra?</strong></h3>
<p align="JUSTIFY">Da una parte vale la regola della goccia d&#8217;acqua che scava la roccia: tante piccole sollecitazioni ripetute continuamente sullo stesso punto finiscono per indebolirlo e dare risultati insospettabili, così <strong>uno stress mentale o emotivo possono finire per incidere e trovare una via di sfogo nei nostri punti di vulnerabilità fisica.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Altre volte <strong>alcune parti del nostro corpo finiscono per indebolirsi per il valore relazionale, simbolico o funzionale che possono avere</strong>: chi è portato a “farsi carico” di tante responsabilità e impegni è possibile che soffra di problemi alle spalle o alla cervicale, così come molte problematiche sessuali affondano le radici nelle difficoltà della persona a relazionarsi in modo intimo con gli altri.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;esperienza terapeutica con i problemi psicosomatici è tale per cui ogni volta che si inizia a “leggere il problema” dal nuovo punto di vista, si apre sempre una panoramica nuova che svela il messaggio mandato dal corpo che parla.</p>
<p align="JUSTIFY">È chiaro che non tutti i problemi fisici hanno una matrice psicologica (ed anche per questo la via medica non può mai essere tralasciata a favore di un&#8217;altra), né l&#8217;obiettivo è quello di stabilire quali e quanti ce l&#8217;abbiano.</p>
<p align="JUSTIFY">Quello che penso essere importante è aprire una via, una possibilità di visione diversa, e quindi di pensiero nuovo: <strong>il nostro corpo ci parla, ci ricorda che soffre, gioisce e vive con noi.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Imparare ad ascoltarlo significa permetterci di stare meglio con ciò che abbiamo dentro e fuori di noi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/problemi-psicosomatici/">Il corpo che parla: i problemi psicosomatici</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Quelli che non riescono a lasciare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jan 2016 16:56:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza affettiva]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[problemi relazionali]]></category>
		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[soffrire per amore]]></category>
		<category><![CDATA[stalking]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti quanti sognano sin da piccoli di trovare “la persona giusta”: i più fortunati la trovano, gli altri si accontentano. E poi ci sono quelli che<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/dipendenza-affettiva/">Quelli che non riescono a lasciare</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti quanti sognano sin da piccoli di trovare “la persona giusta”: i più fortunati la trovano, gli altri si accontentano. E poi ci sono quelli che sanno benissimo che la persona che hanno trovato non è quella giusta, ma non riescono a staccarsi da lei.</p>
<p>Alcuni chiamano questa condizione “dipendenza affettiva”, altri “masochismo erogeno”, altri ancora “amore malato”, ma la sostanza è sempre quella: ci si trova incastrati in una relazione che genera sofferenza e malessere, si comprende che non è la persona giusta, ma non si riesce ad uscirne.</p>
<p>Ho già avuto modo in passato di parlare delle cosiddette nuove dipendenze, una delle quali sarebbe appunto la dipendenza affettiva. Questo tipo specifico di problema rappresenterebbe tuttavia una specifica eccezione all&#8217;interno di questo gruppo, perché ciò di cui non si riuscirebbe a fare a meno non è una cosa o un comportamento, ma una persona.</p>
<p><b>Ma come si distingue una dipendenza affettiva?</b></p>
<p>Un primo aspetto essenziale è legato alla qualità del rapporto: la relazione non è serena, non fa star bene, diventando anzi un ostacolo alla realizzazione del soggetto in altri ambiti (lavoro, studio, amicizie, …). Malgrado questa mancanza di benessere e serenità, però chi sperimenta una dipendenza affettiva sente di non poter fare a meno di questo specifico rapporto, che viene continuamente cercato, talvolta anche con comportamenti eccessivamente invasivi e persecutori.</p>
<p>Un&#8217;altra caratteristica rilevante è la mancanza di simmetria nel rapporto: il bisogno di vicinanza da parte di uno dei due non corrisponde al sentimento dell&#8217;altro. La combinazione di questi fattori genera frequentemente un&#8217;escalation simmetrica: uno diventa sempre più fuggitivo, l&#8217;altro sempre più “inseguente”.</p>
<p>Questo porta ad avvicinare <b>dipendenza affettiva e stalking: esistono punti di contatto o sono problemi diversi?</b></p>
<p>Generalmente si pensa alla dipendenza affettiva come ad una problematica prevalentemente femminile (la donna che non riesce a lasciare l&#8217;uomo indifferente), mentre lo stalking come una problematica che riguarda soprattutto uomini (che non accettano la fine di una relazione con la compagna). La mia esperienza e la mia impressione è che i punti di contatto tra queste due condizioni siano molto maggiori delle differenze, che spesso possano essere ricondotte a fattori circostanziali (come la reazione del partner indipendente alle pressioni del richiedente) e, in secondo ordine, anche ad una certa influenza di fattori culturali legati alle modalità relazionali maschile e femminile.</p>
<p>Lo stalker è sempre qualcuno che non riesce ad accettare la chiusura di una relazione o la presa di distanza da parte di un&#8217;altra persona: in questo caso la frustrazione del proprio bisogno porta ad una ricerca spasmodica dell&#8217;altro (cosa che nella dipendenza affettiva pura è possibile ma non necessaria) attraverso modalità sempre più invasive e fastidiose, che possono arrivare ad assumere anche proporzioni violanti la privacy e la libertà dell&#8217;altro.</p>
