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	<title>cboracchi, Autore presso dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</title>
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	<description>Carlo Boracchi, psicologo e psicoterapeuta,</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Aug 2024 08:11:25 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Vite di Pi &#8211; La psicoterapia spiegata da un film</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Sep 2014 21:52:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[1 - Psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[a cosa serve la psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[cos'è la psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[film psicologici]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[Vita di Pi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Oggi le ho raccontato due storie. [&#8230;] In entrambe la nave affonda, in entrambe la mia famiglia muore e in entrambe ho sofferto molto. Però lei<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/vite-di-pi-la-psicoterapia-spiegata-da-un-film-2/">Vite di Pi &#8211; La psicoterapia spiegata da un film</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">«Oggi le ho raccontato due storie. [&#8230;]</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">In entrambe la nave affonda, in entrambe la mia famiglia muore e in entrambe ho sofferto molto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Però lei quale preferisce??»</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Nel momento in cui ho sentito porre questa domanda mi sono sentito toccato sul vivo, come se l’interrogativo fosse rivolto davvero a me, come se in qualche modo urgesse una risposta da parte mia, se non a chi aveva domandato, almeno a me stesso.<span id="more-102"></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Faccio un passo indietro.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Le parole che tanto mi hanno colpito non mi sono state dette da un paziente, ma dal protagonista del film “Vita di Pi”, Pi, appunto, giunto alla fine dell&#8217;emozionante racconto della sua vicenda.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Comprenderne il senso e la profondità risulta difficile per chi non ha avuto modo di seguirne la vicenda, che provo quindi di riassumere per sommi capi, cercando di non svelare troppi aspetti di una storia che merita di essere assaporata in tutta la sua bellezza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Piscine (questo lo sfortunato nome del protagonista del film che, per scappare al tormento di un nome troppo storpiabile, decide di ribattezzarsi semplicemente Pi), è un bambino indiano dotato di una particolare sensibilità ed intelligenza, capace tanto di imparare a memoria centinaia di cifre decimali del Pi greco, quanto di interrogarsi sulle questioni più profonde dell&#8217;uomo e della sua ricerca di rapporto con Dio. La sua infanzia si svolge nel grande giardno zoologico di proprietà del padre, il cui “pezzo forte” risulta essere la nobile e maestosa Richard Parker, una tigre del bengala che affascina e intimorisce il giovane Pi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Le vicissitudini esistenziali si snodano tra successi e crisi, giochi e amori, finchè le difficoltà economiche convincono il padre di Pi a cercare fortuna in Canada, portando con sé famiglia ed animali dello zoo nella traversata oceanica. Tutti i piani vengono tuttavia bruscamente distrutti da una violenta tempesta, che affonda la nave nel cuore dell&#8217;oceano, costringendo Pi ad un rocambolesco naufragio su una scialuppa di salvataggio sulla quale cercano un disperato rifugio anche Richard Parker (la tigre), una iena, un orango e una zebra.</span></p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/KAOjdBvjwV8?rel=0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Il viaggio che segue, narrato da un Piscine cresciuto e che quindi sappiamo sin dall&#8217;inizio del film scampato alla tragedia, è la storia poetica e drammatica di come, morti tre dei quattro animali sulla barca, Piscine impari a convivere con la tigre, a domarla, conoscerla, rispettarla e comprenderla.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ma proprio quando il viaggio giunge all&#8217;agognata salvezza, incalzato da due scettici ispettori di una compagnia assicuratrice, che stentano a credere alla storia del naufragio con gli animali, Pi racconta un&#8217;altra storia, nella quale la poesia lascia il posto alla brutalità disarmante di una lotta per la sopravvienza nella quale quattro uomini naufraghi si sono uccisi a vicenda per sopravvivere, ultimo dei quali è rimasto il solo Piscine.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Queste sono le due storie di Pi e qui cade la domanda iniziale, posta da un Piscine sopravvissuto e cresciuto, ad un narratore in cerca di storie da raccontare: come dicevo una domanda stringente e diretta, e che mi sembra porre una questione fondamentale per chi abbia a che fare con storie tormentose, sia perchè terapeuta, sia perchè vissute in prima persona.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Il tema della ri-narrazione della propria vicenda esistenziale era già stato narrato almeno in altri due film molto appassionanti, &#8220;Big Fish &#8211; Le Storie di una Vita Incredibile&#8221; e &#8220;Train de Vie&#8221;, i quali mi paiono tuttavia intenderla in modo totalmente diverso. Un modo che spesso capita di incontrare nella nostra esperienza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Nel film di Tim Burton, ad esemio, la rielaborazione della propria storia appare come un gioco di fantasia, un diletto per rendere speciale una vita probabilmente ordinaria, quasi un esercizio creativo che aggiunga alla quotidianità un brio speciale, un&#8217;eccezionalità che, certamente preziosa, risulta tuttavia capace solo di distrarre dai drammi che la vita può portare con sé, di fronte ai quali possiamo armarci di fantasia e immaginare altro, senza però affrontarli.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">È la soluzione adottata quando si crede di non poter sostanzialmente cambiare le cose, o quando non ci interessa realmente provare a farlo: ciò che otteniamo è semplicemente dare una luce più brillante ma artificiosa alle vicende, che possono tuttavia progressivamente finire per allontanarsi dalla realtà, risultando inaccettabili per chi, vicino a noi, non è disposto ad accettare favole belle.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">È questa la divergenza che divide padre e figlio all’inizio di “The Big Fish”, appunto: il figlio che chiede di conoscere la verità su una storia che è anche sua, e che conosce solo nelle irrealistiche epopee narrategli dal padre, per indorare una vita banale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Simile per certi versi la drammatica storia degli ebrei in fuga dallo sterminio raccontata con maestria da Radu Mihàileanu, in un film nel quale la vicenda narrata si svela essere una pura illusione del protagonista, un sogno che nulla ha del confronto con una realtà probabilmente percepita come impossibile da elaborare, da affrontare, nella quale l&#8217;unica libertà possibile è il sogno. In tal caso l’illusione appare certamente più umana, comprensibile (chi, infatti, potrebbe mai accettare l’orrore e la disperazione dell’olocausto?), ma sostanzialmente identica.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ogni illusione, prima o poi, finisce, e quanto più questa ci ha portato lontano dalla realtà, tanto più diventa duro riaffrontarla.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">“Vita di Pi” mi pare invece affrontare il problema da un punto di vista diverso, molto vicino a quella che credo possa essere la risposta possibile, in un percorso terapeutico, a chi chiede un aiuto per affrontare un profondo dolore personale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">La storia narrata è quella di un ragazzo che deve necessariamente affrontare i propri demoni interiori, sopravvivere ad un&#8217;esperienza della quale non può evitare di affrontare gli esiti che costituiscono il suo presente, e questo è quello che fa.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Credo che il film rappresenti con efficacia la questione centrale che tormenta chi giunge ad intraprendere un percorso psicologico: trovare una nuova possibilità di raccontare la propria storia, comprendere il significato che porta con sé, dandosi la possibilità di sopravvivere ai suoi aspetti più critici o dolorosi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">C&#8217;è una possibilità di rileggere la nostra esperienza senza negarla, trasformarla, dimenticarla?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Ha un senso trovare un modo diverso di raccontare il nostro passato, restandovi al contempo fedeli?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">A tali domande mi sembra che il film offra una risposta non banale, mostrando come la rilettura con altri occhi della nostra storia ci permetta di ricomprendere senza stravolgere ciò che è accaduto. Possiamo così scoprire, sentire e comprendere la tigre che c’è dentro di noi da sempre o che, scaturita da un dramma toccatoci in sorte, ci porta a fare i conti con sentimenti ancestrali, apparentemente incontrollabili, con i quali diventa difficile scendere a patti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000; font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">La metafora che costruisce il racconto, non cela la realtà, ma ne riconosce un valore ed un senso diverso, per comprendere il quale può essere necessario lasciar sedimentare il sentore più vivido dell’esperienza, il vissuto più crudo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000; font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">Il potere del racconto è il potere del linguaggio, grazie al quale è possibile toccare l&#8217;intoccabile, rendendolo più avvicinabile e comprensibile, accettabile.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000; font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;">E il mondo del linguaggio, della parola, è il mondo della psicoterapia, nel quale possiamo scoprirci capaci di camminare fianco a fianco con la tigre.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: 12pt;"><i>Ps: L&#8217;articolo prende spunto dal film Vita di Pi senza pretendere di esserne una lettura critica. Il film ha proprie tematiche, trame narrative e chiavi di lettura che esulano dalla questione psicoterapeutica. Semplicemente la sua visione mi ha sollecitato la riflessione che ho condiviso in questo articolo.</i></span></p>
