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	<title>genitori e figli Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Aug 2024 08:11:25 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Il giorno della gazzella &#8211; una storia di bullismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2014 09:56:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
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		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
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		<category><![CDATA[psicologia scolastica]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/il-giorno-della-gazzella-una-storia-di-bullismo/">Il giorno della gazzella &#8211; una storia di bullismo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo fa, lavorando come psicologo scolastico presso una scuola media, ho avuto modo di ricevere allo sportello di ascolto la visita Federica, una ragazza che, per alcuni elementi del suo aspetto fisico associai subito <strong>“gazzella spenta”</strong>.</p>
<p>Alta e slanciata (frequentava la seconda media ed era alta quasi come me), chiaramente sportiva, sembrava però sgonfiata, come afflosciata su sé stessa. La sua innegabile prestanza fisica, non nel senso di abbondanza o floridità, ma nel senso di forza, solidità e compattezza, sembrava azzerata da uno sguardo ed un atteggiamento di sconforto e abbattimento evidente.</p>
<p>Non faccio in tempo a chiederle cosa la porti a chiedere aiuto, che i suoi occhi si riempiono di lacrime: <strong>alcuni suoi compagni hanno sparso per i corridoi della scuola una sua foto piuttosto imbarazzante</strong> (fortunatamente solo per la sua espressione “poco riuscita”), suscitando ilarità e sberleffi da parte di altri ragazzi.</p>
<p>In poche battute si delineano i contorni di <a title="5 strategie utili contro bullismo" href="http://www.psicologogallarate.com/5-strategie-utili-per-aiutare-il-proprio-figlio-a-non-diventare-vittima-di-bullismo/">una classica situazione di bullismo</a>: un piccolo gruppo di ragazzi, capeggiati da un paio di membri più carismatici, si divertono con “scherzi” più o meno pesanti a colpire ora l&#8217;uno ora l&#8217;altro compagno di classe. La tecnica è sempre chirurgica: il “ciccione” viene colpito sulla sua trippa, il “secchione” sulla scarsa simpatia che suscita per invidia nei compagni, la “bruttina” per l&#8217;aspetto estetico e così via.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cerco di approfondire il discorso per comprendere meglio la situazione e mi rendo conto che, man mano che prosegue il racconto, l&#8217;immagine che aveva inizialmente colpito la mia fantasia, quella della gazzella spenta, va arricchendosi di particolari interessanti: vedo accanto a lei una gazzella sovrappeso, una con gli occhiali, una con le gambe storte, ecc. tutte inseguite da pochi leoni abili nel colpirle nelle loro fragilità.</p>
<p>Chi ha una minima esperienza con il<strong> bullismo</strong> conosce bene una caratteristica strutturale del fenomeno:<strong> pochi soggetti</strong> (il bullo e i suoi complici) <strong>ne colpiscono alcuni</strong> (una o poche più vittime), <strong>potendo contare su una maggioranza silenziosa</strong> (i cosiddetti “spettatori”) spesso individualmente infastiditi dalla prepotenza usata, ma zittiti dall&#8217;omertà che circonda gli episodi: <strong>finché nessuno parla, l&#8217;empatia per la vittima si spegne e la violenza rimane, mascherata da scherzo o gioco.</strong></p>
<p><strong>Molti disapprovano i leoni, ma nessuno lo dice</strong>. Molti potrebbero sostenere le gazzella, ma nessuno osa farlo. Questo permette a pochi leoni di sbranare molte gazzelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma cosa succederebbe se dieci, venti, cinquanta, cento gazzelle caricassero a corna basse i due o tre leoni che spaventano la savana?</p>
<p>Quando faccio questa domanda a Federica il suo sguardo rimane sorpreso, non capisce dove voglia andare a parare. Allora divento più esplicito.</p>
<p>Le chiedo secondo lei cosa pensino lei, il compagno secchione, quella bruttina, quello grasso, quello con vestiti non firmati, quella con i capelli “troppo ricci”, quello un po&#8217; bassino, quella “carina ma timida”, quello “gay perchè non gioca a calcio”, ecc. di questi suoi compagni così forti, e la risposta è una sola, condivisa: nessuno li sopporta, ma non sanno cosa fare.</p>
<p>Ancora una domanda: lei come sta quando vede preso in giro uno di questi suoi compagni? E gli altri presi in giro come stanno, secondo lei, quando un altro viene irriso?</p>
<p>Ancora una volta Federica è sicura della risposta: a nessuno piace vedere queste prepotenze, ma questi sono forti, sono uniti. Io aggiungo: sono incontrastati.</p>
<p>È il momento di cambiare le cose, e <strong>per questo le do due compiti: chiedere collaborazione ed offrire alleanza.</strong></p>
<p><strong>C&#8217;è almeno un compagno o compagna che ritiene che le sia veramente amico e che non è bersaglio di prepotenze?</strong> Bene, a lui/lei dovrà chiedere di non ridere la prossima volta che le faranno uno scherzo che sa che le dà fastidio ma, se se la sente, difenderla. Questa sarà la collaborazione richiesta.</p>
<p><strong>L&#8217;alleanza invece dovrà essere chiesta ad almeno un&#8217;altra “gazzella”</strong> (ma può farlo anche con due, tre o quante ne vuole): quando una delle due gazzelle viene colpita da un leone, l&#8217;altra non ride ma manifesta solidarietà alla vittima. Inoltre questa gazzella dovrà trovarsi a sua volta un collaboratore che dia manforte.</p>
<p>Le chiedo se è chiaro cosa voglio da lei, Federica conferma pensierosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Trascorrono tre settimane prima che riveda Federica, e quando la richiamo allo sportello la gazzella che mi trovo davanti sembra tutt&#8217;altro che spenta. Adesso sì che sembra perfino più alta di me.</p>
<p>Il suo sorriso è più solare, la sua schiena più dritta. Non mi ha ancora detto nulla, ma so già dal suo aspetto come sono andate le cose.</p>
<p>Il suo racconto, semplicemente, me lo conferma.</p>
<p>Inizialmente non era sicura di chi scegliere come alleato, ma poi i leoni stessi gli hanno dato un&#8217;occasione. Durante una lezione di ginnastica, una battuta al “ciccione” le ha dato lo spunto per parlare. E ha iniziato a farlo con “il gay” e “la timida”: ha detto come stava quando veniva offesa, o quando vedeva qualcuno offeso dai leoni, come stava adesso che vedeva Ciccio preso in giro dai leoni, e ha chiesto alleanza per non essere più deboli.</p>
<p><strong>Le gazzelle hanno accettato felici un patto che, senza saperlo, ciascuno di loro stava solo aspettando veder formulato</strong>, scegliendo di fare più di quanto avessi chiesto loro: invece che limitarsi a difendersi tra di loro, ognuno di loro ha parlato con il proprio compagno di banco e hanno deciso di difendere “il ciccione”. La pallonata di pochi minuti dopo ha visto uno scenario inedito:<strong> i tre leoni per la prima volta si sono trovati contro sei gazzelle, alle quali se ne è aggiunta in fretta un&#8217;altra, un&#8217;altra e un&#8217;altra ancora, fino a diventare il resto della classe.</strong></p>
<p>Federica è felice, non solo perché nei corridoi non ci saranno più sue foto, ma perché<strong> ha scoperto che a nessuno piaceva vederla umiliata</strong>, perché ha potuto dimostrare la sua amicizia ai compagni e venirne ricambiata.</p>
<p><strong>Perché ha capito che si può essere più forte dei leoni.</strong></p>
