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	<title>3 - Psicologia e vita quotidiana Archivi - dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Aug 2024 08:11:25 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Il giorno della gazzella &#8211; una storia di bullismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2014 09:56:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo fa, lavorando come psicologo scolastico presso una scuola media, ho avuto modo di ricevere allo sportello di ascolto la visita Federica, una ragazza che, per alcuni elementi del suo aspetto fisico associai subito <strong>“gazzella spenta”</strong>.</p>
<p>Alta e slanciata (frequentava la seconda media ed era alta quasi come me), chiaramente sportiva, sembrava però sgonfiata, come afflosciata su sé stessa. La sua innegabile prestanza fisica, non nel senso di abbondanza o floridità, ma nel senso di forza, solidità e compattezza, sembrava azzerata da uno sguardo ed un atteggiamento di sconforto e abbattimento evidente.</p>
<p>Non faccio in tempo a chiederle cosa la porti a chiedere aiuto, che i suoi occhi si riempiono di lacrime: <strong>alcuni suoi compagni hanno sparso per i corridoi della scuola una sua foto piuttosto imbarazzante</strong> (fortunatamente solo per la sua espressione “poco riuscita”), suscitando ilarità e sberleffi da parte di altri ragazzi.</p>
<p>In poche battute si delineano i contorni di <a title="5 strategie utili contro bullismo" href="http://www.psicologogallarate.com/5-strategie-utili-per-aiutare-il-proprio-figlio-a-non-diventare-vittima-di-bullismo/">una classica situazione di bullismo</a>: un piccolo gruppo di ragazzi, capeggiati da un paio di membri più carismatici, si divertono con “scherzi” più o meno pesanti a colpire ora l&#8217;uno ora l&#8217;altro compagno di classe. La tecnica è sempre chirurgica: il “ciccione” viene colpito sulla sua trippa, il “secchione” sulla scarsa simpatia che suscita per invidia nei compagni, la “bruttina” per l&#8217;aspetto estetico e così via.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cerco di approfondire il discorso per comprendere meglio la situazione e mi rendo conto che, man mano che prosegue il racconto, l&#8217;immagine che aveva inizialmente colpito la mia fantasia, quella della gazzella spenta, va arricchendosi di particolari interessanti: vedo accanto a lei una gazzella sovrappeso, una con gli occhiali, una con le gambe storte, ecc. tutte inseguite da pochi leoni abili nel colpirle nelle loro fragilità.</p>
<p>Chi ha una minima esperienza con il<strong> bullismo</strong> conosce bene una caratteristica strutturale del fenomeno:<strong> pochi soggetti</strong> (il bullo e i suoi complici) <strong>ne colpiscono alcuni</strong> (una o poche più vittime), <strong>potendo contare su una maggioranza silenziosa</strong> (i cosiddetti “spettatori”) spesso individualmente infastiditi dalla prepotenza usata, ma zittiti dall&#8217;omertà che circonda gli episodi: <strong>finché nessuno parla, l&#8217;empatia per la vittima si spegne e la violenza rimane, mascherata da scherzo o gioco.</strong></p>
<p><strong>Molti disapprovano i leoni, ma nessuno lo dice</strong>. Molti potrebbero sostenere le gazzella, ma nessuno osa farlo. Questo permette a pochi leoni di sbranare molte gazzelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma cosa succederebbe se dieci, venti, cinquanta, cento gazzelle caricassero a corna basse i due o tre leoni che spaventano la savana?</p>
<p>Quando faccio questa domanda a Federica il suo sguardo rimane sorpreso, non capisce dove voglia andare a parare. Allora divento più esplicito.</p>
<p>Le chiedo secondo lei cosa pensino lei, il compagno secchione, quella bruttina, quello grasso, quello con vestiti non firmati, quella con i capelli “troppo ricci”, quello un po&#8217; bassino, quella “carina ma timida”, quello “gay perchè non gioca a calcio”, ecc. di questi suoi compagni così forti, e la risposta è una sola, condivisa: nessuno li sopporta, ma non sanno cosa fare.</p>
<p>Ancora una domanda: lei come sta quando vede preso in giro uno di questi suoi compagni? E gli altri presi in giro come stanno, secondo lei, quando un altro viene irriso?</p>
<p>Ancora una volta Federica è sicura della risposta: a nessuno piace vedere queste prepotenze, ma questi sono forti, sono uniti. Io aggiungo: sono incontrastati.</p>
<p>È il momento di cambiare le cose, e <strong>per questo le do due compiti: chiedere collaborazione ed offrire alleanza.</strong></p>
<p><strong>C&#8217;è almeno un compagno o compagna che ritiene che le sia veramente amico e che non è bersaglio di prepotenze?</strong> Bene, a lui/lei dovrà chiedere di non ridere la prossima volta che le faranno uno scherzo che sa che le dà fastidio ma, se se la sente, difenderla. Questa sarà la collaborazione richiesta.</p>
<p><strong>L&#8217;alleanza invece dovrà essere chiesta ad almeno un&#8217;altra “gazzella”</strong> (ma può farlo anche con due, tre o quante ne vuole): quando una delle due gazzelle viene colpita da un leone, l&#8217;altra non ride ma manifesta solidarietà alla vittima. Inoltre questa gazzella dovrà trovarsi a sua volta un collaboratore che dia manforte.</p>
<p>Le chiedo se è chiaro cosa voglio da lei, Federica conferma pensierosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Trascorrono tre settimane prima che riveda Federica, e quando la richiamo allo sportello la gazzella che mi trovo davanti sembra tutt&#8217;altro che spenta. Adesso sì che sembra perfino più alta di me.</p>
<p>Il suo sorriso è più solare, la sua schiena più dritta. Non mi ha ancora detto nulla, ma so già dal suo aspetto come sono andate le cose.</p>
<p>Il suo racconto, semplicemente, me lo conferma.</p>
<p>Inizialmente non era sicura di chi scegliere come alleato, ma poi i leoni stessi gli hanno dato un&#8217;occasione. Durante una lezione di ginnastica, una battuta al “ciccione” le ha dato lo spunto per parlare. E ha iniziato a farlo con “il gay” e “la timida”: ha detto come stava quando veniva offesa, o quando vedeva qualcuno offeso dai leoni, come stava adesso che vedeva Ciccio preso in giro dai leoni, e ha chiesto alleanza per non essere più deboli.</p>
<p><strong>Le gazzelle hanno accettato felici un patto che, senza saperlo, ciascuno di loro stava solo aspettando veder formulato</strong>, scegliendo di fare più di quanto avessi chiesto loro: invece che limitarsi a difendersi tra di loro, ognuno di loro ha parlato con il proprio compagno di banco e hanno deciso di difendere “il ciccione”. La pallonata di pochi minuti dopo ha visto uno scenario inedito:<strong> i tre leoni per la prima volta si sono trovati contro sei gazzelle, alle quali se ne è aggiunta in fretta un&#8217;altra, un&#8217;altra e un&#8217;altra ancora, fino a diventare il resto della classe.</strong></p>
<p>Federica è felice, non solo perché nei corridoi non ci saranno più sue foto, ma perché<strong> ha scoperto che a nessuno piaceva vederla umiliata</strong>, perché ha potuto dimostrare la sua amicizia ai compagni e venirne ricambiata.</p>
<p><strong>Perché ha capito che si può essere più forte dei leoni.</strong></p>
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		<title>Chi ha paura di Peppa Pig?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2014 20:40:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[peppa pig]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi non conosce Peppa Pig alzi la mano. Schivare il rosa-molto-rosa maialino inventato da Astley &#38; Baker nel 2004 e ormai “cucinato e servito” in tutte<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/chi-ha-paura-di-peppa-pig/">Chi ha paura di Peppa Pig?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong>Chi non conosce Peppa Pig alzi la mano.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Schivare il rosa-molto-rosa maialino inventato da Astley &amp; Baker nel 2004 e ormai “cucinato e servito” in tutte le salse (sì, il gioco di parole è voluto&#8230;), è un&#8217;impresa tanto ardua da averlo inserito di diritto tra i fenomeni mediali degli ultimi dieci anni, seguito dal consueto codone di polemiche ed accuse più o meno sensate.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/4MEa_7PkoUo?rel=0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY">Dalla dipendenza psicologica, ai messaggi subliminali, dall&#8217;istigazione alla volgarità, fino all&#8217;istigazione anti-animalista (accusa legata alla rappresentazione irrealistica di animali felici di vivere in anguste case umane), la povera maialina parrebbe essere accusata di ogni male possibile ed immaginabile (tranne forse l&#8217;apologia del nazismo e l&#8217;abigeato).</p>
<p align="JUSTIFY">Il problema di per sé non si porrebbe più di tanto, se non fosse che&#8230; Peppa Pig ai bambini piace!</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Che fare allora? C&#8217;è del vero in tutte queste preoccupazioni?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">O se non proprio in queste, esistono ragioni per preoccuparsi seriamente nell&#8217;esporre i bambini a certi cartoni animati?</p>