<p><b>Ma che cosa fa in modo che una persona sviluppi una forma di dipendenza affettiva?</b> Che cosa fa in modo da non riuscire a liberarsi di una relazione che, ripetiamo, non è mai connotata da serenità e felicità, ma da sofferenza, magari anche solo legata al reiterato rifiuto dell&#8217;altro di assecondare le nostre richieste?</p>
<p>In breve possiamo riconoscere tre forme di pensiero tipico che incastrano il dipendente affettivo:</p>
<ul>
<li>“<b>senza l&#8217;altro, non ce la posso fare”</b>: la presenza dell&#8217;altro e la sua vicinanza vengono visti come condizioni necessarie per la sopravvivenza stessa e la felicità personale;</li>
</ul>
<ul>
<li>“<b>se ho sopportato fin qui, non mollerò adesso”</b>: le sofferenze e i tentativi compiuti finora giustificano quelli che saranno fatti in seguito. Ciò significa che più una persona ha fatto, e più farà, perché sente che mollare significherebbe perdere tutto l&#8217;investimento fatto.</li>
<li>“<b>lui/lei cambierà per amore mio/potrò cambiarla/o con il mio amore”</b>: esiste un&#8217;aspettativa magica e irrealistica, che l&#8217;altro a un certo punto vedrà nella nostra insistenza il nostro amore e che quindi passerà dal rifiutare al corrispondere i nostri sentimenti.</li>
</ul>
<p>Se questi sono, per sommi capi, gli elementi salienti di una forma di pensiero che costruisce ed alimenta la dipendenza affettiva, è chiaro che il percorso personale che porta a questo stato di cose appare meno facilmente definibile in termini generali, ma comprensibile solo in relazione al caso specifico.</p>
<p>Certamente la premessa fondamentale che pone le basi per un superamento del problema parte dal riconoscimento della dipendenza affettiva stessa: rendersi conto di essere in una condizione di incapacità di uscire da un rapporto e riconoscersi in quanto sopra descritto è il primo passo necessario per avviare il cambiamento.</p>
<p><b>Chi vive una condizione di dipendenza affettiva è il primo prigioniero di se stesso</b>: se l&#8217;altro può sentirsi perseguitato ma al contempo ha spesso anche la possibilità di prendere comunque le distanze, questa mossa di indipendenza non è possibile a chi vive nell&#8217;ossessione di un&#8217;altra persona.</p>
<p><b>Riuscire a rompere questa catena non significa quindi tanto o solo imparare a lasciare, ma prima di tutto imparare a essere liberi.</b></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/dipendenza-affettiva/">Quelli che non riescono a lasciare</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Psy&#8230;chi? &#8211; Guida minima ai professionisti della Psiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jun 2016 08:16:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[neuropsichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[problemi psicologici]]></category>
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		<category><![CDATA[psichiatra]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Psicologo, psichiatra, psicoterapeuta, psicomotricista, counselor, educatori, life coach e chi più ne ha più ne metta. Il catalogo delle figure che si occupano del mondo<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<h2 align="JUSTIFY"><strong>Psicologo, psichiatra, psicoterapeuta, psicomotricista, counselor, educatori, life coach</strong> e chi più ne ha più ne metta.</h2>
<p align="JUSTIFY">Il catalogo delle figure che si occupano del mondo psicologico è particolarmente affollato e molto spesso alquanto confuso per chi ci si affaccia alla ricerca di un aiuto.</p>
<h3 align="JUSTIFY"><strong>Ma quali sono le differenze tra psicologo e psichiatra? O tra psicologo e psicoterapeuta?</strong></h3>
<p align="JUSTIFY"><strong>Come orientarsi? Come capire chi o cosa stiamo cercando per orientare la nostra scelta?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Ecco alcune minime ma essenziali nozioni da sapere per operare una discriminazione consapevole della scelta.</p>
<p align="JUSTIFY">Precisiamo subito: sacerdoti, santoni, veggenti, guide spirituali, massaggiatori, parrucchieri sensibili e amici sensibili potranno essere di grande aiuto per qualcuno, ma <strong>non possono essere in nessun modo considerati professionisti di questo ambito</strong>, nemmeno se molto capaci di far star bene la persona. Ciò non toglie, naturalmente che ciascuno sia libero di confidarsi con chi vuole, fin tanto che sente che la cosa lo fa star bene.</p>
<p align="JUSTIFY">È chiaro che però <strong>la gestione improvvida di alcune situazioni potrebbe determinare il peggioramento del quadro clinico, compromettendo le possibilità di risoluzione del problema</strong>, quindi&#8230; valutate con attenzione la persona a cui vi affidate.</p>
<p align="JUSTIFY">Detto questo, sfogliamo il catalogo di opzioni.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Psichiatra</b>: lo psichiatra è un medico che, presa la laurea in medicina e chirurgia ha scelto di specializzarsi in psichiatria (non neurologia, che è un&#8217;altra cosa ancora&#8230;), ovvero quel ramo della medicina che si occupa dei disturbi della salute mentale. Se la storia lontana della psichiatria parla di manicomi ed elettro-shock, la storia recente ha rivisto radicalmente le modalità di cura, affidandosi principalmente a terapie farmacologiche e interventi sociali, ma non sono pochi gli psichiatri che vedono nella “cura della parola” una componente fondamentale del loro lavoro, nella consapevolezza (sulla quale ormai non esistono particolari dubbi) che se il farmaco può aiutare a contrastare il sintomo (come e quanto resta però spesso da valutare), nulla può contro le cause psicologiche, emotive e relazionali che lo determinano.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Neuropsichiatra</b>: vale il medesimo discorso fatto per lo psichiatra, ma la specializzazione è la neuropsichiatria infantile, e l&#8217;ambito di intervento è principalmente l&#8217;età evolutiva (infanzia e adolescenza).</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Psicologo</b>: è un laureato in psicologia abilitato alla professione tramite un esame di stato che ne certifica la preparazione. Sono molte le branche di applicazione della psicologia: dal marketing al lavoro, dalla comunicazione alla scuola, ecc. Gli psicologi che si occupano del disagio psicologico nelle sue varie forme sono gli psicologi clinici.</p>