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		<title>Chi ha paura di Peppa Pig?</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/chi-ha-paura-di-peppa-pig/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2014 20:40:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[peppa pig]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi non conosce Peppa Pig alzi la mano. Schivare il rosa-molto-rosa maialino inventato da Astley &#38; Baker nel 2004 e ormai “cucinato e servito” in tutte<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/chi-ha-paura-di-peppa-pig/">Chi ha paura di Peppa Pig?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong>Chi non conosce Peppa Pig alzi la mano.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Schivare il rosa-molto-rosa maialino inventato da Astley &amp; Baker nel 2004 e ormai “cucinato e servito” in tutte le salse (sì, il gioco di parole è voluto&#8230;), è un&#8217;impresa tanto ardua da averlo inserito di diritto tra i fenomeni mediali degli ultimi dieci anni, seguito dal consueto codone di polemiche ed accuse più o meno sensate.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/4MEa_7PkoUo?rel=0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY">Dalla dipendenza psicologica, ai messaggi subliminali, dall&#8217;istigazione alla volgarità, fino all&#8217;istigazione anti-animalista (accusa legata alla rappresentazione irrealistica di animali felici di vivere in anguste case umane), la povera maialina parrebbe essere accusata di ogni male possibile ed immaginabile (tranne forse l&#8217;apologia del nazismo e l&#8217;abigeato).</p>
<p align="JUSTIFY">Il problema di per sé non si porrebbe più di tanto, se non fosse che&#8230; Peppa Pig ai bambini piace!</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Che fare allora? C&#8217;è del vero in tutte queste preoccupazioni?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">O se non proprio in queste, esistono ragioni per preoccuparsi seriamente nell&#8217;esporre i bambini a certi cartoni animati?</p>
<p align="JUSTIFY">Onestamente, prima di arrivare ad una disamina più dettagliata del cartone animato in questione, introduco una domanda che sorge un po&#8217; spontanea: la mia generazione (che ad occhio e croce dovrebbe essere la stessa di quei genitori oggi tanto preoccupati per Peppa Pig) è stata certamente la generazione dei “nativi televisivi”, quelli cresciuti tra “Bim Bum Bam” e i cartoni giapponesi, quelli <strong>passati tra una dozzina di invasioni aliene, disastri atomici, sacre scuole di arti marziali e lottatori mascherati che ammazzavano gli avversari a suon di mosse segrete e colpi proibiti.</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>In confronto a tutto questo, cosa potrà mai fare un maialino?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Detto ciò, vale la pena di osservare con un occhio più critico e consapevole (dal punto di vista psicologico) un prodotto che entra quotidianamente nelle nostre case anche senza accendere la tv.</p>
<p align="JUSTIFY">Una prima precisazione riguarda il <strong>target del cartone animato: i bambini under 4 anni</strong> (dopo questa età, solitamente, l&#8217;interesse del bambino tenderebbe spontaneamente a diminuire, sostituito da altri programmi con altre storie).</p>
<p align="JUSTIFY">Le caratteristiche di Peppa Pig sono state <strong>studiate appositamente per essere comprese ed apprezzate da bambini molto piccoli</strong>. La scelta, ad esempio, di un format con <strong>storie narrativamente lineari</strong>, semplici, quotidiane si deve al modo di elaborare le informazioni della mente del bambino fino ai 4-5 anni secondo i principi di sequenzialità e concretezza: un&#8217;eventuale sequenza mostrata successivamente ma logicamente contemporanea non sarebbe compresa, così come filoni narrativi paralleli, o eccessivamente articolati.</p>
<p align="JUSTIFY">A differenza di noi adulti che siamo attratti dalla suspance, <strong>i bambini necessitano una chiusura delle sequenze di interazioni</strong>: le azioni iniziate devono essere concluse rapidamente per essere capite. Il bagaglio di memoria del bambino, ancora in via di addestramento, non permette sospensioni del racconto o collegamenti tra episodi. Quello che per un adulto è “una storia noiosa, priva di attrattiva e monotona”, è per il bambino una storia chiara e comprensibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">La stessa scelta di <strong>tematiche quotidiane</strong> si lega alla necessità di mescolare sempre una prevalenza di elementi conosciuti con pochi nuovi, possibilmente riconducibili a quelli noti: l&#8217;<strong>alternanza tra conosciuto e nuovo</strong>, assicurata anche dalla sovrabbondanza di spiegazioni (la voce narrante che spiega costantemente ciò che accade) permette al bambino di seguire al meglio lo svolgimento della storia (ecco anche perchè i personaggi sono pochi, ripetitivi e stereotipati).</p>
<p align="JUSTIFY">Anche i <strong>tempi narrativi brevi</strong>, con puntate che durano circa cinque minuti ricalcano i tempi di attenzione continuativa attesi in questa età, offrendo anzi un&#8217;occasione di addestramento alla concentrazione per eventuali soggetti con difficoltà.</p>
<p align="JUSTIFY">Occorre tenere presente, inoltre, come prima dell&#8217;età scolare il bambino sia interessato a capire il modo di funzionamento della vita di tutti i giorni: <strong>vuole capire cosa fanno le persone e perchè</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Da questo punto di vista è innegabile che Peppa Pig sia un prodotto ben strutturato.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma basta questo a farci lasciare serenamente i bambini davanti alla televisione? Esistono delle critiche psicologicamente opportune per un prodotto che raggiunge milioni di bambini nel mondo?</p>
<p align="JUSTIFY">Una critica abbastanza diffusa e che personalmente condivido è legata al contenuto delle puntate e la totale assenza di alcuna indicazione pedagogica più elaborata del “volemose bene”: se nessuno chiede ad un cartone animato di educare i bambini al posto nostro, d&#8217;altra parte si sarebbe potuto tentare di proporre ogni tanto una situazione di litigio tra fratelli o amici gestita con strategie di compromesso anche semplici, o mostrando processi di costruzione condivisa di regole e norme familiari.</p>
<p align="JUSTIFY">La conclusione di ogni situazione critica con una battuta, un grugnito e risate sbellicanti tutti giù per terra appare fuori luogo anche per quella che è l&#8217;esperienza di un bambino di 2-3 anni, che sa molto bene che se non fa quello che dicono i genitori, questi si arrabbiano, non ridono di certo!</p>
<p align="JUSTIFY">Al di là tuttavia di una serie di considerazioni “contenutistiche”, credo che la più importante riflessione debba riguardare piuttosto la <strong>modalità di approccio a quello che, per tanti bambini, è evidentemente il “primo prodotto mediatico conosciuto e riconosciuto”.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Non si può trascurare che la televisione è uno dei molteplici vettori di contenuti che scandiscono la vita di tutti, bambini compresi: per questo è essenziale che questi siano accompagnati a conoscerne i linguaggi, i codici, i generi, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY">Così come per tutte le esperienze di vita, <strong>anche per quanto riguarda il rapporto con i media il bambino necessita di essere educato</strong>: la presenza del genitore non solo per regolamentare i tempi di visione, ma soprattutto per <strong>accompagnarlo alla visione diventa un&#8217;importante esperienza educativa</strong>, oltre che un&#8217;occasione di condivisione di uno spazio ludico con lui.</p>
<p align="JUSTIFY">Quello che voglio dire è che, se da una parte i vari messaggi più meno catastrofici sono evidentemente privi di senso e fondamento, dall&#8217;altra <strong>l&#8217;accompagnamento e l&#8217;educazione passo passo deve essere svolta anche per quanti riguarda il mondo dei media</strong>, per favorire l&#8217;apprendimento delle strategie di fruizione più adeguate. L&#8217;accompagnamento e la condivisione da parte di almeno un genitore, dovrebbero essere una costante indipendentemente dal programma scelto.</p>
<p align="JUSTIFY">Certamente un programma tarato per la mente di un bambino di pochi anni difficilmente intercetterà l&#8217;interesse di un adulto, che per cui finirà per trovarlo piuttosto noioso, lento e malfatto.</p>