<p align="JUSTIFY">Onestamente, prima di arrivare ad una disamina più dettagliata del cartone animato in questione, introduco una domanda che sorge un po&#8217; spontanea: la mia generazione (che ad occhio e croce dovrebbe essere la stessa di quei genitori oggi tanto preoccupati per Peppa Pig) è stata certamente la generazione dei “nativi televisivi”, quelli cresciuti tra “Bim Bum Bam” e i cartoni giapponesi, quelli <strong>passati tra una dozzina di invasioni aliene, disastri atomici, sacre scuole di arti marziali e lottatori mascherati che ammazzavano gli avversari a suon di mosse segrete e colpi proibiti.</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>In confronto a tutto questo, cosa potrà mai fare un maialino?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Detto ciò, vale la pena di osservare con un occhio più critico e consapevole (dal punto di vista psicologico) un prodotto che entra quotidianamente nelle nostre case anche senza accendere la tv.</p>
<p align="JUSTIFY">Una prima precisazione riguarda il <strong>target del cartone animato: i bambini under 4 anni</strong> (dopo questa età, solitamente, l&#8217;interesse del bambino tenderebbe spontaneamente a diminuire, sostituito da altri programmi con altre storie).</p>
<p align="JUSTIFY">Le caratteristiche di Peppa Pig sono state <strong>studiate appositamente per essere comprese ed apprezzate da bambini molto piccoli</strong>. La scelta, ad esempio, di un format con <strong>storie narrativamente lineari</strong>, semplici, quotidiane si deve al modo di elaborare le informazioni della mente del bambino fino ai 4-5 anni secondo i principi di sequenzialità e concretezza: un&#8217;eventuale sequenza mostrata successivamente ma logicamente contemporanea non sarebbe compresa, così come filoni narrativi paralleli, o eccessivamente articolati.</p>
<p align="JUSTIFY">A differenza di noi adulti che siamo attratti dalla suspance, <strong>i bambini necessitano una chiusura delle sequenze di interazioni</strong>: le azioni iniziate devono essere concluse rapidamente per essere capite. Il bagaglio di memoria del bambino, ancora in via di addestramento, non permette sospensioni del racconto o collegamenti tra episodi. Quello che per un adulto è “una storia noiosa, priva di attrattiva e monotona”, è per il bambino una storia chiara e comprensibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">La stessa scelta di <strong>tematiche quotidiane</strong> si lega alla necessità di mescolare sempre una prevalenza di elementi conosciuti con pochi nuovi, possibilmente riconducibili a quelli noti: l&#8217;<strong>alternanza tra conosciuto e nuovo</strong>, assicurata anche dalla sovrabbondanza di spiegazioni (la voce narrante che spiega costantemente ciò che accade) permette al bambino di seguire al meglio lo svolgimento della storia (ecco anche perchè i personaggi sono pochi, ripetitivi e stereotipati).</p>
<p align="JUSTIFY">Anche i <strong>tempi narrativi brevi</strong>, con puntate che durano circa cinque minuti ricalcano i tempi di attenzione continuativa attesi in questa età, offrendo anzi un&#8217;occasione di addestramento alla concentrazione per eventuali soggetti con difficoltà.</p>
<p align="JUSTIFY">Occorre tenere presente, inoltre, come prima dell&#8217;età scolare il bambino sia interessato a capire il modo di funzionamento della vita di tutti i giorni: <strong>vuole capire cosa fanno le persone e perchè</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Da questo punto di vista è innegabile che Peppa Pig sia un prodotto ben strutturato.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma basta questo a farci lasciare serenamente i bambini davanti alla televisione? Esistono delle critiche psicologicamente opportune per un prodotto che raggiunge milioni di bambini nel mondo?</p>
<p align="JUSTIFY">Una critica abbastanza diffusa e che personalmente condivido è legata al contenuto delle puntate e la totale assenza di alcuna indicazione pedagogica più elaborata del “volemose bene”: se nessuno chiede ad un cartone animato di educare i bambini al posto nostro, d&#8217;altra parte si sarebbe potuto tentare di proporre ogni tanto una situazione di litigio tra fratelli o amici gestita con strategie di compromesso anche semplici, o mostrando processi di costruzione condivisa di regole e norme familiari.</p>
<p align="JUSTIFY">La conclusione di ogni situazione critica con una battuta, un grugnito e risate sbellicanti tutti giù per terra appare fuori luogo anche per quella che è l&#8217;esperienza di un bambino di 2-3 anni, che sa molto bene che se non fa quello che dicono i genitori, questi si arrabbiano, non ridono di certo!</p>
<p align="JUSTIFY">Al di là tuttavia di una serie di considerazioni “contenutistiche”, credo che la più importante riflessione debba riguardare piuttosto la <strong>modalità di approccio a quello che, per tanti bambini, è evidentemente il “primo prodotto mediatico conosciuto e riconosciuto”.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Non si può trascurare che la televisione è uno dei molteplici vettori di contenuti che scandiscono la vita di tutti, bambini compresi: per questo è essenziale che questi siano accompagnati a conoscerne i linguaggi, i codici, i generi, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY">Così come per tutte le esperienze di vita, <strong>anche per quanto riguarda il rapporto con i media il bambino necessita di essere educato</strong>: la presenza del genitore non solo per regolamentare i tempi di visione, ma soprattutto per <strong>accompagnarlo alla visione diventa un&#8217;importante esperienza educativa</strong>, oltre che un&#8217;occasione di condivisione di uno spazio ludico con lui.</p>
<p align="JUSTIFY">Quello che voglio dire è che, se da una parte i vari messaggi più meno catastrofici sono evidentemente privi di senso e fondamento, dall&#8217;altra <strong>l&#8217;accompagnamento e l&#8217;educazione passo passo deve essere svolta anche per quanti riguarda il mondo dei media</strong>, per favorire l&#8217;apprendimento delle strategie di fruizione più adeguate. L&#8217;accompagnamento e la condivisione da parte di almeno un genitore, dovrebbero essere una costante indipendentemente dal programma scelto.</p>
<p align="JUSTIFY">Certamente un programma tarato per la mente di un bambino di pochi anni difficilmente intercetterà l&#8217;interesse di un adulto, che per cui finirà per trovarlo piuttosto noioso, lento e malfatto.</p>
<p align="JUSTIFY">Generalmente a quel punto la soluzione può essere quella di concentrarsi non sullo schermo, ma sul bambino che ci sta davanti e vederlo affascinarsi della scoperta del mondo.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche attraverso una famiglia di maiali.</p>
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		<title>I mal di testa di Giorgio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2014 12:00:52 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[a cosa serve la psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[aforismi psicologici]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[cos'è la psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giorgio soffriva di mal di testa terribili. Non sapeva dire con certezza quando fossero cominciati, né quale fosse la causa, ricordava soltanto che, dall&#8217;adolescenza in poi<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Giorgio soffriva di mal di testa terribili. Non sapeva dire con certezza quando fossero cominciati, né quale fosse la causa, ricordava soltanto che, dall&#8217;adolescenza in poi aveva iniziato a soffrire di fitte strazianti che gli impedivano di studiare, giocare, fare sport&#8230; insomma, gli impedivano di fare una vita normale, come tutti.</p>
<p align="JUSTIFY">Un giorno Giorgio decise di affrontare il problema e risolverlo una volta per tutte, per cui si recò dal medico che gli prescrisse tutti gli esami più sofisticati e specifici. Il verdetto fu terribile: l&#8217;unica soluzione poteva essere la castrazione!</p>
<p align="JUSTIFY">Pareva, infatti, che l&#8217;origine del problema consistesse in un&#8217;anomala pressione che i testicoli esercitavano alla base della colonna vertebrale, avviando una catena nevralgica che aveva come risultato ultimo e definitivo, appunto, i terribili mal di testa sofferti da Giorgio.</p>
<p align="JUSTIFY">Non pago ad arrendersi Giorgio si rivolse ad altri medici più specializzati, a centri più all&#8217;avanguardia, cliniche universitarie. Il responso era sempre il medesimo: le cefalee erano dovute alla pressione dei testicoli alla base della schiena, per cui l&#8217;unica soluzione possibile risultava essere la rimozione di tale pressione.</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio non si arrese ancora, decise stoicamente di sopportare il dolore, nella speranza che le cose si risolvessero, ma il dolore non passava anzi, col trascorrere del tempo sembrava crescere sempre più, finché la scelta divenne inevitabile, e Giorgio decise di operarsi.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;intervento dette immediati benefici. Non appena risvegliatosi dall&#8217;anestesia Giorgio si sentì liberato dal dolore alla testa finalmente libero di pensare, ragionare, correre, vivere senza quelle martellanti fitte. Certo la rinuncia era stata gravosa, e fu per questo che Giorgio, appena uscito dalla clinica decise di provare a risollevarsi il morale, regalandosi un costoso abito nuovo.</p>