<p align="JUSTIFY">Il lavoro dello psicologo può essere effettuato solo attraverso l&#8217;uso del colloquio o tecniche comportamentali, al fine di poter arrivare ad una diagnosi del problema e un intervento sul problema. Sebbene sia convinzione comune che la via psicologica alla risoluzione dei sintomi sia lunga e tortuosa, esistono oggi approcci centrati sul sintomo che, almeno per alcuni quadri sintomatici, tempi di risoluzione vicini a quelli ottenuti dagli interventi farmacologici.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Psicoterapeuta</b>: viene definito psicoterapeuta un medico (non psichiatra) o uno psicologo che abbia effettuato una scuola di psicoterapia e conseguito una abilitazione specifica alla terapia. Le facoltà di psichiatria e neuropsichiatria danno automaticamente la qualifica di psicoterapeuta anche senza effettuare una scuola ad hoc (sebbene poi molti scelgano comunque di frequentarla).</p>
<p align="JUSTIFY">Esistono diverse forme di psicoterapia che, basandosi su approcci teorici differenti, ricorrono a modalità di intervento e di impostazione della relazione anche molto diverse tra loro.</p>
<p align="JUSTIFY">Volendo essere breve, non posso trattare qui le differenze tra le diverse scuole e approcci teorici. Certamente la possibilità oggi offerta di vagliare diversi terapeuti grazie a siti e blog può offrire un assaggio preliminare dello stile terapeutico della persona che si va a incontrare e, magari, fornire alcune indicazioni dell&#8217;approccio seguito (sebbene molto spesso dall&#8217;esterno sia effettivamente difficile operare una valutazione clinica pienamente consapevole&#8230;)</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Sessuologo, adolescentologo, psicodiagnosta, ecc.</strong>: viene definito in questo modo uno psicologo o un medico che ha effettuato un corso post laurea di specializzazione in uno specifico ambito, che gli offre una maggiore preparazione in quello specifico problema.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Queste sono le figure professionali autorizzate e qualificate ad effettuare un intervento su un disagio psicologico</strong>. Altre figure mediche generalmente consultate in questi casi (medico di base, cardiologo e neurologo) spesso offrono comunque un aiuto farmacologico ma, salvo coloro che hanno effettuato appunto una scuola di psicoterapia, non possono offrire un aiuto dal punto di vista della comprensione delle cause del problema, garantendo solo una soluzione-tampone.</p>
<p align="JUSTIFY">Accanto a questi professionisti esiste <strong>un ventaglio di figure qualificate ad interventi di accompagnamento e supporto</strong> ma che in certi casi possono rappresentare anche il canale principale di intervento.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Educatore professionale</b>: se in passato il titolo era ottenibile con corsi certificati, da diversi anni per ottenere il titolo di educatore è necessaria la laurea in scienze dell&#8217;educazione. Questo tipo di figura offre generalmente un tipo di aiuto “concreto”, accompagnando direttamente la persona attraverso la sua quotidianità, offrendo un aiuto, un sostegno e spesso una guida in problemi ordinari. Proprio per il tipo di lavoro svolto, questo tipo di figura non opera in uno studio suo, ma nei contesti di vita della persona: casa, scuola, lavoro, tempo libero, affiancando il “paziente”, la famiglia o il gruppo.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Psicomotricista</b>: è una persona con diploma superiore che segue un corso di abilitazione alla psicomotricità, iscritta ad un albo professionale. La psicomotricità è una disciplina che lavora su alcune funzioni psicologiche (tensione-rilassamento, ritmo-pausa, ecc.) attraverso il canale corporeo e il movimento, utile soprattutto in età evolutiva o in alcune sindromi cliniche che impediscono il lavoro “con la parola”. Richiede un ambiente con materiale specifico per poter essere svolta.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Counselor</b>: è una persona con un diploma superiore che ha conseguito poi un attestato in counselling. Il suo intervento è finalizzato ad aiutare la persona ad aumentare il proprio livello di consapevolezza delle proprie difficoltà e risorse, svolgendo un ruolo di prevenzione del disagio o di accompagnamento ad una consapevolezza di un disagio. Non può però effettuare interventi terapeutici o usare strumenti propri dell&#8217;intervento psicologico.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Life Coach</b>: anche in questo caso si parla di un titolo ottenuto tramite un attestato. Il tipo di intervento fatto da un coach è soprattutto un intervento di sostegno e di incentivo motivazionale, per aiutare singoli o gruppi ad affrontare momenti di empasse o di particolare impegno. Anche in questo caso, ovviamente, non è possibile svolgere interventi clinici o usare strumenti propri dell&#8217;intervento psicologico.</p>
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		<title>LoveOnline &#8211; Quando l&#8217;amore nasce in rete</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jan 2017 15:03:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[4 - Altro]]></category>
		<category><![CDATA[conoscersi in rete]]></category>
		<category><![CDATA[coppia online]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[timidezza]]></category>