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		<title>Il giorno della gazzella &#8211; una storia di bullismo</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/il-giorno-della-gazzella-una-storia-di-bullismo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2014 09:56:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
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		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[problemi scolastici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tempo fa, lavorando come psicologo scolastico presso una scuola media, ho avuto modo di ricevere allo sportello di ascolto la visita Federica, una ragazza che, per<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/il-giorno-della-gazzella-una-storia-di-bullismo/">Il giorno della gazzella &#8211; una storia di bullismo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo fa, lavorando come psicologo scolastico presso una scuola media, ho avuto modo di ricevere allo sportello di ascolto la visita Federica, una ragazza che, per alcuni elementi del suo aspetto fisico associai subito <strong>“gazzella spenta”</strong>.</p>
<p>Alta e slanciata (frequentava la seconda media ed era alta quasi come me), chiaramente sportiva, sembrava però sgonfiata, come afflosciata su sé stessa. La sua innegabile prestanza fisica, non nel senso di abbondanza o floridità, ma nel senso di forza, solidità e compattezza, sembrava azzerata da uno sguardo ed un atteggiamento di sconforto e abbattimento evidente.</p>
<p>Non faccio in tempo a chiederle cosa la porti a chiedere aiuto, che i suoi occhi si riempiono di lacrime: <strong>alcuni suoi compagni hanno sparso per i corridoi della scuola una sua foto piuttosto imbarazzante</strong> (fortunatamente solo per la sua espressione “poco riuscita”), suscitando ilarità e sberleffi da parte di altri ragazzi.</p>
<p>In poche battute si delineano i contorni di <a title="5 strategie utili contro bullismo" href="http://www.psicologogallarate.com/5-strategie-utili-per-aiutare-il-proprio-figlio-a-non-diventare-vittima-di-bullismo/">una classica situazione di bullismo</a>: un piccolo gruppo di ragazzi, capeggiati da un paio di membri più carismatici, si divertono con “scherzi” più o meno pesanti a colpire ora l&#8217;uno ora l&#8217;altro compagno di classe. La tecnica è sempre chirurgica: il “ciccione” viene colpito sulla sua trippa, il “secchione” sulla scarsa simpatia che suscita per invidia nei compagni, la “bruttina” per l&#8217;aspetto estetico e così via.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cerco di approfondire il discorso per comprendere meglio la situazione e mi rendo conto che, man mano che prosegue il racconto, l&#8217;immagine che aveva inizialmente colpito la mia fantasia, quella della gazzella spenta, va arricchendosi di particolari interessanti: vedo accanto a lei una gazzella sovrappeso, una con gli occhiali, una con le gambe storte, ecc. tutte inseguite da pochi leoni abili nel colpirle nelle loro fragilità.</p>
<p>Chi ha una minima esperienza con il<strong> bullismo</strong> conosce bene una caratteristica strutturale del fenomeno:<strong> pochi soggetti</strong> (il bullo e i suoi complici) <strong>ne colpiscono alcuni</strong> (una o poche più vittime), <strong>potendo contare su una maggioranza silenziosa</strong> (i cosiddetti “spettatori”) spesso individualmente infastiditi dalla prepotenza usata, ma zittiti dall&#8217;omertà che circonda gli episodi: <strong>finché nessuno parla, l&#8217;empatia per la vittima si spegne e la violenza rimane, mascherata da scherzo o gioco.</strong></p>
<p><strong>Molti disapprovano i leoni, ma nessuno lo dice</strong>. Molti potrebbero sostenere le gazzella, ma nessuno osa farlo. Questo permette a pochi leoni di sbranare molte gazzelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma cosa succederebbe se dieci, venti, cinquanta, cento gazzelle caricassero a corna basse i due o tre leoni che spaventano la savana?</p>
<p>Quando faccio questa domanda a Federica il suo sguardo rimane sorpreso, non capisce dove voglia andare a parare. Allora divento più esplicito.</p>
<p>Le chiedo secondo lei cosa pensino lei, il compagno secchione, quella bruttina, quello grasso, quello con vestiti non firmati, quella con i capelli “troppo ricci”, quello un po&#8217; bassino, quella “carina ma timida”, quello “gay perchè non gioca a calcio”, ecc. di questi suoi compagni così forti, e la risposta è una sola, condivisa: nessuno li sopporta, ma non sanno cosa fare.</p>
<p>Ancora una domanda: lei come sta quando vede preso in giro uno di questi suoi compagni? E gli altri presi in giro come stanno, secondo lei, quando un altro viene irriso?</p>
<p>Ancora una volta Federica è sicura della risposta: a nessuno piace vedere queste prepotenze, ma questi sono forti, sono uniti. Io aggiungo: sono incontrastati.</p>
<p>È il momento di cambiare le cose, e <strong>per questo le do due compiti: chiedere collaborazione ed offrire alleanza.</strong></p>
<p><strong>C&#8217;è almeno un compagno o compagna che ritiene che le sia veramente amico e che non è bersaglio di prepotenze?</strong> Bene, a lui/lei dovrà chiedere di non ridere la prossima volta che le faranno uno scherzo che sa che le dà fastidio ma, se se la sente, difenderla. Questa sarà la collaborazione richiesta.</p>
<p><strong>L&#8217;alleanza invece dovrà essere chiesta ad almeno un&#8217;altra “gazzella”</strong> (ma può farlo anche con due, tre o quante ne vuole): quando una delle due gazzelle viene colpita da un leone, l&#8217;altra non ride ma manifesta solidarietà alla vittima. Inoltre questa gazzella dovrà trovarsi a sua volta un collaboratore che dia manforte.</p>
<p>Le chiedo se è chiaro cosa voglio da lei, Federica conferma pensierosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Trascorrono tre settimane prima che riveda Federica, e quando la richiamo allo sportello la gazzella che mi trovo davanti sembra tutt&#8217;altro che spenta. Adesso sì che sembra perfino più alta di me.</p>
<p>Il suo sorriso è più solare, la sua schiena più dritta. Non mi ha ancora detto nulla, ma so già dal suo aspetto come sono andate le cose.</p>
<p>Il suo racconto, semplicemente, me lo conferma.</p>
<p>Inizialmente non era sicura di chi scegliere come alleato, ma poi i leoni stessi gli hanno dato un&#8217;occasione. Durante una lezione di ginnastica, una battuta al “ciccione” le ha dato lo spunto per parlare. E ha iniziato a farlo con “il gay” e “la timida”: ha detto come stava quando veniva offesa, o quando vedeva qualcuno offeso dai leoni, come stava adesso che vedeva Ciccio preso in giro dai leoni, e ha chiesto alleanza per non essere più deboli.</p>
<p><strong>Le gazzelle hanno accettato felici un patto che, senza saperlo, ciascuno di loro stava solo aspettando veder formulato</strong>, scegliendo di fare più di quanto avessi chiesto loro: invece che limitarsi a difendersi tra di loro, ognuno di loro ha parlato con il proprio compagno di banco e hanno deciso di difendere “il ciccione”. La pallonata di pochi minuti dopo ha visto uno scenario inedito:<strong> i tre leoni per la prima volta si sono trovati contro sei gazzelle, alle quali se ne è aggiunta in fretta un&#8217;altra, un&#8217;altra e un&#8217;altra ancora, fino a diventare il resto della classe.</strong></p>
<p>Federica è felice, non solo perché nei corridoi non ci saranno più sue foto, ma perché<strong> ha scoperto che a nessuno piaceva vederla umiliata</strong>, perché ha potuto dimostrare la sua amicizia ai compagni e venirne ricambiata.</p>
<p><strong>Perché ha capito che si può essere più forte dei leoni.</strong></p>
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		<title>Viagra e conigli &#8211; I disturbi sessuali ed il loro trattamento psicologico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Oct 2014 14:12:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[eiaculazione precoce]]></category>
		<category><![CDATA[frigidità]]></category>
		<category><![CDATA[impotenza]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[terapia dei disturbi sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[terapia di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[vaginismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si dice che i conigli siano grandi copulatori. Personalmente non lo so, mi fido. Non ho mai avuto conigli e, sebbene una vecchia barzelletta dica che<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/disturbi-sessuali-trattamento-psicologico/">Viagra e conigli &#8211; I disturbi sessuali ed il loro trattamento psicologico</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si dice che i conigli siano grandi copulatori. Personalmente non lo so, mi fido.</p>