<p align="JUSTIFY">Entrò in un negozio dove fu subito accolto da un commesso molto gentile.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; Voglio un abito! &#8211; Esclamò Giorgio.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; Certamente! Le porto subito una 48 – rispose il commesso.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è esatto! – si stupì Giorgio – ma, scusi, come fa a sapere che porto la 48?</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è il mio lavoro – spiegò il commesso – sono pagato per capire al volo queste cose. E già che ci sono le porto anche una camicia taglia media&#8230; anche se il collo mi sembra un po&#8217; abbondante: direi 42 cm di collo, mentre torace e manica mi sembrano regolari: 110 e 65 cm&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio rimase a bocca aperta: &#8211; non è possibile, è tutto esatto, come fa a saperlo?</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è il mio lavoro – rispose il commesso &#8211; sono pagato per capire al volo queste cose.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli abiti calzavano a pennello.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; adesso direi di pensare a delle scarpe da abbinare – aggiunse il commesso – le porto un paio 42 e mezzo?</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio era sempre più strabiliato: &#8211; incredibile! anche questo è giusto, ma come fa?</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è il mio lavoro – rispose con un sorriso modesto il commesso – sono pagato per intuire al volo queste cose.</p>
<p align="JUSTIFY">Vestito di tutto punto Giorgio si rimirava davanti allo specchio.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; dato che ha acquistato abito, camicia e scarpe, il nostro negozio è lieto di regalarle un capo di biancheria &#8211; aggiunse il commesso dirigendosi con Giorgio verso le casse – le metterei nella borsa quindi anche questi boxer taglia L.</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio scoppiò a ridere: &#8211; Stavolta si sbaglia, amico mio! Mi spiace ma non porto la L, ma la M!</p>
<p align="JUSTIFY">Il commesso si fermò stupito a fissare Giorgio con occhio chirurgico.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; Non è possibile: lei porta la L, senza dubbio &#8211; sentenziò il commesso &#8211; Se portasse la M i suoi testicoli premerebbero con forza alla base della sua colonna vertebrale e lei soffrirebbe di terribili mal di testa.</p>
<p align="JUSTIFY">La morale di questa storia è che non è detto che quando cerchiamo spiegazioni e soluzioni ai nostri problemi, le risposte offerte dalla medicina (pur fondate dal punto di vista clinico ed efficaci a risolvere il disagio) siano necessariamente le migliori, in termini di costi, benefici, e prospettive future.</p>
<p align="JUSTIFY">Il modo in cui guardi al tuo problema influenzerà come cercherai le soluzioni, determinando, quindi, quali strategie finirai per adottare.</p>
<p align="JUSTIFY">La psicologia può aiutarti a trovare prospettive nuove e nuove strade da percorrere.</p>
<p>Basta darsi la possibilità di pensarci.</p>
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		<title>Mal di Natale</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/mal-di-natale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 13:25:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;approssimarsi delle feste è certamente uno dei momenti più “sentiti” dell&#8217;anno, se non altro perché è impossibile ignorarne l&#8217;esistenza, a meno di non vivere sigillati in<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/mal-di-natale/">Mal di Natale</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">L&#8217;approssimarsi delle feste è certamente uno dei momenti più “sentiti” dell&#8217;anno, se non altro perché è impossibile ignorarne l&#8217;esistenza, a meno di non vivere sigillati in casa propria, con televisori, computer, radio e smatphone spenti&#8230; Babbi Natale che si arrampicano (o precipitano) da svariati balconi, luci e strenne natalizie, chilometri quadrati di muschio o cotone a ricoprire i vari presepi nelle vetrine (a seconda dell&#8217;ambientazione palestinese o&#8230; svizzera), pubblicità, messaggi, offerte e promozioni sotto l&#8217;albero e, naturalmente, l&#8217;immancabile lista dei regali.</p>
<p align="JUSTIFY">Non è certo una notizia il fatto che il Natale sia ormai di fatto un evento sociale che travalica la tradizione religiosa per diventare una festività condivisa anche da persone tiepide o indifferenti alla fede cristiana che comunque, in linea di massima, ne riconoscono il valore ed il senso di “festa della pace”: emblematico il caso della nota canzone “Happy Christmas (War is over)”, composta da un John Lennon dal percorso religioso complesso e certamente fuori dall&#8217;ortodossia cristiana, eppure estremamente “natalizia” anche nel suo invito all&#8217;amore ed alla fratellanza universale.</p>
<p align="JUSTIFY">Tuttavia il sentimento che si accompagna a questo momento così particolare è molto più controverso di quanto i vari Babbi Natale sorridenti lascino intendere, rendendolo addirittura uno dei momento di sofferenza (o insofferenza) più intensi dell&#8217;anno. Alcune ricerche nordeuropee risalenti a non molti anni fa lo indicavano, addirittura, come il periodo con il maggiore tasso di suicidi o tentati suicidi dell&#8217;anno ed è altrettanto interessante l&#8217;intensa filmografia che ha cercato di cogliere “il lato oscuro del Natale”: Il Grinch, Babbo Bastardo, Nightmare Before Christmas solo per citarne alcuni.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/7V3hwKhnYi0?rel=0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY">A cosa è dovuta questa così diffusa “allergia Natalizia”?</p>
<p align="JUSTIFY">Come mai la stessa cosa non accade anche in altri momenti “di festa comandata”, come ad esempio il primo maggio, ferragosto, o anche di altre festività religiose, come la Pasqua?</p>
<p align="JUSTIFY">È davvero solo una questione della “mercificazione dei sentimenti e valori ad uso consumistico”?</p>
<p align="JUSTIFY">E, se così fosse, come mai non accade anche per altre ricorrenze nella stessa situazione, quali San Valentino o la Festa della Donna?</p>
<p align="JUSTIFY">La psicologia ci può venire in aiuto con una risposta diversa, ma che spiegherebbe molto bene non solo questo sentimento così intenso, ma anche le tinte drammatiche assunte dal fenomeno in alcuni casi.</p>
<p align="JUSTIFY">Partiamo da un concetto proprio della psicologia sociale: quello di “rito”, ovvero, secondo il dizionario Garzanti “l&#8217;atto o insieme di atti che devono essere eseguiti secondo norme codificate”, ma anche “usanza, costume”. Un rito consiste in sostanza in un insieme di comportamenti prescritti o comunque attesi da parte delle persone appartenenti ad un determinato gruppo (a volte senza che siano necessariamente scritti da qualche parte, ma semplicemente come prassi condivisa).</p>
<p align="JUSTIFY">Nel caso in cui il gruppo aderente a questa prassi coincida con l&#8217;intera società (o la maggior parte di essa), si parla di rito sociale. È importante tenere presente che una volta stabilito il rito diventa significativo per qualunque membro che si riconosca in quella società, anche per chi non lo condivide, che scegliere di porsi in contrapposizione con esso.</p>
<p align="JUSTIFY">Generalmente i riti sociali hanno a che fare con il “sé sociale” dell&#8217;individuo, cioè con quella parte dell&#8217;identità che collega il soggetto al macro-gruppo di appartenenza (cittadinanza e nazionalità, religione, credo politico, ecc.).</p>
<div class="mceTemp">
<p align="JUSTIFY">Per il Natale, al contrario, la codificazione sociale del rito (inteso, ovviamente, non come funzione religiosa, ma come evento che coinvolge chiunque) possiede al proprio interno anche una chiara connotazione emotiva, andando quindi ad interferire su un piano estremamente privato e soggettivo, diverso da quello dove abitualmente i riti sociali operano. È pur vero che questa imposizione è una questione strettamente legata con l&#8217;aspetto consumistico, ma fondamentalmente estranea al senso originario della festività (anche nel vissuto popolare tradizionale), nel quale gioia e tristezza, dolore si mescolavano fittamente (nel presepe napoletano, ad esempio, rientra anche una figure cruda, il macellaio, a rimandare alla sofferenza ed al sacrificio).</p>
<p align="JUSTIFY">Se quindi un lato il Natale rimanda alla nostra dimensione sociale, dall&#8217;altro contempla aspetti riguardanti una sfera estremamente intima, quella dei sentimenti, generando una condizione paradossale, legata al fatto che&#8230; i sentimenti non possono essere prescritti!</p>