<p align="JUSTIFY">Generalmente a quel punto la soluzione può essere quella di concentrarsi non sullo schermo, ma sul bambino che ci sta davanti e vederlo affascinarsi della scoperta del mondo.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche attraverso una famiglia di maiali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/chi-ha-paura-di-peppa-pig/">Chi ha paura di Peppa Pig?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>5 strategie utili contro bullismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Feb 2015 14:56:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
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		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[educazione efficace]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[problemi dell'adolescenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bullismo: i genitori come possono aiutare i figli? In passato ho già scritto di bullismo sulle pagine di questo blog, tuttavia le sempre maggiori richieste di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/5-strategie-utili-per-aiutare-il-proprio-figlio-a-non-diventare-vittima-di-bullismo/">5 strategie utili contro bullismo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: justify;">Bullismo: i genitori come possono aiutare i figli?</h2>
<p style="text-align: justify;">In passato <a title="Il giorno della gazzella – una storia di bullismo" href="http://www.psicologogallarate.com/il-giorno-della-gazzella-una-storia-di-bullismo/">ho già scritto di bullismo sulle pagine di questo blog</a>, tuttavia le sempre maggiori richieste di aiuto che ho ricevuto da parte di diverse famiglie mi ha spinto a proporre ancora una riflessione ed alcune linee guida utili per prevenire il problema. Sempre più spesso, infatti, nel lavoro di psicologo scolastico capita di ricevere richieste di intervento in situazioni segnate da prepotenza e prevaricazione, sia tra le mura di scuola che al di fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi interventi, nel confronto con le famiglie delle vittime, ritorna con frequenza la domanda su cosa possa fare la famiglia per aiutare il ragazzo a fronteggiare atti di bullismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur essendo la questione articolata e complessa, con alcuni elementi che travalicano le possibilità di intervento dei genitori, è pur vero che ricerca psicologica è riuscita a mettere in luce alcuni stili educativi che aiutano a prevenire il problema, riducendo il rischio di diventare vittima di bullismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) lasciare il ragazzo libero di confrontarsi con i pari: </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una delle osservazioni su cui le diverse ricerche sono concordi nel riconoscere un importante fattore di protezione da atti di prepotenza è la possibilità per il bambino di aver vissuto esperienze di confronto diretto, libero ed autonomo con altri pari.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, quello che la ricerca ha rilevato, è che chi ha avuto modo di &#8220;vaccinarsi&#8221; da eventuali prepotenze, imparando a vivere le relazioni con i pari cavandosela da solo, riesce più facilmente a contrastare atti di prepotenza. Quando, al contrario, un bambino viene iperprotetto (spesso proprio per paura che viva frustrazioni e prepotenze), diventa meno capace di difendersi, perdendo le innate capacità di autodifesa relazionale, finendo per realizzare proprio quelle paure che tanto la famiglia cercava di evitare, come nella più classica delle profezie che si autoavverano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) favorire l&#8217;individuazione autonoma di strategie</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un secondo aspetto molto importante per prevenire situazioni di prevaricazione è legato all&#8217;abitudine del bambino a trovare in autonomia soluzioni ai problemi che affronta. Naturalmente autonomia non significa solitudine, ma valorizzazione delle risposte che il bambino spontaneamente trova, anche quando, come adulti, ce ne vengono in mente altre che ci paiono migliori.</p>
<p style="text-align: justify;">La possibilità, infatti, per il ragazzo di essere primo autore del proprio cambiamento diventa importante per una molteplicità di fattori: sentirsi competente e capace, abituarsi a pensare e a risolvere problemi, assumere un atteggiamento attivo e non dipendente di fronte ai problemi, permettergli di trovare soluzioni che sentirà come più in sintonia con se stesso, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Saper fare un passo indietro come adulti è inoltre molto importante anche per un importante fattore &#8220;ambientale&#8221;: non possiamo infatti trascurare che soluzioni buone ed efficaci nel mondo degli adulti, possono essere inadeguate o controproducenti in quello dei nostri figli, guidato da regole diverse. Ecco perché, pur animato dalle migliori intenzioni, il nostro intervento può risultare addirittura peggiorativo. Più che mai, invece, in questo ambito, vale il principio dello &#8220;sbaglia in fretta&#8221;: un errore fatto prima, ne eviterà uno fatto dopo, ma solo se avremo modo di confrontarci in prima persona con il fallimento e capire cosa lo abbia determinato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3) ascoltarlo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altra condizione molto importante che può aiutare i ragazzi a non divenire vittime di atti di bullismo è la presenza di un clima favorevole e disponibile, nel quale percepisce la possibilità di comunicare anche questioni spinose e difficili in tutta sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Frequentemente la principale difficoltà che gli adulti sperimentano nello svolgere il proprio compito di ascoltatori, è quella di riuscire a mantenersi in questo ruolo senza passare a quello interventista, anche solo dispensando suggerimenti, interpretazioni, incoraggiamenti o predicozzi. Tutti questi interventi, per quanto svolti a fin di bene e con le migliori intenzioni, sottraggono al ragazzo spazio di espressione e, quindi, di ragionamento ed intervento sul problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali interventi allora possono essere opportuni? Tutti quelli che invitano il ragazzo ad esprimere il proprio punto di vista, la propria esperienza, e le sue idee sul problema, aiutandolo a trovare le proprie soluzioni a partire proprio dai suoi vissuti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4) facilitare il riconoscimento delle proprie emozioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si è osservato come una delle condizioni più frequenti nelle vittime di atti di bullismo sia la cosiddetta &#8220;anestesia emotiva&#8221;: in pratica la persona risulta meno capace di sentire, riconoscere e comprendere le proprie emozioni. Sebbene una parte di tale meccanismo possa essere una conseguenza degli atti di prepotenza subiti, al contempo una maggiore competenza sul versante emotivo aiuta i ragazzi a reagire con maggiore tempestività, a comprendere con più efficacia i propri vissuti e trasmettere anche richieste di aiuto ed intervento a chi hanno attorno (adulti o compagni che siano).</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile aggiungere quindi i vantaggi che questa competenza offre a chi la possiede, ed il grande valore preventivo di situazioni di disagio. Ma come si può educare un ragazzo a questa &#8220;sensibilità emotiva&#8221;? Il metodo più immediato è aiutandolo a riflettere su come si senta, quali emozioni provi, magari non accontentandosi, alla domanda &#8220;come stai?&#8221; della risposta standard &#8220;normale&#8221;. Certamente quanto più saremo noi stessi abituati a parlare anche delle nostre emozioni e di come viviamo alcune situazioni, tanto più spianeremo la strada anche ai nostri figli in questo compito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5) fidarsi di lui</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Volontariamente ho tenuto in fondo quello che probabilmente è l&#8217;ingrediente più importante di uno stile educativo che aiuti il ragazzo a sviluppare la competenza personale necessaria ad affrontare atti di prepotenza: un atteggiamento di fiducia che faccia da collante e sottofondo alle precedenti condizioni di cui ho parlato.</p>