<p>Non ho mai avuto conigli e, sebbene una vecchia barzelletta dica che la differenza tra loro e noi umani sia legata al fatto che i conigli non possiedono una tv, ho ragione di credere che i reali motivi della differenza siano altri.</p>
<p>Una cosa è certa: per entrambi il sesso è un mezzo di riproduzione.</p>
<p>Un&#8217;altra cosa è altrettanto certa:<strong> per noi uomini è anche qualcosa di più.</strong></p>
<p>Sebbene molti condividano senza troppe obiezioni queste affermazioni tanto ovvie da sembrare scontate, nella realtà dei fatti la maggior parte delle persone sembrano dimenticare questo assunto fondamentale nel momento in cui iniziano a confrontarsi con i problemi della sessualità.</p>
<p>Facciamo un passo indietro.</p>
<p>I “problemi a letto” ci sono sempre stati e da sempre hanno rappresentato una <strong>ragione di sofferenza, vergogna e imbarazzo per il singolo, e trasformandosi purtroppo talvolta anche in violenza nella coppia</strong>: dall&#8217;eiaculazione precoce all&#8217;impotenza, dalla frigidità al vaginismo, il ventaglio delle problematiche connesse con la sfera sessuale è sempre stato <strong>coperto da pudore e vergogna</strong>, alimentando talvolta spirali negative.</p>
<p>Con il cambiamento culturale e dei costumi avvenuto nel ‘900 (certamente anche con il concorso delle idee sviluppate in alveo psicologico), il sesso è divenuto un argomento sempre più comune, accettato ed accessibile, passando dal tabù all&#8217;inflazione: posto al centro di argomenti, discussioni, articoli, corsi, ecc. è andato assumendo una rilevanza ed una centralità mai avuta in passato.</p>
<p><strong>Lo sdoganamento di una certa disinibizione ha senza dubbio giovato alle persone</strong>: la possibilità di conoscere in modo più articolato il mondo della sessualità ha ridotto la censura sociale nel parlare di quello che è poi un aspetto essenziale della vita di tutti. <strong>Al contempo la rilevanza assunta dalle questioni sessuali </strong>nella quotidianità di ciascuno, ha fatto sì che queste venissero investite di una portata ed un peso tale da <strong>arrivare a</strong> <strong>evidenziare e far percepire come critiche anche piccole defaillance, problematiche transitorie o situazionali</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parafrasando Gaber, potremmo dire che <strong>il mito della “sessualità obbligatoria” ha accresciuto il rischio di trasformare il piacere in performance</strong>, il rapporto sessuale in atto sessuale, il momento dell&#8217;amore in un banco di prova del proprio funzionamento, <strong>aprendo la strada alla paura della “sessualità difettosa”</strong>: è proprio per il bisogno di “curare il sesso rotto” che, come dicono le statistiche pubblicate dalle stesse case farmaceutiche, sempre più uomini under 40 e under 25 fanno ricorso all&#8217;acquisto di farmaci stimolanti, ansiolitici, ecc.</p>
<p>Se è vero che, differentemente dai conigli, per gli umani la relazione sessuale è un condensato di vissuti, sensazioni ed emozioni complesse, risulta essere perfettamente normale e comprensibile l’idea che incertezze, fatiche e ambivalenze possano esprimersi e tradursi in difficoltà sessuali (calo di desiderio, ansia da prestazione, ecc.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Non so se essere sollevato o preoccupato: pensavo di avere un problema fisico, e invece il medico mi ha detto che là sotto è tutto a posto&#8230; dovrei funzionare, e invece no… quindi eccomi qua” è una frase con cui frequentemente si aprono i colloqui con chi chiede aiuto per un problema sessuale, come se l&#8217;idea della causa fisica (quindi, è bene ricordarlo, spesso solo arginabile con farmaci dai vari effetti collaterali o necessitante interventi chirurgici) fosse più tranquillizzante di quella psicologica o relazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un primo passo che mi sembra importante fare, quando ricevo una persona che sperimenta un problema di questo tipo è prima di tutto <strong>andare oltre le definizioni cliniche</strong> con cui è stato etichettato il suo problema, <strong>ragionando insieme sugli aspetti peculiari e specifici della sua situazione</strong>: da quando succede, con chi, quando capita e quando no, come questo problema ha cambiato le cose, quali idee si è fatto, ecc.</p>
<p>Da qui comincia il <strong>lavoro di comprensione e superamento del problema</strong>, scoprendo magari che quello che si credeva essere il problema di uno solo riguarda invece questioni condivise dalla coppie, o che paure molto grandi possono essere scaturite da piccole cose, ed alimentate da fraintendimenti o malintesi.</p>
<p><strong>Accompagnando la coppia (o il soggetto) oltre il sintomo, dentro le loro relazioni</strong>.</p>
<p>Là dove osano gli umani.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/disturbi-sessuali-trattamento-psicologico/">Viagra e conigli &#8211; I disturbi sessuali ed il loro trattamento psicologico</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Chi ha paura di Peppa Pig?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2014 20:40:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare figli]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[peppa pig]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi non conosce Peppa Pig alzi la mano. Schivare il rosa-molto-rosa maialino inventato da Astley &#38; Baker nel 2004 e ormai “cucinato e servito” in tutte<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/chi-ha-paura-di-peppa-pig/">Chi ha paura di Peppa Pig?</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong>Chi non conosce Peppa Pig alzi la mano.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Schivare il rosa-molto-rosa maialino inventato da Astley &amp; Baker nel 2004 e ormai “cucinato e servito” in tutte le salse (sì, il gioco di parole è voluto&#8230;), è un&#8217;impresa tanto ardua da averlo inserito di diritto tra i fenomeni mediali degli ultimi dieci anni, seguito dal consueto codone di polemiche ed accuse più o meno sensate.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/4MEa_7PkoUo?rel=0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY">Dalla dipendenza psicologica, ai messaggi subliminali, dall&#8217;istigazione alla volgarità, fino all&#8217;istigazione anti-animalista (accusa legata alla rappresentazione irrealistica di animali felici di vivere in anguste case umane), la povera maialina parrebbe essere accusata di ogni male possibile ed immaginabile (tranne forse l&#8217;apologia del nazismo e l&#8217;abigeato).</p>
<p align="JUSTIFY">Il problema di per sé non si porrebbe più di tanto, se non fosse che&#8230; Peppa Pig ai bambini piace!</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Che fare allora? C&#8217;è del vero in tutte queste preoccupazioni?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">O se non proprio in queste, esistono ragioni per preoccuparsi seriamente nell&#8217;esporre i bambini a certi cartoni animati?</p>
<p align="JUSTIFY">Onestamente, prima di arrivare ad una disamina più dettagliata del cartone animato in questione, introduco una domanda che sorge un po&#8217; spontanea: la mia generazione (che ad occhio e croce dovrebbe essere la stessa di quei genitori oggi tanto preoccupati per Peppa Pig) è stata certamente la generazione dei “nativi televisivi”, quelli cresciuti tra “Bim Bum Bam” e i cartoni giapponesi, quelli <strong>passati tra una dozzina di invasioni aliene, disastri atomici, sacre scuole di arti marziali e lottatori mascherati che ammazzavano gli avversari a suon di mosse segrete e colpi proibiti.</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>In confronto a tutto questo, cosa potrà mai fare un maialino?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Detto ciò, vale la pena di osservare con un occhio più critico e consapevole (dal punto di vista psicologico) un prodotto che entra quotidianamente nelle nostre case anche senza accendere la tv.</p>
<p align="JUSTIFY">Una prima precisazione riguarda il <strong>target del cartone animato: i bambini under 4 anni</strong> (dopo questa età, solitamente, l&#8217;interesse del bambino tenderebbe spontaneamente a diminuire, sostituito da altri programmi con altre storie).</p>
<p align="JUSTIFY">Le caratteristiche di Peppa Pig sono state <strong>studiate appositamente per essere comprese ed apprezzate da bambini molto piccoli</strong>. La scelta, ad esempio, di un format con <strong>storie narrativamente lineari</strong>, semplici, quotidiane si deve al modo di elaborare le informazioni della mente del bambino fino ai 4-5 anni secondo i principi di sequenzialità e concretezza: un&#8217;eventuale sequenza mostrata successivamente ma logicamente contemporanea non sarebbe compresa, così come filoni narrativi paralleli, o eccessivamente articolati.</p>
<p align="JUSTIFY">A differenza di noi adulti che siamo attratti dalla suspance, <strong>i bambini necessitano una chiusura delle sequenze di interazioni</strong>: le azioni iniziate devono essere concluse rapidamente per essere capite. Il bagaglio di memoria del bambino, ancora in via di addestramento, non permette sospensioni del racconto o collegamenti tra episodi. Quello che per un adulto è “una storia noiosa, priva di attrattiva e monotona”, è per il bambino una storia chiara e comprensibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">La stessa scelta di <strong>tematiche quotidiane</strong> si lega alla necessità di mescolare sempre una prevalenza di elementi conosciuti con pochi nuovi, possibilmente riconducibili a quelli noti: l&#8217;<strong>alternanza tra conosciuto e nuovo</strong>, assicurata anche dalla sovrabbondanza di spiegazioni (la voce narrante che spiega costantemente ciò che accade) permette al bambino di seguire al meglio lo svolgimento della storia (ecco anche perchè i personaggi sono pochi, ripetitivi e stereotipati).</p>