<p align="JUSTIFY">Dirsi “devo essere felice!” oltre che essere una frase senza senso, perché la felicità o è spontanea o non è felicità, possiede anche un pericoloso effetto boomerang, perché la presenza di eventuali sentimenti diversi da quello “giusto” viene percepito come condizione dissonante perché incongruente con il rito. Inoltre anche l&#8217;eventuale presenza del sentimento corretto potrebbe essere vissuta come forzata, inautentica.</p>
<p align="JUSTIFY">In pratica, se ci si sente felici ci si potrebbe chiedere se lo si è veramente o se lo si è sulla scia dell&#8217;apparenza natalizia, se ci si sente tristi, arrabbiati, apatici o “strani” (per dirla alla Verdone) ci si sente fuori posto, inadeguati, accentuando il proprio vissuto di frustrazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Le possibilità a questo punto sono due: prendersela con se stessi (sono sbagliato io, quindi mi deprimo), o prendersela con il rito (è sbagliato il Natale, quindi lo odio).</p>
<p align="JUSTIFY">È evidente, inoltre, che il fatto stesso di percepire questa condizione di intrusione emotiva crea disappunto, antipatia in chi sente di essere messo di fronte ad una condizione sgradevole.</p>
<p align="JUSTIFY">Occorre tenere presente anche la variante di questo medesimo meccanismo scatenata dalla nostalgia: chi, ad esempio, viva ricordi di Natali passati con serenità nel passato si ritrova con un senso di tristezza presente che genera il circolo vizioso sopra delineato.</p>
<p align="JUSTIFY">Naturalmente questa via non è obbligatoria (altrimenti ci deprimeremmo tutti e tutti odierebbero Natale e dintorni), ma fortemente a rischio nel momento in cui la persona non dovesse trovare dentro di se motivi profondi ed autentici di sintonia con l&#8217;emozione “imposta” dal Natale.</p>
<p align="JUSTIFY">Come sopravvivere a tutto questo?</p>
<p align="JUSTIFY">Un&#8217;indicazione utile potrebbe essere&#8230; non pretendere un Natale felice “per principio”, ma approfittare del tempo che probabilmente le feste lasciano per regalarsi qualcosa che renda felici di viverlo: un regalo non necessariamente materiale, ma prezioso, utile, confortante.</p>
<p align="JUSTIFY">Quali “cose preziose” non trovano spazio nella nostra quotidianità, presa da impegni e doveri?</p>
<p align="JUSTIFY">Possiamo essere “sanamente egoisti” e prenderci questo Natale un po&#8217; per noi, facendo qualcosa che non abbiamo mai il tempo di fare e che ci appaga, che per noi è importante prenderci?</p>
<p align="JUSTIFY">La felicità non fiocca dal cielo, ma può essere presa e realizzata, approfittando dell&#8217;occasione di stacco dalla routine abituale (magari rompendo un po&#8217; il con “rito” della quotidianità).</p>
<p align="JUSTIFY">Altrettanto importante potrebbe essere tuttavia anche demistificare un po&#8217; l&#8217;immagine del “Natale da favola” (e in questo qualche film come quelli sopra citati può essere d&#8217;aiuto): accettare, senza per questo rassegnarsi, che ci possano essere alcuni aspetti che possono renderci tristi, arrabbiati, frustrati, anche nel Natale,o nel periodo natalizio, può aiutarci a viverlo con maggiore serenità, e far scivolare più facilmente anche le note più dolorose, inevitabilmente presenti in ogni melodia.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche in quelle Natalizie.</p>
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		<title>I buoni propositi (non) muoiono all&#8217;alba</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2015 15:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[autoefficacia]]></category>
		<category><![CDATA[efficacia personale]]></category>
		<category><![CDATA[processi psicologici automatici]]></category>
		<category><![CDATA[trappole psicologiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Capodanno, si sa, è la festa dei buoni propositi: moltissimi infatti, stappando la bottiglia allo scoccare della mezzanotte decidono che questo sarà l&#8217;anno del cambiamento che<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Capodanno, si sa, è la festa dei buoni propositi: moltissimi infatti, stappando la bottiglia allo scoccare della mezzanotte decidono che questo sarà l&#8217;anno del cambiamento che tanto desiderano, rispetto ad abitudini consolidate e che, per vari motivi, vorrebbero perdere.</p>
<p align="JUSTIFY">Chi si ripromette di smettere di fumare, chi di portare a termine una dieta, chi di andare a correre almeno due volte a settimana, chi di spendere meno in shopping, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY">Eppure, più che mai il detto risulta azzeccato, molto spesso “i buoni propositi nascono all&#8217;alba e muoiono all&#8217;aurora”.</p>
<p align="JUSTIFY">Che cosa fa sì che <b>spesso le nostre buone intenzioni si infrangano in pochi giorni</b>, al massimo poche settimane? Se è vero che il raggiungimento di questo obiettivo è qualcosa che desideriamo, che sappiamo farci bene, che vorremmo davvero avere, <b>perché non riusciamo a portarlo a termine?</b></p>
<p align="JUSTIFY">Mutuo da alcuni testi del noto psicoterapeuta Giorgio Nardone <b>5 “trappole mentali”</b> che spesso determinano il <b>fallimento degli impegni</b> che ci prefiggiamo di perseguire.</p>
<p align="JUSTIFY">Prestarci attenzione può aiutare a non far crollare il vostro castello di buoni propositi.</p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>più è vietato, più lo desidero</b>: diceva Bertoldo che il modo migliore per far fare qualcosa a qualcuno è vietarglielo. È esperienza comune il cosiddetto “fascino del proibito”, per cui quanto più un divieto diventa stringente, tanto più forte è la tentazione di violarlo.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo fa sì che molti impegni di rinuncia finiscano per rendere ancora maggiore il desiderio per il “frutto proibito”, rendendo ancora più difficile resistergli;</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>il successo apparente</b>: dice il detto che i buoni propositi nascano all&#8217;alba e muoiano all&#8217;aurora, ma le cose non stanno sempre così: se l&#8217;obiettivo che ci si pone è profondamente desiderato, si riesce a tenere duro fino ad ottenere i primi risultati significativi, anche a costo di sforzi considerevoli. A questo punto, però, possono subentrare diverse trappole: sentire che il problema è ormai alle spalle, dirsi che “a questo punto posso anche concedermi una piccola concessione-premio per i miei sforzi”, o semplicemente iniziare a sentire l&#8217;impegno come meno desiderato. Questo fa sì che i risultati ottenuti vengano poi rapidamente persi, facendo abbandonare ogni proposito virtuoso.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>Esaurimento forze e ribellione</b>: correlato con il precedente, del quale può essere anche una variante più estrema, questa trappola potrebbe essere definita come quella “dell&#8217;azione e reazione della motivazione”. Ci si impegna allo stremo delle forze in un obiettivo importante, resistendo anche alle prime tentazioni di cedimento, fino a rendersi conto che quella che pensavamo essere una fatica a tempo determinato, diventa invece una corsa infinita. A quel punto, esausti e frustrati, “scoppiamo e rimbalziamo sul versante opposto” e, per dirla con Oscar Wilde, per liberarci di una tentazione ci abbandoniamo totalmente ad essa, perdendo in rapido tempo tutti i benefici ottenuti.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>i costi imprevisti del sacrificio</b>: se si ha un “vizio”, uno sfizio, o un&#8217;abitudine insana ma a cui si è affezionati, è perché, in fondo, una parte di questo piace, appaga. La perdita di questo sfizio, soprattutto nelle prime fasi del proposito, quelle generalmente più intransigenti, fa sì che assieme a ciò che vorremmo togliere eliminiamo anche il “correlato piacevole”. Questo non solo abbassa la soddisfazione per i risultati ottenuti, e quindi la motivazione, ma potrebbe renderci anche meno popolari agli occhi di chi, magari, condivideva con noi quel lato piacevole dell&#8217;esperienza, aspetto non irrilevante quando questo è qualcuno che non vogliamo perdere.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>L&#8217;escalation del fare e disfare</b>: ho tenuto questa trappola per ultima perché talvolta, più che un meccanismo a sé stante, rappresenta un tentativo di riparazione al fallimento di un percorso per l&#8217;insorgere di uno dei meccanismi precedenti. È frequente l&#8217;idea che, in seguito ad una caduta non sia sufficiente riprendere il percorso precedente come prima, ma “darci una piccola multa” per dissuaderci dal cadere un&#8217;altra volta. Questo però avrà come conseguenza inevitabile il fatto di trovarci di fronte ad un ostacolo ancora più impegnativo del precedente, dietro al quale possono esserci due esiti infausti: il fallimento o&#8230; il successo.</p>