<p style="text-align: justify;">Credere nella sua possibilità di farcela da solo, di affrontare le situazioni in autonomia (che, ripeto, non significa solitudine, ma indipendenza, libertà anche di sbagliare) e superarle con efficacia anche senza il nostro intervento, è l&#8217;elemento fondamentale, quello che crea la premessa perché il ragazzo si senta capace, e si dia quindi la possibilità di affrontare la situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Permettere al ragazzo di crescere in un contesto con questi elementi non lo mette al riparo dalle prepotenze, è ovvio, ma gli offre la possibilità di sviluppare e consolidare quelle competenze relazionali innate che lo possono rendere capace di affrontare con efficacia il mondo che lo aspetta.</p>
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		<title>Genitori single alla riscossa: Masha e Orso contro Peppa Pig!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2015 20:01:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[genitori single]]></category>
		<category><![CDATA[Masha e Orso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I dati diffusi da Google Trends sembrano impietosi: un orso acrobata e una bambina pestifera stanno spodestando “sua maestà” Peppa Pig nella hit parade dei cartoni<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/genitori-single-alla-riscossa-masha-e-orso-contro-peppa-pig/">Genitori single alla riscossa: Masha e Orso contro Peppa Pig!</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong>I dati diffusi da Google Trends sembrano impietosi:</strong> <strong>un orso acrobata e una bambina pestifera stanno spodestando “sua maestà” Peppa Pig</strong> nella hit parade dei cartoni più seguiti e ricercati da (adulti e&#8230;) bambini in rete. Per la prima volta dalla messa in onda del cartone animato inglese, Peppa non è “la più bella del reame”, almeno a quanto sancito dalle ricerche online, spodestata, chi lo avrebbe mai immaginato, da un prodotto “made in Russia”!!</p>
<div id="attachment_358" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2015/04/mashapeppa.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-358" class="wp-image-358 size-medium" src="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2015/04/mashapeppa-300x184.jpg" alt="il grafico Google Trend riferito alle ricerche di Peppa Pig e Masha e Orso" width="300" height="184" /></a><p id="caption-attachment-358" class="wp-caption-text">il grafico Google Trend riferito alle ricerche di Peppa Pig e Masha e Orso</p></div>
<p align="JUSTIFY">I dati sono riferiti solo al nostro paese, ma è quanto mai interessante notare come il monopolio in rosa di Peppa abbia iniziato a vacillare dall&#8217;entrata in scena (almeno nelle ricerche online) dell&#8217;accoppiata “Masha e l&#8217;Orso”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">A chi si stesse chiedendo cosa diavolo centra un articolo del genere con la psicologia, consiglio di dare un&#8217;occhiata ad una puntata dei due cartoni animati per farsi un&#8217;idea di cosa stiamo parlando.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Certamente i due cartoni animati rappresentano due prodotti diversi dal punto di vista del target di età:</strong> Peppa Pig (<a title="Chi ha paura di Peppa Pig?" href="http://www.psicologogallarate.com/chi-ha-paura-di-peppa-pig/">come già scritto in passato</a>) cerca di intercettare un pubblico di “under 3”, mentre Masha sembra muoversi su una fascia leggermente successiva (ma si parla anche di adulti che non se ne perdono una puntata). Tuttavia la differenza più rilevante tra i due programmi è relativa all&#8217;immagine di famiglia a cui fanno riferimento.</p>
<p align="JUSTIFY">Ben lungi dall&#8217;essere considerato un programma conservatore, <strong>già Peppa è sempre stato apprezzato per la visione moderna dei ruoli genitoriali,</strong> con una mamma che lavora al computer ed un papà pronto a rimboccarsi le maniche nei lavoretti di casa, tuttavia, in modo ancora più attuale, <strong>la situazione di Masha e Orso sembra essere il primo reale tentativo di rappresentazione di una famiglia monogenitoriale: nello specifico un padre-orso e una bambina.</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>L&#8217;orso è un genitore single a tutti gli effetti</strong>, in equilibrio tra <strong>lavoro</strong> (sebbene non così chiaro), <strong>casa</strong> (cucina, lava, stira, rammenda&#8230;), <strong>affetti</strong> (amici vecchi e nuovi che vanno e vengono, un&#8217;orsa contesa con un rivale in amore) <strong>e&#8230; famiglia</strong>: Masha, appunto che, pur avendo un&#8217;altra casa, mangia e dorme lì. Proprio come ogni figlio di genitori separati.</p>
<p align="JUSTIFY">Difficile pensare che il successo del cartone animato (e forse la sua stessa origine) non attinga alla situazione sempre più diffusa di genitori single, separati e divorziati che vedono la loro condizione finalmente rappresentata e legittimata da un cartone animato bello, a tratti toccante e divertente.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Il rapporto tra Masha e l&#8217;Orso non è descritto con superficialità, ma analizzato in modo approfondito</strong>, pur nella semplicità del cartone animato, mostrandone fatiche e soddisfazioni, comprensioni e incomprensioni, proprio come in tanti rapporti tra genitore single (ma potremmo dire anche accoppiato, dato che, in questo, poco cambia) e figlio.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>L&#8217;assenza dell&#8217;altro genitore non è mai posta come problematica</strong>, tranne nel momento in cui è Orso a esplicitare il proprio vissuto di solitudine: conformemente a quanto accade in queste famiglie<strong> i bambini sono perfettamente in grado (dopo un fisiologico momento di dolore, incertezza e preoccupazione) di comprendere la nuova situazione ed adattarvis</strong>i, a patto naturalmente che i genitori stessi per primi siano in grado di farlo. Il fatto poi che questa situazione sia sempre più diffusa, facilita anche la comprensione della distinzione tra la fine del rapporto coniugale tra i genitori e la prosecuzione del rapporto del figlio con mamma e papà, diminuendo (generalmente) il vissuto di imbarazzo da parte del bambino, che non si sente più (come decenni addietro) una mosca bianca nell&#8217;essere “il figlio di genitori separati”.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;impressione che si ha, nel guardare il Masha e Orso è che, al di là della comicità degli sketch e delle gag delle singole puntate, il valore aggiunto di questo cartone animato sia <strong>l&#8217;intensità con cui è capace di rappresentare un rapporto di un genitore (che si esprime a versi) con una bambina (capacissima di capire anche senza nessuna parola) che, attraverso le difficoltà, continuano insieme il loro cammino.</strong></p>
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		<title>Bocciati e sopravvissuti: trappole e risorse di una bocciatura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2015 14:09:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[bocciatura]]></category>
		<category><![CDATA[fallimento]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia scolastica]]></category>
		<category><![CDATA[superare un fallimento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con la fine dell&#8217;anno scolastico si tirano le somme del percorso svolto e per molti studenti l&#8217;esito (più o meno atteso) è la bocciatura. Anche in<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Con la fine dell&#8217;anno scolastico si tirano le somme del percorso svolto e per molti studenti l&#8217;esito (più o meno atteso) è la bocciatura.</h3>
<h4><strong>Anche in una situazione come questa è possibile trovare delle risorse utili</strong> da sfruttare per poter proseguire nel modo più efficace possibile il proprio percorso personale, <strong>a patto di riuscire ad evitare alcune trappole mentali</strong> che rischiano di bloccarci e rendere difficile riprendersi da un fallimento scolastico.</h4>