<p align="JUSTIFY">Anche i <strong>tempi narrativi brevi</strong>, con puntate che durano circa cinque minuti ricalcano i tempi di attenzione continuativa attesi in questa età, offrendo anzi un&#8217;occasione di addestramento alla concentrazione per eventuali soggetti con difficoltà.</p>
<p align="JUSTIFY">Occorre tenere presente, inoltre, come prima dell&#8217;età scolare il bambino sia interessato a capire il modo di funzionamento della vita di tutti i giorni: <strong>vuole capire cosa fanno le persone e perchè</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Da questo punto di vista è innegabile che Peppa Pig sia un prodotto ben strutturato.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma basta questo a farci lasciare serenamente i bambini davanti alla televisione? Esistono delle critiche psicologicamente opportune per un prodotto che raggiunge milioni di bambini nel mondo?</p>
<p align="JUSTIFY">Una critica abbastanza diffusa e che personalmente condivido è legata al contenuto delle puntate e la totale assenza di alcuna indicazione pedagogica più elaborata del “volemose bene”: se nessuno chiede ad un cartone animato di educare i bambini al posto nostro, d&#8217;altra parte si sarebbe potuto tentare di proporre ogni tanto una situazione di litigio tra fratelli o amici gestita con strategie di compromesso anche semplici, o mostrando processi di costruzione condivisa di regole e norme familiari.</p>
<p align="JUSTIFY">La conclusione di ogni situazione critica con una battuta, un grugnito e risate sbellicanti tutti giù per terra appare fuori luogo anche per quella che è l&#8217;esperienza di un bambino di 2-3 anni, che sa molto bene che se non fa quello che dicono i genitori, questi si arrabbiano, non ridono di certo!</p>
<p align="JUSTIFY">Al di là tuttavia di una serie di considerazioni “contenutistiche”, credo che la più importante riflessione debba riguardare piuttosto la <strong>modalità di approccio a quello che, per tanti bambini, è evidentemente il “primo prodotto mediatico conosciuto e riconosciuto”.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Non si può trascurare che la televisione è uno dei molteplici vettori di contenuti che scandiscono la vita di tutti, bambini compresi: per questo è essenziale che questi siano accompagnati a conoscerne i linguaggi, i codici, i generi, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY">Così come per tutte le esperienze di vita, <strong>anche per quanto riguarda il rapporto con i media il bambino necessita di essere educato</strong>: la presenza del genitore non solo per regolamentare i tempi di visione, ma soprattutto per <strong>accompagnarlo alla visione diventa un&#8217;importante esperienza educativa</strong>, oltre che un&#8217;occasione di condivisione di uno spazio ludico con lui.</p>
<p align="JUSTIFY">Quello che voglio dire è che, se da una parte i vari messaggi più meno catastrofici sono evidentemente privi di senso e fondamento, dall&#8217;altra <strong>l&#8217;accompagnamento e l&#8217;educazione passo passo deve essere svolta anche per quanti riguarda il mondo dei media</strong>, per favorire l&#8217;apprendimento delle strategie di fruizione più adeguate. L&#8217;accompagnamento e la condivisione da parte di almeno un genitore, dovrebbero essere una costante indipendentemente dal programma scelto.</p>
<p align="JUSTIFY">Certamente un programma tarato per la mente di un bambino di pochi anni difficilmente intercetterà l&#8217;interesse di un adulto, che per cui finirà per trovarlo piuttosto noioso, lento e malfatto.</p>
<p align="JUSTIFY">Generalmente a quel punto la soluzione può essere quella di concentrarsi non sullo schermo, ma sul bambino che ci sta davanti e vederlo affascinarsi della scoperta del mondo.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche attraverso una famiglia di maiali.</p>
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		<title>I mal di testa di Giorgio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2014 12:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[a cosa serve la psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[aforismi psicologici]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[cos'è la psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[somatizzazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giorgio soffriva di mal di testa terribili. Non sapeva dire con certezza quando fossero cominciati, né quale fosse la causa, ricordava soltanto che, dall&#8217;adolescenza in poi<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Giorgio soffriva di mal di testa terribili. Non sapeva dire con certezza quando fossero cominciati, né quale fosse la causa, ricordava soltanto che, dall&#8217;adolescenza in poi aveva iniziato a soffrire di fitte strazianti che gli impedivano di studiare, giocare, fare sport&#8230; insomma, gli impedivano di fare una vita normale, come tutti.</p>
<p align="JUSTIFY">Un giorno Giorgio decise di affrontare il problema e risolverlo una volta per tutte, per cui si recò dal medico che gli prescrisse tutti gli esami più sofisticati e specifici. Il verdetto fu terribile: l&#8217;unica soluzione poteva essere la castrazione!</p>
<p align="JUSTIFY">Pareva, infatti, che l&#8217;origine del problema consistesse in un&#8217;anomala pressione che i testicoli esercitavano alla base della colonna vertebrale, avviando una catena nevralgica che aveva come risultato ultimo e definitivo, appunto, i terribili mal di testa sofferti da Giorgio.</p>
<p align="JUSTIFY">Non pago ad arrendersi Giorgio si rivolse ad altri medici più specializzati, a centri più all&#8217;avanguardia, cliniche universitarie. Il responso era sempre il medesimo: le cefalee erano dovute alla pressione dei testicoli alla base della schiena, per cui l&#8217;unica soluzione possibile risultava essere la rimozione di tale pressione.</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio non si arrese ancora, decise stoicamente di sopportare il dolore, nella speranza che le cose si risolvessero, ma il dolore non passava anzi, col trascorrere del tempo sembrava crescere sempre più, finché la scelta divenne inevitabile, e Giorgio decise di operarsi.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;intervento dette immediati benefici. Non appena risvegliatosi dall&#8217;anestesia Giorgio si sentì liberato dal dolore alla testa finalmente libero di pensare, ragionare, correre, vivere senza quelle martellanti fitte. Certo la rinuncia era stata gravosa, e fu per questo che Giorgio, appena uscito dalla clinica decise di provare a risollevarsi il morale, regalandosi un costoso abito nuovo.</p>
<p align="JUSTIFY">Entrò in un negozio dove fu subito accolto da un commesso molto gentile.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; Voglio un abito! &#8211; Esclamò Giorgio.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; Certamente! Le porto subito una 48 – rispose il commesso.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è esatto! – si stupì Giorgio – ma, scusi, come fa a sapere che porto la 48?</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è il mio lavoro – spiegò il commesso – sono pagato per capire al volo queste cose. E già che ci sono le porto anche una camicia taglia media&#8230; anche se il collo mi sembra un po&#8217; abbondante: direi 42 cm di collo, mentre torace e manica mi sembrano regolari: 110 e 65 cm&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio rimase a bocca aperta: &#8211; non è possibile, è tutto esatto, come fa a saperlo?</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è il mio lavoro – rispose il commesso &#8211; sono pagato per capire al volo queste cose.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli abiti calzavano a pennello.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; adesso direi di pensare a delle scarpe da abbinare – aggiunse il commesso – le porto un paio 42 e mezzo?</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio era sempre più strabiliato: &#8211; incredibile! anche questo è giusto, ma come fa?</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; è il mio lavoro – rispose con un sorriso modesto il commesso – sono pagato per intuire al volo queste cose.</p>
<p align="JUSTIFY">Vestito di tutto punto Giorgio si rimirava davanti allo specchio.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; dato che ha acquistato abito, camicia e scarpe, il nostro negozio è lieto di regalarle un capo di biancheria &#8211; aggiunse il commesso dirigendosi con Giorgio verso le casse – le metterei nella borsa quindi anche questi boxer taglia L.</p>
<p align="JUSTIFY">Giorgio scoppiò a ridere: &#8211; Stavolta si sbaglia, amico mio! Mi spiace ma non porto la L, ma la M!</p>
<p align="JUSTIFY">Il commesso si fermò stupito a fissare Giorgio con occhio chirurgico.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; Non è possibile: lei porta la L, senza dubbio &#8211; sentenziò il commesso &#8211; Se portasse la M i suoi testicoli premerebbero con forza alla base della sua colonna vertebrale e lei soffrirebbe di terribili mal di testa.</p>
<p align="JUSTIFY">La morale di questa storia è che non è detto che quando cerchiamo spiegazioni e soluzioni ai nostri problemi, le risposte offerte dalla medicina (pur fondate dal punto di vista clinico ed efficaci a risolvere il disagio) siano necessariamente le migliori, in termini di costi, benefici, e prospettive future.</p>
<p align="JUSTIFY">Il modo in cui guardi al tuo problema influenzerà come cercherai le soluzioni, determinando, quindi, quali strategie finirai per adottare.</p>