<p align="JUSTIFY">Cosa rende infausto il successo? Il fatto che, essendo ottenuto con sforzo eccezionale può farci venire maggior voglia di ricompensarci in qualche modo&#8230; magari una delle piccole deroghe del secondo meccanismo presentato.</p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">Se ti sembra di riconoscere in alcuni di questi meccanismi dei trabocchetti mentali nei quali ti è capitato di cadere, nell&#8217;<a title="5 gradini (+1) per scoprirsi più efficaci" href="http://www.psicologogallarate.com/5-gradini-1-per-scoprirsi-piu-efficaci/">articolo seguente puoi trovare <strong>5</strong><b> suggerimenti</b> <strong>(+1)</strong> </a>da tenere a mente per provare a superare le trappole e riuscire a rimanere in linea con il tuo obiettivo, migliorando la tua efficacia personale.</p>
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		<title>5 gradini (+1) per scoprirsi più efficaci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2015 21:27:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[assertività]]></category>
		<category><![CDATA[autoefficacia]]></category>
		<category><![CDATA[essere autori del proprio destino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un mio precedente articolo ho presentato 5 trabocchetti che talvolta minano la nostra capacità di portare a termine gli obiettivi che ci poniamo. Essere consapevoli<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">In <a title="I buoni propositi (non) muoiono all’alba" href="http://www.psicologogallarate.com/i-buoni-propositi-non-muoiono-allalba/">un mio precedente articolo</a> ho presentato 5 trabocchetti che talvolta minano la nostra capacità di portare a termine gli obiettivi che ci poniamo.</p>
<p align="JUSTIFY">Essere consapevoli dei meccanismi che ci mettono i bastoni tra le ruote spesso però non è sufficiente per riuscire a esserne immuni e <strong>continuare a credere in se stessi</strong>: per riuscire a farlo può essere utile <b>tenere a mente 5 punti (più uno)</b> che aiutano a <b>mettere a fuoco ciò che ci occorre</b> per riuscire a perseguire i nostri obiettivi ed <b>evitare che frustrazione e demotivazione abbiano la meglio</b> sulla nostra volontà.</p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>per chi lo sto facendo? È un obiettivo mio o me lo chiede qualcun altro?</b></p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">Non è infrequente che persone che ci sono vicine, o delle quali desideriamo la vicinanza e la stima (o l&#8217;affetto) ci facciano direttamente o indirettamente delle richieste di cambiamento alle quali desideriamo rispondere. Di per sé impegnarsi per rispondere ad una richiesta fattaci da qualcuno a cui teniamo può essere un obiettivo encomiabile, ad una sola condizione: che il cambiamento che ci viene chiesto sia qualcosa che sentiamo nostro, o compatibile con l&#8217;immagine di noi che vogliamo avere.</p>
<p align="JUSTIFY">Senza questa premessa finiremo inevitabilmente per vivere con frustrazione la relazione che ci ha costretto a qualcosa che personalmente non avremmo voluto fare, compromettendo la relazione che avremmo voluto migliorare con il nostro sacrificio.</p>
<ol start="2">
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>passi concreti e realizzabili: </b></p>
<p align="JUSTIFY">chi non ricorda Forrest Gump e la sua mitica corsa coast-to-coast? Pensate che sarebbe riuscito nell&#8217;impresa se fosse partito con l&#8217;idea di attraversare per 2 volte l&#8217;intero territorio degli Stati Uniti? Certo, una volta arrivato alla fine della via, ha potuto chiedersi fino alla fine della città, per passare poi alla contea, e poi dello stato dell&#8217;Alabama, e poi fino all&#8217;oceano&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">Fuori dall&#8217;esempio: se si vogliono raggiungere obiettivi significativi l&#8217;individuazione di micro-obiettivi progressivi, che ci permettano di avvicinarci per gradi, con cambiamenti concreti, commisurati con il nostro attuale livello e verificabili, permette sia di iniziare a vedere dei risultati piccoli ma incoraggianti, che di verificare se si stia procedendo nella direzione corretta, ed eventualmente correggerla.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>considerare gli ostacoli con ottimismo: </b></p>
<p align="JUSTIFY">questo punto in realtà ne contiene due: la necessità di considerare gli ostacoli che inevitabilmente ogni obiettivo porta con sé, e mantenere un atteggiamento fiducioso.</p>
<p align="JUSTIFY"><a title="Il naso della maestra" href="http://www.psicologogallarate.com/il-naso-della-maestra/">Altrove ho già parlato della “profezia che si auto-avvera”</a>, per cui non mi soffermerò oltre sul valore di un atteggiamento positivo e capace di fare il tifo per noi. Naturalmente questo stile non può prescindere dalla consapevolezza delle difficoltà che andremo ad incontrare e dalla necessità di trovare il modo per affrontarle, partendo dalle risorse che abbiamo, considerando come risorse, eventualmente, anche le relazioni che abbiamo e ciò che queste possono mettere a nostra disposizione (senza per questo, ovviamente, scaricare ad altri il nostro obiettivo).</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>Darsi un tempo per vedere come vanno le cose:</b></p>
<p align="JUSTIFY">molto spesso a spaventare chi vuole iniziare un percorso di cambiamento è l&#8217;idea che dovrà essere in grado di mantenere questi cambiamenti da lì in avanti “per sempre”. Paradossalmente questo può trasformare il cambiamento desiderato in una condizione della quale ci si sente schiavi prima ancora di averla realizzata!</p>
<p align="JUSTIFY">Per questo motivo può essere utile, almeno in fase iniziale, darsi un tempo non breve ma neanche lunghissimo per sentire che l&#8217;impegno che mettiamo nel nostro obiettivo è qualcosa maggiormente sotto il nostro controllo, non una sfida infinita.</p>
<p align="JUSTIFY">Tanto per fare un esempio, può essere più semplice iniziare a dirsi se si riesce a stare senza sigarette (o solo con un numero ridotto) per alcuni giorni, piuttosto che imporselo a tempo indeterminato.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>concedersi errori e cadute: </b></p>
<p align="JUSTIFY">uno degli aspetti che bloccano maggiormente le persone dal mettersi alla prova è la paura di sbagliare, di commettere errori o incappare in fallimenti nel timore delle conseguenze che questi avranno sull&#8217;immagine di noi stessi o sul giudizio negativo che gli altri avranno nei nostri confronti. Ogni errore, tuttavia, porta con sé elementi preziosi che possono aiutarci ad avvicinarci un po&#8217; di più al nostro obiettivo. Se riusciamo a vedere in un errore non un gradino più in alto nella classifica dei falliti, ma un passo più avanti nella strada che ci porta al nostro obiettivo, le cose cambiano. Osservare e comprendere i nostri errori ci offre la possibilità di scoprire dei nostri punti deboli prima ignorati o sottovalutati, e che ora invece possiamo provare a superare.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>+1)</strong> Aggiungo questa “strategia” a parte perché, a differenza delle precedenti, non riguarda la progettazione del cambiamento, quanto piuttosto l&#8217;accompagnamento ed il sostegno di chi si impegna per realizzarlo.</p>
<p align="JUSTIFY">Nessun cambiamento significativo è mai stato realizzato in un batter di ciglio, né senza sforzi e costanza. Talvolta, soprattutto quando anche i primi risultati chiedono molta pazienza o risultano poco convincenti, può essere necessario sostenere la nostra motivazione gratificando i nostri sforzi, compensando il piacere tolto su un versante, accrescendolo su un altro più fattibile o compatibile con il risultato che vogliamo attendere.</p>
<p align="JUSTIFY">Smettere di fumare un pacchetto di sigarette al giorno, tanto per fare un esempio, è certamente un compito impegnativo per chi sia radicato da anni in questa abitudine, né sostituire le sigarette col cioccolato (o altro cibo) può essere una grande idea (se non per un giorno o due).</p>
<p align="JUSTIFY">Pensare però di provare a sostituire il pacchetto fumato distrattamente con sole due sigarette fumate con tutta calma, assaporandone ogni boccata, scegliendo il luogo, il momento, la compagnia per poterlo fare, fa sì che il piacere guadagnato su un versante compensi gli sforzi compiuti sull&#8217;altro.</p>
<p align="JUSTIFY">Mi piace chiamare questa strategia: <b>Il piacere non si crea e non si distrugge, si trasforma.</b></p>
</li>
</ol>
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		<title>5 strategie utili contro bullismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Feb 2015 14:56:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[educazione efficace]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[problemi dell'adolescenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bullismo: i genitori come possono aiutare i figli? In passato ho già scritto di bullismo sulle pagine di questo blog, tuttavia le sempre maggiori richieste di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/5-strategie-utili-per-aiutare-il-proprio-figlio-a-non-diventare-vittima-di-bullismo/">5 strategie utili contro bullismo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: justify;">Bullismo: i genitori come possono aiutare i figli?</h2>