<p><strong>Due tra le più frequenti tra queste trappole mentali sono legate all&#8217;attribuzione di colpa</strong>: “è colpa dei prof, ce l&#8217;avevano con me!”, ma anche “è tutta colpa mia, sono una bestia!”.</p>
<p>Entrambe queste idee <strong>semplificano il problema</strong> <strong>del fallimento scolastico:</strong> la prima attribuendo la  responsabilità ad altri ed impedendo la messa in gioco personale e la seconda demolendo totalmente la persona ed impedendo di vedere margini di cambiamento.</p>
<p>Se il rapporto con gli insegnanti (o un insegnante) non ha funzionato, è sempre bene <strong>chiedersi se possa esserci stato qualcosa nel mio atteggiamento di partenza che a determinare un atteggiamento ostile da parte di altri</strong>.</p>
<p>Anche nel caso poi in cui abbiamo effettivamente trovato sul nostro cammino una persona che ci ha preso in antipatia a priori, è bene riconoscere che sapersi relazionare con persone ostili può rappresentare un&#8217;importante lezione di vita: colleghi, capi, vicini di casa, clienti, ecc. possono essere persone con cui fatichiamo a sintonizzarci, ma essere costretti a farlo per causa di forza maggiore.</p>
<p>Se invece sentiamo che il problema ha a che fare con il modo in cui noi abbiamo affrontato il nostro compito, <strong>darsi dell&#8217;incapace servirà solo a farci percepire l&#8217;impossibilità di cambiare alcunché della nostra situazione</strong>. Ben diverso invece è <strong>pensare a quanto accaduto come l&#8217;esito di qualcosa che dobbiamo e possiamo capire e cambiare,</strong> per poter vivere in modo diverso l&#8217;anno che verrà.</p>
<p>Un&#8217;altra trappola mentale molto rischiosa è l&#8217;<strong>identificazione con il fallimento, ovvero passare dall&#8217;idea di aver fallito un obiettivo, a quella di essere un fallito</strong>. Più che mai in questo caso è importante che <strong>riconoscere l&#8217;infondatezza di questo pensiero e riattivarsi quanto prima impegnandosi in un compito che ci restituisca senso di efficacia e di padronanza personale,</strong> dandosi da fare per un obiettivo significativo, utile, appagante.</p>
<p>Evitate queste trappole, possiamo concentrarci sulle risorse di cui parlavamo: <strong>ma quali sarebbero queste risorse?</strong></p>
<ul>
<li><strong>“Ripetere aiuta”</strong>, dicevano i latini. È stato infatti ampiamente dimostrato che riprendere in mano cose già sentite o studiate anche molto tempo prima, permette alla mente di memorizzare le cose meglio e con minor fatica, perché si hanno già a disposizione alcuni elementi di base che dobbiamo solo ampliare e solidificare.Grazie alla minor fatica che si dovrebbe fare per apprendere, diventa quindi possibile provare a sperimentare nuovi metodi di studio personali, che in un anno pieno di difficoltà potrebbe essere più difficile tentare, a causa dell&#8217;insicurezza relativa al nostro rendimento.</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>Fermarsi e ripartire è meglio che proseguire traballando.</strong> L&#8217;idea “non mi interessa come, l&#8217;importante è passare” è molto spesso totalmente fallimentare. Accumulare buchi da rattoppare finisce per essere una strategia deleteria da molti punti di vista: non si padroneggiano mai realmente le conoscenze, si finisce per avere un&#8217;immagine personale poco sicura e padrona della situazione, aumentano l&#8217;ansia e l&#8217;insicurezza, si finisce per essere “quello che si salva sempre per il rotto della cuffia”. Al contrario darsi la possibilità di far propri gli argomenti con sicurezza per creare basi più solide da cui partire, permette di muoversi poi con maggiore disinvoltura, evitando fatica e frustrazione negli anni a venire.</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>aria nuova!</strong> All&#8217;interno di un gruppo si può finire per incarnare un determinato ruolo dal quale è difficile staccarsi (il somaro, il lazzarone, il prepotente, il menefreghista, ecc.), e che finisce per compromettere la nostra possibilità di esprimere liberamente il nostro potenziale. In questo senso il fatto di dover ricominciare in un gruppo diverso, può rappresentare un&#8217;occasione di rimessa in gioco positiva, magari grazie alla possibilità anche di scegliere una classe che (almeno sulla carta) offre maggiori possibilità di integrarsi al meglio.</li>
<li><strong>Cambio di rotta?</strong> In questo caso il discorso vale in particolare per le superiori, ma potrebbe essere applicato anche ai ragazzi più piccoli, magari per la scelta di corsi sperimentali particolari. L&#8217;occasione di ripetere un anno scolastico può offrire infatti l&#8217;opportunità di ripensare un percorso di studi che, al momento della scelta iniziale, si immaginava diverso da come si è poi rivelato, optando per una scelta più vicina a ciò che cercavamo. Se da una parte è vero che per cambiare scuola non serve essere bocciati, è vero anche che doversi inserire in un corso con materie nuove, magari mai fatte prima, potendosi concentrare solo su queste e contando sull&#8217;effetto ripetizione per tutte le altre (generalmente italiano, matematica, storia, ecc.), semplifica le cose, dando la possibilità di un inserimento più morbido.</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>Guardiamoci negli occhi&#8230; </strong>è possibile imparare molto più da un fallimento che da un successo, se si guarda con attenzione ciò che è accaduto e si cerca di riflettere con senso critico su ciò che non è andato come doveva andare. Fare in modo che il ragazzo riconosca la propria responsabilità ed esprima le proprie idee con consapevolezza offre la possibilità per maturare ed assumere la guida del proprio percorso, perché può capire sulla propria pelle che, alla fine, chi si scontra con un anno perso è lui: non i professori, i genitori, i compagni, il preside o altri&#8230;</li>
</ul>
<p>Se finora alcune scelte erano state vissute in modo passivo o superficiale, dover rendere ragione di un anno perso può spingerlo a cambiare approccio, adottandone uno più adulto.</p>
<p>Un anno non si perde o si guadagna soltanto in base all&#8217;esito di un percorso scolastico: ci sono promozioni che faranno perdere molti anni in prospettiva e bocciature che ne faranno guadagnare altrettanti a lungo termine.</p>
<p><strong>Nessun percorso può essere giudicato da un solo passo, ma dal modo in cui questo passo si inserisce tra gli altri, perfino quando sembra essere un passo falso.</strong></p>
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		<title>Conflitti e contenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2015 14:35:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[problemi familiari]]></category>
		<category><![CDATA[terapia di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[terapia familiare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Spesso si pensa che serenità e conflittualità siano due dimensioni contrapposte e inversamente proporzionali: essere “la famiglia del mulino bianco” viene spesso indicato come un ideale<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/conflitto-di-coppia/">Conflitti e contenti</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Spesso si pensa che serenità e conflittualità siano due dimensioni contrapposte e inversamente proporzionali: essere “la famiglia del mulino bianco” viene spesso indicato come un ideale irraggiungibile ma desiderato, ambito.</p>
<p align="JUSTIFY">La ricerca psicologica rivela però una realtà molto diversa: <b>i gruppi che registrano il maggior benessere sono quelli nei quali i conflitti possono essere espressi liberamente sia che si parli di contesti familiari che lavorativi. Ammettere e &#8220;legittimare&#8221; un conflitto di coppia, o tra genitore e figlio, piuttosto che tra colleghi permetterebbe di vivere più serenamente in quel contesto.</b></p>
<p align="JUSTIFY">Indipendentemente dal contesto osservato, più il gruppo è abituato ad affrontare conflitti, più diventa capace di gestirli, più riesce a ridurre il livello di aggressività al proprio interno e quindi a sopravvivere. Non solo: in questi gruppi si lavora meglio, sono più produttivi e registrano un maggior livello di benessere personale.</p>