		<category><![CDATA[vita di coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli USA un terzo delle coppie nasce in rete, attraverso social e siti dedicati. In Italia, seppure le percentuali siano inferiori, il trend vede aumentare in<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/coppia-online/">LoveOnline &#8211; Quando l&#8217;amore nasce in rete</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Negli USA un terzo delle coppie nasce in rete, attraverso social e siti dedicati. In Italia, seppure le percentuali siano inferiori, il trend vede aumentare in modo considerevole il numero di relazioni iniziate on line.</p>
<p style="text-align: justify;">A lungo guardate con pregiudizio e sospetto i siti di incontri e i servizi dedicati all&#8217;on-line dating stanno diventando una realtà sempre più importante nel creare occasioni di conoscenza e incontro, sostituendo il vecchio corteggiamento con forme nuove.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Come funzionano le coppie che nascono in rete? Sono simili o diverse dalle coppie che nascono da rapporti off-line?</h3>
<p style="text-align: justify;">Molti hanno la convinzione che un rapporto filtrato dalla rete porti con sé una quota di artificio che inquina il rapporto, rendendo la relazione in qualche modo a rischio.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la cosa può essere vera per un certo tipo di utenza, al contrario bisogna ammettere che questo tipo di rischio appare più strumentale che reale, dato che anche il caro vecchio abbordaggio poteva prevedere falsificazioni della realtà tali da diventare leggendarie poi tra amici e conoscenti.</p>
<p style="text-align: justify;">La vera differenza tra la precedente modalità e quella attuale consiste principalmente nel modo di approccio: non più fisico, appunto, ma virtuale. Un virtuale che però cerca di coinvolgere sempre di più il piano corporeo, se è vero che video, foto, emoticon e quant&#8217;altro vanno integrando sempre di più la tradizionale modalità di chat.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sempre maggiore quantità di studi che hanno cercato di comprendere questo fenomeno hanno ormai confermato che la <strong>qualità del rapporto delle coppie nate in rete non è diversa da quella delle coppie nate di persona, anzi, in alcuni casi parrebbe perfino migliore</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie (o per colpa) dell&#8217;<strong>“effetto disinibizione”</strong>, cioè quella tendenza a porsi minori filtri quando si opera on-line rispetto a quando si interagisce fisicamente,<strong> le persone riescono ad aprirsi più facilmente, ad entrare più rapidamente in intimità, aprendo spazi di conoscenza e confronto che sarebbe stato più difficile creare in contesto “fisico”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Al contempo la maggiore fluidità delle relazioni online nelle battute iniziali, rende più facile la chiusura di rapporti che si percepiscono già dall&#8217;inizio non soddisfacenti, riducendo il rischio di trascinamenti del rapporto, che diventano sempre più difficili da interrompere.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Tutto bene quindi? Conoscere un partner online è un metodo più sicuro?</h3>
<p style="text-align: justify;">Certamente no, ogni medaglia ha più facce.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la relazione può nascere in un mondo virtuale, prima o poi deve diventare fisica, e in questo senso il problema inizialmente arginato potrebbe subentrare in un secondo momento come determinante. La questione in questi casi non sarebbe tanto se l&#8217;altro ci piace o meno (cosa che verrebbe già chiarita dalle prime battute virtuali) quanto l&#8217;eventuale distanza tra i partner, o l&#8217;insorgere di altre problematiche ambientali o personali inizialmente non evidenti ma ora palesi.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo caso, <strong>l&#8217;eventuale intimità raggiunta online finirebbe per essere paradossalmente un boomerang, perché di ostacolo ad una rottura che però una delle due persone sente necessaria.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per questo motivo, anche nei rapporti nati in rete, <strong>la rapidità di passare poi ad un incontro di persona diventa fondamentale</strong>: siti, social e chat possono fungere da canale di incontro, ma non rimanere a lungo il contesto di vita della relazione, che deve passare al versante personale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche dal punto di vista emotivo inoltre si rileva una sostanziale differenza: è innegabile che l&#8217;approccio personale chiedesse una maggiore “faccia tosta”, ed una capacità di gestione dell&#8217;ansia e della relazione oggi non più necessaria, ad esempio, per un approccio su Tinder, nel quale il rischio di frustrazione è praticamente nullo.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo porta ad <strong>evitare di mettersi in gioco in un ambito che rappresenta da sempre un&#8217;importante palestra personale e sociale</strong>, acquisendo quindi un crescente senso di autoefficacia. Certo l&#8217;altra faccia della medaglia era che chi vedeva prevalere l&#8217;imbarazzo anche in questo ambito, si trovava ulteriormente ostacolato dalla propria difficoltà.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso è paradigmatico come uno dei limiti riscontrati per alcuni “online lovers” sia il rischio di <strong>rimanere incastrati nella dimensione virtuale</strong>, dove idealizzazione ed illusione possono ovviamente essere mantenute più a lungo, <strong>finendo per preferire questa modalità alla realtà</strong>. <strong>Questo può portare a tradimenti online con altre relazioni parallele</strong>, che possono ovviamente puntare su un alto indice di idealizzazione e un basso fattore di rischio di svalutazione, proprio perché virtuali.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;<strong>idealizzazione</strong> dell&#8217;altro è infatti un rischio molto elevato quando il contatto è molto filtrato, come in rete, e in questi casi la disillusione al passaggio nella vita reale può portare a facili crolli dell&#8217;immagine costruita inizialmente e la ricerca di altri partner ugualmente ideali.</p>