<p align="JUSTIFY">La psicologia può aiutarti a trovare prospettive nuove e nuove strade da percorrere.</p>
<p>Basta darsi la possibilità di pensarci.</p>
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		<title>Mal di Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 13:25:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[capire ansia]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[gestire le crisi]]></category>
		<category><![CDATA[malinconia]]></category>
		<category><![CDATA[Natale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;approssimarsi delle feste è certamente uno dei momenti più “sentiti” dell&#8217;anno, se non altro perché è impossibile ignorarne l&#8217;esistenza, a meno di non vivere sigillati in<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">L&#8217;approssimarsi delle feste è certamente uno dei momenti più “sentiti” dell&#8217;anno, se non altro perché è impossibile ignorarne l&#8217;esistenza, a meno di non vivere sigillati in casa propria, con televisori, computer, radio e smatphone spenti&#8230; Babbi Natale che si arrampicano (o precipitano) da svariati balconi, luci e strenne natalizie, chilometri quadrati di muschio o cotone a ricoprire i vari presepi nelle vetrine (a seconda dell&#8217;ambientazione palestinese o&#8230; svizzera), pubblicità, messaggi, offerte e promozioni sotto l&#8217;albero e, naturalmente, l&#8217;immancabile lista dei regali.</p>
<p align="JUSTIFY">Non è certo una notizia il fatto che il Natale sia ormai di fatto un evento sociale che travalica la tradizione religiosa per diventare una festività condivisa anche da persone tiepide o indifferenti alla fede cristiana che comunque, in linea di massima, ne riconoscono il valore ed il senso di “festa della pace”: emblematico il caso della nota canzone “Happy Christmas (War is over)”, composta da un John Lennon dal percorso religioso complesso e certamente fuori dall&#8217;ortodossia cristiana, eppure estremamente “natalizia” anche nel suo invito all&#8217;amore ed alla fratellanza universale.</p>
<p align="JUSTIFY">Tuttavia il sentimento che si accompagna a questo momento così particolare è molto più controverso di quanto i vari Babbi Natale sorridenti lascino intendere, rendendolo addirittura uno dei momento di sofferenza (o insofferenza) più intensi dell&#8217;anno. Alcune ricerche nordeuropee risalenti a non molti anni fa lo indicavano, addirittura, come il periodo con il maggiore tasso di suicidi o tentati suicidi dell&#8217;anno ed è altrettanto interessante l&#8217;intensa filmografia che ha cercato di cogliere “il lato oscuro del Natale”: Il Grinch, Babbo Bastardo, Nightmare Before Christmas solo per citarne alcuni.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/7V3hwKhnYi0?rel=0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY">A cosa è dovuta questa così diffusa “allergia Natalizia”?</p>
<p align="JUSTIFY">Come mai la stessa cosa non accade anche in altri momenti “di festa comandata”, come ad esempio il primo maggio, ferragosto, o anche di altre festività religiose, come la Pasqua?</p>
<p align="JUSTIFY">È davvero solo una questione della “mercificazione dei sentimenti e valori ad uso consumistico”?</p>
<p align="JUSTIFY">E, se così fosse, come mai non accade anche per altre ricorrenze nella stessa situazione, quali San Valentino o la Festa della Donna?</p>
<p align="JUSTIFY">La psicologia ci può venire in aiuto con una risposta diversa, ma che spiegherebbe molto bene non solo questo sentimento così intenso, ma anche le tinte drammatiche assunte dal fenomeno in alcuni casi.</p>
<p align="JUSTIFY">Partiamo da un concetto proprio della psicologia sociale: quello di “rito”, ovvero, secondo il dizionario Garzanti “l&#8217;atto o insieme di atti che devono essere eseguiti secondo norme codificate”, ma anche “usanza, costume”. Un rito consiste in sostanza in un insieme di comportamenti prescritti o comunque attesi da parte delle persone appartenenti ad un determinato gruppo (a volte senza che siano necessariamente scritti da qualche parte, ma semplicemente come prassi condivisa).</p>
<p align="JUSTIFY">Nel caso in cui il gruppo aderente a questa prassi coincida con l&#8217;intera società (o la maggior parte di essa), si parla di rito sociale. È importante tenere presente che una volta stabilito il rito diventa significativo per qualunque membro che si riconosca in quella società, anche per chi non lo condivide, che scegliere di porsi in contrapposizione con esso.</p>
<p align="JUSTIFY">Generalmente i riti sociali hanno a che fare con il “sé sociale” dell&#8217;individuo, cioè con quella parte dell&#8217;identità che collega il soggetto al macro-gruppo di appartenenza (cittadinanza e nazionalità, religione, credo politico, ecc.).</p>
<div class="mceTemp">
<p align="JUSTIFY">Per il Natale, al contrario, la codificazione sociale del rito (inteso, ovviamente, non come funzione religiosa, ma come evento che coinvolge chiunque) possiede al proprio interno anche una chiara connotazione emotiva, andando quindi ad interferire su un piano estremamente privato e soggettivo, diverso da quello dove abitualmente i riti sociali operano. È pur vero che questa imposizione è una questione strettamente legata con l&#8217;aspetto consumistico, ma fondamentalmente estranea al senso originario della festività (anche nel vissuto popolare tradizionale), nel quale gioia e tristezza, dolore si mescolavano fittamente (nel presepe napoletano, ad esempio, rientra anche una figure cruda, il macellaio, a rimandare alla sofferenza ed al sacrificio).</p>
<p align="JUSTIFY">Se quindi un lato il Natale rimanda alla nostra dimensione sociale, dall&#8217;altro contempla aspetti riguardanti una sfera estremamente intima, quella dei sentimenti, generando una condizione paradossale, legata al fatto che&#8230; i sentimenti non possono essere prescritti!</p>
<p align="JUSTIFY">Dirsi “devo essere felice!” oltre che essere una frase senza senso, perché la felicità o è spontanea o non è felicità, possiede anche un pericoloso effetto boomerang, perché la presenza di eventuali sentimenti diversi da quello “giusto” viene percepito come condizione dissonante perché incongruente con il rito. Inoltre anche l&#8217;eventuale presenza del sentimento corretto potrebbe essere vissuta come forzata, inautentica.</p>
<p align="JUSTIFY">In pratica, se ci si sente felici ci si potrebbe chiedere se lo si è veramente o se lo si è sulla scia dell&#8217;apparenza natalizia, se ci si sente tristi, arrabbiati, apatici o “strani” (per dirla alla Verdone) ci si sente fuori posto, inadeguati, accentuando il proprio vissuto di frustrazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Le possibilità a questo punto sono due: prendersela con se stessi (sono sbagliato io, quindi mi deprimo), o prendersela con il rito (è sbagliato il Natale, quindi lo odio).</p>
<p align="JUSTIFY">È evidente, inoltre, che il fatto stesso di percepire questa condizione di intrusione emotiva crea disappunto, antipatia in chi sente di essere messo di fronte ad una condizione sgradevole.</p>
<p align="JUSTIFY">Occorre tenere presente anche la variante di questo medesimo meccanismo scatenata dalla nostalgia: chi, ad esempio, viva ricordi di Natali passati con serenità nel passato si ritrova con un senso di tristezza presente che genera il circolo vizioso sopra delineato.</p>
<p align="JUSTIFY">Naturalmente questa via non è obbligatoria (altrimenti ci deprimeremmo tutti e tutti odierebbero Natale e dintorni), ma fortemente a rischio nel momento in cui la persona non dovesse trovare dentro di se motivi profondi ed autentici di sintonia con l&#8217;emozione “imposta” dal Natale.</p>
<p align="JUSTIFY">Come sopravvivere a tutto questo?</p>
<p align="JUSTIFY">Un&#8217;indicazione utile potrebbe essere&#8230; non pretendere un Natale felice “per principio”, ma approfittare del tempo che probabilmente le feste lasciano per regalarsi qualcosa che renda felici di viverlo: un regalo non necessariamente materiale, ma prezioso, utile, confortante.</p>
<p align="JUSTIFY">Quali “cose preziose” non trovano spazio nella nostra quotidianità, presa da impegni e doveri?</p>
<p align="JUSTIFY">Possiamo essere “sanamente egoisti” e prenderci questo Natale un po&#8217; per noi, facendo qualcosa che non abbiamo mai il tempo di fare e che ci appaga, che per noi è importante prenderci?</p>
<p align="JUSTIFY">La felicità non fiocca dal cielo, ma può essere presa e realizzata, approfittando dell&#8217;occasione di stacco dalla routine abituale (magari rompendo un po&#8217; il con “rito” della quotidianità).</p>
<p align="JUSTIFY">Altrettanto importante potrebbe essere tuttavia anche demistificare un po&#8217; l&#8217;immagine del “Natale da favola” (e in questo qualche film come quelli sopra citati può essere d&#8217;aiuto): accettare, senza per questo rassegnarsi, che ci possano essere alcuni aspetti che possono renderci tristi, arrabbiati, frustrati, anche nel Natale,o nel periodo natalizio, può aiutarci a viverlo con maggiore serenità, e far scivolare più facilmente anche le note più dolorose, inevitabilmente presenti in ogni melodia.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche in quelle Natalizie.</p>
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		<title>I buoni propositi (non) muoiono all&#8217;alba</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2015 15:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[autoefficacia]]></category>
		<category><![CDATA[efficacia personale]]></category>
		<category><![CDATA[processi psicologici automatici]]></category>
		<category><![CDATA[trappole psicologiche]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Capodanno, si sa, è la festa dei buoni propositi: moltissimi infatti, stappando la bottiglia allo scoccare della mezzanotte decidono che questo sarà l&#8217;anno del cambiamento che tanto desiderano, rispetto ad abitudini consolidate e che, per vari motivi, vorrebbero perdere.</p>