<p align="JUSTIFY">Al contrario <b>nei gruppi nei quali il conflitto viene eluso</b>, minimizzato o evitato (magari proprio cercando di nasconderlo dietro un clima cordiale), <b>così come in quelli in cui viene impedito</b>, <b>si riscontra un maggiore livello di negatività</b>, un sentimento sotterraneo, più difficile da affrontare dell&#8217;aggressività, e quindi tendenzialmente più logorante. I membri di questi gruppi si sentono ovviamente meno valorizzati, si riconoscono meno nel gruppo e disinvestono.</p>
<p align="JUSTIFY">In pratica: <b>meno si dà libero corso al conflitto, più questo ci perseguiterà</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Traducendo il discorso per quanto riguarda un conflitto di coppia o in una famiglia ciò significa che <strong>quanto più divergenze e visioni diverse trovano spazio di emersione, tanto maggiore sarà il benessere reale in casa</strong>. Tanto meno si ha paura di litigare, tanto più ci si vaccinerà dalla repressione del conflitto e si imparerà a gestirlo e superarlo.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Perché il conflitto sia costruttivo diventa importante che riesca a restare “un conflitto aperto”</b>, cioè che <b>offra a tutti i contendenti la possibilità di esprimere le proprie diverse posizioni</b>, ma anche di <b>assumersi un ruolo ed una responsabilità nella soluzione</b>, ben sapendo che ci possono essere situazioni in cui una via di mezzo non è possibile, rendendo necessario che qualcuno faccia un passo indietro.</p>
<p align="JUSTIFY">Dare spazio al confronto non significa rendere sempre tutti contenti (evidentemente un&#8217;opzione impossibile), ma fare in modo che ciascuno senta comunque di aver avuto modo di esprimersi.</p>
<p align="JUSTIFY">I fattori che permettono creare un clima di questo tipo sono molteplici, alcuni individuali, altri contestuali: <b>ciò significa che la buona volontà del singolo può non essere sufficiente a creare il clima ottimale</b> (pur essendo comunque una premessa indispensabile), <b>ma che può essere necessario un percorso di tutto il gruppo coppia, famiglia, o equipe che sia</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Talvolta il percorso può essere più lungo ed impegnativo, richiedendo tempo e messa in gioco da parte di ciascuno.</p>
<p align="JUSTIFY">A tutti viene chiesto di esporsi e lasciar esporre e accettare, laddove il contesto lo renda possibile, che le decisioni non negoziabili non vedano uscire sempre lo stesso vincitore, pena il ritorno ad un clima nel quale, alla fine, i perdenti finiranno per minare le fondamenta del lavoro e avere la propria rivalsa su un contesto (lavorativo, familiare, di coppia ecc.) dal quale non si sentono apprezzati e riconosciuti.</p>
<p align="JUSTIFY">Come dire: litigate, e vivete felici.</p>
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		<title>&#8230;e tu hai visto Inside out?</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/inside-out/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2015 11:05:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[a cosa servono le emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[film psicologici]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[inside out]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Inside-out è certamente il film del momento: commentato, criticato, citato da più parti, questo film d&#8217;animazione ha incontrato da parte di molti un plauso (a mio<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/inside-out/">&#8230;e tu hai visto Inside out?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Inside-out è certamente il film del momento</strong>: commentato, criticato, citato da più parti, questo film d&#8217;animazione ha incontrato da parte di molti un plauso (a mio parere, meritato) per l&#8217;originalità e l&#8217;efficacia con cui tematizza un mondo che tutti vivono, quello delle emozioni, ma che raramente viene rappresentato con tanta efficacia.</p>
<p>Il cartone animato targato Disney-Pixar che rappresenta il mondo interiore di una ragazzina di undici anni alle prese un doloroso trasferimento in una nuova città, è riuscito nell&#8217;originale compito di personificare le emozioni dando a ciascuna di esse un viso, un ruolo, una personalità, mettendo in scena quel mondo che generalmente è osservato ed approfondito solo da psicologi, psichiatri, pedagogisti e simili.</p>
<p>Premesso che, ovviamente, come per ogni riproduzione cinematografica (e non solo) alcune  semplificazioni sono inevitabili, così come la presenza di elementi pensati al solo scopo narrativo, da psicologo e genitore ho trovato estremamente interessanti alcuni spunti che questo cartone animato propone.</p>
<p>Tra i tanti, ho pensato di condividerne in particolare 3.</p>
<p><strong>La rivincita della tristezza</strong>.</p>
<p>Non so quante volte in stanza di terapia, e non solo, mi sono trovato a sostenere che <strong>la tristezza non è una malattia,</strong> né un sintomo, che essere tristi non significa essere depressi, che esiste una depressione normale, ovvia, sana, importante, certamente dolorosa ma della quale abbiamo bisogno.</p>
<p>So ovviamente di non essere l&#8217;unico, ma spesso ho la sensazione che questa affermazione sia una sorta di battaglia ad armi impari, quando poi nella quotidianità il messaggio a cui siamo tutti sottoposti è che bisogna essere performanti, brillanti, attivi e poco addolorati: tutti modi con cui si fa coincidere la tristezza con un problema, qualcosa da rimuovere.</p>
<p>L&#8217;<strong>impero della gioia viene fortemente messo in crisi in questo film</strong>, come efficacemente viene mostrato in molte scene in cui è la tristezza a far star bene, mostrando il valore che ha, il beneficio che genera, la ragione per cui la selezione naturale non ha cancellato ma preservato e perfezionato questa fondamentale emozione.</p>
<p><em> </em><strong>L&#8217;equiparazione mondo interiore adulti e bambini</strong>.</p>
<p>Tra le scene più esilaranti del film ci sono senza dubbio i siparietti di quello che accade nel cervello dei personaggi (adulti, bambini&#8230; e animali). In queste scene non si può non notare come <strong>le somiglianze tra i diversi mondi interni siano assolutamente maggiori delle differenze</strong>, affidate a dettagli trascurabili. I protagonisti del mondo emotivo non solo sono gli stessi, ma hanno anche lo stesso aspetto, la stessa faccia, la stessa personalità. Ciò che cambia è solo la consolle (come si vede nel finale).</p>
<p>Anche questo dettaglio mi pare offrire uno spunto importante, soprattutto in relazione al rapporto genitori-figli, o educatore-bambino. Molto spesso in questi contesti si assiste alla <strong>percezione di un&#8217;asimmetria nella competenza relazionale ed emotiva</strong>: “non so quanto il bambino capisca di quello che succede”, “non gli diciamo niente di questo, tanto non capisce”.</p>
<p>Contrariamente a quanto si pensi, <strong>la mente è competente e capace di interagire ed elaborare informazioni sin dalle primissime fasi di vita del bambino, momenti in cui, anzi, è iper-recettiva verso ciò che accade intorno</strong>. Certo un bambino non conosce alcuni meccanismi del funzionamento sociale, alcune prassi di vita, ma è invece assolutamente capace di comprendere le situazioni che accadono intorno a lui, ivi comprese le reazioni emotive delle persone che lo circondano. Anzi: ha bisogno di farlo, perché la sua vita in quel momento dipende molto di più da loro che non nelle età seguenti.</p>
<p><strong>La sua “attrezzatura mentale” è già pronta per affrontare, con il nostro aiuto, ciò che accade, comprenderlo, e incamerarlo nella sua esperienza di vita</strong>.</p>
<p><strong>La maturità passa dalla visione complessa ed articolata del mondo.</strong></p>
<p>Una delle ragioni per cui ho pensato di destinare questo articolo a chi il film lo ha visto è&#8230; che svelo il finale: la visione iniziale per cui esistono ricordi luminosi e ricordi bui, viene superata da una più articolata, nella quale nel finale si scopre come ogni esperienza vede un compenetrarsi di vissuti diversi. Molto spesso questa semplice osservazione sfugge non solo nell&#8217;infanzia, ma anche a noi adulti nel momento in cui <strong>non cogliamo la complessità di alcune esperienze che viviamo, sentendone magari le conseguenze dentro di noi, ma non rendendocene conto</strong>.</p>