<p style="text-align: justify;">La sfida in questi casi diventa riuscire a resistere alla disillusione mettendosi in gioco con impegno in un rapporto con qualcuno che ci ha mostrato una parte di sé comunque vera, per quanto parziale. Riuscire a trovare una nuova modalità di incontro ed accettazione reciproca è la scommessa da affrontare.</p>
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		<title>Esistono casi incurabili?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Mar 2017 13:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[attacchi di panico]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[domande psicologiche]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[problemi emotivi]]></category>
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		<category><![CDATA[scatti di rabbia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Esistono casi incurabili? È possibile che il mio problema non abbia soluzione?” Oggi prendo spunto da una domanda che moltissime volte mi è stata fatta da<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/esistono-casi-incurabili/">Esistono casi incurabili?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium" src="http://www.jungitalia.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/09/Risolvere-problemi-superare-370x246.jpg" alt="esistono casi incurabili" width="370" height="246" />“Esistono casi incurabili? È possibile che il mio problema non abbia soluzione?”</h3>
<p align="JUSTIFY">Oggi prendo spunto da una domanda che moltissime volte mi è stata fatta da pazienti nuovi e vecchi, spaventati dalla difficoltà di superare un problema che li attanaglia, o dalla ricomparsa di difficoltà che pensavano superate.</p>
<p align="JUSTIFY">Il quesito è tanto centrale quanto legittimo per chiunque, sia che affronti una psicoterapia, sia che cerchi di risolvere la questione in autonomia. Credo tuttavia che la risposta, altrettanto importante e legittima, non possa essere liquidata con una banalizzazione o semplificazione dei termini.</p>
<p align="JUSTIFY">Penso che il rischio maggiore in un caso come questo sia legato all&#8217;idea di “soluzione” o “cura” del problema: due termini che, profondamente diversi, vengono tuttavia spesso confusi o erroneamente presi come sinonimi.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La risposta alla domanda iniziale è molto diversa in base a ciò che intendiamo quando chiediamo una risoluzione del nostro problema emotivo, relazionale o affettivo.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Vediamo alcune declinazioni di questa idea:</p>
<h3 align="JUSTIFY"><img decoding="async" class="alignright" src="http://portalemisteri.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2013/03/time_travel.jpg" alt="esistono casi incurabili" width="305" height="305" />1) “vorrei tornare come stavo prima che il problema si manifestasse”</h3>
<p align="JUSTIFY">Questa richiesta, se perseguita in senso letterale, è chiaramente impossibile, perché si basa su un principio non irrealistico: <strong>l&#8217;idea che si possa tornare indietro nel tempo senza che ciò che è accaduto lasci una traccia</strong>. Questo pensiero si ritrova più frequentemente di quanto si pensi anche in ambiti diversi dalla psicologia clinica in senso stretto, come la politica, l&#8217;economia o la medicina.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcuni anni fa un chirurgo plastico venne condannato a risarcire una paziente che si era sottoposta ad un intervento estetico con la promessa che “dopo l&#8217;intervento avrebbe avuto il seno di vent&#8217;anni prima”. Promessa chiaramente irrealizzabile, e quindi giustamente bollata come truffa.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cancellare la storia ovviamente non è possibile, oltre che dannoso perché ci impedisce di farne tesoro</strong>: ciò significa che la risposta alla domanda “esistono casi incurabili?” in questo caso dovrebbe essere “tutti i casi sono incurabili, per fortuna, perché non è possibile cancellare ciò che è stato”.</p>
<h3 align="JUSTIFY"><img decoding="async" class="alignleft" src="http://www.semprefesta.org/wp-content/uploads/2016/08/MAGIA2.jpg" alt="esistono casi incurabili" width="367" height="187" />2) “vorrei che il sintomo sparisse”</h3>
<p align="JUSTIFY">Poter chiedere che un sintomo specifico sparisca è una richiesta legittima e sensata che ha bisogno di essere declinata però all&#8217;interno del caso specifico.</p>
<p align="JUSTIFY">Nessun problema è uguale all&#8217;altro, questo è già stato detto molte volte, e ogni problema ha una sua storia. <strong>Quando un problema è presente da molto tempo nella vita di una persona e ne investe diversi ambiti, è difficile che questo sparisca del tutto</strong>. È più facile che si possa avere una riduzione nella frequenza o intensità dei sintomi, un miglioramento della qualità di vita.</p>
<p align="JUSTIFY">Se quindi intendiamo la questione in questi termini è possibile dire che certamente esistono situazioni in cui il problema non può essere debellato, <strong>ma ciò non significa che non possa invece essere portato entro un livello soddisfacente.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">A volte poi la risposta a questa domanda merita un&#8217;ulteriore specifica temporale: a volte un sintomo non può sparire<strong> in questo specifico momento</strong>, in questa fase della vita. Riuscire a portare la situazione ad un livello accettabile e aspettare che alcune condizioni esterne cambino può essere un&#8217;ottima soluzione.</p>