<p align="JUSTIFY">Chi si ripromette di smettere di fumare, chi di portare a termine una dieta, chi di andare a correre almeno due volte a settimana, chi di spendere meno in shopping, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY">Eppure, più che mai il detto risulta azzeccato, molto spesso “i buoni propositi nascono all&#8217;alba e muoiono all&#8217;aurora”.</p>
<p align="JUSTIFY">Che cosa fa sì che <b>spesso le nostre buone intenzioni si infrangano in pochi giorni</b>, al massimo poche settimane? Se è vero che il raggiungimento di questo obiettivo è qualcosa che desideriamo, che sappiamo farci bene, che vorremmo davvero avere, <b>perché non riusciamo a portarlo a termine?</b></p>
<p align="JUSTIFY">Mutuo da alcuni testi del noto psicoterapeuta Giorgio Nardone <b>5 “trappole mentali”</b> che spesso determinano il <b>fallimento degli impegni</b> che ci prefiggiamo di perseguire.</p>
<p align="JUSTIFY">Prestarci attenzione può aiutare a non far crollare il vostro castello di buoni propositi.</p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>più è vietato, più lo desidero</b>: diceva Bertoldo che il modo migliore per far fare qualcosa a qualcuno è vietarglielo. È esperienza comune il cosiddetto “fascino del proibito”, per cui quanto più un divieto diventa stringente, tanto più forte è la tentazione di violarlo.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo fa sì che molti impegni di rinuncia finiscano per rendere ancora maggiore il desiderio per il “frutto proibito”, rendendo ancora più difficile resistergli;</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>il successo apparente</b>: dice il detto che i buoni propositi nascano all&#8217;alba e muoiano all&#8217;aurora, ma le cose non stanno sempre così: se l&#8217;obiettivo che ci si pone è profondamente desiderato, si riesce a tenere duro fino ad ottenere i primi risultati significativi, anche a costo di sforzi considerevoli. A questo punto, però, possono subentrare diverse trappole: sentire che il problema è ormai alle spalle, dirsi che “a questo punto posso anche concedermi una piccola concessione-premio per i miei sforzi”, o semplicemente iniziare a sentire l&#8217;impegno come meno desiderato. Questo fa sì che i risultati ottenuti vengano poi rapidamente persi, facendo abbandonare ogni proposito virtuoso.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>Esaurimento forze e ribellione</b>: correlato con il precedente, del quale può essere anche una variante più estrema, questa trappola potrebbe essere definita come quella “dell&#8217;azione e reazione della motivazione”. Ci si impegna allo stremo delle forze in un obiettivo importante, resistendo anche alle prime tentazioni di cedimento, fino a rendersi conto che quella che pensavamo essere una fatica a tempo determinato, diventa invece una corsa infinita. A quel punto, esausti e frustrati, “scoppiamo e rimbalziamo sul versante opposto” e, per dirla con Oscar Wilde, per liberarci di una tentazione ci abbandoniamo totalmente ad essa, perdendo in rapido tempo tutti i benefici ottenuti.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>i costi imprevisti del sacrificio</b>: se si ha un “vizio”, uno sfizio, o un&#8217;abitudine insana ma a cui si è affezionati, è perché, in fondo, una parte di questo piace, appaga. La perdita di questo sfizio, soprattutto nelle prime fasi del proposito, quelle generalmente più intransigenti, fa sì che assieme a ciò che vorremmo togliere eliminiamo anche il “correlato piacevole”. Questo non solo abbassa la soddisfazione per i risultati ottenuti, e quindi la motivazione, ma potrebbe renderci anche meno popolari agli occhi di chi, magari, condivideva con noi quel lato piacevole dell&#8217;esperienza, aspetto non irrilevante quando questo è qualcuno che non vogliamo perdere.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>L&#8217;escalation del fare e disfare</b>: ho tenuto questa trappola per ultima perché talvolta, più che un meccanismo a sé stante, rappresenta un tentativo di riparazione al fallimento di un percorso per l&#8217;insorgere di uno dei meccanismi precedenti. È frequente l&#8217;idea che, in seguito ad una caduta non sia sufficiente riprendere il percorso precedente come prima, ma “darci una piccola multa” per dissuaderci dal cadere un&#8217;altra volta. Questo però avrà come conseguenza inevitabile il fatto di trovarci di fronte ad un ostacolo ancora più impegnativo del precedente, dietro al quale possono esserci due esiti infausti: il fallimento o&#8230; il successo.</p>
<p align="JUSTIFY">Cosa rende infausto il successo? Il fatto che, essendo ottenuto con sforzo eccezionale può farci venire maggior voglia di ricompensarci in qualche modo&#8230; magari una delle piccole deroghe del secondo meccanismo presentato.</p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">Se ti sembra di riconoscere in alcuni di questi meccanismi dei trabocchetti mentali nei quali ti è capitato di cadere, nell&#8217;<a title="5 gradini (+1) per scoprirsi più efficaci" href="http://www.psicologogallarate.com/5-gradini-1-per-scoprirsi-piu-efficaci/">articolo seguente puoi trovare <strong>5</strong><b> suggerimenti</b> <strong>(+1)</strong> </a>da tenere a mente per provare a superare le trappole e riuscire a rimanere in linea con il tuo obiettivo, migliorando la tua efficacia personale.</p>
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		<title>5 gradini (+1) per scoprirsi più efficaci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2015 21:27:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[assertività]]></category>
		<category><![CDATA[autoefficacia]]></category>
		<category><![CDATA[essere autori del proprio destino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un mio precedente articolo ho presentato 5 trabocchetti che talvolta minano la nostra capacità di portare a termine gli obiettivi che ci poniamo. Essere consapevoli<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/5-gradini-1-per-scoprirsi-piu-efficaci/">5 gradini (+1) per scoprirsi più efficaci</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">In <a title="I buoni propositi (non) muoiono all’alba" href="http://www.psicologogallarate.com/i-buoni-propositi-non-muoiono-allalba/">un mio precedente articolo</a> ho presentato 5 trabocchetti che talvolta minano la nostra capacità di portare a termine gli obiettivi che ci poniamo.</p>
<p align="JUSTIFY">Essere consapevoli dei meccanismi che ci mettono i bastoni tra le ruote spesso però non è sufficiente per riuscire a esserne immuni e <strong>continuare a credere in se stessi</strong>: per riuscire a farlo può essere utile <b>tenere a mente 5 punti (più uno)</b> che aiutano a <b>mettere a fuoco ciò che ci occorre</b> per riuscire a perseguire i nostri obiettivi ed <b>evitare che frustrazione e demotivazione abbiano la meglio</b> sulla nostra volontà.</p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>per chi lo sto facendo? È un obiettivo mio o me lo chiede qualcun altro?</b></p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">Non è infrequente che persone che ci sono vicine, o delle quali desideriamo la vicinanza e la stima (o l&#8217;affetto) ci facciano direttamente o indirettamente delle richieste di cambiamento alle quali desideriamo rispondere. Di per sé impegnarsi per rispondere ad una richiesta fattaci da qualcuno a cui teniamo può essere un obiettivo encomiabile, ad una sola condizione: che il cambiamento che ci viene chiesto sia qualcosa che sentiamo nostro, o compatibile con l&#8217;immagine di noi che vogliamo avere.</p>
<p align="JUSTIFY">Senza questa premessa finiremo inevitabilmente per vivere con frustrazione la relazione che ci ha costretto a qualcosa che personalmente non avremmo voluto fare, compromettendo la relazione che avremmo voluto migliorare con il nostro sacrificio.</p>
<ol start="2">
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>passi concreti e realizzabili: </b></p>
<p align="JUSTIFY">chi non ricorda Forrest Gump e la sua mitica corsa coast-to-coast? Pensate che sarebbe riuscito nell&#8217;impresa se fosse partito con l&#8217;idea di attraversare per 2 volte l&#8217;intero territorio degli Stati Uniti? Certo, una volta arrivato alla fine della via, ha potuto chiedersi fino alla fine della città, per passare poi alla contea, e poi dello stato dell&#8217;Alabama, e poi fino all&#8217;oceano&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">Fuori dall&#8217;esempio: se si vogliono raggiungere obiettivi significativi l&#8217;individuazione di micro-obiettivi progressivi, che ci permettano di avvicinarci per gradi, con cambiamenti concreti, commisurati con il nostro attuale livello e verificabili, permette sia di iniziare a vedere dei risultati piccoli ma incoraggianti, che di verificare se si stia procedendo nella direzione corretta, ed eventualmente correggerla.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>considerare gli ostacoli con ottimismo: </b></p>
<p align="JUSTIFY">questo punto in realtà ne contiene due: la necessità di considerare gli ostacoli che inevitabilmente ogni obiettivo porta con sé, e mantenere un atteggiamento fiducioso.</p>
<p align="JUSTIFY"><a title="Il naso della maestra" href="http://www.psicologogallarate.com/il-naso-della-maestra/">Altrove ho già parlato della “profezia che si auto-avvera”</a>, per cui non mi soffermerò oltre sul valore di un atteggiamento positivo e capace di fare il tifo per noi. Naturalmente questo stile non può prescindere dalla consapevolezza delle difficoltà che andremo ad incontrare e dalla necessità di trovare il modo per affrontarle, partendo dalle risorse che abbiamo, considerando come risorse, eventualmente, anche le relazioni che abbiamo e ciò che queste possono mettere a nostra disposizione (senza per questo, ovviamente, scaricare ad altri il nostro obiettivo).</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>Darsi un tempo per vedere come vanno le cose:</b></p>