<p>Sono le volte nelle quali sentiamo qualcosa ma non capiamo cosa sia e perché, le situazioni nelle quali riusciamo ad etichettare un&#8217;emozione solo come “ansia”, o “stress”, o “male”&#8230; perché non cogliamo gli aspetti di preoccupazione, di rabbia, di dolore che questo porta con sé.</p>
<p>Per dirlo con le immagini del film, <strong>nella nostra mente la memoria delle nostre esperienze non è conservata in sferette monocrome, ma dentro sfere vive, multiformi, connesse e dialoganti tra loro</strong>.</p>
<p>Cogliere questo aspetto è ciò che porta spesso a superare nuclei dolorosi, permettendoci di trovare nuovi modi di affrontare l&#8217;esperienza, nella consapevolezza delle molteplici sfaccettature che essa comprende.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/inside-out/">&#8230;e tu hai visto Inside out?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Affari Affetti Affanni: crisi personale e famiglia azienda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Dec 2015 10:17:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi personale]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia-azienda]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[lavorare in famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quali sono le implicazioni psicologiche di nascere e vivere in una famiglia azienda? Cosa succede quando si sperimenta un problema psicologico dentro un nucleo che lega<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><b>Quali sono le implicazioni psicologiche di nascere e vivere in una famiglia azienda?</b></h2>
<h3><b>Cosa succede quando si sperimenta un problema psicologico dentro un nucleo che lega il proprio nome ed il proprio benessere ad un negozio o ad un&#8217;impresa “di famiglia”?</b></h3>
<p>Ogni medaglia, si sa, ha due facce, e la stessa cosa vale ovviamente anche per la cosiddetta “famiglia-azienda”, cioè per quella famiglia che lega il proprio nome, o almeno la propria sussistenza ad un&#8217;attività commerciale o ad un&#8217;impresa nella quale genitori e figli, fratelli e cugini si trovano a condividere non solo lo spazio dell&#8217;intimità familiare, ma anche quello “pubblico” della sfera lavorativa.</p>
<p><b>Vista da fuori questa condizione rappresenta per molti una vera fortuna</b>, specie quando l&#8217;attività è florida: un posto di lavoro assicurato e l&#8217;inevitabile confidenza con il cuore dell&#8217;azienda vengono visti come privilegi preziosi da chi è esterno a situazioni di questo tipo.</p>
<p><b>Vista dall&#8217;interno, al contrario, la situazione non è sempre così rosea</b>, soprattutto a causa dei <b>labili confini tra sfera personale, familiare e pubblica</b> che si vive in queste famiglie, abituate a sovrapporre o identificare rapporti di parentela e di colleganza.</p>
<p><b>Difendere il proprio spazio personale diventa spesso più difficile</b>, sia per una difficoltà fisica a trovare spazi immuni dalla presenza e dall&#8217;influenza familiare sia per il <b>maggiore peso attribuito al giudizio ed alla critica</b>. L&#8217;appartenenza al gruppo viene infatti doppiamente cementata dal legame di sangue e da quello lavorativo, rendendo più incisivo e significativo il confronto con l&#8217;altro.</p>
<p><b>Per terapeuti e pazienti è essenziale tenere presenti gli aspetti peculiari di questi sistemi familiari quando viene portato un problema in terapia, pena l&#8217;incontrare resistenze e blocchi difficilmente arginabili.</b> Essere parte da sempre di un sistema funzionante secondo determinate regole può rendere difficile rendersi conto della loro influenza sulle scelte più quotidiane come su quelle esistenziali, interferendo con la possibilità di comprendere le ragioni del problema e, quindi,</p>
<p>Porre in evidenza questo legame è il primo passo essenziale, a partire dal quale può essere costruito delle possibili soluzioni.</p>
<p>La ricerca psicologica ha più volte evidenziato come per le persone appartenenti a famiglie di questo tipo sia più difficile affrontare le situazioni in cui i bisogni legati alla sfera affettiva andavano a scontrarsi con quelli della sfera lavorativa: <b>quando i tempi intimi vanno fuori sincronia con quelli aziendali</b> (cambiamenti di vita in momenti in cui l&#8217;azienda chiede continuità o trasformazioni lavorative ostacolate dalle esigenze familiari) <b>la tensione generata dal contrasto di bisogni può tradursi in una crisi personale o nei classici sintomi psicologici: ansia, depressione, somatizzazioni, ecc.</b></p>
<p>Porre in evidenza questo legame è il primo passo essenziale, a partire dal quale può essere costruito <span style="line-height: 1.5;">un percorso terapeutico che aiuti a costruire un nuovo equilibrio capace di considerare e, possibilmente, conciliare i due mondi della persona: storicamente intrecciati e interdipendenti.</span></p>
<p>Solo tenendo presente questa dimensione il problema può essere realmente compreso ed interpretato e la tensione risolta, arrivando a trovare un nuovo equilibrio ed un nuovo benessere.</p>
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		<title>SOS Suoceri: difficili equilibri familiari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Feb 2016 13:31:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti familiari]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[gestire il conflitto]]></category>
		<category><![CDATA[gestire le crisi]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
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		<category><![CDATA[problemi relazionali]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia delle relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[terapia della famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[terapia familiare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto tra una coppia e le rispettive famiglie d&#8217;origine è da sempre un tema caldo, sul quale si concentrano rituali e tradizioni, leggende e barzellette.<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il rapporto tra una coppia e le rispettive famiglie d&#8217;origine è da sempre un tema caldo, sul quale si concentrano rituali e tradizioni, leggende e barzellette.</p>
<p>Il problema della <strong>ridefinizione dei confini tra il nuovo nucleo composto da due partner e le loro famiglie</strong> è talmente comune e universale da essere un classico di commedie vecchie e nuove, vignette e film: chi ha apprezzato, tanto per citare uno dei titoli più famosi a riguardo, “Ti presento i miei”, sa di cosa sto parlando. Parlare di suocera e nuora (o suocera e genero&#8230;) significa nell&#8217;immaginario comune parlare di cane e gatto e, sebbene nella realtà dei fatti la situazione non sia ovviamente sempre così, è pur vero che <strong>anche nelle situazioni più riuscite qualche aggiustamento reciproco è sempre da mettere in conto</strong>.</p>
<p><img decoding="async" class="alignright" src="http://raccontidicasa.it/wp-content/uploads/2013/04/suocera-invadente-190x190.jpg" alt="suocera" width="190" height="190" />Moltissimi i libri (o siti) della cosiddetta “psicologia pret a porter” (cioè quei manualetti della serie “come vivere felici e risolvere tutti i problemi in 10 regole”) esibiscono leggi universali per risolvere la questione (“la coppia deve difendere e tutelare i propri spazi vitali”, “intrusioni da parte delle famiglie estese sulla vita matrimoniale finiscono per minare alla radice la stabilità della coppia”, ecc.) che generalmente ottengono il solo effetto di aumentare la frustrazione di chi cerca invano di realizzarle. <strong>La situazione è sempre più complessa di quella considerata generalmente in questi pamphlet e tra volere qualcosa e riuscire ad attuarlo intercorrono sempre una serie di fattori.</strong></p>