<h3 align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" title="" src="http://www.ilparacadutevicenza.it/wp-content/uploads/2014/06/filo.jpg" alt="" width="270" height="150" />3) “vorrei che qualcuno si curasse di me e del mio problema”</h3>
<p align="JUSTIFY">Quando ciò che viene chiesto è la possibilità di un ascolto e comprensione, chiaramente, <strong>non esistono situazioni che delle quali non è possibile prendersi cura</strong>, e sulle quali si possa in qualche modo arrivare a dare il proprio sostegno. Al contempo è pur vero che generalmente chiunque viva una situazione di crisi, difficilmente chiede solo ascolto, aspettandosi in qualche modo un miglioramento della situazione, attesa che ci riporta in qualche modo alla situazione precedente&#8230;</p>
<h3 align="JUSTIFY">Ma qual è allora la risposta alla domanda da cui siamo partiti?</h3>
<h3 align="JUSTIFY">Esistono casi incurabili, problemi irrisolvibili?</h3>
<p align="JUSTIFY">Credo che la risposta più onesta sia che <strong>ogni problema, così come ogni esperienza, una volta che appare nella nostra vita, entra in qualche modo a farne parte</strong>. Come e quanto questo accada può essere però oggetto di lavoro.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium" 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alt="esistono casi incurabili" width="259" height="194" />Ho sempre trovato estremamente affascinante l&#8217;inspiegabile fenomeno della “memoria dei violini”: la purezza della nota emessa da un violino non dipende solo dal musicista che lo suona in quel momento, ma anche da chi lo ha suonato in precedenza. Le vibrazioni impresse alle corde rimangono come una memoria appresa dalla materia, che tende a riprodurle spontaneamente (questo è il motivo per cui nessun concertista farebbe suonare un pregiato Stradivari ad un dilettante&#8230;).</p>
<p align="JUSTIFY">Lo stesso accade per noi umani: <strong>ogni nota suonata rimane impressa dentro di noi, con la possibilità non escludibile a priori che questa possa riemergere</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Riuscire a comporre una nuova melodia tra armonie e dissonanze è la sfida da affrontare.</p>
<p align="JUSTIFY">La risposta alla nostra domanda.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/esistono-casi-incurabili/">Esistono casi incurabili?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Terapia di coppia: quando serve?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Sep 2017 09:57:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[problemi familiari]]></category>
		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia della famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia di coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Molti pensano che la terapia della coppia sia un percorso utile solo quando la coppia è in crisi a causa di un tradimento, un disamoramento o<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/terapia-della-coppia/">Terapia di coppia: quando serve?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="font-size: 14pt;">Molti pensano che la terapia della coppia sia un percorso utile solo quando la coppia è in crisi a causa di un tradimento, un disamoramento o quando compare sulla scena il rischio di una rottura definitiva.</span></h2>
<p>Se in questi casi la terapia della coppia non solo è raccomandata, ma inevitabile (sempre che non si sia già andati oltre un punto di non ritorno), il percorso congiunto di due partner può essere utile in situazioni diverse, anche individuali.</p>
<p>Vediamo perché.</p>
<h4 align="JUSTIFY"><b>Una coppia assomiglia per molti versi ad un organismo vivente</b> che nasce, cresce, evolve e addirittura può generare qualcosa di suo (non necessariamente un figlio, ma quella è un&#8217;ipotesi).</h4>
<p align="JUSTIFY">E come tutti gli organismi viventi, ahi noi, muore: a volte di vecchiaia, a volte per qualche male che sopraggiunge a compromettere il benessere raggiunto.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Le malattie delle coppie si chiamano crisi</b>, e i sintomi di una crisi di coppia sono noti a chiunque ne abbia vissuta una: perdita di interesse verso l&#8217;altro e del senso di complicità, perdita del supporto e riconoscimento reciproco, senso di incomprensione. Litigi e tradimenti possono essere una conseguenza di questo, come il raffreddamento sessuale, sebbene ogni coppia abbia poi modalità peculiari e specifiche di manifestare la propria crisi.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Se è vero però che la coppia può essere paragonato ad un <b>organismo vivente</b>, è certamente un organismo molto particolare, perché è <b>composto da soggetti distinti ma al contempo connessi dal rapporto che li lega e che li influenza reciprocamente</b>.</h4>
<p align="JUSTIFY">Un esempio di questa influenza possono essere i differenti modi di comportarsi che ciascuno manifesta dentro e fuori dalla coppia. Nulla di strano o di malsano: agire in modi diversi all&#8217;interno di relazioni diverse (ovviamente entro certi limiti di coerenza individuale&#8230;) rientra in quella versatilità innata, che si può poi declinare in base alle attitudini individuali, alla storia vissuta e al modo di essere del singolo.</p>
<p align="JUSTIFY">Proprio entro queste differenze possono però generarsi dei “cortocircuiti”, degli “errori di connessione” con risonanze ed effetti sulla coppia, il cui equilibrio viene messo in crisi.</p>
<p align="JUSTIFY">Non sempre però il disagio si manifesta come problema del rapporto: in alcune situazioni <b>anche</b> <b>problemi individuali possono essere il risultato di tensioni e difficoltà nella coppia</b>, che uno dei due partner manifesta, a volte anche senza rendersene conto.</p>