<p align="JUSTIFY">molto spesso a spaventare chi vuole iniziare un percorso di cambiamento è l&#8217;idea che dovrà essere in grado di mantenere questi cambiamenti da lì in avanti “per sempre”. Paradossalmente questo può trasformare il cambiamento desiderato in una condizione della quale ci si sente schiavi prima ancora di averla realizzata!</p>
<p align="JUSTIFY">Per questo motivo può essere utile, almeno in fase iniziale, darsi un tempo non breve ma neanche lunghissimo per sentire che l&#8217;impegno che mettiamo nel nostro obiettivo è qualcosa maggiormente sotto il nostro controllo, non una sfida infinita.</p>
<p align="JUSTIFY">Tanto per fare un esempio, può essere più semplice iniziare a dirsi se si riesce a stare senza sigarette (o solo con un numero ridotto) per alcuni giorni, piuttosto che imporselo a tempo indeterminato.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><b>concedersi errori e cadute: </b></p>
<p align="JUSTIFY">uno degli aspetti che bloccano maggiormente le persone dal mettersi alla prova è la paura di sbagliare, di commettere errori o incappare in fallimenti nel timore delle conseguenze che questi avranno sull&#8217;immagine di noi stessi o sul giudizio negativo che gli altri avranno nei nostri confronti. Ogni errore, tuttavia, porta con sé elementi preziosi che possono aiutarci ad avvicinarci un po&#8217; di più al nostro obiettivo. Se riusciamo a vedere in un errore non un gradino più in alto nella classifica dei falliti, ma un passo più avanti nella strada che ci porta al nostro obiettivo, le cose cambiano. Osservare e comprendere i nostri errori ci offre la possibilità di scoprire dei nostri punti deboli prima ignorati o sottovalutati, e che ora invece possiamo provare a superare.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>+1)</strong> Aggiungo questa “strategia” a parte perché, a differenza delle precedenti, non riguarda la progettazione del cambiamento, quanto piuttosto l&#8217;accompagnamento ed il sostegno di chi si impegna per realizzarlo.</p>
<p align="JUSTIFY">Nessun cambiamento significativo è mai stato realizzato in un batter di ciglio, né senza sforzi e costanza. Talvolta, soprattutto quando anche i primi risultati chiedono molta pazienza o risultano poco convincenti, può essere necessario sostenere la nostra motivazione gratificando i nostri sforzi, compensando il piacere tolto su un versante, accrescendolo su un altro più fattibile o compatibile con il risultato che vogliamo attendere.</p>
<p align="JUSTIFY">Smettere di fumare un pacchetto di sigarette al giorno, tanto per fare un esempio, è certamente un compito impegnativo per chi sia radicato da anni in questa abitudine, né sostituire le sigarette col cioccolato (o altro cibo) può essere una grande idea (se non per un giorno o due).</p>
<p align="JUSTIFY">Pensare però di provare a sostituire il pacchetto fumato distrattamente con sole due sigarette fumate con tutta calma, assaporandone ogni boccata, scegliendo il luogo, il momento, la compagnia per poterlo fare, fa sì che il piacere guadagnato su un versante compensi gli sforzi compiuti sull&#8217;altro.</p>
<p align="JUSTIFY">Mi piace chiamare questa strategia: <b>Il piacere non si crea e non si distrugge, si trasforma.</b></p>
</li>
</ol>
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		<title>5 strategie utili contro bullismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Feb 2015 14:56:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[3 - Psicologia e vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[come relazionarsi con figli adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[educazione efficace]]></category>
		<category><![CDATA[genitori e figli]]></category>
		<category><![CDATA[problemi dell'adolescenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bullismo: i genitori come possono aiutare i figli? In passato ho già scritto di bullismo sulle pagine di questo blog, tuttavia le sempre maggiori richieste di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/5-strategie-utili-per-aiutare-il-proprio-figlio-a-non-diventare-vittima-di-bullismo/">5 strategie utili contro bullismo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: justify;">Bullismo: i genitori come possono aiutare i figli?</h2>
<p style="text-align: justify;">In passato <a title="Il giorno della gazzella – una storia di bullismo" href="http://www.psicologogallarate.com/il-giorno-della-gazzella-una-storia-di-bullismo/">ho già scritto di bullismo sulle pagine di questo blog</a>, tuttavia le sempre maggiori richieste di aiuto che ho ricevuto da parte di diverse famiglie mi ha spinto a proporre ancora una riflessione ed alcune linee guida utili per prevenire il problema. Sempre più spesso, infatti, nel lavoro di psicologo scolastico capita di ricevere richieste di intervento in situazioni segnate da prepotenza e prevaricazione, sia tra le mura di scuola che al di fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi interventi, nel confronto con le famiglie delle vittime, ritorna con frequenza la domanda su cosa possa fare la famiglia per aiutare il ragazzo a fronteggiare atti di bullismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur essendo la questione articolata e complessa, con alcuni elementi che travalicano le possibilità di intervento dei genitori, è pur vero che ricerca psicologica è riuscita a mettere in luce alcuni stili educativi che aiutano a prevenire il problema, riducendo il rischio di diventare vittima di bullismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) lasciare il ragazzo libero di confrontarsi con i pari: </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una delle osservazioni su cui le diverse ricerche sono concordi nel riconoscere un importante fattore di protezione da atti di prepotenza è la possibilità per il bambino di aver vissuto esperienze di confronto diretto, libero ed autonomo con altri pari.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, quello che la ricerca ha rilevato, è che chi ha avuto modo di &#8220;vaccinarsi&#8221; da eventuali prepotenze, imparando a vivere le relazioni con i pari cavandosela da solo, riesce più facilmente a contrastare atti di prepotenza. Quando, al contrario, un bambino viene iperprotetto (spesso proprio per paura che viva frustrazioni e prepotenze), diventa meno capace di difendersi, perdendo le innate capacità di autodifesa relazionale, finendo per realizzare proprio quelle paure che tanto la famiglia cercava di evitare, come nella più classica delle profezie che si autoavverano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) favorire l&#8217;individuazione autonoma di strategie</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un secondo aspetto molto importante per prevenire situazioni di prevaricazione è legato all&#8217;abitudine del bambino a trovare in autonomia soluzioni ai problemi che affronta. Naturalmente autonomia non significa solitudine, ma valorizzazione delle risposte che il bambino spontaneamente trova, anche quando, come adulti, ce ne vengono in mente altre che ci paiono migliori.</p>
<p style="text-align: justify;">La possibilità, infatti, per il ragazzo di essere primo autore del proprio cambiamento diventa importante per una molteplicità di fattori: sentirsi competente e capace, abituarsi a pensare e a risolvere problemi, assumere un atteggiamento attivo e non dipendente di fronte ai problemi, permettergli di trovare soluzioni che sentirà come più in sintonia con se stesso, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Saper fare un passo indietro come adulti è inoltre molto importante anche per un importante fattore &#8220;ambientale&#8221;: non possiamo infatti trascurare che soluzioni buone ed efficaci nel mondo degli adulti, possono essere inadeguate o controproducenti in quello dei nostri figli, guidato da regole diverse. Ecco perché, pur animato dalle migliori intenzioni, il nostro intervento può risultare addirittura peggiorativo. Più che mai, invece, in questo ambito, vale il principio dello &#8220;sbaglia in fretta&#8221;: un errore fatto prima, ne eviterà uno fatto dopo, ma solo se avremo modo di confrontarci in prima persona con il fallimento e capire cosa lo abbia determinato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3) ascoltarlo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altra condizione molto importante che può aiutare i ragazzi a non divenire vittime di atti di bullismo è la presenza di un clima favorevole e disponibile, nel quale percepisce la possibilità di comunicare anche questioni spinose e difficili in tutta sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Frequentemente la principale difficoltà che gli adulti sperimentano nello svolgere il proprio compito di ascoltatori, è quella di riuscire a mantenersi in questo ruolo senza passare a quello interventista, anche solo dispensando suggerimenti, interpretazioni, incoraggiamenti o predicozzi. Tutti questi interventi, per quanto svolti a fin di bene e con le migliori intenzioni, sottraggono al ragazzo spazio di espressione e, quindi, di ragionamento ed intervento sul problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali interventi allora possono essere opportuni? Tutti quelli che invitano il ragazzo ad esprimere il proprio punto di vista, la propria esperienza, e le sue idee sul problema, aiutandolo a trovare le proprie soluzioni a partire proprio dai suoi vissuti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4) facilitare il riconoscimento delle proprie emozioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si è osservato come una delle condizioni più frequenti nelle vittime di atti di bullismo sia la cosiddetta &#8220;anestesia emotiva&#8221;: in pratica la persona risulta meno capace di sentire, riconoscere e comprendere le proprie emozioni. Sebbene una parte di tale meccanismo possa essere una conseguenza degli atti di prepotenza subiti, al contempo una maggiore competenza sul versante emotivo aiuta i ragazzi a reagire con maggiore tempestività, a comprendere con più efficacia i propri vissuti e trasmettere anche richieste di aiuto ed intervento a chi hanno attorno (adulti o compagni che siano).