<p style="text-align: justify;">In passato <a title="Il giorno della gazzella – una storia di bullismo" href="http://www.psicologogallarate.com/il-giorno-della-gazzella-una-storia-di-bullismo/">ho già scritto di bullismo sulle pagine di questo blog</a>, tuttavia le sempre maggiori richieste di aiuto che ho ricevuto da parte di diverse famiglie mi ha spinto a proporre ancora una riflessione ed alcune linee guida utili per prevenire il problema. Sempre più spesso, infatti, nel lavoro di psicologo scolastico capita di ricevere richieste di intervento in situazioni segnate da prepotenza e prevaricazione, sia tra le mura di scuola che al di fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi interventi, nel confronto con le famiglie delle vittime, ritorna con frequenza la domanda su cosa possa fare la famiglia per aiutare il ragazzo a fronteggiare atti di bullismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur essendo la questione articolata e complessa, con alcuni elementi che travalicano le possibilità di intervento dei genitori, è pur vero che ricerca psicologica è riuscita a mettere in luce alcuni stili educativi che aiutano a prevenire il problema, riducendo il rischio di diventare vittima di bullismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) lasciare il ragazzo libero di confrontarsi con i pari: </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una delle osservazioni su cui le diverse ricerche sono concordi nel riconoscere un importante fattore di protezione da atti di prepotenza è la possibilità per il bambino di aver vissuto esperienze di confronto diretto, libero ed autonomo con altri pari.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, quello che la ricerca ha rilevato, è che chi ha avuto modo di &#8220;vaccinarsi&#8221; da eventuali prepotenze, imparando a vivere le relazioni con i pari cavandosela da solo, riesce più facilmente a contrastare atti di prepotenza. Quando, al contrario, un bambino viene iperprotetto (spesso proprio per paura che viva frustrazioni e prepotenze), diventa meno capace di difendersi, perdendo le innate capacità di autodifesa relazionale, finendo per realizzare proprio quelle paure che tanto la famiglia cercava di evitare, come nella più classica delle profezie che si autoavverano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) favorire l&#8217;individuazione autonoma di strategie</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un secondo aspetto molto importante per prevenire situazioni di prevaricazione è legato all&#8217;abitudine del bambino a trovare in autonomia soluzioni ai problemi che affronta. Naturalmente autonomia non significa solitudine, ma valorizzazione delle risposte che il bambino spontaneamente trova, anche quando, come adulti, ce ne vengono in mente altre che ci paiono migliori.</p>
<p style="text-align: justify;">La possibilità, infatti, per il ragazzo di essere primo autore del proprio cambiamento diventa importante per una molteplicità di fattori: sentirsi competente e capace, abituarsi a pensare e a risolvere problemi, assumere un atteggiamento attivo e non dipendente di fronte ai problemi, permettergli di trovare soluzioni che sentirà come più in sintonia con se stesso, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Saper fare un passo indietro come adulti è inoltre molto importante anche per un importante fattore &#8220;ambientale&#8221;: non possiamo infatti trascurare che soluzioni buone ed efficaci nel mondo degli adulti, possono essere inadeguate o controproducenti in quello dei nostri figli, guidato da regole diverse. Ecco perché, pur animato dalle migliori intenzioni, il nostro intervento può risultare addirittura peggiorativo. Più che mai, invece, in questo ambito, vale il principio dello &#8220;sbaglia in fretta&#8221;: un errore fatto prima, ne eviterà uno fatto dopo, ma solo se avremo modo di confrontarci in prima persona con il fallimento e capire cosa lo abbia determinato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3) ascoltarlo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altra condizione molto importante che può aiutare i ragazzi a non divenire vittime di atti di bullismo è la presenza di un clima favorevole e disponibile, nel quale percepisce la possibilità di comunicare anche questioni spinose e difficili in tutta sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Frequentemente la principale difficoltà che gli adulti sperimentano nello svolgere il proprio compito di ascoltatori, è quella di riuscire a mantenersi in questo ruolo senza passare a quello interventista, anche solo dispensando suggerimenti, interpretazioni, incoraggiamenti o predicozzi. Tutti questi interventi, per quanto svolti a fin di bene e con le migliori intenzioni, sottraggono al ragazzo spazio di espressione e, quindi, di ragionamento ed intervento sul problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali interventi allora possono essere opportuni? Tutti quelli che invitano il ragazzo ad esprimere il proprio punto di vista, la propria esperienza, e le sue idee sul problema, aiutandolo a trovare le proprie soluzioni a partire proprio dai suoi vissuti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4) facilitare il riconoscimento delle proprie emozioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si è osservato come una delle condizioni più frequenti nelle vittime di atti di bullismo sia la cosiddetta &#8220;anestesia emotiva&#8221;: in pratica la persona risulta meno capace di sentire, riconoscere e comprendere le proprie emozioni. Sebbene una parte di tale meccanismo possa essere una conseguenza degli atti di prepotenza subiti, al contempo una maggiore competenza sul versante emotivo aiuta i ragazzi a reagire con maggiore tempestività, a comprendere con più efficacia i propri vissuti e trasmettere anche richieste di aiuto ed intervento a chi hanno attorno (adulti o compagni che siano).</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile aggiungere quindi i vantaggi che questa competenza offre a chi la possiede, ed il grande valore preventivo di situazioni di disagio. Ma come si può educare un ragazzo a questa &#8220;sensibilità emotiva&#8221;? Il metodo più immediato è aiutandolo a riflettere su come si senta, quali emozioni provi, magari non accontentandosi, alla domanda &#8220;come stai?&#8221; della risposta standard &#8220;normale&#8221;. Certamente quanto più saremo noi stessi abituati a parlare anche delle nostre emozioni e di come viviamo alcune situazioni, tanto più spianeremo la strada anche ai nostri figli in questo compito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5) fidarsi di lui</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Volontariamente ho tenuto in fondo quello che probabilmente è l&#8217;ingrediente più importante di uno stile educativo che aiuti il ragazzo a sviluppare la competenza personale necessaria ad affrontare atti di prepotenza: un atteggiamento di fiducia che faccia da collante e sottofondo alle precedenti condizioni di cui ho parlato.</p>
<p style="text-align: justify;">Credere nella sua possibilità di farcela da solo, di affrontare le situazioni in autonomia (che, ripeto, non significa solitudine, ma indipendenza, libertà anche di sbagliare) e superarle con efficacia anche senza il nostro intervento, è l&#8217;elemento fondamentale, quello che crea la premessa perché il ragazzo si senta capace, e si dia quindi la possibilità di affrontare la situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Permettere al ragazzo di crescere in un contesto con questi elementi non lo mette al riparo dalle prepotenze, è ovvio, ma gli offre la possibilità di sviluppare e consolidare quelle competenze relazionali innate che lo possono rendere capace di affrontare con efficacia il mondo che lo aspetta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/5-strategie-utili-per-aiutare-il-proprio-figlio-a-non-diventare-vittima-di-bullismo/">5 strategie utili contro bullismo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>5 strategie per chiedere con efficacia</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/5-strategie-per-chiedere-con-efficacia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 13:13:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[comunicare con efficacia]]></category>
		<category><![CDATA[efficacia personale]]></category>
		<category><![CDATA[imparare a chiedere]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia delle relazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Conosci le strategie per chiedere con efficacia? Per molte persone riuscire a vedere soddisfatte le proprie richieste risulta un&#8217;impresa difficile ed impegnativa e non solo per<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<h2 align="JUSTIFY">Conosci le strategie per chiedere con efficacia?</h2>
<h3 align="JUSTIFY">Per molte persone riuscire a<strong> vedere soddisfatte le proprie richieste risulta un&#8217;impresa difficile ed impegnativa e non solo per timidezza ma perché mancano di strumenti che migliorano l&#8217;efficacia comunicativa</strong>.</h3>