<p align="JUSTIFY">Pensare alla terapia di coppia come rimedio da valutare solo quando il rapporto scricchiola può essere un&#8217;idea riduttiva, se non addirittura rischiosa.</p>
<h2 align="JUSTIFY"><b>Trovare insieme una nuova via.</b></h2>
<p align="JUSTIFY">Dire che <b>la coppia è un organismo che vive della composizione dei suoi membri</b> significa quindi che <b>ogni elemento di ciascuno contribuisce alla definizione della coppia stessa, perfino i punti di debolezza</b>. Cambiare queste “debolezze” individuali, al di fuori di un percorso congiunto, potrebbe paradossalmente indebolire una coppia invece che rinforzarla.</p>
<p align="JUSTIFY">Non è azzardato dire che ogni cambiamento personale significativo diventa necessariamente anche un cambiamento di tutte le relazioni significative che una persona vive: superare un problema di ansia e tornare a vivere liberamente, o uscire da una depressione e ritrovare energia e propositività, riuscire a perdere peso e ottenere un&#8217;immagine di sé soddisfacente sono tutti cambiamenti che si riflettono anche sui rapporti intorno a noi, che sono chiamati a trovare un nuovo modo di interagire con noi.</p>
<p align="JUSTIFY">Per questo motivo affrontare il cambiamento in modo condiviso può semplificare il percorso nel suo complesso.</p>
<h2 align="JUSTIFY"><b>Condividere le risorse, dimezzare la fatica.</b></h2>
<p align="JUSTIFY">Oltre a questo aspetto ne esiste un altro molto importante: il gioco di squadra permette a ciascuno di beneficiare anche della risorse dell&#8217;altro, oltre a permettere di creare occasioni di complicità.</p>
<h4 align="JUSTIFY">In una terapia di coppia ciascuno dei partecipanti può contare sulle risorse, sui punti di vista, sui contributi degli altri, avendo quindi un aiuto importante.</h4>
<p align="JUSTIFY">Quando dico “ciascuno dei partecipanti”, intendo dire anche quello che può essere visto inizialmente come “accompagnatore”: un percorso congiunto permette di far emergere più facilmente i modi con cui, anche chi è vicino al sofferente, può contribuire ad uno sviluppo positivo o negativo della situazione, o rendere visibili dei nodi prima ignorati o sottovalutati.</p>
<h2 align="JUSTIFY"><b>Portare alla luce questioni non evidenti</b></h2>
<p align="JUSTIFY">Non sono rari poi i casi in cui una coppia (o una famiglia) conviva con un problema o una situazione talmente abituale da essere diventata invisibile dall&#8217;interno, ma magari sempre più impegnativa e causa di sofferenza.</p>
<p align="JUSTIFY">Parenti invadenti (o totalmente assenti), lavori totalizzanti, routine scomode e sacrificate sono gli esempi più frequenti tra i problemi di cui sto parlando.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Questi problemi coinvolgono entrambi i partner, sebbene in modo diverso, poiché uno può essere più comodo in questa posizione, mentre l&#8217;altro più provato. Generalmente è proprio quest&#8217;ultimo che può a un certo punto trasformare questa sofferenza in insofferenza e malcontento verso la coppia.</h4>
<p align="JUSTIFY">In questi casi (non sempre identificabili a priori, perché il problema è diventato parte della vita anche di chi lo patisce, che quindi può non riuscire a riconoscerlo immediatamente) un lavoro individuale rischia di trasformare il percorso personale in un conflitto di coppia.</p>
<p align="JUSTIFY">Prima o poi infatti la persona dovrà scegliere se continuare a star male, o comunicare all&#8217;altro che non è più disposto a subire determinate situazioni, e questo potrebbe portare a uno scontro.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Al contrario, affrontare il percorso insieme attraverso una terapia della coppia permette di tornare a vedere insieme eventuali difficoltà e quindi a condividere anche la costruzione di un nuovo modo per affrontarle.</h4>
<h2 align="JUSTIFY"><b>Quando pensare a una terapia della coppia?</b></h2>
<p align="JUSTIFY">Alla luce di quanto detto può quindi essere più facile capire perché <strong>una terapia della coppia può essere utile anche quando il problema non è una crisi del rapporto</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Una delle prime domande che faccio sempre a chi arriva in terapia è <strong>se c&#8217;è qualcun altro che vorrebbe coinvolgere nel percorso di cura</strong>. Questa domanda coglie molte persone di sorpresa, come se fosse un&#8217;ipotesi curiosa: se il problema è mio, perché dovrei venire con qualcun altro?</p>
<h4 align="JUSTIFY">La riposta è negli esempi sopra riportati: le relazioni che viviamo, soprattutto quelle più strette, sono parte del nostro stesso percorso, sia quello che abbiamo alle nostre spalle, sia quello che abbiamo davanti. In questo senso il coinvolgimento attivo di un partner rappresenta non solo un&#8217;opzione, ma una risorsa importante in un momento di cambiamento e di riorganizzazione da parte della persona.</h4>
<p align="JUSTIFY">Questo non significa ovviamente che diventa sempre necessario, ma che può rappresentare un elemento aggiunto o un cardine importante anche in situazioni in cui non risulta immediatamente evidente il coinvolgimento di un partner.</p>
<p align="JUSTIFY">Certamente una prospettiva di questo tipo può aiutare a scoprire nuovi punti di vista: spesso una condizione essenziale per arrivare a promuovere un significativo e duraturo cambiamento.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/terapia-della-coppia/">Terapia di coppia: quando serve?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Benedetta Ansia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 May 2023 23:36:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[capire attacchi di panico]]></category>