</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile aggiungere quindi i vantaggi che questa competenza offre a chi la possiede, ed il grande valore preventivo di situazioni di disagio. Ma come si può educare un ragazzo a questa &#8220;sensibilità emotiva&#8221;? Il metodo più immediato è aiutandolo a riflettere su come si senta, quali emozioni provi, magari non accontentandosi, alla domanda &#8220;come stai?&#8221; della risposta standard &#8220;normale&#8221;. Certamente quanto più saremo noi stessi abituati a parlare anche delle nostre emozioni e di come viviamo alcune situazioni, tanto più spianeremo la strada anche ai nostri figli in questo compito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5) fidarsi di lui</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Volontariamente ho tenuto in fondo quello che probabilmente è l&#8217;ingrediente più importante di uno stile educativo che aiuti il ragazzo a sviluppare la competenza personale necessaria ad affrontare atti di prepotenza: un atteggiamento di fiducia che faccia da collante e sottofondo alle precedenti condizioni di cui ho parlato.</p>
<p style="text-align: justify;">Credere nella sua possibilità di farcela da solo, di affrontare le situazioni in autonomia (che, ripeto, non significa solitudine, ma indipendenza, libertà anche di sbagliare) e superarle con efficacia anche senza il nostro intervento, è l&#8217;elemento fondamentale, quello che crea la premessa perché il ragazzo si senta capace, e si dia quindi la possibilità di affrontare la situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Permettere al ragazzo di crescere in un contesto con questi elementi non lo mette al riparo dalle prepotenze, è ovvio, ma gli offre la possibilità di sviluppare e consolidare quelle competenze relazionali innate che lo possono rendere capace di affrontare con efficacia il mondo che lo aspetta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/5-strategie-utili-per-aiutare-il-proprio-figlio-a-non-diventare-vittima-di-bullismo/">5 strategie utili contro bullismo</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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		<title>Il pionierismo sessuale nella nuova terza età</title>
		<link>https://www.psicologogallarate.com/sessualita_terza_eta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[cboracchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Feb 2015 21:36:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2 - Psicologia e psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[frigidità]]></category>
		<category><![CDATA[impotenza]]></category>
		<category><![CDATA[intimità]]></category>
		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[sessualità]]></category>
		<category><![CDATA[terza età]]></category>
		<category><![CDATA[vita di coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sebbene siamo tutti d&#8217;accordo nel dire che l&#8217;amore non ha età, il consenso tende generalmente a ridursi sensibilmente se si parla&#8230; del sesso. Per quanto sdoganato in<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/sessualita_terza_eta/">Il pionierismo sessuale nella nuova terza età</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 align="JUSTIFY">Sebbene siamo tutti d&#8217;accordo nel dire che l&#8217;amore non ha età, il consenso tende generalmente a ridursi sensibilmente se si parla&#8230; del sesso.</h2>
<p align="JUSTIFY">Per quanto sdoganato in mille contesti, discorsi, varianti e sfumature cromatiche, <b>uno dei rari ambiti in cui pare sussistere ancora un imbarazzo in materia sessuale, è quando si prova a coniugarlo con la terza età.</b></p>
<p>È un dato evidente che gli ultra-sessantenni del terzo millennio abbiano poco a che spartire con i settantenni che sono stati i loro genitori: <b>palestra, teatro e viaggi non sono più una realtà appannaggio di solo rari “arzilli vecchietti”</b>, ma una consuetudine giustamente valorizzata ed incentivata dati i grandi benefici evidenziati da molte ricerche sulla qualità di vita. Stesso discorso per i social network, <a title="terza età e social network" href="www.leggo.it/news/italia/articolo/notizie/325978.shtml">la cui diffusione tra gli ultra-sessantacinquenni non è più una notizia</a> (alla faccia di una vecchia gag che ironizzava sul rapporto anziani-tecnologia).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">Malgrado ciò, l&#8217;idea di una vita sessuale attiva e felice oltre i 65 anni pare suonare ancora stonato per molti, come simpaticamente sintetizzava un paziente dicendomi “lei dottore penserà: cosa pretendi a 80 anni? Di essere ancora uno stallone? Eppure io, la mia compagna, ci tengo a renderla felice a letto!”</p>
<p align="JUSTIFY">Di fatto <b>i settantenni di oggi si trovano ad essere “pionieri”</b> in un ambito che fino a pochi anni fa era, per l&#8217;appunto, ignorato e censurato, ritrovandosi perciò a confrontarsi con la propria vita sessuale attuale senza conoscerne le peculiarità. <b>Questo può generare ansie, scoraggiamento e rinuncia anche dolorosa, soprattutto in coppie in cui i bisogni ed i sentimenti di un partner non collimino con quelli dell&#8217;altro.</b></p>
<p align="JUSTIFY">Per quanto un<a title="sessualità over 65" href="http://www.mediciantiaging.com/web/index.php?Itemid=64&amp;catid=28%3Apsicosessuologia&amp;id=35%3Asessualita-negli-over-65&amp;option=com_content&amp;view=article"> approfondimento delle componenti fisiologiche dell&#8217;argomento</a> sia fondamentale per una trattazione completa del discorso sia per quanto riguarda <a title="sessualità uomini over 65" href="http://www.mediciantiaging.com/web/index.php?Itemid=64&amp;catid=28%3Apsicosessuologia&amp;id=35%3Asessualita-negli-over-65&amp;option=com_content&amp;view=article">quanto accade negli uomini</a> che <a title="sessualità donne over 65" href="http://d.repubblica.it/argomenti/2011/11/16/news/vecchiaia_giovinezza_psicologia-662688/">nelle donne</a>, preferisco rimandare ad altri siti l&#8217;approfondimento di un versante del discorso che esula dalla mia formazione specifica, per descrivere piuttosto gli aspetti psicologici della questione, con la speranza che possa essere d&#8217;aiuto a rompere qualche tabù.</p>
<p align="JUSTIFY">Uno degli aspetti maggiormente sottolineati in questo ambito è il calo del desiderio sessuale nella seconda metà della vita. <b>Quando si parla di desiderio, tuttavia, è pressoché impossibile separare i vissuti personali dalle immagini sociali prevalenti</b>: data quindi la visione carica di ironia, disgusto e sospetto che si accompagnava all&#8217;idea di un anziano sessualmente attivo fino a qualche anno fa, risultava difficile che questo desiderio venisse vissuto senza disagio.</p>
<p align="JUSTIFY">Il superamento di questo stereotipo potrebbe quindi disegnare nuovi scenari, con <b>sempre più persone a proprio agio nel vivere questi desideri e sentimenti e quindi più disposti ad ammetterli</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Il principale vantaggio in termini psicologici è rappresentato dalla <b>drastica riduzione di problemi depressivi</b>: meno farmaci, maggior benessere fisico, maggiore indipendenza ed autonomia.</p>
<p align="JUSTIFY">Pensare ad una sessualità nella terza età <b>non può prescindere tuttavia da una consapevolezza delle peculiarità fisiologiche ma anche socio-relazionali (soprattutto per chi vive ancora una relazione di coppia) di questa fase della vita</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Pensare di traslare le abitudini della giovinezza nell&#8217;anzianità significa sposare un pensiero irrealistico, sostenuto magari col ricorso a farmaci e chirurgia (che, di fatto, sono soluzioni derivanti dall&#8217;idea che il sesso sia una cosa riservata a chi è giovane o almeno giovanile), ma sostanzialmente nascondendo la realtà. Questo a lungo termine finisce tuttavia col risultare controproducente, aumentando l&#8217;ansia per la paura che il bluff sia smascherato, facendo crollare ogni illusione.</p>
<p align="JUSTIFY">Per questo ho parlato di un “pionierismo sessuale” della nuova terza età: <b>superare lo stereotipo precedente è possibile solo passando all&#8217;ideazione di una sessualità nuova, inedita, consapevole&#8230; rivoluzionaria.</b></p>
<p align="JUSTIFY">Ma, d&#8217;altro canto, per chi ha fatto il &#8217;68 innovare non dovrebbe essere un problema&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">PS: Per chi volesse vedere un film sull&#8217;argomento, mi permetto di suggerire il non recentissimo, ma comunque molto bello <strong>&#8220;Tutto può succedere&#8221;</strong>, con Jack Nicholson e Diane Keaton.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologogallarate.com/sessualita_terza_eta/">Il pionierismo sessuale nella nuova terza età</a> proviene da <a href="https://www.psicologogallarate.com">dott. Carlo Boracchi a Gallarate - psicologo e psicoterapeuta</a>.</p>
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