<p align="JUSTIFY">La psicologia della comunicazione ha individuato <strong>alcune semplici strategie che aumentano la possibilità di ottenere una risposta affermativa quando chiediamo qualcosa</strong>, aumentando la nostra efficacia personale e la qualità delle nostre relazioni, che risultano più soddisfacenti per noi e, di riflesso, anche per gli altri.</p>
<p align="JUSTIFY">Vediamo alcune di queste strategie:</p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>Dichiarare con chiarezza le nostre richieste.</b> Per quanto questo punto sembri banale, molto spesso le persone che si ritengono incomprese dagli altri non si rendono conto di affidare questa comprensione alla lettura della mente, cioè di <b>aspettarsi che l&#8217;altro “capisca da solo quello di cui ho bisogno, o quello che dovrebbe fare per rendermi felice”</b>, lasciando tuttalpiù indizi e mezze frasi che attirino l&#8217;attenzione dell&#8217;altro.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa aspettativa <b>risulta essere estremamente deleteria all&#8217;interno di un rapporto</b>, perché ha un alto rischio di generare una duplice frustrazione: in chi riceve la richiesta indiretta, perché sente che l&#8217;altro gli sta chiedendo qualcosa che però potrebbe non essere chiaro e, al contempo, potrebbe farlo sentire sotto il ricatto morale per cui, se non capisce la richiesta, è cattivo, ma anche nel richiedente che può vedere facilmente frustrate le sue aspettative. Ai suoi occhi, inoltre, il fastidio dell&#8217;altro potrebbe essere percepito non come generato dal proprio comportamento poco chiaro, ma come assenza di disponibilità dell&#8217;altro, o disinteresse, generando una spirale negativa.</p>
<p align="JUSTIFY">Ecco perché la prima regola deve essere quindi quella di esplicitare con chiarezza le nostre richieste, domandando apertamente ciò che desideriamo.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>A chi chiedo?</b> Lanciare una bottiglia nel mare può essere il gesto disperato di un naufrago senza altri mezzi di comunicazione con il mondo, ma tendenzialmente non è una strategia che può dare molti frutti. Allo stesso modo le richieste inviate senza un destinatario specifico tendono a non essere molto considerate, perché nessuno se ne sente direttamente interpellato. <b>Anche quando la richiesta è urgente ed impellente è più efficace scegliere un destinatario specifico (scelto piuttosto a caso), piuttosto che lanciare messaggi di aiuto nella speranza che qualcuno li raccolga.</b> Questa indicazione ci giunge anche da alcuni studi di psicologia sociale che hanno rivelato un fenomeno chiamato <b>“diffusione di responsabilità”</b>: in pratica quando non siamo certi che sia nostro dovere intervenire in una certa situazione più difficilmente ci muoviamo ad agire, anche se soggettivamente vorremmo fare qualcosa, perché non vediamo altri che si attivano a farlo.</p>
<p align="JUSTIFY">Sebbene questo meccanismo non sia attivo sempre e comunque (sono tanti gli esempi di altruismo spontaneo in situazioni particolarmente critiche), è però vero che indirizzare una richiesta ad un destinatario specifico può fare in modo che questo si attivi più facilmente, e che quindi riusciamo ad ottenere con più tempestività ciò di cui abbiamo bisogno.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">Un&#8217;altra indicazione apparentemente banale, ma molto utile è quella di <b>dare un motivo che giustifichi la nostra richiesta</b>. Le richieste accompagnate da un motivo anche banale o sottinteso tendono infatti a ricevere risposta affermativa più facilmente di quelle che ne sono prive. Chiedere quindi “mi presti una penna, perché non ne ho una mia” è una scelta strategicamente più efficace che chiedere una penna senza alcun motivo.</p>
<p align="JUSTIFY">È chiaro poi che, quanto più impegnativa sarà la richiesta fatta, tanto più valido dovrà essere il motivo che la accompagna.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>Qualche strategia non guasta&#8230; o no? </b><span style="line-height: 1.5;">Nei corsi di efficacia personale (una tendenza molto in voga fino a qualche anno fa) venivano spesso date indicazioni sulle strategie di vendita mutuate dal marketing, come la “tecnica del piede nella porta” (cioè fare all&#8217;inizio una richiesta piccola per creare un aggancio e poi sottoporre la richiesta vera e propria) o della “porta in faccia” (cioè fare prima una richiesta esagerata che sarà rifiutata, per avanzarne poi una minore che l&#8217;altro, non volendo opporci un nuovo rifiuto, accetterà più facilmente). </span><b style="line-height: 1.5;">Queste strategie tuttavia possono essere applicate efficacemente solo in relazioni poco significative dal punto di vista affettivo</b><span style="line-height: 1.5;"> (quali appunto quelle tipiche del marketing), </span><b style="line-height: 1.5;">mentre possono risultare disfunzionali in un rapporto più intimo</b><span style="line-height: 1.5;">, in cui l&#8217;altro può sentirsi ingannato dal nostro trabocchetto. In questi casi, al contrario, meglio procedere con chiarezza, evitando trucchi machiavellici, ribadendo quindi la nostra richiesta, fornendo piuttosto ulteriori spiegazioni e chiarimenti sul valore che questa ha per noi.</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>La parolina magica, si sa, non è abracadabra, ma grazie</b>. Ringraziare l&#8217;altro quando soddisfa una nostra richiesta, rimandare il nostro senso di appagamento e gratitudine, <b>fa in modo che l&#8217;altro si sente più motivato una prossima volta ad assecondare una nostra richiesta.</b> Per questo motivo l&#8217;efficacia nel chiedere non si esaurisce nell&#8217;ottenere ciò che si vuole, ma anche nel fare in modo che l&#8217;altro se ne vada contento di avercelo dato. Per questo motivo ringraziare, rinforzare, restituire qualcosa sono ottimi mezzi per aumentare la nostra possibilità di ottenere soddisfazione alle nostre richieste future.</p>
</li>
</ol>
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		<title>Genitori single alla riscossa: Masha e Orso contro Peppa Pig!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2015 20:01:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[genitori single]]></category>
		<category><![CDATA[Masha e Orso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I dati diffusi da Google Trends sembrano impietosi: un orso acrobata e una bambina pestifera stanno spodestando “sua maestà” Peppa Pig nella hit parade dei cartoni<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong>I dati diffusi da Google Trends sembrano impietosi:</strong> <strong>un orso acrobata e una bambina pestifera stanno spodestando “sua maestà” Peppa Pig</strong> nella hit parade dei cartoni più seguiti e ricercati da (adulti e&#8230;) bambini in rete. Per la prima volta dalla messa in onda del cartone animato inglese, Peppa non è “la più bella del reame”, almeno a quanto sancito dalle ricerche online, spodestata, chi lo avrebbe mai immaginato, da un prodotto “made in Russia”!!</p>
<div id="attachment_358" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2015/04/mashapeppa.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-358" class="wp-image-358 size-medium" src="http://www.psicologogallarate.com/wp-content/uploads/2015/04/mashapeppa-300x184.jpg" alt="il grafico Google Trend riferito alle ricerche di Peppa Pig e Masha e Orso" width="300" height="184" /></a><p id="caption-attachment-358" class="wp-caption-text">il grafico Google Trend riferito alle ricerche di Peppa Pig e Masha e Orso</p></div>
<p align="JUSTIFY">I dati sono riferiti solo al nostro paese, ma è quanto mai interessante notare come il monopolio in rosa di Peppa abbia iniziato a vacillare dall&#8217;entrata in scena (almeno nelle ricerche online) dell&#8217;accoppiata “Masha e l&#8217;Orso”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">A chi si stesse chiedendo cosa diavolo centra un articolo del genere con la psicologia, consiglio di dare un&#8217;occhiata ad una puntata dei due cartoni animati per farsi un&#8217;idea di cosa stiamo parlando.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Certamente i due cartoni animati rappresentano due prodotti diversi dal punto di vista del target di età:</strong> Peppa Pig (<a title="Chi ha paura di Peppa Pig?" href="http://www.psicologogallarate.com/chi-ha-paura-di-peppa-pig/">come già scritto in passato</a>) cerca di intercettare un pubblico di “under 3”, mentre Masha sembra muoversi su una fascia leggermente successiva (ma si parla anche di adulti che non se ne perdono una puntata). Tuttavia la differenza più rilevante tra i due programmi è relativa all&#8217;immagine di famiglia a cui fanno riferimento.</p>