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		<category><![CDATA[perchè vengono attacchi di panico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Maurizio sbatte gli occhi con aria perplessa. Non mi è chiaro se perché non comprenda il nesso tra la mia domanda e la sua situazione, o<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/benedetta-ansia/">Benedetta Ansia</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Maurizio sbatte gli occhi con aria perplessa. Non mi è chiaro se perché non comprenda il nesso tra la mia domanda e la sua situazione, o se perché la mia metafora gli abbia aperto una prospettiva che finora non aveva mai considerato.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Maurizio è un giovane uomo che si è rivolto a me alcune settimane fa per un problema di <strong>attacchi di panico</strong>.</span><span id="more-95"></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Il suo iter ricalca quello di tante altre persone che condividono questo problema: un primo attacco alcuni anni fa, la prima (e nel suo caso unica) corsa in Pronto Soccorso per il timore di un infarto e da lì l’iscrizione al “club degli impanicati”, come scherzosamente lo definisce lui. Questa iscrizione lo ha portato negli anni seguenti a rivolgersi ad alcuni medici psichiatri i quali di volta in volta proponevano farmaci che per un certo periodo assicuravano un discreto beneficio, salvo poi progressivamente soccombere al riemergere dell’ansia che lo accompagna ormai da quasi cinque anni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">La persona che incontro è tra lo sconforto e l’incertezza. L’ultimo psichiatra al quale si è rivolto lo ha indirizzato da uno psicologo, proposta che ha preso con un certo scetticismo, dato che (parole sue) non capisce come “quattro chiacchiere lo possano aiutare a far sparire l’ansia per sempre”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">“Immaginiamo che mentre sta viaggiando sulla sua auto si accorga ad un certo punto di uno strano rumorino che prima era certo di non aver mai sentito, provenire dal cofano della macchina, e che dopo pochi minuti veda accendersi una spia che segnala un guasto. Porta l’auto dal suo meccanico, il quale dopo aver dato un’occhiata al quadro elettrico, stacca il contatto della spia del cruscotto, chiude la macchina e con un sorriso soddisfatto le rende chiavi e fattura: “ecco a lei, adesso quella spia non le darà più alcun fastidio”. Questo la farebbe risalire più tranquillo sull’auto?”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Il disorientamento di Maurizio è più che comprensibile: a lui è stato spiegato che <strong>lui ha una malattia chiamata “ansia”</strong> o, a seconda dei momenti, “attacchi di panico” <strong>e come tale è stato curato</strong>, riuscendo peraltro ad incontrare momenti di benessere.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ciò che con la mia storiella ho voluto cercare di mostrare a Maurizio è quella che io ritengo una premessa fondamentale nel mio lavoro con i cosiddetti disturbi d’ansia: l’idea che <strong>l’ansia non sia il problema, ma il segnale, la spia sul cruscotto che la nostra mente accende per segnalarci qualcosa che non va.</strong> Un segnale scomodo, se vogliamo, fastidioso, ma pur sempre un segnale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Pensiamoci un momento: se non fosse stato, almeno in qualche sua parte, un meccanismo funzionale, utile alla nostra vita, perchè mai l&#8217;evoluzione avrebbe dovuto portarla con sé fino ai giorni nostri?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Per quanto sia difficile vederla come tale, <strong>l’ansia altro non è che uno tantissimi meccanismi adattivi che la nostra mente ha conservato e sviluppato nel corso dell’evoluzione</strong> per permetterci di accorgerci di ciò che non ci sta bene ed attivarci a cambiarlo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ciò che rende questo segnale uno scomodo compagno di vita è la difficoltà che può subentrare nella comprensione del suo messaggio, spesso resa più nebulosa da generalizzazioni improrie (“se la prima volta sono stato male a tavola, forse non dovrei più andare al ristorante&#8230;”) e dalle paure delle conseguenze che distolgono l&#8217;attenzione dalle cause (“potrei morire”, “se mi dovesse venire l&#8217;ansia mentre mi trovo lì, potrei svenire, e tutti penserebbero che sono matto”).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Applicare soluzioni sbagliate ad un problema, qualunque sia il problema, genera da sempre tre effetti: il problema non si risolve, la situazione peggiora e chi fallisce si deprime.</span></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ma allora cosa fare?</span></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Torniamo all&#8217;esempio della storia di Maurizio: spegnere la spia, il segnale e non aprire il cofano per andare all&#8217;origine del problema non porterà molto lontano. Maurizio per molto tempo si era limitato a leggere la sua ansia come “solo un po&#8217; di stanchezza, debolezza”, dandosi come soluzione auspicata “una buona vacanza (ovviamente, sempre con il tavor in valigia) e passa tutto”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Naturalmente la presenza di un aiuto che permetta di mantenere una vita più tranquilla e portare avanti impegni senza restare in balia dell&#8217;inquietudine è una possibilità preziosa, a volte inevitabile, per non far aggravare la situazione in attesa che si risolva. Tuttavia troppo spesso si confonde “la sirena con l&#8217;incendio”, si spegne la prima e non ci si cura delle fiamme.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Certamente spegnere un allarme è più semplice che fronteggiare il fuoco, ma tra le due opzioni quale scegliereste?</span></strong></p>
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