<p>La situazione attuale, infatti, non può prescindere da alcuni essenziali dati di fatto: difficoltà economiche, esigenze familiari, problemi di salute sono solo alcune delle ragioni che rendono impossibile per una coppia (o uno dei due coniugi) porre i limiti e le barriere illustrate come essenziali, se non a costi enormi dal punto di vista pratico o emotivo.</p>
<p>L&#8217;esempio più classico può essere quello di un figlio che nel momento in cui inizia ad avviare una vita di autonoma con una propria famiglia si trova a dover fronteggiare la malattia di un genitore, o a necessitare aiuto nell&#8217;accudimento di un bambino: situazioni cioè che legittimamente richiamano l&#8217;attenzione verso il proprio nucleo e la necessità di un osmosi con esso.</p>
<p><strong>Il problema del rapporto “tra suocera e nuora” non è mai un problema a due, ma coinvolge sempre almeno un terzo, cioè il partner/figlio</strong>, che si trova al centro della questione con la responsabilità e necessità di gestire il territorio di confine tra i due nuclei a cui appartiene (ovviamente il medesimo discorso vale al variare del sesso dei soggetti: suocera e genero, suocero e nuora, suocero e genero).</p>
<p>In questo ambito più che mai le modalità che permettono di costruire un equilibrio stabile ed efficace variano da un caso all&#8217;altro, a seconda delle prassi proprie delle due famiglie d&#8217;origine e di quella costruita dalla nuova coppia.</p>
<p>Ogni arrangiamento offre vantaggi e svantaggi: autonomia e indipendenza da una parte, sostegno e aiuto dall&#8217;altra possono però tradursi anche in una faticosa solitudine o in un&#8217;intrusività fastidiosa che possono rappresentare un serio ostacolo alla serenità di coppia.</p>
<p><strong>Quali aspetti privilegiare e quali mettere in secondo piano diventa determinante nella scelta della coppia</strong>, finendo al centro di discussioni e liti nel momento in cui le visioni divergono e non si giunge ad un accordo condiviso.</p>
<p>Riuscire a cogliere i reali significati in gioco dietro diventa determinante per comprendere possibilità e vincoli, richieste possibili ed impossibili per arrivare a costruire un nuovo equilibrio sostenibile per tutti.</p>
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		<title>Essere padre oggi: La nuova frontiera dei papà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Feb 2016 14:02:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[coppia moderna]]></category>
		<category><![CDATA[essere padre]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[genitori]]></category>
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		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
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		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia della famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[vita di coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra pochi giorni sarà la festa del papà, una figura sulla quale si sta portando sempre più attenzione all&#8217;interno del mondo psicologico, anche per l&#8217;importante rivoluzione<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/essere-padre-oggi/">Essere padre oggi: La nuova frontiera dei papà</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Tra pochi giorni sarà la festa del papà, una figura sulla quale si sta portando sempre più attenzione all&#8217;interno del mondo psicologico, anche per l&#8217;importante rivoluzione culturale e familiare degli ultimi decenni.</p>
<h3 align="JUSTIFY">Cosa significa essere padre oggi? Come viene vissuta la paternità in questi anni?</h3>
<p align="JUSTIFY">Se la figura della madre che lavora è già stata sdoganata da diversi anni, quella del <strong>padre che si occupa dei figli è una novità che solo da pochissimi anni ha iniziato a prendere piede</strong>, favorita inizialmente anche dalla crisi economica che ha rivoluzionato le abitudini di molte famiglie, rendendo necessaria una riorganizzazione dei compiti e ruoli, portando molti padri ad essere forzatamente a casa con i propri figli, e rendendo più comune e diffusa l&#8217;immagine del papà accudente.</p>
<p align="JUSTIFY">Se però fino a 4-5 anni fa il padre che si dedicava anche ai figli piccoli era spesso ricollegato solo alla situazione di perdita del lavoro, <strong>oggi si sta diffondendo con sempre maggiore convinzione e consapevolezza l&#8217;immagine del papà che segue passo passo la crescita dei propri bambini sin dalle prime fasi di vita</strong> (addirittura dalla sala parto, secondo la prassi sempre più comune di renderlo spettatore della nascita del bambino, del taglio del cordone, ecc.).</p>
<p align="JUSTIFY">Nei gruppi per padri che sempre più frequentemente sono chiamato a fare in tanti centri e scuole (fino al 2010 gruppi di questo tipo andavano deserti anche nei rarissimi casi in cui venivano organizzati, oggi si affollano di richieste di repliche) emerge come costante condivisa <strong>il desiderio consapevole di vicinanza ai propri figli, volendo spendere con loro più tempo possibile e godendosi la loro crescita</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Particolarmente esplicativi sono i casi (ovviamente non frequentissimi, ma presenti) di quei padri che hanno figli già adolescenti e che per varie ragioni si ritrovano oggi ad avere dopo molto tempo un bambino, riconfrontandosi con le prime fasi di vita a molti anni di distanza.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Quello che viene rimandato da questi uomini è che sentono che “oggi è più normale, più comune che un papà stia vicino ai figli, giocare con loro anche quando sono piccoli. Prima sarebbe stato strano, ma oggi non fa più tanto effetto”.</h4>
<p align="JUSTIFY">“I miei figli maggiori non mi riconoscono” raccontava divertito un papà con due figli adolescenti di un primo matrimonio e un bambino di due anni avuto dalla nuova compagna, “un po&#8217; mi prendono in giro, dicendomi che sembro rimbambito a giocare con il piccolo, ma secondo me sono solo gelosi che con loro non facevo così. Sembra strano dirlo, ma&#8230; ai loro tempi non si usava tanto come adesso”.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Essere padre oggi, secondo questo modello, non significa essere, come ha scritto qualcuno, un “mammo”, o un “papà peluche”, ma trovare un nuovo modo di essere padre per il proprio figlio.</h4>
<p align="JUSTIFY">In un momento storico in cui la discussione sociale e politica sulla genitorialità e cosa sia necessario perché una coppia possa essere o meno adatta ad allevare un figlio, diventa importantissimo chiarire in cosa consista questa rivoluzione già avvenuta.</p>
<h4 align="JUSTIFY">Oggi più che mai i ruoli familiari sono stati riorganizzati, rivisti, stravolti e i copioni di ruolo hanno subito cambiamenti radicali, passando dall&#8217;essere definiti a priori, ad una continua riorganizzazione all&#8217;interno della conversazione familiare stessa. Ai coniugi di oggi viene richiesto un livello di dialogo e confronto, un gioco di squadra e un&#8217;alternanza di ruoli e funzioni più dinamica ed elastica che in passato.</h4>
<p align="JUSTIFY">Le funzioni possono essere scambiate ed integrate, rendendo accudimento ed emancipazione, sostegno ed autonomizzazione due facce di una stessa medaglia costruita insieme dai genitori.</p>
<p align="JUSTIFY">La vera scommessa della genitorialità, la possibilità che un ruolo paterno o materno sia credibile ed efficace, non si gioca quindi solo nel rapporto a due tra un genitore e il figlio, ma <strong>contempla sempre necessariamente entrambi i coniugi nel loro reciproco rapporto tra loro e con il figlio.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">È questo equilibrio perennemente dinamico che permette di trovare la strada giusta, che non è scritta in nessuna ricetta preconfezionata, ma costruita quotidianamente insieme.</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/JCQVnSOFqfM" width="420" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY">
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/essere-padre-oggi/">Essere padre oggi: La nuova frontiera dei papà</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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