<p align="JUSTIFY">Ben lungi dall&#8217;essere considerato un programma conservatore, <strong>già Peppa è sempre stato apprezzato per la visione moderna dei ruoli genitoriali,</strong> con una mamma che lavora al computer ed un papà pronto a rimboccarsi le maniche nei lavoretti di casa, tuttavia, in modo ancora più attuale, <strong>la situazione di Masha e Orso sembra essere il primo reale tentativo di rappresentazione di una famiglia monogenitoriale: nello specifico un padre-orso e una bambina.</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>L&#8217;orso è un genitore single a tutti gli effetti</strong>, in equilibrio tra <strong>lavoro</strong> (sebbene non così chiaro), <strong>casa</strong> (cucina, lava, stira, rammenda&#8230;), <strong>affetti</strong> (amici vecchi e nuovi che vanno e vengono, un&#8217;orsa contesa con un rivale in amore) <strong>e&#8230; famiglia</strong>: Masha, appunto che, pur avendo un&#8217;altra casa, mangia e dorme lì. Proprio come ogni figlio di genitori separati.</p>
<p align="JUSTIFY">Difficile pensare che il successo del cartone animato (e forse la sua stessa origine) non attinga alla situazione sempre più diffusa di genitori single, separati e divorziati che vedono la loro condizione finalmente rappresentata e legittimata da un cartone animato bello, a tratti toccante e divertente.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Il rapporto tra Masha e l&#8217;Orso non è descritto con superficialità, ma analizzato in modo approfondito</strong>, pur nella semplicità del cartone animato, mostrandone fatiche e soddisfazioni, comprensioni e incomprensioni, proprio come in tanti rapporti tra genitore single (ma potremmo dire anche accoppiato, dato che, in questo, poco cambia) e figlio.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>L&#8217;assenza dell&#8217;altro genitore non è mai posta come problematica</strong>, tranne nel momento in cui è Orso a esplicitare il proprio vissuto di solitudine: conformemente a quanto accade in queste famiglie<strong> i bambini sono perfettamente in grado (dopo un fisiologico momento di dolore, incertezza e preoccupazione) di comprendere la nuova situazione ed adattarvis</strong>i, a patto naturalmente che i genitori stessi per primi siano in grado di farlo. Il fatto poi che questa situazione sia sempre più diffusa, facilita anche la comprensione della distinzione tra la fine del rapporto coniugale tra i genitori e la prosecuzione del rapporto del figlio con mamma e papà, diminuendo (generalmente) il vissuto di imbarazzo da parte del bambino, che non si sente più (come decenni addietro) una mosca bianca nell&#8217;essere “il figlio di genitori separati”.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;impressione che si ha, nel guardare il Masha e Orso è che, al di là della comicità degli sketch e delle gag delle singole puntate, il valore aggiunto di questo cartone animato sia <strong>l&#8217;intensità con cui è capace di rappresentare un rapporto di un genitore (che si esprime a versi) con una bambina (capacissima di capire anche senza nessuna parola) che, attraverso le difficoltà, continuano insieme il loro cammino.</strong></p>
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		<title>Cani, gatti e altre persone interessanti: animali e personalità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2015 06:37:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“In casa siamo in cinque: io, i miei genitori, mio fratello e il nostro cane!” Nulla di strano in questa affermazione: chiunque abbia provato ad avere<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“In casa siamo in cinque: io, i miei genitori, mio fratello e il nostro cane!”</strong><br />
Nulla di strano in questa affermazione: chiunque abbia provato ad avere in casa un animale domestico sa alla perfezione come <strong>cani e gatti entrino a pieno titolo tra i membri di famiglia</strong> (fino ai casi più eclatanti di animali nominati eredi dai padroni), capace di dare gioie e dolori, grattacapi e preoccupazioni come qualunque altro parente, se non di più!</p>
<p><strong>Ma perché ci leghiamo così tanto ad esseri viventi di una specie diversa dalla nostra?</strong></p>
<p><strong>E che cosa determina la preferenza per gatti o cani, pesci o tartarughe, canarini o&#8230; cavalli?</strong></p>
<p>Secondo alcune ricerche psicologiche <strong>esisterebbero tratti di personalità tipici tra le persone che preferiscono un certo tipo di animale domestico</strong> <strong>che influenzerebbero quindi la nostra predilezione per un animale piuttosto che per l&#8217;altro</strong> (F. Dogana, 1999).</p>
<p>Alcune variabili giocherebbero un ruolo chiave in questa correlazione:</p>
<ul>
<li><strong>caratteristiche fisiche e comportamentali</strong> dell&#8217;animale (rumorosità, indipendenza, ecc.),</li>
<li><strong>caratteristiche temperamentali</strong> dell&#8217;animale,</li>
<li><strong>connotazione culturale</strong> dell&#8217;animale,</li>
<li><strong>grado di coinvolgimento ricercato</strong> nel rapporto (intenso o scarso),</li>
<li><strong>potenzialità relazionali</strong> (ricerca di un rapporto monodirezionale o bidirezionale),</li>
<li><strong>dinamica dell&#8217;autorità</strong> (disposizione dominante o paritaria della persona),</li>
<li><strong>grado di distanza psicologica e comunicazionale ricercata</strong> (ricerca di un partner con cui interagire o meno da parte della persona).</li>
</ul>
<p>Queste ricerche, <strong>pur prive di qualsiasi valenza clinica e diagnostica</strong>, sarebbero giunte ad individuare alcuni gruppi di “possessori-tipo” in base alle caratteristiche di personalità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I <strong>possessori di cani </strong>tenderebbero ad essere persone empatiche e sollecite, dotate di uno spirito aggregativo, a proprio agio nelle relazioni, ma anche orientate ad una certa dominanza ed aggressività. Se da una parte la presenza di tratti così contrastanti potrebbe stupire, dall&#8217;altra potrebbe essere facilmente spiegata con l&#8217;ampia varietà di razze rientranti nella categoria “cane”, e quindi le diverse tipologie di personalità che porterebbero a scegliere un dobermann piuttosto che un barboncino, un levriero invece che un bassotto.</p>
<p>Più uniformi i dati relativi ai <strong>possessori di gatti</strong>, indicati come persone portate a valorizzare l&#8217;indipendenza a l&#8217;autonomia personale, e tendenzialmente “più metropolitane” dei possessori di cani, generalmente più  proprio agio nella natura.</p>
<p>I <strong>possessori di cavalli</strong> risultano dominanti, aggressivi, mascolini e decisi, tendenzialmente silenziosi e poco inclini a socializzare e cooperare con altri, fedeli all&#8217;immagine del cowboy.</p>
<p>Di stampo diverso invece i <strong>possessori di tartarughe</strong>: perseveranti, laboriosi, fidati e razionali.</p>
<p><strong>Chi ama i serpenti</strong> (ma <strong>anche i ragni</strong>) ottiene alti punteggi nelle scale di originalità e anticonformismo, sono generalmente persone amanti del rischio e della sfida, che mal sopportano la routine e la monotonia.</p>
<p>A preferire <strong>gli uccelli</strong>, infine, sembrano essere le persone dotate di un animo più gentile, protettivo e altruista, amichevole e orientato alla relazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Indipendentemente dal tipo di animale scelto,<strong> le motivazioni che spingono a prendere un animale sembrerebbero rimandare ad alcuni bisogni condivisi da tutti gli amanti degli animali</strong>, che riportano un benefico effetto ottenuto in alcune aree di vita comuni a tutti.</p>
<p>Il dato più rilevante è il <strong>desiderio di compagnia</strong>, attraverso una relazione “più fisica” di quella generalmente instaurata con le persone, basata più sul gioco, lo scambio sensoriale, il contatto fisico.</p>
<p>Un altro bisogno segnalato dai possessori di animali è il <strong>piacere del prendersi cura di qualcuno</strong> (maternage), dando e ricevendo affetto e calore emotivo; tale aspetto rinvierebbe ad un altro beneficio riportato dai possessori di animali: la funzione rilassante che questi avrebbero sulla persona che se ne occupa, che trarrebbe beneficio dal rapporto con loro soprattutto nei momenti di stress e conflittualità.</p>
<p>Due aspetti più inaspettati e per questo interessanti emersi dalle ricerche sul rapporto uomini-animali riguardano la funzione di <strong>“facilitatori dei rapporti sociali” degli animali</strong>, per cui tendenzialmente chi ha un animale tende ad essere visto meglio dagli altri rispetto a chi non ne ha (tranne, ovviamente, quando non rispetta alcune regole fondamentali di buona educazione) ed il <strong>benefico effetto sull&#8217;educazione infantile</strong>, per cui i bambini cresciuti con animali sarebbero più empatici, cooperativi e socialmente competenti dei bambini cresciuti senza.</p>
<p>Al di là poi di quelli che sono risultati di ricerche che, tra il serio e il faceto, cercano di studiare un rapporto che risale alla notte dei tempi, quando uomini e animali iniziarono a vivere insieme, il risultato più autentico è quello che emerge dai ricordi commoventi e toccanti che racconta chi ha vissuto un rapporto con un amico a quattro zampe, entrato nel suo cuore come uno degli amici più cari di tutta la vita e non uscito mai più.</p>
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